La favola dei prestiti linguistici: un concetto da buttar via

Tappolet! Chi era costui?
Pochi in Italia conoscono e citano questo studioso di cui non esiste nemmeno una voce sulla Wikipedia (tranne nella versione in tedesco), eppure tutti ripetono, spesso a vanvera, e danno per scontata una sua riflessione.

Enrst Tappolet (1870-1939) era uno studioso svizzero che tra le altre cose si occupò delle motivazioni culturali che portavano ad utilizzare certe parole tedesche nelle aree dove si parlavano i dialetti francofoni. E in un libro del 1914 (Die alemannischen Lehnwörter in den Mundarten der französischen Schweiz) fece una distinzione tutta teorica per distinguere i prestiti di cui esiste già un corrispondente, che interpretava dunque come scelte “di lusso” (Luxuslehnwort) da quelli che portano qualcosa di nuovo di cui non c’è già un corrispondente, e che venivano perciò considerati una “necessità” (Bedürfnislehnwort).

Questa distinzione era destinata a conoscere un’inesplicabile fortuna, in Italia, dove i linguisti l’hanno ripetuta facendola diventare un dogma e un postulato dalla validità universale, dimenticando l’autore, il contesto storico in cui si inseriva, e trascurando ogni atteggiamento critico sul senso della sua suddivisione. Ma prima di entrare nel merito di questa classificazione delle parole straniere, è utile domandarsi perché vengono definite impropriamente “prestiti”.
Negli anni Ottanta Gian Luigi Beccaria scriveva: “Curiosa parola in uso tra i linguisti: la lingua che presta il vocabolo non ne rimane priva, e la lingua che riceve non è obbligata a restituirlo” (Gian Luigi Beccaria, Italiano. Antico e nuovo, Garzanti, Milano 1988, p. 241).

L’origine del concetto di prestito linguistico

L’origine della metafora del prestito, un tempo chiamato anche imprestito (ma alcuni puristi di fine Ottocento condannavano queste espressioni in favore di presto o impresto) è datata, e ha a che fare con l’imitazione degli elementi culturali e dei costumi altrui che vengono assimilati. Carducci, per esempio, si scagliava contro il “paletot” (più tardi italianizzato in paltò), un soprabito che i sarti parigini avevano “tolto a prestito dai marinai della Bretagna” e che avevano “trovato il mezzo di far pagare (…) infinitamente più caro delle stoffe più fine”. Prima di lui anche Anton Maria Salvini (1653-1729) aveva parlato di “prestito” a proposito delle maniere “prese in prestito o da altri dialetti d’Italia o dalle altre due lingue sorelle, francese e spagnuola.”
Con il tempo la metafora è stata usata sempre più spesso anche per descrivere il ricorso a parole straniere, a lungo chiamate barbarismi, e uno dei primi scritti tecnici che ricorreva a questa formula risale all’epoca del fascismo: “Sull’imprestito linguistico” di Vittore Pisani (Ulrico Hoepli. Milano 1939). Ma la fortuna dell’espressione “prestito linguistico” è cominciata dopo il fascismo, negli anni ’50, ed è esplosa tra gli anni ’70 e gli anni ’90.

La similitudine del prestito si trova anche fuori dalla lingua italiana, nello spagnolo préstamo lingüístico, nel francese emprunt linguistique, nell’inglese loanword e anche nel tedesco, per tornare a Tappolet.

Ernst Tappolet e i prestiti di lusso e di necessità

La distinzione tra prestiti di lusso e di necessità è una semplicistica e arbitraria suddivisione come se ne possono fare tante altre, un po’ come dire che le donne si possono distinguere in due insiemi: le bionde e le brune, tralasciando le differenze tra castane e corvine, escludendo le rosse, le brizzolate, quelle dai capelli bianchi, quelle calve, e rendendo problematica l’attribuzione a uno dei due insiemi nei casi di chi si tinge o usa una parrucca (ogni riferimento ai peggiori stereotipi sulla visione della donna è voluto).

