Pet, cani e giornalisti

Fino ai primi anni del Duemila PET era solo un anglicismo che indicava la Tomografia a Emissione di Positroni, poiché noi importiamo le sigle non secondo l’ordine delle nostre parole – come fanno i francesi che la chiamano TEP – bensì secondo quello inglese (Positron Emission Tomography). Ma la lingua evolve, e oggi i pet sono gli animali domestici, da compagnia, quelli che un tempo erano i cani e gatti.

Pet therapy

Tutto ha avuto inizio con la pet therapy, che ha preso piede intorno al 1998. In italiano sarebbe zooterapia, ma quasi nessuno la chiama così, perché le alternative italiane non circolano. La pratica è diventata di moda, e ormai si è affermata a questo modo. Sui giornali e tra gli specialisti c’è solo il martellamento dell’inglese.

In un titolo di qualche giorno fa sulla rivista Dica33 si legge: «La pet therapy fa bene. Intervista ad Aldo La Spina». L’articolo spiega che «anche solo guardare e accarezzare un “pet” riduce la pressione sanguigna, rasserena e rilassa, distrae e conforta». Di titoli del genere ce ne sono centinaia, tra i più recenti si spazia da la RepubblicaPet therapy all’ospedale Meyer, contro l’ansia da vaccino») a riviste di settore come Cavallo Magazine (da notare il magazine, a proposito di anglicizzazione): «Bologna, tentata truffa: provano a portare via i cavalli da pet therapy». Il pezzo si apre con “Shock a Bologna, tre individui si presentano al maneggio di una cooperativa sociale pretendendo di aver acquistato tre cavalli: ma non era vero» , e si scopre che tutto è successo alla cooperativa sociale di quella città che ha pensato bene di chiamarsi “Il Paddock” (una scelta originale quella di puntare sull’inglese per la denominazione!). E ancora, sul Resto del Carlino (che non ha a che fare con l’omonimo cane-pet carlino) si legge: «“Be Open minded” La pet terapia modello da esportare». A dire il vero, più che esportare non facciamo che importare, a quanto pare.

Un anglicismo tira l’altro

Subito dopo l’importazione della pet therapy è arrivata quella del pet friendly.
Inizialmente si sono chiamati così per esempio gli alberghi attrezzati per ospitare cani e gatti, e ancora una volta tutto è esploso al punto che oggi ci sono elenchi ufficiali di spiagge pet friendly (o anche dog friendly, l’importante è non usare le parole italiane) mentre l’ANSA riferisce che «A Bologna i musei diventano ‘pet friendly‘. Dal MamBo al Morandi, itinerari ad hoc e servizio dog-sitting». La possibilità di andare al museo con il cane, o di parcheggiarlo nelle apposite aree sotto la custodia di un dog sitter è stata possibile grazie al servizio di dog-sitting Dogs & Museum, ideato da Bauadvisor!

L’inglese in vetrina, l’italiano nel museo

E così l’inglese viene messo in vetrina, e nei musei ci si vuole mettere l’italiano; e infatti i negozi per animali sono diventati pet shop, e più recentemente pet store, mentre il cibo per animali è diventato pet food. Inutile dire che ciò è possibile perché a loro volta anche i negozi sono sempre più shop e store, e il settore dell’alimentazione è ormai quello del → food, in un allargamento dell’inglese che porta alla sostituzione delle nostre parole in modo sempre più preoccupante.

Nel giro di pochi anni pet è esploso, è diventato la categoria per etichettare il settore che compare anche sui giornali: «Pet, la pandemia non ferma la crescita», il “mercato italiano del pet food”nel 2020 è cresciuto, «le vendite nei principali canali di distribuzione, ovvero Grocery, Petshop tradizionali e Catene Petshop, hanno raggiunto i 2.257 milioni di euro per un totale di 626.600 tonnellate di alimenti venduti, facendo così registrare un incremento rispettivamente del 4,2% e del 2% sul 2019.» E come si legge su Liguria Business Journal (nome tipicamente ligure) «Arcaplanet, la catena leader del pet care in Italia – un’azienda che ha sede a Carasco – inaugura nove Pet store in cinque regioni». A Molfetta non sono da meno, come riporta MolfettaLive: «Joe Zampetti inaugura un pet store a Molfetta», l’undicesimo punto vendita dedicato al “pet care”.

