La lingua delle multinazionali: traduzione, localizzazione e supercazzole terminologiche

Carla Crivello mi ha segnalato un interessante convegno che si è appena concluso in Germania sui rischi e sui benefici dell’inglese come lingua accademica sovranazionale nella ricerca e nell’istruzione superiore:

Le sfide del multilinguismo per la pratica scientifica / The challenges of multilingualism for scientific practice – 29 e 30 novembre 2018, CEL/ELC, Forum 2018, Berlino, Freie Universität.

È un tema di sicuro molto attuale e internazionale, visto che in Italia ci sono stati episodi come quello del Politecnico di Milano che ha cercato di estromettere l’italiano dall’università, e prese di posizioni preoccupate come quella di Maria Luisa Villa sulla capacità dell’italiano di esprimere il linguaggio della scienza, se continuiamo a usare l’inglese.

Ma la nostra lingua ha problemi anche più gravi. Il vero guaio è che l’inglese sta straripando nel linguaggio comune con un’intensità e una velocità senza precedenti nella nostra storia, sta facendo regredire l’italiano e lo soffoca. In questo processo, di “benefici” non se ne vedono e purtroppo la nostra classe dirigente sembra che non ne veda neanche i “rischi”.

Dalla traduzione alla localizzazione

In passato ho avuto la fortuna di lavorare con Rosa Calzecchi Onesti, straordinaria traduttrice dell’Odissea che negli anni ’60 ha reso in italiano la struttura greca e le singole parole (Odìsseo e non Ulisse) o espressioni greche in modo che ci fosse una corrispondenza, riga per riga, con il testo a fronte. Non è una traduzione “bella” o che suoni fluentissima in italiano, è una traduzione fedele alla lingua greca, che tenta di riprodurre e farci arrivare il testo originale. Questo era lo scopo della traduttrice: l’aderenza alla lingua di partenza, mi spiegò. Tutto il contrario dell’approccio per esempio della traduzione di Vincenzo Monti dell’Iliade, che pare non conoscesse affatto il greco e che, poco interessato alla lingua di partenza, sia partito da altre traduzioni con lo scopo di farne una trasposizione poetica che avesse come obiettivo la lingua d’arrivo, cioè la resa in italiano: “Cantami, o Diva, del pelide Achille l’ira funesta…”.

Questi sono i due grandi approcci delle traduzioni, l’attenzione per la lingua originale e di partenza e quella per la lingua di arrivo. Oggi questo concetto che mi insegnò meravigliosamente Rosa Calzecchi Onesti è chiamato dagli anglomani target-oriented e source-oriented… come se queste che sono da sempre le basi, gli approcci e gli orientamenti della traduzione siano una trovata moderna degli studiosi di area anglosassone.

Ormai si parla sempre meno di traduzione e sempre più di “localizzazione”, un concetto che arriva dalle strategie commerciali e che è più ampio del concetto del tradurre, perché significa che se un prodotto deve essere immesso nel mercato musulmano, per fare un esempio, è più opportuno sostituire i riferimenti evocativi con quelli più adatti alla situazione. E così, una scena in cui qualcuno mangia un panino al salame sarà sostituita da qualcosa di più adatto, visto che il maiale è un tabù per quella cultura, così come una donna che prende il sole in due pezzi sarà rimpiazzata da qualcosa di più appropriato. Ma in questa grande attenzione da venditori di concetti, spesso nel localizzare non c’è alcuna attenzione né cura per la lingua.

Nell’era della globalizzazione la lingua si esporta insieme ai prodotti e viene imposta fin dove si può.

L’itanglese imposto dalle multinazionali

– Questo si chiama cheesburger, mangialo, compralo! Lo trovi solo nei nostri fast-food.
Pasti veloci?
– No non sono semplici pasti veloci, sono tutta un’altra esperienza intraducibile. Abbiamo anche il milk-shake… no non è un frullato, è di più! È la terminologia source-oriented, bellezza! È la strategia della colonizzazione culturale e consumistica. A proposito: da domani i titoli dei film te li diamo solo in lingua originale. No, non tutti i film, che sciocchezza ci tocca sentire! Solo quelli americani, mi pare ovvio.

 

ReceTASKS di Googlentemente sono stato obbligato a passare a una nuova versione di Gmail, che no… non è semplicemente la posta di Google, è una strategia commerciale ben più complessa, immersiva e avvolgente. Ci sono anche gli snippet!

– Gli snippet?! Cosa sono gli snippet?
– Non lo sai? Si chiamano così e basta. Guarda il “Gmail Tutorial – Snippets”! E poi tra le novità ci solo le keep!
– Le keep? Le note non era meglio?
– No! “Benvenuto in Google Keep Annota i tuoi pensieri.”
E se non ti basta ci sono i Tasks.
“Scopri Google Tasks. Tieni traccia in un unico posto delle cose più importanti da fare”. Fa’ come ti diciamo noi. Dillo come lo diciamo anche noi. Pensa come noi. Aiutaci a profilarti anche il buco del culo, nel tuo interesse, si intende: è per migliorare la tua user experience

Io sono stufo di queste supercazzole chiamate a questo modo che giorno dopo giorno, vocabolo dopo vocabolo, stanno rendendo l’italiano una roba da museo.

Colonialismo linguistico e comunicazione della prepotenza

Dai vecchi e sani principi della comunicazione, cioè adottare il linguaggio adatto al destinatario, che oggi si chiama target, siamo passati alla comunicazione dell’imposizione e della prepotenza: ti vendo il mio prodotto (non importa se è tecnologico come un set-top-box o culturale come il coaching) e ti impongo la mia terminologia e la mia visione del mondo.

