Il gaslighting e l’arte della manipolazione dell’italiano

Lo scorso 12 maggio il gregge dei giornalisti ha colpito ancora. Tutti compatti – dalle testate locali a quelle nazionali, sia conservatrici sia progressiste – hanno dato vita a un nuovo momentaneo picco di stereotipia destinato a diffondere l’ennesimo anglicismo. Parola d’ordine: gaslighting!

Il termine è sempre stato di bassa frequenza sui giornali, circolava prevalentemente negli ambienti degli psicanalisti, ma all’improvviso la stampa deve aver pensato bene che è arrivato il momento di rompere gli argini e di procedere con lo tsunami anglicus.

Il Corriere ha persino utilizzato la locandina del film (in lingua originale) per far arrivare il messaggio e per educare il lettore al nuovo termine anche emotivamente.

Che cosa sarebbe il gaslighting

Letteralmente significa solo “illuminazione a gas”, nessun neologismo tecnico, dunque, è solo un’espressione metaforica che deriva dal titolo di un vecchio film, Gaslight (George Cukor, 1944, a sua volta un rifacimento che nasce da un pezzo teatrale del 1938 di Patrick Hamilton). A quei tempi non eravamo ancora stati colonizzati dalle pressioni di Hollywood che impongono in tutto il pianeta i titoli originali, e in Italia è noto come Angoscia.
Si tratta di un bellissimo film che ha valso un Oscar a Ingrid Bergman, la protagonista vittima delle manipolazioni psicologiche del marito che la isola in casa e approfitta di un suo stato di debolezza nel tentativo di farla impazzire, distorcendone i ricordi e la percezione in modo sistematico fino a farla dubitare di sé.
L’episodio simbolo è appunto quello delle lanterne a gas. L’uomo ne affievolisce di nascosto l’intensità, facendo credere alla moglie che quella mancanza di luce sia solo nella sua testa, in un’alterazione della realtà fatta di negazioni dell’evidenza che la inducono a concludere di essere in preda a uno stato allucinatorio privo di riscontri oggettivi.
Stando alla Treccani, negli Stati Uniti, il termine gaslighting si è cominciato a diffondere con questo significato di plagio psicologico a partire dagli anni Settanta, quando il noto criminale Charles Manson penetrava nelle case vuote spostando le cose senza rubare nulla, per generare nelle vittime lo sgomento e l’angoscia. Ma è solo nel 2012 che la parola si è diffusa in senso tecnico tra gli analisti, quando l’ordine degli psicologi l’ha inserita nelle linee guida per la valutazione dei danni psichici che questa violenza mentale comportava.

Il reato di manipolazione psicologica e plagio mentale: italiano, ciao ciao!

Nel nostro ordinamento giuridico la questione della punizione del plagio psicologico e della manipolazione mentale è problematica. Il Codice Penale prevedeva la reclusione da cinque a quindici anni per chi soggiogava una persona al proprio potere riducendola in un grave stato di soggezione (art. 603), ma nel 1981 la Corte Costituzionale ha dichiarato questo articolo illegittimo perché i suoi contorni non erano definibili in modo netto. Nel diritto penale, infatti, solo ciò che è specificato in modo chiaro e oggettivo, cioè “determinato” invece che soggetto a interpretazioni, può essere soggetto a norma incriminatrice. Esiste il reato di circonvenzione di incapace (art 643) che è punito con la reclusione da due a sei anni e con multa da euro 206 a euro 2.065, ma tutela i minori e chi si trova in uno stato di infermità o deficienza psichica e viene indotto a compiere qualcosa di dannoso per sé o per gli altri. È dunque un concetto più ampio e po’ diverso, e solo in parte sovrapponibile. Sulla questione del reato di manipolazione mentale o psicologica, come si dice in italiano, rimane perciò un vuoto legislativo che in più occasioni ha portato a dibattiti e proposte di legge per esempio davanti al fenomeno delle sette che condizionano le persone con tecniche collaudate.

Questo è il nostro quadro concettuale, e questo è il dibattito in corso da noi da svariati anni.
E allora da dove nasce che una testata come QuiComo parli di “denuncia per gaslighting” invece che di maltrattamenti, lesioni e gli altri capi d’accusa possibili in Italia?

Le tecniche di plagio dell’italiano e il reato di manipolazione della lingua

Si tratta del solito meccanismo di riconcettualizzazione alimentato dai tecnici “non-è-propristi”.

