Colonialismo linguistico, collaborazionisti e colonizzati: handle, reverse shopping e underdog

[di Antonio Zoppetti]

Davanti allo tsunami anglicus che travolge la lingua italiana ricorre sempre la stessa domanda. Perché?
Perché continuiamo ad accumulare parole ed espressioni in inglese e stiamo abbandonando l’italiano?
Perché gli anglicismi sono preferiti, evocano qualcosa di più dei corrispondenti italiani e sono diventati un tratto socio-distintivo con cui chi appartiene agli strati sociali alti si eleva e si identifica?

Il fenomeno non trova una spiegazione nell’ambito della linguistica, ma in quello sociale. Per comprenderlo basta analizzare tre anglicismi che sono spuntati nelle ultime settimane: handle, reverse shopping e underodog.

Gli handle e il colonialismo linguistico

Il primo esempio risale alla settimana scorsa, quando Youtube ha inondato le caselle postali di tutti con un messaggio il cui oggetto recita: “Ti presentiamo gli handle di YouTube”.
Che cosa cavolo sono gli handle? Qual è la novità?

La tecnica di questa comunicazione è volutamente cialtrona, e punta non alla chiarezza, ma a diffondere la terminologia in inglese senza definirla – la definizione rivelerebbe il trucco e il nulla – in modo che il destinatario si faccia da solo l’idea di che cosa possa essere questa nuova parola, in modo intuitivo. Così arriva a comprendere in modo confuso un concetto, ma non ha la parola per definirlo se non nell’inglese imposto dall’alto. A dare il nome delle cose non sono più i nativi italiani, ma le multinazionali d’oltreoceano.

La tecnica si basa sugli stessi schemi comunicativi che prevedono la ripetizione ossessiva della parola handle come fosse un nome proprio necessario e insostituibile associato a una serie di frasi esperienziali fumose di cui non si deve spiegare il significato. Ecco il testo con cui Youtube si rivolge ai colonizzati:

“Ti scriviamo per comunicarti che nelle prossime settimane YouTube introdurrà gli handle, per permettere ai membri della community di trovare altri utenti ed entrare in contatto con loro più facilmente. Il tuo handle è univoco per il tuo canale e viene utilizzato per menzionarti nei commenti, nei post della scheda Community e non solo. Ecco ciò che devi sapere: Nel corso delle prossime settimane, implementeremo gradualmente la possibilità di scegliere un handle per tutti i canali. Riceverai un’altra email e una notifica in YouTube Studio quando potrai scegliere il tuo. Nella maggior parte dei casi, se hai già un URL personalizzato per il tuo canale, te lo assegneremo come handle. Se desideri un handle diverso da quello assegnato, potrai cambiarlo. Se al momento non hai un URL personalizzato, potrai comunque scegliere un handle per il tuo canale. A partire dal 14 novembre 2022, se non avrai ancora selezionato un handle per il tuo canale, YouTube te ne assegnerà automaticamente uno. Potrai cambiare l’handle assegnato in YouTube Studio, se lo desideri. Nel frattempo, scopri di più sugli handle e sul loro utilizzo: Cos’è un handle di YouTube? Un handle di YouTube è un nuovo modo con cui gli spettatori possono trovare il tuo canale e interagire con te. A differenza dei nomi dei canali, gli handle sono unici per ogni creator, così sarà più facile stabilire una presenza distinta su YouTube. Handle e URL del canale. Il tuo nuovo handle sarà incluso nell’URL del canale. Nella maggior parte dei casi, l’URL personalizzato diventerà il tuo handle. Puoi utilizzare il tuo handle per indirizzare gli utenti al tuo canale, anche quando non sono su YouTube. Ad esempio, se il tuo handle è @user123, l’URL del tuo canale sarà youtube.com/@user123.”

La parola handle è ripetuta 17 volte per educare al suo utilizzo, e solo alla fine si capisce che non si tratta altro che di un nome, solo che invece di spiegarlo e definirlo si rigira la frittata per fare passare un concetto semplicissimo con un “un nuovo modo con cui gli spettatori possono trovare il tuo canale”.

In inglese handle vuol dire tante cose, non è un tecnicismo specifico o intraducibile come Youtube vuole farci credere, è una parola generica che significa maniglia, e può essere usata in molti contesti per esempio con il significato più generico di appiglio, mentre nel linguaggio della rete si riferisce a un nome che è contemporaneamente un identificativo (in itanglese un user name) e un indirizzo (URL).

In questo tipo di comunicazioni di stampo colonialista in gioco c’è “il nome della cosa” per cui le multinazionali statunitensi si battono. Esportare la loro lingua insieme ai loro prodotti è un tutt’uno funzionale ai loro interessi. E così se un tempo c’era il Monopoli ora c’è il Monopoly, l’Uomo ragno è diventato Spiderman e Guerre stellari Star Wars, ma dietro la strategia dei marchi registrati che non devono essere tradotti nelle lingue locali – è lo stesso disegno per cui i titoli dei film hollywoodiani si esportano nella lingua originale – c’è la prosecuzione delle logiche coloniali che ormai saltano la fase degli eserciti e delle conquiste militari per muoversi direttamente alla conquista culturale. È la strategia che Winston Churchill spiegava in modo lucido nel 1943: “Il potere di dominare la lingua di un popolo offre guadagni di gran lunga superiori che non il togliergli province e territori o schiacciarlo con lo sfruttamento. Gli imperi del futuro sono quelli della mente” (Discorso agli studenti di Harvard, 6 settembre).
La strategia che importanti funzionari del governo statunitense esplicitano di voler perseguire senza troppi giri di parole:

“L’obiettivo centrale della politica estera nell’era dell’informazione deve essere, per gli Stati Uniti, il successo dei flussi dell’informazione mondiale, esercitando il suo dominio sulle onde come la Gran Bretagna, in altri tempi, lo ha esercitato sui mari. (…) Ne va dell’interesse economico e politico degli Stati Uniti vegliare affinché sia l’inglese a essere adottato quale lingua comune del mondo; affinché siano le norme americane a imporsi nel caso si dovessero emanare norme comuni in materia di telecomunicazioni, di sicurezza e di qualità; affinché, se le varie parti del mondo sono collegate fra loro attraverso la televisione, la radio e la musica, i programmi trasmessi siano americani: e affinché, a essere scelti come valori comuni, ci siano valori in in cui gli Americani si riconoscono.” (David Rothkop, ex funzionario dell’amministrazione Clinton, in “In Praise of Cultural Imperialism?” in Foreign Policy, n. 107, estate 1997).