Questi dati sono confermati anche da Help Consumatori (aiuto forse non arriva immediato al consumatore), e non riguardano solo il settore del Pet Food ma anche quello del Pet Care; in effetti se ci sono i caregiver sarà presto inevitabile parlare forse anche dei carepetter, caredogger e simili… del resto è già nato il sindacato dei pet sitter, che si dimostra attento anche al delicato problema del Family Pet Sitter.

Su questo scenario di crollo dell’italiano, gli animali sono pet. Punto. RomaToday (a proposito di → day ho già ricostruito la storia di come anche questo anglicismo è esploso diventando prolifico) usa questa parola invece di parlare – più volgarmente – di cani: «Joy, Janis e Fucur: i pet che aspettano di essere adottati a Roma» (da notare che anche i nomi dei cani sono preferibili in inglese, altro che Fido!). Un po’ più a Sud c’è BariToday, e anche lì non si parla più di cani: «I pet da adottare presso il canile comunale di Bari». Un po’ più a Nord, Trentotoday riferisce: «Pet, ora il veterinario può prescrivere il farmaco equivalente umano: notevoli risparmi».

Su Il Giorno possiamo scoprire come proteggere i nostri cani dalle piante velenose come l’oleandro o il tasso («Tuteliamo i nostri pet anche dai nemici ‘verdi’»); su Qui News Firenze leggiamo «L’armadietto dei farmaci? Si condivide col pet» e su BricoMagazine: «Come esporre il mondo Pet: una guida pratica» e cioè alcune «semplici indicazioni di Visual Merchandising» per «allestire e/o mettere a punto il proprio reparto Pet, shop in shop».
Da riviste il cui nome è fatto solo di news, magazine, day, live… che altro aspettarsi se non la diffusione di pet?
Ma anche quelle tradizionali remano nella stessa direzione.

Su La Stampa del 31 maggio spicca un titolo come «In Cina l’orrore delle Pet Mystery Box: migliaia di cani e gatti morti nei trasporti».

Che cavolo sono le Pet Mystery Box?

Leggendo il pezzo tutto è più chiaro! «Le chiamano Mystery Box e sono delle “scatole misteriose” che si acquistano in Cina senza sapere cosa ci troverai dentro. Si sceglie la categoria, il prezzo e il resto lo si fa fare alla sorte. (…) Fra le categorie in questione ci sono anche cuccioli di cane, gatto, tartaruga, e tantissimi altri animali che purtroppo non sempre arrivano in vita a destinazione.»

Quando ero bambino vendevano le buste a sorpresa. Oggi le chiamano Mystery Box?
Strano, mi son detto. Non avrei mai pensato che i cinesi le chiamassero in inglese. Poi, leggendo di più, ho scoperto che non sono i cinesi a chiamarle così, bensì un gruppo per i diritti degli animali dell’anglomondo. Naturalmente il giornalista non riporta né il nome cinese né la traduzione in italiano, ripete a pappagallo (NdA: i pet alati, colorati e talvolta parlanti) la nomenclatura inglese. Invece di scrivere che in inglese “le chiamano” così, fa sembrare che quel nome sia l’unica espressione possibile con cui battezzare questa pratica orribile. E a questo modo si fanno morire non solo gli animali, ma anche l’italiano.

Dai singoli prestiti a una grammatica generativa

Attraverso questo linguaggio da colonizzati, nel giro di un decennio pet è diventato una categoria superiore, un settore merceologico, la parola nuova per designare cani e gatti restando al passo con i tempi.
Ma non basta. Si può fare molto di più. Come accade con moltissime altre parole si può trasformare in un prefisso generativo che permette di creare infinite espressioni a base pet, anzi, forse si potrebbe dire meglio pet oriented. La nuova tendenza è questa; prima si importa un concetto in inglese e lo si impone (o sovrappone) all’italiano, poi lo si connette alla rete di altri anglicismi che seguono la stessa via, si allargano nel nostro lessico e lo soffocano.