Al vertice c’è il globalese, l’inglese internazionale che punta a essere legittimato come la lingua unica della scienza, della formazione, del lavoro e di sempre più ambiti. Ma formarsi e studiare in inglese non è un particolare neutrale e innocente, induce a pensare in inglese; non si è rivelato un processo aggiuntivo, ma sottrattivo: porta a un bilinguismo squilibrato che in buona sostanza fa regredire le lingue locali sia dal punto di vista dell’elaborazione dei concetti e dei pensieri complessi, sia dal punto di vista lessicale. Le parole inglesi in questi casi non sono affatto un arricchimento, che qualcuno chiama “doni”, si trasfomano al contrario in “prestiti sterminatori” che fanno piazza pulita delle parole italiane e costituiscono un depauperamento linguistico e concettuale.
Quando l’Oms, che pensa e parla inglese, introduce nella lista delle malattie riconosciute il burnout, favorisce l’inglese al posto della sindrome dell’esaurimento professionale, così come quando la pratica indiana della piena consapevolezza viene ridefinita in inglese attraverso la mindfulness in italiano c’è solo quest’ultima, visto che non abbiamo una Reale Accademia di Medicina come quella spagnola, né banche dati terminologiche che, come quelle francesi, fissano e istituzionalizzano le alternative locali di piena coscienza (ne avevo già parlato qui). Noi abbiamo solo una classe dirigente anglomane che ripete a pappagallo in inglese tutto ciò che arriva in questa lingua e cultura considerata superiore.
Basta leggere qualche articolo in Rete degli psicanalisti italiani che parlano di gaslighting per rendersi conto che stanno introducendo un concetto in inglese attribuendogli un significato tecnico e peculiare che non riconoscono alla nostra lingua, e non perché non lo possiede, ma perché viene da loro negato con tecniche appunto di gaslighting, e cioè di manipolazione della realtà, di annullamento psicologico, di rimozione dei significati, di sostituzioni e distorsioni che portano a concludere che la parola inglese “non è proprio come le nostre”, e dunque è “necessaria”.
Questo subdolo metodo di condizionamento linguistico si basa su tecniche ben precise.

Il primo assunto è di considerare una parola italiana solo nel suo significato storico, e non come qualcosa di elastico che può ampliare i suoi significati, visto che il lessico delle lingue vive si evolve insieme al mondo. Questo atteggiamento, che ho chiamato “anglopurismo”, prevede che, se non esiste già una parola, ciò che è nuovo si debba esprimere in inglese. È una sorta di “purismo” rivolto contro le neologie a base italiana che cristallizza il nostro lessico solo al passato. Ma se i significati sono solo quelli di un volta e non si possono estendere, una lingua non si può evolvere, e finisce con il morire. Invece, se prima della pandemia “tamponare” indicava un incidente stradale, oggi si usa anche per il fare i tamponi clinici, così come dopo l’avvento di Internet “navigare” significa andare in Rete oltre che solcare i mari. Se davanti all’inglese neghiamo alle nostre parole questa possibilità di risemantizzazione, per cui badante non può diventare caregiver, autoscatto non è come selfie… succede ciò che è successo a calcolatore: la nostra parola autoctona è stata relegata al vecchio e alle macchine di una volta, mentre i nuovi dispositivi sono solo i computer. Il che non si è verificato in inglese, francese, tedesco… dove gli equivalenti si sono ampliati per indicare anche i modelli portatili e di ultima generazione senza alcun bisogno di usare nuove parole.

Il secondo passo è quello di concentrarsi sulle diverse sfumature che l’inglese veicolerebbe, per differenziarlo dalle nostre parole e dai nostri significati. La tesi è sempre la stessa: l’italiano non avrebbe parole altrettanto precise o capaci di rendere tutte le sfumature che vengono attribuite all’anglicismo. E così si afferma che il gaslighting non è proprio come il plagio psicologico o la manipolazione mentale, sarebbe qualcosa di più specifico: una “forma” di manipolazione che implicherebbe la negazione della realtà o di aver fatto e detto delle cose con lo scopo di minare la percezione della vittima e soggiogarla.

Se la manipolazione psicologica dovrebbe essere un reato, anche la manipolazione psicologica dell’italiano dovrebbe essere trattata alla stessa stregua.
Anche perché, se proprio non si vuole allargare il significato delle nostre parole in senso moderno o nuovo, non dovremmo dimenticare le altre strategie che le lingue vive possiedono per evolversi, oltre a importare dall’inglese, e cioè adattare, tradurre o inventare parole nuove. Anche la rimozione di queste possibilità storiche fa parte dell’attuale gaslighting linguistico.

Fare dell’anglosfera il solo modello culturale universalizzante

Affermare che il gaslighting è una tecnica di distorsione della realtà che si differenzia dal plagio o dalla manipolazione è una definizione che viene inventata, introdotta e imposta, è un battezzare e un riconcettualizzare qualcosa che già abbiamo attraverso l’inglese.