Naturalmente la possibilità di colonizzare linguisticamente un Paese dipende anche dal suo grado di resistenza. L’Italia è una sorta di colonia culturale – ma a sua volta anche politica, dalle basi Nato e la politica estera dettata dagli Usa alle ingerenze storiche nella politica interna – che si controlla come si vuole. Ma in Paesi dalla ben diversa autonomia come la Francia o la Spagna, dove esiste una cultura terminologica che non accetta queste imposizioni, Youtube si rivolge con le parole autoctone, e la stessa comunicazione non introduce gli handle, bensì rispettivamente gli identificatori (Présentation des identifiants) e i nomi utente (Resumen de los nombres de usuario). È lo stesso fenomeno per cui Airbnb offre agli italiani di diventare host e non locatori, mentre ai francesi o agli spagnoli il programma si rivolge con le parole hôte e anfitrión e di esempi del genere se ne possono fare centinaia. In questo modo l’italiano si creolizza attraverso una lingua fatta di creator e non di creatori, di community e non di comunità e via dicendo.
Che fine fa il concetto di “prestito” utilizzato dai linguisti, in questi casi? Nessun “prestito”: non siamo noi a prendere in prestito una parola (che non ci manca affatto), è una multinazionale statunitense a imporcela, e noi servi e succubi, invece di ribellarci la accettiamo e ne andiamo fieri. Questo clima culturale tipicamente italiano in cui le multinazionali sguazzano e fanno quel che vogliono, ammaestrandoci con la loro terminologia, si basa su una rete di collaborazionisti (per riprendere le parole di Michel Serres) e di colonizzati, come si può comprendere attraverso i prossimi esempi.

Il reverse shopping e i collaborazionisti dell’inglese

Qualche giorno fa è apparsa una notizia curiosa ripresa da tutti i giornali con le stesse parole: in Belgio Decathlon ha capovolto la sua insegna per dare vita a un esperimento di permuta – come si potrebbe dire in italiano – che prevede che i clienti possano vendere al colosso francese gli indumenti usati. E come titolano i giornali? Con la geniale rivoluzione del “reverse shopping” spacciato come una novità (esattamente come gli handle) per il semplice fatto di usare un nome in inglese. Ma se si va sulla pagina di Decathlon nella versione belga-francese l’espressione “reverse shoppping” non esiste, lo stesso concetto è espresso in francese, e al massimo si può trovare l’espressione secondaria (e non la nuova categoria da sbattere nei titoloni dei giornali) di shopping à l’envers, in altri casi anche detta shopping eneversé. Visto che shopping in francese è radicato e in uso dalla metà dell’Ottocento l’anglicismo è usato ma affiancato da un’espressione in francese (lo shopping al contrario) e non con un “prestito sintattico” totalmente in inglese con inversione della naturale collocazione delle parole. Anche sui giornali spagnoli la notizia è data in spagnolo, e invece di reverse shopping si parla di strategie per dare nuova vita all’usato, di capi di seconda mano e di riciclo ecosostenibile.


Dunque sono solo i giornali italiani che ricorrono all’inglese per esprimere un concetto nato in Belgio con un’altra espressione, che però viene riportata immotivatamente in inglese, attraverso una pessima informazione che fa credere che il reverse shopping sia un internazionalismo e che si chiami ovunque così.
Dov’è il prestito? Ancora una volta non c’è. Il prestito è preso dall’inglese e sovrapposto a un’espressione francese diversa, e a un abbandono dell’italiano sistematico. È lo stesso meccanismo per cui Ursula von der Leyen parla di covid certifacate e i giornali italiani traducono con “green pass, perché ancora una volta gli esempi degli anglicismi e pseudoanglcismi diffusi dai collaborazionisti dell’inglese sono sterminati.
Il colonialismo – anche quello linguistico – ha infatti bisogno dei collaborazionisti interni che agevolano il disegno di esportazione. La storia del colonialismo segue sempre gli stessi schemi: conquistare i centri nevralgici come le università, i giornali, gli strati sociali alti, le città, per poi procedere all’espansione anche nelle fasce sociali più basse e nelle campagne.
I collaborazionisti sono coloro che diffondono la lingua dei conquistatori dall’interno, sono gli zelanti portatori della nuova cultura che giustificano e utilizzano, fanno a gara a chi usa più anglicismi, si vergognano dell’italiano che spesso ignorano e riscrivono attraverso la lingua e i concetti d’oltreoceano. In questo modo si arriva alla terza fase. La creazione di uno strato sociale di colonizzati sempre più ampio che perde la capacità di pensare in italiano e comincia non solo ad accettare la lingua dei colonizzatori, ma a preferirla.

Gli underdog e i colonizzati

Hanno fatto clamore le dichiarazioni del nuovo presidente del consiglio Giorgia Meloni (uso il maschile generico come piace a lei) che nel parlare alle Camere si è definita un’underdog (uso l’articolo al femminile).
Più precisamente le sue parole sono state: “Sono quello che gli inglesi definirebbero un’underdog” a cui è seguita una risatina e una imbarazzante spiegazione del nuovissimo concetto per il popolino: quello che in italiano si potrebbe definire “sfavorito”.


