Le miopi categorie del “prestito” davanti al fenomeno dell’itanglese

Fuori dai circa 4.000 lemmi inglesi registrati nei dizionari, si estende una nuvola di anglicismi di un ordine di grandezza superiore. Sono parole, espressioni e reinvenzioni inglesi o a base inglese che sfuggono a ogni possibilità di classificazione. Non sono proprio occasionalismi che ricorrono sporadicamente, ma non sono nemmeno parole che si possono annoverare in un dizionario. Questa enorme zona grigia appartiene a un riversamento dell’inglese che ha rotto gli argini e si riversa in enunciazioni mistilingue che hanno a che fare con l’abbandono dell’italiano e con il passaggio ai suoni inglesi. Queste parole sono in aumento vertiginoso e ognuna diventa sempre più frequente, nel suo settore.

Sto ricevendo innumerevoli segnalazioni di questo tipo da inserire sul dizionario delle alternative AAA, ma posso accogliere solo quelle che hanno una certa stabilità e frequenza. Perché se dovessi registrare tutte le parole di bassa frequenza e di uso limitato, gli anglicismi diventerebbero 40.000 invece di 4.000.

Per fare un esempio, basta pensare all’ambito della moda e prendere in considerazione un articolo generalista del Corriere.it come quello in figura. Il numero dei “prestiti” utilizzati supera di gran lunga quello di ogni ragionevole buon senso, e mostra molto bene in che cosa si sta trasformando l’italiano.
Se le parole evidenziate in rosso si possono ancora classificare, conteggiare e inserire nel dizionario con le loro spiegazioni e alternative, non è sempre così.

Hospitality e faculty

Sergio mi segnala che, in un’intervista, il direttore di un albergo in Toscana ha dichiarato che la sua “mission è l’hospitality”, e si chiede se sia il caso di registrare “hospitality” su AAA.

In questo momento non me la sento di aggiungerla, e mi limito a tenerla d’occhio, perché temo sia solo questione di tempo.
Quello che sta avvenendo è che in ambito lavorativo, dove l’itanglese è la lingua che il settore richiede e allo stesso tempo impone, il concetto di “ospitalità” comincia a essere espresso in inglese, anche se nel parlare comune si continua a dire “ospitalità”, perché l’hospitality e le sue norme, anzi best practice, si può trovare teorizzata nei manuali del settore turistico che ripetono a pappagallo le prassi dei resort d’oltreoceano con i concetti formulati nella propria lingua in una sorta di diglossia che vede l’inglese occupare la parte alta e prestigiosa della sfera lessicale, mentre l’italiano è lingua parlata del volgo, come nel Medioevo. Le conseguenze di queste prassi portano a esprimere in inglese i concetti generali, come se il concetto di hospitality fosse qualcosa di superiore e tecnico.

La frequenza di hospitality, perciò, sta salendo, anche se è ristretta all’ambito degli addetti ai lavori. Potrebbe però succedere presto, e forse sta già accadendo, che esca dal vezzo di usarla come scelta sociolinguistica individuale di chi la sciolina per distinguersi ed elevarsi per diventare un fatto collettivo e diffondersi con la stessa frequenza di “mission” e “vision” che appaiono ormai istituzionalizzate in ogni sito aziendale, ma hanno avuto la stessa origine. Quando accade questo passaggio, l’anglicismo comincia a differenziarsi dall’italiano, e a ricavarsi una sua specificità, e così spuntano i soliti idioti pronti a spiegarci che gli anglicismi “non sono proprio” come gli equivalenti italiani, perché evocano un “non so che” in più.

Un esempio simile a quello di hospitality l’ho visto in un’accademia dove mi capita di tenere i miei corsi. Un bel giorno hanno pensato bene di abbandonare la parola “facoltà” e di passare a “faculty” che evidentemente suona loro più moderna e internazionale, anche se a me pare solo cafona e ridicola, visto che la platea è composta da italiani, e non si capisce il senso di parlare tra noi con un lessico inglese o pseudoinglese. In ogni caso l’hanno inserita nel sito dove gli studenti possono consultare la sezione “la mia faculty”, e la utilizzano persino nella comunicazione interna dove mi invitano a partecipare alle riunioni di faculty, rimanendo sorpresi e spiazzati davanti alle mie rimostranze come fossero le fisime di un pazzo.

Questi aneddoti mostrano bene che, dietro al ricorso ai singoli anglicismi, siamo in presenza di un più generale abbandono dell’italiano che esce dalle singole parole prese a una a una. E quando leggo le analisi dei linguisti che credono di poter spiegare l’interferenza dell’inglese con le categorie del “prestito”, magari di “lusso” e di “necessità”, mi viene da piangere. Questi studiosi non hanno capito nulla di ciò che sta accadendo e non hanno gli strumenti per interpretare il fenomeno dell’itanglese, che spesso sottovalutano o negano.
Basta fare qualche esempio per comprendere come stanno le cose.