Nei titoli di giornale, però, gaslighting non viene affatto usato in questo supposto senso differente (che la metafora inglese non possiede), e si legge: “Finti furti, dispetti e maltrattamenti fino a fare impazzire la compagna” (QuiComo); “Furti simulati e gomma bucata, una trappola psicologica” (Corriere); “Violenze psicologiche sulla compagna con finti furti e vandalismi” (La Repubblica)… Ma tutto ciò è affiancato alla parola gaslighting, per educarci a usarla al posto di manipolazione mentale o plagio psicologico, facendo credere che esista addirittura un (inesistente) “reato di gaslighting“. E inducendo a pensare che tutto ciò sia qualcosa di “nuovo” che proviene dalle sublimi analisi dell’anglosfera (dunque si esprime nella loro lingua), quando un decennio prima prima che gli psicologici d’oltreoceano istituzionalizzassero questo fenomeno, Amélie Poulin (ne Il favoloso mondo di Amelie, J.P. Jeunet 2001) faceva le stesse cose (con un diverso intento): rovesciava le maniglie delle porte o scambiava i tubetti di creme e dentifrici alla sua vittima che voleva allo stesso tempo punire ed educare. Ma forse anche rubare i nanetti da giardino sarà presto etichettato dai giornali come gaslighting.

Dietro l’inglese planetario non c’è solo l’aspetto linguistico, il progetto del globalese è funzionale anche a rendere tutta la letteratura e la cultura in lingua inglese un capitale condiviso dall’umanità che diviene in questo modo il principale punto di riferimento a cui guardare, come se ogni altra cultura non esistesse o non fosse altrettanto importante. Ed ecco che da un film di Hollywood si estrapola una metafora da esportare in tutto il mondo, come se quella pellicola fosse un bene comune dell’umanità, e non un prodotto culturale di un Paese e di una cultura come tutte le altre. Come se il pianeta intero dovesse conoscere il particolare delle lanterne a gas di una trama utilizzata istintivamente dagli psicologi statunitensi solo perché fa parte della loro cultura.

Il gaslighting in Francia e Spagna

Sulla Wikipedia in italiano la voce gasligthing riporta l’alternativa “manipolazione psicologica maligna”, ma su quella in spagnolo si viene indirizzati alla voce “luz de gas“, perché gli spagnoli hanno fatto la cosa più semplice che si possa fare: invece di importare una metafora direttamente in inglese – pensate un po’! – l’hanno tradotta e dicono “luce del gas” come nella lingua originale (incredibile!). Alla voce “luce” del Dizionario della Reale Accademia Spagnola si legge: “Gettare luce del gas su qualcuno (hacer luz de gas a alguien) significa cercare di fargli dubitare della sua ragione o del suo giudizio con uno sforzo prolungato per screditare le sue percezioni e i suoi ricordi.”

E su un giornale come El País si trovano articoli che usano questa espressione normalmente!

Nel dizionario della lingua francese del Quebec, invece, usano l’espressione “deviazione cognitiva” (détournement cognitif) e dunque hanno impiegato risorse francesi già esistenti per formulare in modo ben più comprensibile lo stesso concetto che i nostri giornali vogliono diffondere in inglese, buttando alle ortiche le espressioni che abbiamo sempre utilizzato. Perché la nostra classe dirigente e i nostri intellettuali sono piccoli uomini (e piccole donne, per carità!) che si limitano a ripetere in modo acritico, come scolaretti, il pensiero dell’anglosfera nella stessa lingua, con la stessa terminologia, incapaci non solo di tradurre una metafora, ma più in generale di elaborare una propria visione del mondo e una propria cultura a livello sia concettuale sia linguistico.

Una previsione

Ho già parlato più volte dei picchi di stereotipia giornalistici che ci hanno imposto la lingua del lockdown, del green pass e delle fake news. Di solito sono caratterizzati da cicli che per un certo periodo martellano in modo ossessivo con una stessa parola fino a quando cessa di essere l’argomento in primo piano. Il risultato sulle frequenze, quando si tratta di anglicismi, è che dopo un primo picco si abbassano, ma rimangono mediamente più alte di prima: è la prima fase in cui una parola inglese è così introdotta, magari con le virgolette e le spiegazioni.
A distanza anche di anni arriva spesso un altro picco e questa volta la parola già introdotta perde le virgolette o non è più affiancata dalle spiegazioni, si dà per scontata. E in questo modo la frequenza sale ulteriormente e si radica.

Gaslighting si sta facendo strada da anni, e ha tutte le caratteristiche per affermarsi (lo tenevo d’occhio da tempo, ma ora l’ho dovuto per forza aggiungere sul Dizionario AAA).