Cosa spinge un presidente del consiglio – firmataria di una legge per la tutela dell’italiano davanti all’abuso dell’inglese e per inserire in Costituzione che l’italiano è la nostra lingua – a pensare in inglese e poi a dover spiegare che underdog vuol dire sfavorito? Se invece di ricorrere a “quello che gli inglesi chiamerebbero” avesse usato l’espressione che utilizzano i francesi, gli spagnoli o i turchi… forse l’assurdità sarebbe più evidente. Ma dietro questo lapsus linguistico che esprime le cose in inglese invece che in italiano c’è tutta la mentalità dei colonizzati, che invece di pensare in italiano lo abbandonano e pensano nella lingua superiore. Quello che fino a poco tempo fa si sarebbe chiamato un outsider oggi è underdog ripreso dai collaborazionisti (i giornali), ma ad accomunare le due diverse scelte linguistiche c’è solo l’abbandono dell’italiano in favore dell’inglese.
Questo è l’atteggiamento dei colonizzati, che è il risultato della lingua dei collaborazionisti che a loro volta remano per agevolare il nuovo colonialismo linguistico e culturale della globalizzazione e dell’era di Internet. Ognuno fa la sua parte nell’anglicizzare la nostra lingua, e il cerchio si chiude.

PS

Intanto, mentre in Italia i collaborazionisti e i colonizzati diffondono l’inglese, nelle ex colonnie britanniche hanno capito il problema, stando a un articolo uscito su Internazionale di questa settiamana (un grazie a Elisabetta che me l’ha rigirato).

30 pensieri su “Colonialismo linguistico, collaborazionisti e colonizzati: handle, reverse shopping e underdog

  1. Lo strano è proprio “quello che gli inglesi definirebbero” che compare spesso. Ma chi se ne frega di come gli inglesi definirebbero qualcosa? Che nesso c’è con il contesto? Nessuno. Perché si deve sempre prendere a modello o a confronto la cultura inglese?
    Pensa che ho mandato un’email alla Meloni, appena nominata Primo ministro, proprio per chiedere la salvaguardia della lingua italiana.
    Ovviamente nessuno ha risposto.

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    • Io l’ho mandata al nuovo ministro della cultura, ma non so né se leggeranno né se l’abbia mandata all’indirizzo giusto. Fatto sta che in Italia il paradigma( in itanglese “benchmark”) sono gli Stati Uniti.

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    • Ho scritto anch’io. In Inghilterra invece (come farebbero gli inglesi), non solo come minimo arriva una risposta automatica di ringraziamento, ma poi il deputato spesso ti risponde per iscritto con lettera su carta intestata…! E i deputati si fanno anche vedere nel proprio collegio…

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  2. Quando a metà Ottobre ho letto degli handle, la prima cosa che mi è venuta in mente è stata:”Perché non tradurla con “identificativi” e poi ho pensato subito che ne avresti parlato sul tuo blog. Il punto è perché in Francia è “identificatori” mentre da noi ci piazzano direttamente l’anglismo ? Comunque perché non inviare una lettera al nuovo esecutivo o al ministro della cultura per tentare di far qualcosa ?

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    • Perché in Francia e in Spagna c’è una politica linguistica, delle accademie normative, e delle banche dati terminologihe che traducono. Da noi regna l’anarchismo linguistico spacciato per liberalismo e l’apoteosi dell’uso (uso che in altri contesti non ci si fa problemi a voler cambiare se si parla di politicamente corretto, linguaggio inclusivo, femminilizzazione delle cariche ecc.).

      Al nuovo esecutivo presto manderemo le oltre 2.100 firme a sostegno della nostra petzione di legge.

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  3. Ho continuato a leggerla con interesse dopo il mio primo commento senza mai però intervenire.
    Non so dove prenda l’energia ogni volta per questi articoli ma ha tutto il mio rispetto. Io non l’avrei fatto, non per l’energia ma per gli obiettivi da raggiungere che mi sarei posto. Pecco di pragmatismo.
    Sino ad oggi quando, a mio avviso, si è posto la domanda giusta, <>.
    Non è, la mia, arroganza intellettuale, lungi da me, ma è una malattia congenita, cioè quella di chiedersi il perché delle cose.
    Chiaramente il problema del <> è ben più complesso di quello che dipingo ma credo ci siano diverse ragioni alla base di questo fenomeno italico: una tecnica, l’altra culturale, e infine quella di dominazione.
    La prima, la tecnica, è semplice. Molto spesso non è possibile tradurre una parola straniera con un’altra parola in italiano di significato simile. In questi casi occorrerebbero diverse parole italiane per rendere l’idea. Questo avviene per tutte le lingue a partire dalle quali si traduce. E qui entra in gioco l’economia nell’uso dei termini, che in parte è associato alle altre due ragioni su citate. Invece di spendere tante parole per rendere il concetto, ne uso solo una, il termine straniero.
    La seconda, la culturale, è altrettanto semplice. L’italiano medio, per quella che è la mia esperienza,
    è afflitto da un certo senso di inferiorità, anche questa legata alle ragioni su citate. Deve dimostrare sempre di saperne di più. Quale migliore contesto che l’uso di un parola in inglese (non straniera si badi bene) in un discorso per dimostrare che lo si ha più lungo. Resta all’altro l’onere di conoscerne il significato. Intanto l’ha buttata lì.
    La terza, la più interessante, è quella della dominazione. Attenzione, non intendo dominazione linguistica, che è solo una parte del gioco, ma dominazione in senso di controllo della masse popolari.
    Mi spiego meglio. Se avessi molti soldi e facessi parte dell’élite economica di un paese, faremmo di tutto per mantenere questa posizione. Vuole mettere tutte le agevolazioni che ho per via di questo status! (salute, vita ecc.) Perché mai dovremmo rischiare che la torta debba essere divisa in maggiori spicchi o ancora peggio dovessi perdere questo status? E come posso risolverla? Semplice, devo avere un gregge di pecoroni piuttosto che un popolo pensante. Un gregge di pecoroni, essendo mediamente ignoranti, sono facilmente governabili, gestibili, un popolo pensate invece è un pericolo. Infatti una delle prime cose da fare era quella di distruggere il luogo dove si formano i cittadini, la squola (volutamente). La squola è stata ridotta a un passatempo. Purtroppo è ancora obbligatoria. Non c’è più disciplina: è sotto l’occhio di tutti come gli insegnanti, e la scuola, vengono trattati dai futuri pecoroni (che poi ci sarebbe da dire anche riguardo gli insegnanti e vabbè) , non c’è più formazione, vedasi a riguardo i vari appelli dei professori sulle conoscenze delle matricole. ecc. ecc..
    Un volta formato un gregge di pecoroni il difficile è alle spalle e il gioco è fatto. Chiaramente ha richiesto diverse generazioni, non lo si può pensare di ottenerlo in una trentina d’anni.
    L’altro aspetto del gioco è quello economico. Se tieni un popolo in difficoltà economiche agevoli ancora di più il processo di farli diventare un gregge di pecoroni, ma clientelari.