Il punto è che questo tipo di distinzioni sono legittime e possono avere anche la loro utilità, se contestualizzate, ma se diventano delle regole universali e delle categorie a cui si attribuisce una portata reale che esce dai distinguo concettuali non possono che produrre pseudoragionamenti.
Basta un minimo di buon senso per comprendere i limiti e le problematicità di simili definizioni. Come aveva scritto negli anni ’70 Paolo Zolli, il concetto di “necessità” non ha alcun fondamento né logico né storico. Davanti a una parola che non c’è, non è affatto “necessario” importarla da un’altra lingua così com’è (da filosofo sono abituato a dare a questa parola il suo significato di ciò che è, e non può non essere), visto che è possibile anche tradurla con elementi endogeni (es. revolver diventa rivoltella), oppure adattarla ai propri suoni (beafsteak diventa bistecca), coniare una nuova parola (tramezzino davanti a sandwich) o recuperare una parola già esistente con un nuovo significato (singolo che, di fronte a single, assume anche il significato di scapolo). Ma anche tralasciando l’abc della logica e della storia delle lingue, la distinzione di Tappolet non aveva la portata dogmatica “universale” che ha assunto in Italia, era solo una semplificazione per distinguere due concetti in modo teorico, perché l’oggetto dello studio stava nelle motivazioni, pragmatiche o affettive, che portano ad adottare una parola straniera. E infatti lo svizzero spiegava che alla base del ricorso alle parole straniere non c’era in gioco solo “il nome della cosa”, perché a essere decisivo era il ricorso a una determinata parola nella prassi comunicativa. A proposito di certe parole tedesche che si erano affermate nelle aree francofone Tappolet scriveva: “Come si può immaginare la ‘necessità’ di un’espressione straniera in questi casi? Presumibilmente, il termine tedesco si è affermato rapidamente perché giocava un ruolo più importante nei rapporti con i tedeschi che in quelli con i francesi”. (Tappolet 1913, p. 54; citato in: De Gruyter, Entlehnung in der Kommunikation und im Sprachwandel Theorie und Analysen zum Französischen, Edition Niemeyer, Göttingen 2011).

Lessico e bufale

Nei libri di linguistica, mediamente, oggi la distinzione tra lusso e necessità è introdotta omettendo l’autore e in modo acritico, come un postulato. Ma ogni ragionamento che parte da un postulato errato è destinato a crollare. E così si trovano definizioni dogmatiche come: “Si distinguono i prestiti di lusso e di necessità”. Chi e perché fa queste distinzioni viene taciuto. La categoria del prestito di necessità è solitamente impiegata per indicare una parola straniera che si porta con sé un concetto o un oggetto di cui non esiste una parola italiana. Ma anche tralasciando le osservazioni di Zolli e del buon senso, ci sono molti altri limiti logici che dovrebbero fare abbandonare questo strampalato criterio.


Proviamo a chiederci: mouse è un prestito di lusso o di necessità? Qualunque risposta rischia di trascinarci in qualcosa di simile alle antinomie della ragione di Kant, perché è possibile argomentare in modo apparentemente logico entrambe le posizioni.

A) Mouse è un oggetto nuovo di cui non esisteva un corrispondente italiano = necessità.
B) Mouse, e cioè “topo”, esisteva in italiano e si poteva benissimo usare la stessa metafora come è accaduto in francese (souris), spagnolo (ratón), tedesco (Maus) e nella maggior parte delle lingue del mondo = lusso.

La conclusione è che la necessità è solo italiana. Questa necessità non è una conclusione che si ricava per via deduttiva dalla definizione, è un’affermazione che presuppone ciò che vorrebbe dimostrare, visto che il lusso e la necessità riguardano le motivazioni che portano all’adozione di un anglicismo. Basta tornare all’origine della metafora del prestito, che si basa sull’imitazione e sull’assimilazione per imitazione, per svelare la bufala e il circolo vizioso del ragionamento. Avrebbe senso parlare di imitazione di necessità?

L’applicazione delle categorie dei prestiti di lusso e di necessità agli esempi concreti mostra tutta l’insensatezza della questione, e infatti non esiste alcun accordo e criterio oggettivo per stilare delle liste di esempi condivisi, e chiunque tenti di separare i due insiemi è destinato a controversie che ricordano quelle del sesso degli angeli, perché rimangono nella sfera delle opinioni da tronisti, più che da linguisti.
Ho trovato spesso la parola computer tra gli esempi che i linguisti fanno dei presunti prestiti di necessità, il che è un falso storico. Fino agli anni ’90 utilizzavamo normalmente la parola calcolatore (e anche elaboratore) che poi è stata progressivamente sostituita dall’anglicismo che è diventato un “prestito sterminatore”, entrato come “prestito di lusso” e finito per diventare un “prestito di necessità”, perché ormai i calcolatori evocano la macchine di una volta e non i nuovi dispositivi. Anche in questo caso la necessità è solo italiana, visto che in inglese, francese e tedesco si usava e si usa ancora oggi la stessa parola: computer, ordinateur, computador

Prendo “in prestito” uno schemino reale che per esemplificare la presunta necessità usa questi esempi:
Pacemaker: qualsiasi traduzione aggiungerebbe complessità.
Sauna perché non c’è corrispondente.
Selfie? Diverso da autoscatto.
Taggare: concetto difficile da spiegare se non con circonlocuzioni.
Whistleblower non è delatore”.