Con il nuovo picco mediatico del 2022 il dibattito già esistente sull’introduzione del reato di manipolazione psicologica rischia di trasformarsi presto in una legge sul gaslighting, magari sull’onda di qualche campagna internazionale legata ai diritti delle donne che ne può orientare il significato su alcuni aspetti più ristretti.
Dal linguaggio mediatico l’anglicismo rischia di finire in quello politico e delle sentenze, come è già avvenuto nel caso dello stalking (persecuzione), del mobbing (le vessazioni che sono un itanglismo non in uso in inglese) del bossing (vessazioni dei superiori) o dello straining (soprusi).

Se dall’espressione iniziale del film Gaslight si è passati alla desinenza in -ing che porta dalla lanterna a gas all’attività di fare luce, si affermerà anche il gaslighter, di cui si intravedono le prime occorrenze, invece di manipolatore, così come si parla ormai di stalker, al posto di persecutore.

Non ho la sfera di cristallo, ma accetto scommesse sul fatto che la luce di questo tipo di lampade finirà, come al solito, per oscurare l’italiano.

Addio a Sergio Lepri (e al suo giornalismo in italiano)

Il 20 gennaio si è spento Sergio Lepri, a 102 anni, e con lui si è forse simbolicamente spento anche il suo modo di fare giornalismo. Il suo nome non è molto conosciuto dalla gente, ma la popolarità, nell’era dei “social”, degli “youtuber” e degli “influencer”, è sempre più spesso inversamente popolare all’intelligenza e anche alla capacità di usare l’italiano invece dei forestierismi, uno dei cardini del modo di scrivere di Lepri.

Sergio Lepri è stato un pilastro del giornalismo italiano, stimato e rispettato dagli addetti ai lavori, tanto che il suo addio è avvenuto alla camera ardente del Campidoglio proprio ieri.
Ha diretto per trent’anni l’agenzia Ansa, sino al 1990, e per vari anni rimase un corrispondente attivo anche successivamente. Ricordo che nel 1992, quando lavoravo con l’Ansa al riversamento in digitale degli archivi storici della testata che trasferimmo su cd-rom, il suo nome veniva pronunciato sempre con toni reverenziali, perché era ancora un modello, una guida, un faro che indicava un preciso modo di fare giornalismo che aveva fatto scuola e che aveva improntato la linea dell’agenzia. I suoi manuali di giornalismo erano, e restano, aurei, anche se oggi, nella nostra americanizzazione culturale sempre più pervasiva, la formazione del settore avviene su testi anglosassoni che spiegano la regola delle 5 W (Who, What, Where, When, Why) dove chi, cosa, dove, quando e perché si portano con loro una riconcettualizzazione clonata senza una rielaborazione culturale ed espressa direttamente in lingua inglese in modo acritico.

“La storia del giornalismo non dice chi ha inventato la cosiddetta regola delle ‘cinque doppie vu’ – scriveva Lepri nel 1987 – ammesso che ne esista un inventore e la regola non sia invece nata successivamente come una ‘grammatica’ di una lingua già in corso.” Ma in questa prassi ripetuta fino allo sfinimento persino al di fuori dell’ambiente giornalistico – notava – mancherebbe una sesta domanda, “il ‘come’, importante anch’essa e a volte più importante delle altre, ma dimenticata forse solo per il fatto che, in inglese, non comincia con la ‘doppia vu’.” E poi – continuava – ci si dimentica troppo spesso che “la sua pedissequa applicazione rischia di far cominciare nello stesso modo tutte le notizie di un certo tipo.”
Ma non voglio entrare nelle questioni giornalistiche tecniche o strutturali che si trovano nei libri di Lepri, come il falso mito dell’obiettività e tante altre smitizzazioni di luoghi comuni, voglio ricordarlo per la sua attenzione per la lingua italiana.

Ripenso alle tante recenti bufale che riguardano per esempio l’Accademia della Crusca riportate dai giornali, e rimbalzate uguali su tutte le testate, come “La Crusca sdogana l’espressione ‘scendi il cane’”, oppure “La Crusca ammette la parola petaloso’”. Idiozie che il giorno dopo vengono smentite e corrette, ma che mostrano chiaramente l’ignoranza di certi giornalisti sulle questioni linguistiche e persino sul ruolo dell’Accademia. Poi riprendo in mano un libro di Lepri del 1987, Medium e messaggio. Il trattamento concettuale e linguistico dell’informazione (Gutenberg 2000, Torino) dove già nel titolo spicca la parola “linguistico”, raramente al centro delle attuali esigenze giornalistiche. Quel testo è pieno di citazioni di analisi linguistiche di spessore di autori di primo piano come Gian Luigi Beccaria, Gaetano Berruto o Tullio De Mauro. E da Tullio De Mauro Sergio Lepri aveva attinto soprattutto dal “vocabolario di base” e cioè l’elenco di quelle parole che sono comprensibili a tutti. Perché l’obiettivo di Lepri era quello di usare un linguaggio giornalistico trasparente e pulito, e il motivo ricorrente di quel testo è: “Qual è il lessico da usare in un linguaggio giornalistico che voglia farsi capire?”. Questo punto di partenza, oggi sempre più ripudiato, un tempo era alla base anche dei numerosi sondaggi Rai degli anni Sessanta, che Lepri riportava e su cui si basava nelle scelte lessicali dei suoi pezzi e di quelli dell’Ansa.