    A questo punto, solitamente, ci si chiede o ci si sente chiedere <>.
    Credo la domanda si mal posta. Non ho ricette, io singolo, per un problema ad un fenomo che invece è caratteristico di una società. Una società, come tutti i sistemi complessi, riesce ad attutire i colpi fino a quando non raggiunge un punto critico. Se fossi parte dell’élite mi guarderei bene dal far raggiungere quel punto.
    Fortunatamente, io, sono già morto intellettualmente e come cittadino.

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    • Grazie. Certo, il problema è molto complesso, credo però che l’economicità dell’inglese soprattutto tecnologico sia un alibi più che una causa, topo è più corto di mouse, per esempio. Per anni, lo strumento per scrivere era la “macchina da scrivere”, prima del computer. Era lungo? Nessuno ha mai sentito la necessità di accorciarlo. La verità è che all’estero ci sono banche dati terminologiche serie che traducono e coniano parole. In Islanda esiste persino la figura del neologista, e il problema dell’italiano è che non sa più né adattare né coniare parole sue, visto che le importa dall’inglese e basta. E soprattutto non abbiamo enti di riferimento che fissino queste cose, al contrario di ciò che avviene in Francia o in Spagna. Senza punti di riferimento veniamo schiacciati da una lingua dominante e dalla neolingua che diffondono i mezzi di informazione, che un tempo hanno unificato l’italiano e ora stanno educando all’itanglese. E dalle questioni tecniche si passa così a quelle culturali, politiche, ma anche storiche, visto che da noi pesa l’eredità della politica linguistica del fascismo. Non abbiamo una politica linguistica, se non paradossalmente una serie di provvedimenti che tutelano l’inglese e investono sull’insegnamento di questa lingua con discutibili modelli mutuati nel mando anglofilo. Concordo sullo smantellamento della scuola in atto da decenni, che rientra in una più ampia americanizzazione sociale che punta allo smantellamento della sanità, dei diritti sul lavoro, dei partiti politici in nome della personalizzazione della politica… seguendo un modello che ancora una volta importiamo dagli Usa. Se le generazioni degli anni ’50 e ’60 erano legate a un mito dell’America fatto dall’onda lunga del piano Marshall e della sua propaganda in Italia fortissima, e anche dall’immagine cinematografica di un’America convenzionale e desiderabile che si vedeva nei film… l’americanizzazione della tv, negli anni ’80, ha ampliato enormemente il potere morbido e formativo di questi prodotti. Con Internet e la globalizzazione questi aspetti sono diventati ancora più pervasivi, e ormai le generazioni si formano in un mondo virtuale pensato negli Usa, che veicola i loro valori e anche la loro lingua. Questo è ciò che nutre e forma le generazioni da decenni, al punto che le nuove, che chiamo i “nativi halloweeniani”, crescono in questo ambiente virtuale e non più nella territorialità italiana, dunque imitano ciò che vedono nelle serie tv, nei video, nei giochi, nei film… le feste di laurea si celebrano con l’alloro in testa che ai miei tempi si vedeva solo nei film, la lingua è fatta di anglicismi perché questa generazione è plasmata da una monocultura che segue le leggi del mercato. Non c’è alcuna resistenza, che oggi è di moda chiamare non a caso resilienza, davanti a questo processo. Le critiche al consumismo, al capitalismo, all’imperialismo culturale appartengono al passato, e siamo nell’epoca dell’accettazione acritica, come gli Etruschi che sono stati inglobati dalla romanità fino a scomparire, forse contenti.
      La mia “energia” nasce dal volere raccontare queste cose che non trovano spazio nella cultura dominante. E dal volere porre una questione che non si ha il coraggio di porre. È una battaglia culturale, più che una battaglia poco pragmatica contro i mulini a vento e i modelli globali inarrestabili.

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      • Grazie, concordo con lei.

        Qualche correzione: le mie parole tra le angolari sono state rimosse da qualche automatismo. Le riscrivo qui in ordine di apparizione:
        1. “..si è posto la domanda giusta, _perché_”
        2. “…il problema del _italinglese_”
        3. “…ci si sente chiedere _come si risolve?_.”
        In alcuni casi ho usato paroloni poco civili. Non era ed è mia intenzione offendere nessuno e se qualcuno si è offeso chiedo scusa. Il mio era solo un modo pittoresco per dare enfasi/risalto ai concetti.

        Ritornando al nostro discorso. Io affiderei all’Accademia della Crusca la responsabilità ufficiale nel coniare nuovi neologismi. Mi sembra il lugo adatto.

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          • Antonio, aggiungo solo una piccola correzione nel tuo discorso : i laureati statunitensi che si vedevano nei film indossano in realtà un berretto nero da diplomato, con la nappa pendente e il mantello anch’esso, mentre invece la corona di alloro appartiene già alla nostra cultura (anche se ultimamente ci stiamo mettendo pure a scimmiottare assurdamente berretto e mantello alla statunitense).