Tractor day, Sicily e shop dal contadino

Bruna mi ha segnalato una festa paesana e agricola di un paesino del bolognese, dove si parla di frequente in dialetto, ma i titoli degli eventi sono in inglese: cosa c’è di meglio, per la festa di S. Antonio, del Tractor Day con tanto di Speed Pulling?

Lo speed pulling è l’ennesimo esempio del fatto che, come in una colonia, non sappiamo far altro che importare tutti gli eventi e le tradizioni che la cultura statunitense ci trasmette e che emuliamo come scimmiette ammaestrate. Si tratta di una competizione dove i trattori devono trainare un rimorchio zavorrato su una pista di 100 metri. E questa americanata è stata trapiantata anche in Italia almeno dal 2009, quando su Agronotizie si leggeva: finalmente “nascono le gare di Speed Pulling in Italia: la prima si è tenuta a Budrio”, un piccolo comune molto all’avanguardia, a quanto pare.

Anche lo speed pulling (come faculty) non è contemplato su AAA, che si limita a registrare le parole più eclatanti. Ma se si può ancora considerare un “prestito” (che però purtroppo poi non si restituisce) di una pratica con un nome che non sappiamo né vogliamo tradurre, da dove nasce la geniale idea di chiamare “tractor day” la festa dei trattori che si tiene in occasione di S. Antonio?

Dal fatto che day (come smart, baby e sempre più radici prolifiche) gode ormai di vita propria e nell’accostarsi alle altre radici inglesi si porta con sé “tractor” invece di trattore, questa volta.

Il tractor day del comune di Medicina non è propriamente un grande evento internazionale che richiede un nome in inglese, visto che è una sagra di paese e di agricoltori che dopo lo speed pulling finiscono a mangiar piade e salsicce annaffiate dal lambrusco (e non mi stupirei se fosse venduto in una bancarella denominata wine corner). Quando la saga del trattore si trasforma in un evento in inglese, esattamente come il family day, l’election day, l’open day… che sono eventi tutti “italiani”, il prestito non riguarda più le singole parole, ma la logica sottostante e il suono: l’english sound che segna il passaggio a un’altra lingua e l’abbandono dell’italiano e della sua identità. Lo stesso meccanismo che – come mi ha segnalato la traduttrice Anna Ravano – spinge a denominare Green Kiss una birra artigianale alla canapa “tutta biellese” a parte la denominazione. Oppure il caso, che mi ha indicato Carla Crivello, della pro loco di Luserna alta e San Giovanni, in una valle piemontese, che ha appena organizzato la prima edizione di “Fast & Music”, tra auto tuning e hobbisti!

E per promuovere le bellezze della Sicilia perché bisogna storpiarle il nome e americanizzare la Trinacria ribattezzandola Sicily come si vede in questi giorni nelle pubblicità televisive di See Sicily, che si ritrovano nel portale Visit Sicily con il gioco di parole See Sicily e Sì, Sicily?

Come per il made in Italy e l’italian design, puntare a essere internazionali non significa esportare la nostra lingua, così amata all’estero ma svilita in patria, bensì ri-definirci attraveso l’inglese; ma denominare la Sicilia Sicily è un’idiozia che dovrebbe essere considerata un reato! Soprattutto nelle pubblicità rivolte al mercato interno.

E allora come la mettiamo? Sicily è forse un prestito?

Su un sito di prodotti a chilometro zero che esalta la filosofia di questa prassi, il succo di mele della Valtellina è il Succo di Mele Bag in Box Bio che si può acquistare sullo “shop dal contadino”.

Se nel sabato del villaggio Leopardi scriveva “il zappatore” che rendeva bene il linguaggio improprio del contadino, oggi sembra che la donzelletta venga dal tractor day per recarsi al suo shop con il fascio dell’erba green. E perché mai dovrei comprare un prodotto a chilometro zero che viene proposto in Rete forse a tutto il mondo (ma che fine fa il chilometro zero?) con il linguaggio di McDonald’s? Usare un lessico a chilometro zero non sarebbe più sensato e coerente? Il caro buon vecchio parla come mangi, passando dal palato al parlato, nell’era dei MasterChef è andato a farsi friggere nell’olio degli hamburger.

Quando assistiamo a tutto ciò, siamo sicuri che il contadino abbia preso in prestito parole come shop, box, tractor e simili? Non siamo in presenza di un fenomeno che si deve interpretare in modo meno miope?