I giudizi che giustificano la “necessità” del ricorso a queste parole sono molto opinabili.
Pacemaker inizialmente era indicato in italiano con segnapassi, e faccio fatica a ravvisare la “complessità” della traduzione, riportata su tutti i dizionari anche oggi. Il fatto che si sia abbandonata in favore dell’anglicismo ha a che fare con altri fattori che non c’entrano nulla con la necessità di non tradurre.

Sauna non mi pare affatto un prestito di necessità, è una parola a tutti gli effetti integrata nella lingua italiana, che non viola le nostre regole di pronuncia e ortografia, e al plurale fa saune. È dunque un adattamento e il suo provenire dal finlandese è ormai racchiuso solo nella sua storia etimologica.
Taggare non mi sembra un prestito di necessità, è una parola ibrida derivata da tag che a sua volta è un’etichetta o un marcatore, e se non fossimo colonizzati dal linguaggio delle multinazionali informatiche che impongono la loro lingua invece che tradurre decentemente le interfacce, diremmo forse etichetta/etichettare e marca/marcare, come diremmo scaricare invece che downloadare, un altro bel prestito di “necessità” che deriva dal fatto che ripetiamo ciò che leggiamo: download. Facciamo il download delle immagini in allegato (e non in attachment), perché download non è stato tradotto, ma attachment sì. Li definirei “prestiti d’obbligo”, perché siamo indotti e obbligati a utilizzarli per forza di cose, e sono trapiantati nella nostra lingua dall’esterno, più che per nostra volontà. Forse la necessità è tutta qui.
Selfie e autoscatto sono tra gli esempi più controversi che ben illustrano l’impossibilità logica e l’inutilità pratica di distinguere i prestiti di lusso da quelli di necessità. Il motivo del contendere è nello stabilire se una parola esisteva già o meno, che è un’altra trappola senza via di uscita. Quando si cercano solo i significati storici è evidente che non si trovano esempi legati alle nuove tecnologie, ma si trascura un particolare fondamentale nelle lingue vive: le parole sono elastiche e si evolvono. Se l’autoscatto in un primo tempo era legato allo scatto automatico temporizzato, nulla vieta di usare questa parola in un nuovo senso, dove “auto” si può impiegare per indicare che lo faccio da solo (io mi autoriprendo) e non si capisce perché oggi non dovrebbe indicare le nuove modalità di farsi una fotografia da soli, soprattutto perché questo uso come sinonimo secondario è documentato sui giornali. Ecco un altro ginepraio da cui non si esce. Ammesso che autoscatto sia “di necessità” che cosa accade se una nuova parola italiana si evolve e diventa un equivalente? Se accanto a happy hour si diffonde l’alternativa apericena il prestito di necessità viene retrocesso a prestito di lusso?

Ma soprattutto: che senso ha dividere i prestiti negli insiemi di lusso e di necessità? A cosa serve impantanarsi in simili diatribe prive di utilità?

Il vicolo cieco tutto italiano del lusso e della necessità

In Italia, la classificazione attraverso le categorie dei prestiti di lusso e di necessità ha avuto la sua fortuna dagli anni Ottanta agli anni Duemila, anche se viene ripetuta anche oggi, fuori tempo massimo.

Provate a spiegare a un inglese che ci sono i “prestiti di necessità”… provate a leggere le voci della Wikipedia che parlano dei prestiti linguistici in spagnolo, in francese o in inglese. Nessuno distingue i prestiti attraverso queste bislacche categorie, una classificazione che è presente invece nella versione italiana. Ma persino sulla bistratta e inaffidabile Wikipedia, frutto di voci popolari di autori ignoti, si critica duramente questa distinzione che invece molti manuali scritti da blasonati linguisti italiani (e le tantissime tesi e tesine dei loro studenti) ripetono in modo talebano.

Mi sono chiesto più volte il perché di questo pasticciaccio italiano. E forse c’è una motivazione storica che ci ha indotti a infilarci in questo vicolo cieco. Dopo la messa al bando dei forestierismi di epoca purista e soprattutto fascista, avevamo bisogno di un nuovo criterio per non respingere in blocco tutte le parole straniere. La distinzione manichea tra lusso e necessità apriva una porta all’accoglimento e alla giustificazione di alcuni forestierismi. Non tutti, certo, ma la presunta necessità permetteva un certo aperturismo, per quanto patetico, che consentiva (almeno in modo astratto) di legittimare i buoni e i cattivi da scrivere sulla lavagna. L’opinabile giudizio di buon senso è così stato eletto a dogma.