Nel 1966, il Servizio opinioni Rai aveva avviato un’indagine per monitorare la comprensione del linguaggio da parte degli italiani condotta su un campione di 1.000 persone, e da questi sondaggi è poi uscita la celebre espressione della “casalinga di Voghera”, ripresa da tanti giornalisti e trasformata nella “casalinga di Treviso” in un film di Nanni Moretti. Tra le parole “difficili” di quel sondaggio c’era anche l’anglicismo “leader”, che risultava comprensibile per il 55% delle casalinghe di Voghera senza istruzione, per l’89% di quelle di Bari che avevano terminato almeno le scuole medie, per il 37% degli agricoltori di Andria senza istruzione, per il 63% degli operai di Milano con la scuola elementare o media, e per il 97% degli impiegati di Roma diplomati o laureati.

Il giornalismo di Lepri aveva come fine quello di arrivare a tutti e di farsi capire da tutti, e l’oscurità del linguaggio giornalistico era per lui “il male”, e ciò coinvolgeva anche l’uso dei forestierismi, non per motivi di purismo, ma per motivi di trasparenza e democrazia.

Un’informazione non capita è in realtà un’informazione inesistente. (…) Le cause dell’oscurità del linguaggio giornalistico sono molteplici; (…) in primo luogo l’ignoranza o la dimenticanza, da parte di molti giornalisti, che il lettore è il naturale destinatario del suo lavoro.” In secondo luogo la tendenza a considerare la sua professione “come un’attività aristocratica, che nasce e si conclude in ambienti altamente qualificati; poi, spesso, l’incompetenza o la mancata padronanza – sempre da parte del giornalista – degli elementi tecnico-culturali e lessicali di base.” Nasce così una lingua ‘ufficiale’ accanto a quella dell’uomo della strada, “una discriminazione culturale e linguistica che diventa una discriminazione di classe.”

Queste parole restano scolpite nella storia. Ma oggi il giornalista è sempre più aristocratico e discriminatorio, e usa il linguaggio non per farsi capire, ma per controllare il destinatario, il pubblico, l’uomo della strada, che oggi si chiama il “target”. Con la sua comunicazione volutamente oscura e manipolatoria lo vuole “educare”, lo vuole incuriosire con titoloni in itanglese che sono solo tecniche acchiappone per costringere alla lettura di un pezzo che urla nel titolo l’incomprensibile, a costo di inventarselo, in modo che il lettore legga l’articolo per colmare la sua ignoranza, come nei titoloni sul south working di cui ho già parlato. In questo modo il giornalista insegna al lettore come deve parlare, invece che usare il linguaggio adatto al destinatario.
L’attenzione di Lepri per la lingua non è più una buona prassi, tra i giornalisti rampanti, che della trasparenza se ne fregano e puntano a un linguaggio in itanglese che sta uccidendo la lingua italiana, perché dai giornali poi inevitabilmente finisce sulla bocca dell’uomo della strada. E così si diffondono le fake news, lo smart working, il green pass… e tutte le altre espressioni inglesi e pseudoinglesi ripetute senza alternative fino a che non diventano le uniche espressioni in circolazione e diventano “necessarie” (cfr. “Pet, cani e giornalisti“). E così ci sono i king maker per l’elezione del nuovo presidente della Repubblica, in un guazzabuglio di parole come stakeholder, blockchain e centinaia di altre che la maggior parte delle persone non sa cosa significano, ma che come nel latinorum degli azzeccagarbugli servono a supercazzolare il popolino con un’informazione “inesistente” (per citare Lepri) e a trasformare chi non è d’accordo in qualcuno che non ha capito. Il nuovo giornalismo aristocratico crea divisioni e fratture sociali, punta a escludere invece che a includere.