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            • Non mi risulta che l’alloro sia una tradizione nostra, a pate le origini classiche simboliche. Se ti vedi un film come Festa di laurea di Pupi Avati non ce n’è traccia, e non esisteva ai miei tempi, credo sia stata introdotta con la laurea breve. Mi pare he sia in voga anche negli Usa, accanto al cappello tipico, poi potrei sbagliarmi…

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  4. Rispondo in merito al messaggio di Youtube: quando ho letto il termine “handle” non mi sono neanche posto il problema di tradurlo, ho semplicemente cestinato tutto.
    Sarebbe servito a qualcosa se oltre me l’avessero fatto tanti altri?
    Ho letto l’articolo completo e sono d’accordo in tutto.
    Non se ne può più…ogni giorno ne spunta uno nuovo e in un attimo è sulla bocca di tutti.

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    • Il problema è proprio che ogni giorno ne spunta uno nuovo da 30 anni, e così ‘sti anglcismi si accumulano e stanno cambiando il volto dell’italiano che regredisce in sempre più ambiti e non possede più le proprie parole per esprimere il nuovo e il contemporaneo; diventa come un albero morto, che sta in piedi, ma non riesce più a germogliare perché le nuove foglie sono dei trapianti transgenici. Anche se tutti cestinassero, e anche se tutti protestassero presso Youtube (ma quel che accadrà è che tutti i tubisti che si chiamano youtuber e creator ripeteranno handle fino a che non diventerà insostituibile) si arginerebbe una parola, ma non la logica colonialista di questi colossi che ci invadono con i follower invece di seguaci e poi widget, snippet, download e via dicendo.

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  5. Due argomenti sono in codesta sede ricorrenti: la penetrazione dell’inglese nella lingua italiana, e, meno spesso, della lingua inglese nell’area linguistica italiana (uso volutamente quest’ultima l’espressione che parrebbe imutilmente complessa, in luogo di dire “in Italia”, benché geograficamente la due cose in gran parte si sovrappongano — o diremo “overlappino”? —, per escludere qualsiasi interpretazione nazionalistica del mio discorso). I due fenomeni vanno certamente ritenuti distinti, e il primo mi pare molto più avanzato del secondo (dopo tutto nelle strade e nei negozi si parla ancora normalmente in italiano, almeno qui a Brescia e provincia), tuttavia rimandano a cause comuni ed è abbastanza frequente che il processo che conduce al declino d’una lingua di fronte ad un idioma concorrente sia accompagnato da massici prestiti del secondo nel primo.

    Fino a che punto porterà l’interferenza dell’inglese nell’italiano è difficile prevederlo, però credo che rispetto agli esempi “classici” di linguaggi misti, come il suržyk (ucraino X russo), la trasjanka (biancorusso X russo), la dravie (piccardo X francese) e la jopará (guaraní X castigliano)— tutte denominazioni metaforiche che rimandano ad una mistura di foraggi, o l’ultimo, di cibi umani) —, sorti in genere “dal basso”, da noi ci si trova di fronte ad un processo che almeno in parte viene dall’alto, e la neolingua mista è appunto il modello che viene proposto in luogo della lingua “classica”, mentre questa negli esempi citati continua, in varia misura, ad esser coltivata (salvo il piccardo, che non ha mai avuto un uso ufficiale, né una forma standardizzata): quindi là si tratta d’un fenomeno che si produce in uno spazio intermedio tra due “poli” che continuano però a sussistere, mentre da noi è proprio la nuova realtà intermedia che assume la funzione del nuovo “polo” facendo cader in oblio quello originario.
    Qualcuno potrebbe dire: e che male c’è in tutto questo? E’ evoluzione creatrice, come da sempre la storia (e verosimilmente la preistoria) linguistica del genere umano. Epperò occorre considerare due elementi che impongono, a mio avviso, un giudizio meno lusinghiero:
    1) il primo è che la modificazione troppo veloce d’una lingua rischia di creare barriere di comunuicazione tra le generazioni e di rendere presto non fruibili le produzioni linguistiche del passato (mentre noi italiani ci vantiamo di poter ancor leggere Dante senza bisogno di traduzione, se non di qualche nota a pie’ pagina, mentre i testi dei Minnesänger tedeschi sono incomprensibili per chi non abbia fatto studi filologici) — quest’ultima considerazione vale a mio avviso anche di fronte ad asterischi, sceuà ed altre proposte innovazioni radicali della struttura morfosintattica oltreché ortografica —;
    2) il secondo è che tale modificazione sotto l’influsso d’un altro idiome, come dicevo, pur essendo cosa ben distinta dall’abbandono della lingua materna, è ben spesso la spia d’un diffuso senso d’inferiorità linguistica che facilmente porta al graduale (e quindi meno percepito nella sua radicalità) abbandono dell’idioma sentito come inferiore.