Cosa succede quando un anglicismo diventa una parola di questa portata? Si trascina con sé la tendenza a unirlo a un altro anglicismo, in una distruzione del lessico italiano. E così entrare da qualche parte con il cane si trasforma in pet visiting e l’oroscopo del cane diviene Pet Astrology.

Basta sfogliare i giornali per rendersi conto di cosa sta succedendo.
L’Officiel Italia, sotto la categoria Fashion titola: «Pet Travel di Fendi, gli amici a quattro zampe sono super cool», e l’articolo riferisce della linea di “collari, pettorine, cappottini e travel bag” per gli amici pelosi. La stessa notizia è ripresa da la Repubblica D dove gli amanti dei cani diventano pet loversLa linea firmata dedicata ai pet lovers»); AbruzzoNews annuncia il Pet Pride 2021 di Pescara: kermesse sul mondo animale; RomaToday introduce il concetto di «Pet neonato: tutto quello che bisogna sapere per accoglierlo al meglio», dove la parola cucciolo sembra non esistere! Un paesino di nome Chiusa San Michele, in Valsusa, diventa la Pet Store Valley che lancia «La nuova Linea Pet Green Zoe»; Cose di Casa parla del «Pet festival digitale: con Maxi Zoo (…) per imparare come prendersi cura al meglio dei propri pet»; e in questa manifestazione c’è persino una pet cooking classFestival Maxi Zoo: yoga, pet therapy e una cooking class con gli amici a 4 zampe») in compagnia della Pet Chef Kiki Pelosi.

Si potrebbe concludere con i «Pet influencer, i nuovi fashion blogger a quattro zampe (…). Poser di nascita, occhioni dolci e un guardaroba premium. Chi sono i fashion pet influencer, nuove star dei social che dettano le tendenze.»

In realtà non si conclude affatto. Tra pet therapy, pet friendly, pet food, pet sitter, pet store, pet care, pet travel, pet chef, pet influencer… si arriva al pet + qualunque cosa in inglese. Dunque siamo solo all’inizio.
L’inizio della fine dell’italiano.

Sono “prestiti” questi? Li vogliamo chiamare “doni”?
Sarebbe ora di chiamare le cose con il loro nome: creolizzazione lessicale.

Tra i neologismi della Treccani c’è anche il pet-trainer (2012), cioè un esperto nell’educazione e nella cura di animali domestici. E allora perché non cominciare a parlare di pet coach e pet coaching? E il pet cooking? A quando i pet show, i pet film, i pet toys, i pet hospital, i pet hair style, le pet house…? Chi non ama gli animali avrà presto la possibilità di frequentare le spiagge o gli alberghi pet free?

E accarezzare il proprio cane, o meglio ancora pettinarlo, diventerà il petting?
Potrebbe essere, visto il nuovo italiano del pet journalism.

29 pensieri su “Pet, cani e giornalisti

  1. E’ una di quelle parole che aborro particolarmente, mi irrita ancora di più, se possibile, in quelle locuzioni con un possessivo tipo “Come si chiama il tuo pet / cosa fai con il tuo pet…”.
    pet vuol dire 5 in sloveno, ogni volta che lo leggo mi viene da contare in sloveno (e dire che non sono neppure troppo brava con i numeri in sloveno).

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    • Il mondo degli annunci di lavoro è ormai impazzito, al punto che gli anglicismi si inventano in un contesto dove tutto deve suonare in inglese, anche se le mansioni sono semplici e italianissime. Il risultto è che non si capisce più niente, né quali posizioni siano concretamente ricercate. Dunque l’inglese oscilla tra un preteso essere tecnico e specifico e un’oscurità dentro cui si nasconde il tutto e il niente.