Sergio Lepri, che ha avuto un passato di partigiano e di antifascista, non si opponeva certo ai forestierismi in nome di un nostalgico disprezzo contro i barbarismi. La comprensibilità era per lui un problema di democrazia. E per questo motivo, un po’ ingenuamente, nel 1987 aveva diviso i forestierismi in quelli ormai assimilati (bar, film, sport), in quelli di probabile assimilazione, in quelli “con licenza” – per esempio i tecnicismi che però dovevano sempre essere seguiti da una spiegazione – e poi in quelli inutili. Questi ultimi avevano delle alternative italiane, ma il forestierismo si porta con sé un prestigio superiore, notava Lepri, e certe parole spesso si caricano di un significato più o meno diverso da quello della lingua da cui provengono. Nell’elencarli, Lepri ne indicava proprio le possibili sostituzioni, in un manuale di buon giornalismo che oggi non ha equivalenti, dal punto di vista linguistico.

Quello che colpisce, rileggendo questi elenchi pratici del 1987, è che la maggior parte degli anglicismi che all’epoca necessitavano di una spiegazione, oggi sono entrati nell’uso comune (bowling, business class, check in, copyright, flash back, fotofinish, free lance…), mentre moltissimi di quelli “inutili” di cui venivano indicate le corrispondenze italiane sono ormai sempre più insostituibili (business, candid camera, discount, establishment, export-import, feedback, first lady, gadget, guardrail, handicap, jet…).

Tutto ciò è una cartina al tornasole di come l’anglicizzazione della nostra lingua sia sempre più profonda. I miopi personaggi che vanno in giro ancora oggi a etichettare gli anglicismi con il loro bollino blu, dividendoli in utili, inutili e superflui, dovrebbero rendersi conto che il loro inutile sforzo di classificazione ha una data di scadenza molto breve. E che molto presto, grazie soprattutto ai giornalisti che al contrario di Lepri non conoscono e non sono interessati alla lingua italiana e agli italiani, ciò che richiede spiegazioni non le richiederà più, mentre le virgolette introdotte per un nuovo anglicismo il giorno dopo cadono, perché quella stessa parola viene intanto registrata nei dizionari (che la registrano proprio perché si diffonde sui giornali). E quelli che sembrano prestiti “di lusso”, finiscono con il diventare “di necessità”, come è avvenuto per calcolatore ucciso da computer, mentre un esercito di giornalisti e intellettuali “non-è-propristi” è pronto a spiegare che leader non è proprio come guida, che caregiver non è proprio come badante, che lockdown non è proprio come confinamento, che selfie non è proprio come autoscatto

Intanto, i maestri del giornalismo che un tempo hanno unificato l’italiano muoiono, insieme alla nostra lingua, sostituiti dai cattivi maestri dell’italiano 2.0, l’itanglese del lessico dell’Italia e incolla.

Black friday, venerdì nero e anglicizzazione

Quando chiediamo a qualcuno se vuole sentire prima la notizia bella o quella brutta, spesso sceglie quella bella.

Dunque, la bella notizia è che comincia a farsi strada la traduzione di black friday persino sugli organi della stampa che hanno fatto dell’itanglese la loro lingua, come il Corriere della Sera digitale, anzi online.

Certo, nell’immagine tratta dall’edizione in Rete del 21 novembre 2020, “venerdì nero” ricorre solo 2 volte contro le 5 dell’anglicismo. In un caso l’italiano è anche riportato tra virgolette, come una bizzarria – e pensare che un tempo erano i forestierismi che si riportavano tra virgolette – ma comunque è già qualcosa. Venerdì nero è diventato un sinonimo secondario, ma possibile, e in un uso.

Urrà!
E la notizia brutta?

Giusto… me ne stavo quasi dimenticando. Nulla di nuovo, in realtà. Se nella stessa immagine guardiamo gli anglicismi, la sensazione è quella di vivere in un Paese occupato, dove gli organi di informazione usano un linguaggio di regime che ricorre al lessico degli invasori. L’invasione non è militare, naturalmente, è quella delle multinazionali che esportano il loro linguaggio che il giornalismo collaborazionista diffonde e ci impone dall’alto.

Nella porzione di Corriere riprodotta (se preferite screenshottata, per essere coerenti con l’itanglese) si vedono 4 riquadri (o box, per gli amanti dello pseudo-inglese) con i relativi titoli e sommari che rimandano (o linkano?) al pezzo.
Copiaincollando il testo in un programma di scrittura (detto preferibilmente editor), si contano in tutto 147 parole. Non è un calcolo precisissimo perché una locuzione come “black friday”, così come “venerdì nero”, si dovrebbe considerare come una parola sola, e non come due. Inoltre, per determinare la reale percentuale dell’inglese, con qualche piccolo aggiustamento e intervento manuale bisogna escludere le “parole che non valgono” ai fini dei conteggi, per esempio i numeri (30 e 2020), i nomi propri come quelli dei giornalisti e soprattutto delle aziende. Facendo questo lavoro di pulizia emerge chiaramente chi è l’invasore. Sono le multinazionali statunitensi che si chiamano Amazon o Ebay, ma anche quelle non americane hanno ormai nomi anglicizzati, come MediaWorld, il marchio che la società tedesca Media Mark ha scelto di utilizzare in Italia, la terra dei cachi. Eliminate queste parole insieme ad altre come “Elio e le storie tese” (da considerare una parola sola: il nome di un gruppo musicale) i vocaboli effettivamente in gioco sono 119, e tra questi 13 sono inglese, cioè l’11% del lessico utilizzato (per l’esattezza il 10,9):

black friday (che ricorre 5 volte)
best of
weekend
store
online
e-commerce
testimonial
smartwatch
sport
.