    E qui tocchiamo il secondo problema, la presenza invasiva dell’inglese nella comunicazione tra italofoni. Il bilinguismo delle scritte su edifici e servizi pubblici, un tempo appannaggio del Sud-Tirolo, oggi sembra divenir generale, salvo che la lingua che affianca l’italiano non è la lingua storica del territorio, come là il tedesco o il ladino, ma l’inglese che è verosimilmente lingua materna solo d’una piccola minoranza della popolazione (purtroppo nel nostro Paese non si tengono censimenti linguistici, ma tutto fa pensare, data la proveienza dei flussi migratori, che lingue come il romeno, l’albanese, l’arabo, lo spagnolo o il cinese siano più rappresentate nella popolazione residente rispetto all’inglese, eppure la loro visibilità è di gran lunga minore): ciò veicola un messaggio del tipo: “usare l’inglese è altrettanto normale che usare l’italiano”.
    Anche qui qualcuno potrebbe obiettare: e che ci sarebbe di male? Non sarebbe anzi auspicabile che tutti fossimo attivi bilingui quotidiani, che vivessimo ogni giorno ore d’anglofonia immersiva, diciamo che le nostre produzioni linguistiche fossero, tendenzialmente, per il 50% in italiano e il 50% in inglese? E’ un argomento molto forte, sia per l’evidente utilità pratica che ne deriverebbe da un possesso non meramente scolastico o passivo della lingua (de facto, non [ancora] de iure) mondiale, nonché per i vantiaggi d’ordine cognitivo e persino sulla salute mentale che gli studi neurologici sui soggetti bilingui vanno vieppiù evidenziando.
    Tuttavia credo che quest’argomento a favore del bilinguismo generalizzato italiano-inglese (o itanglese-inglese) presenti due punti deboli.
    Il primo è che la corsa che s’ingenererebbe al parlare inglese anche da parte di soggetti che ne hanno una padronanza solo parziale, in assenza d’un consistente nocciolo duro di parlanti di madrelingua che possano fare da modello, produrrebbe — specularmente all’itanglese, ma stavolta “dal basso” — una maccaroni English che, in buona fede, verrebbe trasmesso ai figli nella convinzione ch’esso sia buon inglese e che quindi ci renderebbe sì bilingui, ma con una varietà d’inglese che all’estero verrenne assai poco considerata, riducendo con ciò i vantaggi concorrenziali che ci se n’attenderebbe.
    Il secondo è che credo necessario interrogarsi sulla sostenibilità del biliguismo “al 50%” italiano-inglese. Benché il luogo comune della sociolinguistica tradizionale, secondo cui, a differenza della coesistenza, ritenuta stabile, di due lingue in ruoli differenti (diglossia), la compresenza presso una medesima popolazione di due lingue di cultura non potrebbe che essere una breve fase di passaggio da un monolinguismo all’altro, sia a mio avviso un’idea un po’ datata (essa rimanda a temperie in cui politiche linguistiche volte a promuovere senza secondi fini assimilatòri il bilinguismo d’uno Stato o d’un territorio erano ancora di là da venire), tuttavia l’esperienza di quelle realtà geografiche, come il Canadà, il Galles o la Catalogna, dove da decenni sono in atto politiche linguistiche a largo raggio per stabilizzare il bilinguismo, ha dato risultati, che per quanto nient’affatto da sottovalutare, rimangono inferiori alle attese, e che non permettono ancora di sciogliere la prognosi sulla sopravvivenza a lungo termine delle lingue percepite come più deboli. Proviamo un momento ad immaginare uno scenario in cui il modello di bilinguismo “lingua nazionale + inglese” vigesse in tutto il mondo (non originariametne anglofono): rispetto ad una lingua parlata dal 100% dell’umanità, l’italiano sarebbe di fronte ad essa in rapporto (in termini di numero di parlanti) di meno di 1 : 100, su per giù come il friulano rispetto all’italiano, con la differenza che il fatto dell’universalità d’una lingua (e conseguente superfluità comunicativa di qualsiasi altra) attribuirebbe all’inglese rispetto all’italiano probabilmente un divario di prestigio anche superiore di quello esistente tra quest’ultimo e il friulano. La spinta verso il passaggio progressivo all’uso del solo inglese sarebbe fortissima — e addio ai benefici neurolinguistici del bilinguismo, oltre al danno culturale — e contrastarla sostenendo la lingua italiana e la sua immagine richiederebbe costi economici non proporizionati alle probabilità di successo. Ora i popoli storicamente d’altro idioma che hanno già come lingua-tetto l’inglese, come appunto i Gallesi e i Canadesi francofoni, non hanno alternativa al bilinguismo lingua propria + inglese, ma quelli che hanno una lingua attualmente dominante diversa dall’inglese dovrebbero evitare di precarizzarla spalancando il portone a quest’ultima.
    Arrivo quindi alla mia provocazione finale: visto che il bilinguismo vissuto, immersivo, quiotidiano, è un bene auspicabile, ma quello con l’inglese appare problematico, perché non promuovere un bilinguismo individuale, con una lingua “d’adozione” scelta liberamente, o anche un bilinguismo del territorio, basato sull’italiano e su una lingua locale (dialetto / lingua di minoranza storica, dove c’è) ovvero d’una lingua migrante fortemente presente in loco? Naturalmente non sostengo con questo che non si debba studiare l’inglese a scuola, bensì ch’esso dovrebbe rimanere una lingua straniera, una lingua “del fare” là dove davvero necessaria, ma non una lingua “dell’essere”.