Tutto ciò è il frutto di una patologica coazione a ripetere e a scimmiottare l’inglese, di un servilismo nei confronti di tutto ciò che arriva dagli Usa che va ben oltre gli aspetti sociolinguistici. È la conseguenza di una concezione per cui l’inglese viene identificato con la modernità e ci appare come l’unica soluzione per essere internazionali e fa del globalese il nuovo dio, anche se calpesta i valori del plurilinguismo e della nostra stessa lingua.

Le parole che si accumulano giorno dopo giorno in questo modo stanno portando al collasso dell’italiano nell’ambito del lavoro, dell’informatica, della scienza, della moda… e di sempre più settori. Un collasso che produce un’infinità di parole ibride (da hobbista a speakerare, da softwarista a chattare), delle regole formative nella composizione delle parole (babycriminale, cybersicurezza) e delle locuzioni (zanzare killer, libro-game), e una grammatica inconscia che genera fenomeni che escono dal lessico per coinvolgere la struttura delle frasi e la sintassi.

L’itanglese è questo, non è una banale somma di “prestiti”.

I “prestiti sintattici” e la neolingua itanglese

A dimostrare che il prestito non riguarda più le singole parole, ma è un’emulazione ben più profonda che sta conducendo all’itanglese, ci sono molti esempi che sono sotto gli occhi di tutti, se ci togliamo le fette di mortadella del tractor day del bolognese.

Sul Corriere di ieri, come fosse la cosa più normale del mondo, mi ha colpito il titolo “Pallotta is back”.

Cosa spinge un giornalista a scrivere così invece di “è tornato Pallotta” o “il ritorno di Pallotta”?

“Is back” è un prestito?

A Milano il Salone del mobile è stato ribattezzato con la Design Week, al femminile, con un’inversione delle parole all’inglese, la stessa inversione che si trova in “MonteNapoleone District design e sostenibilità”. Ma la sostenibilità dell’italiano dov’è? Possibile che a nessuno importi che la lingua con cui i giornali ci educano sia diventata questa e che via Monte Napoleone diventi il MonteNapoleone District?

Un giornale come il Corriere offre il Corriere Daily Podcast con Radio Italians, un altro bel prestito sintattico! Gli “italians” di Beppe Sevegnini hanno perso la loro iniziale portata spiritosa e sono diventati la tragica realtà. Non abbiamo più a che fare con singoli prestiti, ma con un’interiorizzazione delle strutture inglesi, oltre che con i loro suoni, che produce espressioni in itanglese. Una neolingua che non è più né italiano né inglese. La stessa newlingua che, mentre uccide la lingua di Dante, allo stesso tempo stravolge e storpia quella di Shakespeare, come nella recente polemica (che mi segnala Daniela) a proposito delle risposte in inglese maccheronico dell’Atac di Roma, dove le strutture italiane sono state tradotte con parole inglesi senza rendersi conto che “What it needs?” non significa “di cosa hai bisogno?” ma “ciò che serve”. E quindi finisce che ci si rivolga ai turisti inglesi con frasi come: “La multa went on prescription”.
È l’altra faccia dell’itanglese che si diffonde sul piano interno e mostra chiaramente gli stessi meccanismi di imbastardimento che anglicizzano la nostra lingua attraverso pseudoanglicsmi come smart warking, mobbing, basket, caregiver… che non sono affatto prestiti, ma itanglismi nella bocca di chi non sa più parlare l’italiano, ma nemmeno l’inglese.

8 pensieri su “Le miopi categorie del “prestito” davanti al fenomeno dell’itanglese

  1. “Visit Sicily” l’avevo visto, ma ora nel turismo italiano è pieno di “visit” da nord a sud.
    Tractor Day è ridicolo, tra l’altro IV si scrive così, senza il pallino. Altrimenti bisogna scrivere 4°.
    Sono quindi doppiamente ignoranti.

    Quello che fa ridere, per non piangere, è che quasi tutti i cosiddetti prestiti sono parole inglesi derivate dal latino. Non dicono più ospitalità, ma hospitality che proviene da hospes.

    Ho controllato l’etimologia di hospitality, e infatti in un sito inglese c’è scritto che “hospitality comes from Latin hospes” e mostrano anche il percorso della parola:

    hospes > hospitalis > hospitalitas > hospitalité > hospitality

    Quindi gli inglesi creano una parola adattandola dal latino e noi abbandoniamo una nostra parola prendendo quel calco inglese.