Sport è ormai considerato una parola italiana, oltre che un internazionalismo (ma non lo è affatto visto che mezzo miliardo di spagnoli lo chiamano deporte), ma per pesare la reale interferenza dell’inglese è bene conteggiarlo, anche se lo usiamo dalla fine dell’Ottocento. In compenso non è stato conteggiato “stressanti”, che pur derivando da stress è ormai a tutti gli effetti una parola italiana che, come sport, non viola le nostre regole di pronuncia e di scrittura.

Se si lemmatizzano le parole italiane, e cioè si elencano considerando quante volte ricorrono accorpando le flessioni (altre e altri sono la stessa parola riconducibile al lemma altro), i vocaboli sono solo 52 (di cui alcuni si ripetono più volte):

l’articolo determinativo (il, lo la, le, gli, l’…) ricorre 17 volte
preposizione di → 12 volte
ricorrono 4 volte: degli, altre/altri, offerte
ricorrono 3 volte: e, su, migliori
ricorrono 2 volte: in, allo/al, venerdì nero (uno tra virgolette), è, non, solo, proposte, tanti/tante, scelta, giusta, sconti
ricorrono 1 volta: a, dal, fino, per, con, questo, anticipo, purificatore, aria, spazzolino, elettrico, parte, obiettivo, dichiarato, rendere, acquisti, meno, stressanti, c’(=ci), gigante, presidiare, abbiamo selezionato, migliaia, persone, coda, proseguirà, novembre, categorie, merceologiche, eccezione, negozi, preso, assalto.

In sintesi: il lessico è formato da 61 lemmi, di cui 52 italiani e 9 inglesi, un’incidenza del 14,7%.

Le cose si aggravano se si analizzano le categorie grammaticali. Con l’eccezione di online, usato nel testo in funzione di aggettivo, gli altri 8 anglicismi sono tutti sostantivi, o locuzioni con valore nominale. Se consideriamo questo aspetto, abbiamo 16 sostantivi in italiano (venerdì nero, scelta, proposta, sconti, purificatore, aria, spazzolino, obiettivo, acquisti, migliaia, persone, coda, novembre, categorie, eccezione, negozi) e 8 in inglese (black friday, best of, weekend, store, e-commerce, testimonial, smartwatch, sport).
Il che significa che su 24 sostantivi, un terzo è in inglese (il 33,33%). E questi costituiscono una parte della lingua fondamentale: sono le parole che abbiamo a disposizione per designare le cose! L’italiano è salvo nelle sue componenti verbali e nelle parole ad altissima frequenza come le preposizioni, le congiunzioni o gli articoli, ma cede il posto all’itanglese nel caso dei nomi.

Da quanto ne so, l’unico esempio serio di conteggi sul lessico dei giornali che passava per la lemmatizzazione risale agli anni Ottanta ed è stato fatto da Tullio De Mauro con il Veli (Vocabolario Elettronico della Lingua Italiana). A quei tempi gli anglicismi rappresentavano circa il 2% dei 10.000 lemmi più frequenti nei giornali (escluse le parole che non valgono).

Gli studi che circolano oggi sono invece fatti in modo automatico, senza lemmatizzare e senza escludere le parole che non valgono. E quando si attribuisce all’inglese una percentuale “solo” del 2 o 3% delle parole dei giornali si salva la nostra lingua conteggiando le occorrenze delle congiunzioni o delle preposizioni, oltre alle date e ai nomi propri (ne ho già parlato in “Le percentuali degli anglicismi nella stampa”).

Non conosco studi recenti realizzati con i criteri che a suo tempo aveva utilizzato De Mauro, ma a naso suppongo che si si facessero scopriremmo delle percentuali intorno all’8-10% a seconda degli ambiti (è una mia supposizione che non sono in grado di dimostrare se non utilizzando piccoli campioni che non sono sempre rappresentativi, come in questo articolo). È vero che non in tutti gli ambiti e gli articoli le percentuali sono così alte come in questi esempi. Tuttavia, in articoli che parlano di informatica, economia o lavoro possono essere anche maggiori. È vero anche che i dati qui riportati si riferiscono ai titoloni dei giornali, e che all’interno dei pezzi gli anglicismi sono più diluiti, tuttavia sono i titoli quelli che la gente legge e sfoglia, e il loro impatto è molto più forte rispetto al testo del pezzo,

Queste percentuali non si possono negare. Qui non c’è nessuna illusione ottica: i numeri di questo tipo mostrano che abbiamo a che fare con una lingua che non è più italiana se non nella sua struttura.