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      • Il mondo del lavoro è impazzito, al punto che cercarne uno di questi tempi è allucinante. A mio avviso, siti come LinkedIn dovrebbero avere un ruolo nel controllo della qualità delle offerte pubblicate, almeno verificare che siano decenti, comprensibili, fornite delle informazioni essenziali. A volte mi sembra di perdere delle opportunità proprio perchè vengono definite con un incomprensibile anglismo (incomprensibile magari anche per un inglese) delle posizioni a cui invece potrei aspirare

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  2. Neither the pet! (Manco a li cani!) 😀
    Curioso come la velocità nell’importare parole straniere, per snocciolarle a caso, non corrisponda all’importare i concetti, come quello di “animale di supporto emotivo” (emotional support animal o support pet): è incredibile come gli italiani adorino gli animali ma solo a distanza, vietando loro l’accesso ovunque e torturandoli in mille modi. (Tipo quelli che murano vivi i cani in un metro di giardino, condannando il vicinato a sentire i loro pianti notte e giorno. Però li chiamano pet.) Cambia il nome ma la cattiveria di fondo rimane quella solita.

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  3. Per non parlare poi degli addetti responsabili di Arca Planet che vengono chiamati “per specialist”! Ma andate a f*****o!! (perdonate la mia imprecazione).

    Comunque Antonio , cambiando argomento, mi è piaciuta tantissimo la tua ultima diretta YouTube sul canale Podcast Italiano ( a proposito, quel ragazzo abita in provincia di Torino proprio come me) e perciò vorrei se hai già in mente qualche altro mezzo italiano in cui discutere sull’ esistenza della proposta di legge (sperando di non aver esaurito le opzioni).

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  4. Gli anglicismi sono così pervasivi ed invadenti che oramai non si salvano più dalla loro voracità neppure le stesse parole straniere che avevamo importato precedentemente. E’ così che si stanno diffondendo per le strade le Dogtoilet che potrebbero anticipare la sostituzione integrale dell’ormai rinomata e radicata toilette francese la quale rischia a questo punto di venire rispedita oltralpe. Sembra di riassistere alla storia della nostra travagliata Italia quando qui si prendevano a sberle francesi, spagnoli, svizzeri, tedeschi e quant’altro per disputarsi il nostro territorio e le nostre risorse con noi che ci si alleava ora con uno ora con l’altro a seconda delle convenienze. Cosicchè adesso che dovremmo fare, coalizzarci con la toilette per resistere all’assalto della toilet? Una tattica che appare però disperata quanto inutile perchè ormai sembra chiaro, continuando l’andazzo, che a finire definitivamente dentro il cesso insieme agli escrementi dei nostri cani, sarà ciò che rimane della nostra cultura, della nostra lingua e della nostra identità.

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    • La sostituitone dei francesismi con gli anglicismi è una tendenza in atto da almeno un decennio, lo si vede nella moda, il fashion e il glamour la fanno da padroni, e si passa dai fuseaux ai leggins, dalle paillette al glitter, dalle coulotte agli slip (pseudoanglicismo) e boxer… le pubblicità dei profumi passano dal nouveau parfum alla new fragrance e nell’epoca dei MasterChef anche chef è ormai un anglicismo e a questo proposito di può vedere come è salita la sua frequenza: https://books.google.com/ngrams/graph?content=chef&year_start=1900&year_end=2019&corpus=33&smoothing=3&direct_url=t1%3B%2Cchef%3B%2Cc0#t1%3B%2Cchef%3B%2Cc0

      Ciò dimostra tutta la differenza tra l’interferenza del francese e quella dell’inglese: la frequenza storica di “chef” francese, non è paragonabile a quella di “chef” inglese. Ma soprattutto l’inglese non ha la superficialità del francese che penetrava negli ambiti legati al costume (appunto moda, cucina, fenomeni di costume), è un fenomeno pesante che non solo colonizza gli ambiti strategici di una lingua (lavoro, scienza, tecnologia,,,), ma addirittura penetra nel linguaggio comune e di base attraverso la sostituzione di parole chiave: cibo/food e persino pet/cani e gatti (che non sono come la toilette, un’edulcorazione attraverso il francesismo). E nel farlo si allarga attraverso le connessioni con le altre parole inglesi (pet-food…) in un modo che sfugge ormai alla possibilità di classificazione dei singoli “prestiti”. Toilette è destinata a morire perché sulle etichette dei bagni di treni, arei, locali… ormai nella comunicazione bilingue a base inglese c’è scritto toilet. Non resta che attendere di pronunciare il water all’inglese e di dire shit invece di merda (di cui shitstorm è la prima avvisaglia).