Davanti a questo colonialismo di merci e di cultura a noi piace farci soggiogare. Dal cliente, che una volta aveva sempre ragione, siamo passati all’utente, che è sempre più suddito. È tutto precotto e pronto, in questo modo non dobbiamo più pensare, un processo molto faticoso che ci viene così risparmiato.
In Italia non si registra più alcuna reattività davanti a questo scenario globalizzato. Abbiamo rinunciato a dire in italiano tutto ciò che è nuovo e che importiamo da oltreoceano, tronfi di scimmiottarlo e di farci colonizzare (ogni riferimento a qualcosa che entra nel colon è solo casuale). E la distinzione tra prodotti, linguaggio e cultura  spesso è labile: fa tutto parte dello stesso pacchetto.

Se qualche geniale psicologo americano si inventa un “nuovo” concetto vecchio come il cucco che chiama token economy e spaccia come una grande innovazione noi lo ripetiamo a pappagallo.

Che diamine è la token economy?
In un recente e acceso confronto con un luminare della questione, dopo lunghe spiegazioni della serie: mi spezzo ma non mi spiego, è emerso che è uno strumento motivazionale basato su gettoni simbolici per premiare o disincentivare determinati comportamenti. In altre parole sono i punti fragola applicati alla psicologia comportamentistica. Ma vuoi mettere chiamarla token economy invece di economia o tecnica dei gettoni (o simbolica) come pochissimi testi fanno? Per inciso, niente da dire contro questa metodologia che può sicuramente dare ottimi risultati, la questione è solo nominalistica. Forse, però, sarebbe più onesto chiamarla senza ipocrisie psicologia dei punti fragola.

Tra le segnalazioni di anglicismi in circolazione che mi sono arrivate sul dizionario AAA, c’è anche il circle time (ancora grazie a Carla Crivello). Non l’ho inserito, perché ha una circolazione ristretta, ma andando a cercare in quali contesti è usato ho scoperto che si tratta di una metodologia didattica messa a punto da Abraham Maslow e Carl Rogers, e in pratica significa semplicemente sedersi in cerchio. Viene esaltato come una metodologia didattica rivoluzionaria e venduto come fosse un tecnicismo senza traduzione, e infatti nessuno lo traduce nei testi in “italiano” che ne parlano. Si ripete l’anglicismo come fosse un’innovazione senza precedenti e intraducibile, si decantano le straordinarie implicazioni didattiche che scaturiscono da questa collocazione dei discenti, e poco importa che sia un concetto che risale agli uomini delle caverne e che è da sempre utilizzato anche dagli scout.

Ecco come vanno le cose e come importiamo tonnellate di anglicismi inutili. E mentre i terminologi della supercazzola, nemici dell’italiano e al soldo delle multinazionali, in Italia non sanno fare altro che importare anglicismi e propagare l’anglofilia, all’estero le cose vanno diversamente.

Gabriele Valle mi ha segnalato, avvilito, un recente esempio (tra i mille che si potrebbero fare) di come gli italiani siano succubi e “impotenti” davanti al linguaggio che le multinazionali della Rete ci stanno imponendo. Questo esempio (ripreso nel suo articolo “Feticismo e lingua dominante”) riguarda YouTube in italiano, o forse meglio in itanglese (diciamo le cose come stanno!). Da noi possiamo vedere  «Cosa dicono artisti e creators», mentre in spagnolo, catalano, portoghese, francese, e persino in rumeno la parola  creators è sempre tradotta: creadores, creadorscriadorescréateurscreatorilor.

L’Italia sembra proprio la terra dei cachi (per dirla con Elio e le storie tese), è trattata ormai come una colonia americana anche dal punto di vista linguistico. Dove sono i traduttori? Rimpiazzati dai localizzatori anglomani e da chi crede ancora che dirlo in inglese equivalga a essere internazionali, ma non è vero: a essere così succubi, provinciali e “impotenti”, come rimarca Valle, siamo solo noi (per dirla con Vasco Rossi).

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2 pensieri su “La lingua delle multinazionali: traduzione, localizzazione e supercazzole terminologiche

  1. Lavoro in un’azienda multinazionale. Faccio del mio meglio per dire le cose in italiano, ma siamo arrivati al punto in cui se non usi supercazzole in inglese farlocco, rischi di non essere compreso. Addirittura vieni corretto. Oggi ero a pranzo con un collega e parlavo della necessità di raggiungere degli obiettivi. Il collega mi ha interrotto bruscamente per chiedermi: intendi “deliverare per raggiungere i target?”. Questa è la mia realtà.

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    • è una realtà che conosco anche io, anche il mondo della formazone è così. in questo periodo sto insegnando italiano professionale all’interno di un corso di storytelling, in una scuola di digital art & communication, dove i corsi di recitazione si chiamano di acting, dove ti arrivano le comunicazioni con oggetto save the date, e dove mi è stato fatto notare che le mie scelte eccentriche di usare parole italiane non sono in linea con il target del mondo porfessional… ma è una realtà che conosciamo tutti credo, settore che vai itanglese che trovi. la cosa disarmante è l’assuefazione e la mancanza di reattività davanti a questo scenario, e il fatto che ci sono linguisti che negano tutto e che invece di fare il museo della lingua italiana stanno rendendo l’italiano roba da museo…

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