Se torniamo all’immagine e guardiamo la pubblicità nel riquadro giallo in basso a destra, le cose non vanno meglio.

“Nuova Mini Countryman plugin hybrid con il nuovo leasing operativo Why-Buy Evo tua da 220 € al mese”.

Dov’è l’italiano in questa lingua hybrid delle pubblicità?
I nomi delle automobili sono inglese, i contratti di locazione finanziaria si chiamano leasing seguiti da formule che ne specificano le caratteristiche in inglese (leasing operativo Why-Buy Evo).

Il plugin hybrid non riguarda solo le automobili, ormai chiamate preferibilmente il settore automotive, ma anche l’italiano. L’inglese è il plugin hybrid che si è innestato nella lingua del bel paese là dove ‘l sì… suonava.

Rassegna stampa degli anglicismi

Sfoglio la prima pagina del Corriere della Sera in Rete, anzi online, di oggi (15 luglio) e decido di quantificare gli anglicismi nei titoli e nei sottotitoli delle notizie in evidenza. Tra le vicende in primo piano c’è lo scandalo dei presunti finanziamenti russi alla Lega, in questi giorni denominato spesso Russiangate (perché gli scandali sono ormai così: dal Watergate originario all’Irangate, Irpiniagate, Rubygate, sexgate…). L’anglicismo nel sottotitolo è flat tax, e poco sotto a proposito di economia, spicca l’immancabile spread, e poi l’austerity, curiosamente affiancata da un’immagine in inglese, dove il vero e falso lasciano il posto a true e false.

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La notizia della Lega di Salvini è ripresa anche con le parole del manager Candoni, e c’è una altro manager associato a un altro Matteo più sotto, ma il mondo del lavoro è ormai in inglese, e anche negli ospedali si parla del turnover.

 

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In inglese ci sono varie rubriche come il Dataroom di Milena Gabanelli, ottima giornalista ma dal linguaggio enormemente e inutilmente anglicizzato.

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Interessante è “Roma e i cold case“, cioè i delitti irrisolti, che viene dal nome di una serie televisiva, ma mi chiedo quanti italiani comprendano questa espressione.

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C’è l’immancabile shopping che si fonde con il travaso linguistico dell’inglese delle multinazionali, incrociato con i tecnicismi internettiani, come ecommerce, web, tweet, low cost (che ricorre ben due volte), il postare video online… mentre è morto l’inventore della password.

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Lo shopping ricorre poi, insieme a molte altre parole inglesi, con molta frequenza negli articoli di moda e costume, e in quella che un tempo era la cronaca rosa, ma oggi è il gossip: body, fashion blogger

 

Anche sport, come tennis o gol (adattamento di goal) sono parole inglesi, e nell’ambito sportivo gli anglicismi sono sempre di più, compreso il basket (pseudoanglicismo al posto di basketball che sta soppiantando la pallacanestro), gli under 23, i record, i set, gli stopper e si trova anche il talent o il Cortona on the movie, a proposito di montagna, dove ormai l’escursionismo è il trekking.

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In inglese ci sono parole ormai di senso comune come suv (acronimo di Sport Utility Vehicle), pitbull, blackout o rock.

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L’azienda dei trasporti di Milano (che introduce i ticketless senza alternative) sembra che non venda più i biglietti ma i ticket, ma gratis per gli under 21 (seconda occorrrenza di under… ormai le fasce di età sono scandite così) mentre a Torino si parla di fighters.

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Continuando, trovo il coming out di Tiziano Ferro, i vip e le star

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e persino in un articolo su Dante simbolo d’Italia c’è il Dna, una sigla in inglese: DeoxyriboNucleic Acid, che in Francia o in Spagna chiamano nella loro lingua: Adn (Acido  DesossiriboNucleico), una parola che piace tanto ai giornalisti e che ricorre anche in altri titoloni in prima pagina.

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E poi ci sono i frontman dei gruppi musicali al posto dei portavoce, le reunion dei cast dei telefilm cult, i video hard

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Insomma, più di 40 titoli (e cioè almeno la metà di quelli in evidenza presenti) in prima pagina del Corriere.it di oggi (ma oggi non è un giorno speciale, accade quotidianamente) contengono almeno un anglicismo.

 

Vi sembra normale?
Vi sembra che vada tutto bene, che l’italiano non sia colonizzato dall’inglese e che goda di buona salute?