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    • Nelle lingue sane si importa ma si adatta. E così in inglese — lingua che si è arrichita enormemente dalle altre — manager deriva da maneggio, come design da disegno, sketch da schizzo, novel da novella… Noi oggi reimportiamo le nostre parole in inglese crudo, persino nella pronuncia di junior o media che si sentono sempre più all’inglese. L’abominio sta nel Sicily, più che nel Visit… un po’ come se per essere internazionale decidessi di chiamarmi Antony. Il paradosso è che i sostenitori della “necessità” di importare in inglese ciò che viene da lì, senza tradurlo e adattarlo, non riconoscono la proprietà transitiva di questa prassi, e trovano invece nomale parlare di Italy, Sicily, Tuscany o MonteNapoleone District…

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  2. Ecco come parla ufficialmente la “classe dirigente” e la sua “tecnostruttura”:
    “hybrid bulletin” invece di “bollettino ibrido” (informale?); “key takeways” invece di “punti chiave” (?).
    https://www.dagospia.com/rubrica-29/cronache/ecco-documento-disinformazione-italia-cui-313413.htm
    Documento che quasi tutti chiamano “réport”, sbagliando anche l’accento, che sarebbe repòrt, ovviamente ignorando il plebeo “rapporto”.

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    • Grazie; un bollettino ibrido scritto in lingua ibrida, per l’appunto.
      Quanto alla pronuncia di report mi sono seccato di sentire le baggianate sul suo uso “errato”. La parola è stata registrata dai dizionari solo nella seconda metà degli anni ’90 — prima non esisteva e c’era il reportage — grazie anche a una popolare trasmissione che un tempo era condotta dalla Gabanelli e che è una fabbrica di anglicismi (adesso l’ottima giornalista sul piano dei contenuti, ma pessima nell’usare l’italiano, fa il Data Room). Sin dal suo apparire in italiano si è sempre pronunciato “réport”, il che si può considerare un parziale adattamento che è entrato nell’uso così. Adesso sono gli stessi conduttori della trasmissione che ne loro fighettismo ci spiegano come si dovrebbe pronunciare e cioè all’inglese, e vogliono cambiare l’uso in nome del purismo verso l’inglese, come se dire water, tunnel o recital all’italiana (invece che uòter, tanel e resàitel) fosse una bestemmia che viola la lingua dei padroni. La verità è che questi moralizzatori della lingua sono solo degli anglomani che chiamano “errore” ciò che vogliono educarci a dire con una logica da colonizzatori.

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      • Caro Zoppetti, sempre prezioso, a mio parere che l’intrusione sostitutiva di una parola inglese sia antica (più o meno) non la rende meno sgradevole. La differenza di accento è caratteristica di chi legge e parla inglese (anche saltuariamente) con persone non italiane e chi lo legge soltanto (male). Gabanelli e Ranucci non c’entrano. Esattamente come l’enorme quantità di “falsi amici”, che restano tali anche se “entrati nell’uso”. Uso che ci rende ridicoli all’estero.

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  3. Mi ricollego alla già segnalata dichiarazione “ la nostra mission è l’hospitality” del direttore d’albergo in Toscana.Proprio in quanto direttore d’albergo,si suppone che questa persona conosca molto bene le lingue straniere e ,in particolare,l’inglese.Se non ricordo male tempo fa ho letto ,proprio in un commento a un articolo di “diciamolo in italiano”’che ,di solito ,chi parla bene inglese non utilizza a sproposito termini di questa lingua e tiene ben distinto l’italiano dall’inglese.Al contrario sarebbero le persone non ferrate in questa lingua che infarciscono la nostra lingua di anglicismi.Probabilmente questo direttore è l’eccezione che conferma la regola,perché proprio non riesco a comprendere il recondito motivo per cui si debba sostituire una parola italiana con un termine inglese quasi omografo.

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    • La tesi per cui chi conosce bene l’inglese non diffonde anglicismi è una voce che non condivido affatto, messa in giro dagli anglomani. In realtà è chi conosce bene l’italiano e lo ama, che evita questo linguaggio. Per esempio studiare in inglese all’università è un processo regressivo per l’italiano, che fa perdere la terminologia, quando c’è, e favorisce le nuove entrate in inglese. Basta sentire il linguaggio anglicizzato di certi corrispondenti da New York per rendersi conto che considerare la cultura e la lingua americana qualcosa di strategico e superiore porta a utilizzare anglicismi, invece che tradurre. Il direttore d’albergo non mi pare un’eccezione, ma la norma di chi avvezzo all’inglese poi perde l’italiano. A cominicare dal mondo del lavoro dove in certi ambienti si introducono anglicismi tecnici ovunque proprio perché l’inglese lo si conosce e lo si pratica, e diventa la norma, mentre l’italiano regredisce.

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