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    • Il colonialismo linguistico che è implicito nel disegno di rendere l’inglese la lingua di comunicazione mondiale è un disegno coloniale proprio perché vuole imporre a tutti impone una lingua che non è presente sul territorio. L’inglese non è affatto parlato da tutta l’umanità, come si vuole fare credere, ma da una minoranza. Statistiche alla mano, solo una minoranza del mondo e anche degli europei lo parla e comprende. E anche se vene presentato come la ricostruzione della torre di Babele che risolve i problemi di comunicazione internazionale, non lo è affatto visto che è la lingua madre dei Paesi anglofoni che non mediamente non studiano altre lingue (preferiscono che il mondo parli la loro!) e non hanno questi costi esorbitanti, oltre a godere dei vantaggi economici, culturali e comunicativi che derivano dall’imposizione della propria lingua. Dunque mentre i governi europei e di mezzo mondo spendono incalcolabili cifre per insegnare l’inglese negli Stati Uniti e nel Regno unito lo studio si altre lingue ha la stessa valenza di imparare a suonare il pianoforte.
      E questo è il primo punto da gridare forte a chi si chiede dove stia il problema (il colonizzato compiaciuto). Il secondo punto è che il progetto dell’inglese globale è imposto senza alcun atto legislativo e senza il parere dei cittadini. L’Europa sta passando alla comunicazione in inglese in modo surrettizio proprio mentre il Regno Unito è uscito dalla Ue, alla faccia dei principi della carta europea basati sul plurilinguismo. In Italia una volta era una scelta e oggi è un obbligo: a scuola (dove persino la lingua di insegnamento nelle università è messa in discussione), nei requisiti per l’assunzione nella pubblica amministrazione, nella presentazione dei progetti di ricerca (Fin e Prin) dove l’italiano è stato escluso (!), e nel programma di Fratelli d’Italia c’è il progetto di creare future generazioni perfettamente bilingui a base inglese (ed ecco i collaborazionisti).
      Questo modello politico è uno schiaffo al plurilinguismo inteso come valore, è una imposizione del monolingismo a base inglese. Ma questo inglese internazionale entra in conflitto con le lingue locali e crea una moderna diglossia neomedievale dove l’inglese è la lingua alta e colta e le lingue locali sono quelle del popolo, il che discrimina e crea barriere sociali.
      Il globalese, la lingua della globalizzazione spacciata come un processo di de-territorializzazione, non è affatto “neutrale” coincide con l’americanizzazione, e cioè la lingua territoriale dei suoi protagonisti. Se un tempo la conquista dei territori si faceva con gli eserciti e con le colonie, oggi la sia fa con altri mezzi: con la costruzione di un mondo virtuale e parallelo che è quello di cinema, tv, internet, pubblicità, intrattenimento, cultura… È questo il nuovo mondo in cui siamo immersi e che ci forma, e questo mondo parla inglese.
      Tutto ciò ha delle ripercussioni fortissime sulle lingue locali che sono travolte da uno tsunami anglicus che ha effetti diversi dalle creolizzazioni storiche avvenute in territori bilingui. L’interferenza dell’inglese nell’italiano non è paragonabile a quella che ha avuto il francese o lo spagnolo, e non solo per il numero di “prestiti”, ma anche perché al contrario di altre interferenze sta producendo una quantità enorme di parole ibride, di inversioni sintattiche e stanno comparendo anche le prime enunciazioni mistilingue. Tutto ciò non si può leggere come una “normale” evoluzione della lingua, perché gli anglicismi violano il suono e la grammatica dell’italiano storico, e dunque lo snaturano e trasformano in qualcosa d’altro che spezza l’unità linguistica che fa sì che ancora oggi comprendiamo Dante e segna una rottura e un passaggio verso una lingua ibrida con suoni e regole differenti da quelle storiche. Anche questo bisogna gridarlo forte.

      Se il bilinguismo è auspicabile, la seconda lingua non è necessariamente l’inglese. Che si promuova il plurilinguismo e che ognuno studi quello che preferisce, il tedesco, il francese, lo spagnolo… queste lingue non sono di serie B e non vanno discriminate. Il bilinguismo a base inglese diventa monolinguismo per tutti. Ma il problema della comunicazione sovranazionale si può risolvere con l’adozione di altri modelli, e il progetto dell’esperanto (pacifico, neutrale, semplice, equo) risolverebbe il problema con grande risparmio di tempo e denaro per tutti (tranne che per gli anglofoni e gli anglomani che infatti lo osteggiano). Questa può essere la lingua del fare. Basterebbe introdurlo nelle scuole per risolvere il problema nell’arco di un paio di generazioni. Quanto alla lingua dell’essere e della territorialità sarebbe auspicabile coltivare e incentivare anche i dialetti e le lingue minori, ma questa è un’altra faccenda rispetto al globalese internazionale.

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      • Aggiungo che il bilinguismo perfetto (ammesso che esista da qualche parte nel mondo), ha senso solo dove la lingua dello stato è una e quella nativa della popolazione è un’altra (es. Alto Adige) oppure Finlandia (dove la gerarchia si adatta localmente a seconda della maggioranza che vive in un luogo, ossia trovi scritte in finlandese-svedese, svedese-finlandese o…. solo in finlandese). Quello che sta succedendo in Italia è invece appunto la creolizzazione, perché si perde l’italiano, ma non si acquista la padronanza dell’inglese, soprattutto della pronuncia. Quando sento una pubblicità (delle tante) che dice “craftEd in giapen” mi cadono proprio le braccia: intanto è difficile capire cosa vuol dire “crafted” (che dovrebbe essere “fatta artigianalmente”) e poi si fa passare una pronuncia sbagliata, ossia un inglese che non ti servirà a niente.
        Nel mio comune di origine, i bidoni della differenziata una volta avevano le etichette solo in italiano, ora non basta l’icona ma “serve” anche l’inglese, come se un ipotetico straniero non capisse. Allora sarebbe più utile la seconda scritta in romeno e/o altre lingue minoritarie, come si vede per es. in Inghilterra dal medico o su certi opuscoli informativi.
        Un’ultima cosa sul Galles: per quanto ne so, i parlanti nativi sono un’esigua minoranza, tuttavia l’amministrazione gallese ha fatto degli sforzi davvero “sproporzionati” (per riprendere il concetto) pur di mantenere viva una lingua che si sarebbe estinta. Ora anche la Bbc ha una stazione radio in galles e pure vicino a casa mia (periferia ovest di Londra) c’è una piccola scuola in gallese. Una cosa analoga si è fatta in Scozia e probabilmente (non ci sono mai stato) in Irlanda del Nord.

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        • Una volta sui treni le scritte come “non gettare oggetti dal finestrino” erano in 4 lingue (italiano, francese, inglese e tedesco) oggi la comunicazione bilingue a base inglese è ovunque: treni, aerei aereoporti, metropolitana milanese… e questa è una educazione all’inglese da collabrazionisti: tutti devono parlare l’inglese, il globalese, lo si dà per scontato e allo stesso tempo si educa a queta monocultura che si vuole realizzare, ma non è affatto realizzata, ed esclude le fasce sociali più deboli, italiane e straniere. Gli pseudoanglicismi e l’itanglese creolo nascono anche dal fatto che l’inglese non è così conosciuto, e quello che si verifica è un passaggio e una preferenza per il suono inglese (l’english sound al posto dell’italiano) anche se non è affatto inglese. L’auanagana di Alberto Sordi-Nando Mericoni che si fa strada tra gli anglicismi veri, effetti collaterali del globish, e i goffi mischioni di chi se lo reinventa come può.