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  5. A proposito di pseudo anglicismi (e per sottolineare quanto sia “chiaro” l’inglese): petting sarebbe l’amoreggiare, lo scambiarsi effusioni spinte (una volta vidi il cartello che lo vietava in una piscina), mentre una pet cooking class potrebbe essere una lezione su come cucinare il proprio animaletto (o meglio, quello della sig.na Silvani, di fantozziana memoria). 🙂

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  6. È indubbio, Antonio, che siamo ormai davanti a un fenomeno di costume, per ciò stesso, dunque, difficile da correggere direttamente e rapidamente. La catalogazione delle nuove “acquisizioni” va sempre più assomigliando al supplizio di Sisifo e non colpisce secondo me né la “meccanica”, né i responsabili primi di questa frenetica (e generalmente stupida) attività d’importazione linguistica: i giornalisti innanzitutto (di penna o di microfono), i politici e con loro chiunque parla da una posizione di grande visibilità, e la cosiddetta ‘comunità scientifica’; il diluvio di fesserie anglicizzanti (dalla proteina spike al “disinfettante” improvvisamente convertito in “sanificante” o “igienizzante”) che, insieme col virus, ci è piovuto addosso in questi 15 infelicissimi mesi, insegna. Bene, dunque, la tua petizione-proposta di legge perché – se desse vita ad un testo coerente con la sua ispirazione – andrebbe a stringere alcuni dei rubinetti da cui incessantemente gocciolano “trapianti” allogeni; ma bene pure ogni attività che, anche mediante lo sberleffo, richiami alla propria responsabilità gli “emittenti” di cui sopra e costringa a pronunciarsi apertamente gli studiosi dei fenomeni linguistici, a partire dalla “Crusca”. Occorre cioè, tra l’altro, pretendere che gli storici della lingua e i linguisti in genere non si limitino a “descrivere” il fenomeno, ma ci aiutino a SCEGLIERE i casi, POCHISSIMI e tuttavia possibili, in cui l’espressione importata ha una sua indiscutibile necessità, in cui respingere l'”immigrato” linguistico equivarrebbe davvero a ripetere le ridicolaggini di mussoliniana memoria.

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  7. Quando ho letto “PET e dermatiti” ho pensato alla plastica… era quella che aveva più senso! 😂 urge corso di itanglese in vista del mio prossimo viaggio in patria!

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      • Anche qui “pet” si trova molto nei nomi dei locali, ad es. “Casper Pet Store”, “Kangoo Pet” oppure “pet” + parola spagnola affine, come “Todo pets”, ma non l’ho mai sentito come sostantivo nel parlato, anche perché in spagnolo c’è un corrispondente 1:1 molto conciso (“mascota” = animale da compagnia) ampiamente utilizzato. “Pet” occupa poco spazio nelle insegne e non comporta difficoltà di pronuncia.

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        • In Italia l’avanzata di “pet” è soprattutto dovuta all’espansione dell’inglese commerciale, ripreso dai giornali: il sttore del pet, le insegne dei negozi e i reparti pet food nei supermercati. La parola non credo stia circolando troppo nella bocca dei parlanti, però noi non abbiamo una parola sola come “mascota” e davanti al linguggio pubblicitario o alla proposizione di modelli affettivi come “il mio pet”, temo che il passaggio dal linguaggio di settore, mediatico e pubbliciatrio a quello comune sia probabile. Se andiamo avanti a questo modo è solo questione di tempo. Il punto, come a solito, non è la singola parola (pet), ma il fatto che è solo un esempio del martellamento quotidiano di anglicismi che ho chiamato la “panspermia” dell’inglese. Siamo bombardati ogni anno da centinaia di questi esempi. Alcuni di questi sono passeggeri, non attecchiscono e regrediscno, altri invece si radicano e si moltiplicano fino a entrare nel linguaggio comune. “Pet” ha tutte le caratteristiche per diventare qualcosa di radicato se si continua a questo modo.

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