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      • Se per caso la frase “non è parlato da tutta l’umanità” fosse una critica a dove ho scritto “rispetto ad una lingua parlata dal 100% dell’umanità” sarei stato frainteso. Con quel 100% indicavo lo scenario futuribile che s’attuerebbe nel caso che tutte le nazioni adottassero il modello inglese + lingua nazionale. E’ chiaro che al momento attuale gli anglofoni in senso stretto (di madrelingua), per quanto manchino statistiche davvero attendibili, non sono probabilmente neppure la maggioranza relativa nel genere umano, essendo preceduti verosimilmemnte dai locutori di mandarino e di hindi/urdu (tuttavia per entrambi questi due gruppi linguistici è ancor più difficile stabilire il numero di parlanti, giacché in gran parte si ha a che fare con locutori di varietà non-standard, delle quali è difficile dire quali siano sussumibili nella nozione appunto di “mandarino” e di “hindi/urdu” e quali vadano considerate lingue diverse).

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        • Più che fraintendere ci tenevo a smontare i luoghi comuni falsi messi in giro dagli anglomani. Riporto di seguito qualche statistica seria.

          I madrelingua inglesi si collocano al terzo posto nella classifica delle lingue più parlate nel mondo (circa 370 milioni di persone), dopo il cinese mandarino che include il cinese standard moderno (oltre 900 milioni) e lo spagnolo (più di 470 milioni). L’inglese diventa invece la lingua più conosciuta se si includono nei conteggi chi l’ha appresa come lingua straniera. Secondo le stime 2021 di Ethnologue si tratterebbe complessivamente di 1,3 miliardi di persone, contro 1,1 miliardi che conoscono il cinese, i 600 milioni dell’hindi e gli oltre 540 milioni dello spagnolo. Visto che il numero degli abitanti della Terra non raggiunge gli 8 miliardi, la percentuale di chi conosce l’inglese rappresenta una minoranza che si colloca ben al di sotto del 20% della popolazione mondiale. Ma il fatto che l’inglese sia la lingua più studiata non non significa che tutti la padroneggino: dai dati di Eurobarometro risulta che solo il 15% degli europei dichiara di saperlo fare, mentre il 38% dichiara di conoscerla abbastanza per sostenere una conversazione, e solo il 25% è in grado di comprendere le notizie di giornali e tv. Anche nel nostro continente, dunque, l’inglese è conosciuto da una minoranza della popolazione, e questa conoscenza è distribuita in modo squilibrato, perché tocca punte dall’86% al 90% degli olandesi, danesi e svedesi, ma solo dal 20% al 33% di spagnoli, ungheresi, bulgari, rumeni, polacchi e italiani.

          Se allo spagnolo (oltre 540 milioni di parlanti di cui 470 nativi) si sommano i 260 milioni di parlanti del portoghese, visto che l’affinità e l’intelligibilità delle due lingue è fortissima, si superano gli 800 milioni di parlanti, il che ne fa qualcosa dall’estensione che si avvicina molto a quella dell’anglosfera. Lo spagnolo è inoltre in forte crescita, rappresenta la seconda lingua negli stessi Stati Uniti, con quasi 50 milioni di parlanti, e se questa espansione continuerà con questi ritmi, nel 2050 rappresenterà un quarto della popolazione degli Usa.

          Viste le dimensioni del mondo ispanico, e soprattutto l’alta affinità con l’italiano, forse ci converrebbe legarci maggiormente a questa lingua che non all’inglese in certi settori internazionali come quello scientifico, come auspica la scienziata Maria Luisa Villa, preoccupata dal fatto che l’uso dell’inglese nella scienza, dalle pubblicazioni alle università, sta facendo regredire l’italiano e che nel giro di qualche lustro potrebbe essere abbandonato in questi ambiti e diventare una lingua inadatta a trasmettere il sapere scientifico.

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  6. Confermo, fino agli anni Novanta le targhette di plastica plurilingue c’erano anche sui treni della Ferrovia Centrale Umbra, poi staccate (!) insieme ai “vietato fumare” forse perché tanto i vagoni per fumatori erano stati aboliti…. (ma bastava apporre una striscia rossa sulle sigarette….!).

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  7. Vorrei segnalare che il deputato Rampelli ha pubblicato un post in cui si rimproverava l’uso di “dispenser” nei testi istituzionali, usando il termine “dispensatore”. La corretta traduzione sarebbe “erogatore” o “dosatore”. Le reazioni paiono svariate, come al solito c’è chi inneggia al fascismo o chi contesta solo perché non d’accordo col suo orientamento politico, altri che paiono indifferenti e altri che fanno notare l’incoerenza tra l’affermare tale cosa e il denominare un ministero in inglese. Come al solito quello che svilisce è la solita associazione della tutela dell’Italiano al fascismo. Ne ho approfittato per ricordare loro di promuovere una legge a tutela della lingua su modello di Francia e Spagna, anche se molta gente mi ha contestato dicendo che non fosse la priorità o che fossi fascista. Posto che ad ora ci siano problematiche più importanti, sarebbe opportuno far leva su quei parlamentari sensibili alla causa, facendo notare loro che anche in altre nazioni si attuano politiche linguistiche e che sia un paradosso tutto italiano.

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    • Davanti alla moltiplicazione degli anglicismi e al diffondersi dell’itanglese il punto è semmai quello di organizzare la Resistenza, più che rispolverare l’epoca fascista a sproposito, sia perché il problema non è di principio contro i barabrismi (ma contro la creolizzazione che deriva dal solo inglese) sia perché appunto basta guardare cosa fanno oggi Francia, Spagna, Islanda, Svizzera… non ciò che noi abbiamo fatto durante il ventennio, che nessuno vuole replicare.
      In questi giorni ho delle riunioni su questo tema con vari personaggi sensibili al tema, e dopo aver concordato un piano comune — si spera — procederò all’invio in Palramento delle quasi 2.200 fire raccolte a favore della petizione di legge presentata l’anno scorso alla Camera e al Senato.

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