Ma una volta individuati i prestiti di lusso che cosa si risolve? Il fatto che un prestito di lusso sia superfluo non ne giustifica l’inutilità, e ancora una volta tornano in mente le osservazioni di Paolo Zolli che poneva l’accento sul fatto che spesso la parola straniera contiene delle sfumature diverse rispetto a quella corrispondente in italiano (Paolo Zolli, Come nascono le parole italiane, Rizzoli, Milano 1989, p. 7).
D’altronde i sinonimi perfetti sono molto rari, e per qualsiasi parola è sempre possibile sostenere che “non è proprio” come l’alternativa possibile. Ancora una volta la distinzione tra lusso e necessità è un’opinione, non un fatto, anche se viene spacciata per tale.

Davanti a un’interferenza dell’inglese sempre più ampia e profonda, invece di rimanere invischiati in queste classificazioni, i linguisti dovrebbero prendere atto che la favola dei “prestiti linguistici” si sta rivelando una categoria concettuale fuorviante che non è più in grado di rendere conto della complessità delle cose. Basta provare ad applicare la teoria del “prestito” agli esempi reali per comprenderlo.

Trapianti, innesti linguistici e pseudoanglicismi

Torniamo alla radice della metafora del prestito, l’imitazione di elementi culturali, prima che linguistici. E chiediamoci: cosa stiamo prendendo in prestito, di preciso? Cosa stiamo imitando? Siamo sicuri che stiamo prendendo in prestito semplicemente delle singole parole che corrispondono a oggetti o a concetti?

Facciamo un altro paio di esempi controversi. Un caregiver è un assistente familiare, che letteralmente potrebbe esprimersi con badante. Ma poiché il participio presente del verbo badare (= colui che bada) ha assunto un significato legato a una professione (il che è un fatto accidentale, non una necessità), ecco che gli assistenti familiari e i “non-è-proposti” rivendicano l’anglicismo come un necessario elemento che distingue il loro ruolo da quello di chi lo fa per lavoro. Potrebbero anche rivendicare un nuovo significato per l’italiano badante, potrebbero definirsi assistenti familiari, ma non lo fanno e si trincerano dietro un’espressione in inglese.
Secondo esempio: la pretesa intraducibilità di mobbing che non sarebbe proprio come vessazioni (o comportamento vessatorio). Mentre ci si può accapigliare su ciò che parole come queste evocherebbero, per assegnare a ciascun anglicismo il bollino blu di lusso o di necessità, c’è un piccolo particolare che sfugge ai più. Sia caregiver sia mobbing in inglese non hanno affatto il significato che si sono ricavati in italiano. Sono pseudoanglcismi. E allora cosa stiamo prendendo in prestito? Un suono, non il suo significato, perché quest’ultimo glielo attribuiamo noi in modo arbitrario.


Nel nuovo Millennio parole come basket o volley stanno soppiantano l’italiano pallacanestro e pallavolo. Ancora una volta sono pseudoanglicismi, visto che in inglese si parla di basketball e volleyball, parole che non si possono decurtare. Dov’è il prestito? Ha senso classificarli come prestiti parziali o decurtati?
Gli pseudoanglicismi sono tantissimi. Qualcuno, per conservare la categoria del “prestito” invece di buttarla via come sarebbe ora, ha dovuto inventare etichette come “prestiti apparenti”. Ancora una volta sono solo imitazioni. Goffe o ridicole? Provinciali? Frutto di moda o di un complesso di inferiorità? Non importa. Footing è uno pseudoanglicismo antico che ci arriva dal francese, e nasce dall’applicare alla radice foot una desinenza -ing che segue le regole a orecchio dell’inglese, ma in inglese non esiste, o meglio ha tutt’altro significato, perché si parla di jogging. Più recentemente ci siamo inventati lo smart working, unendo due radici all’italiana, ma per un inglese si tratta di un’espressione incomprensibile rispetto al significato che le diamo noi.
In questi casi non prendiamo in prestito delle parole, ma delle radici o degli elementi che ricombiniamo a orecchio. Perché quel che conta è il suono, non l’oggetto o il concetto. E allora mi parrebbe più sensato cambiare metafora, e invece che parlare di prestiti dovremmo forse parlare di trapianti e di innesti, per attingere dalla biologia foriera di molte metafore linguistiche, a partire dal concetto di lingue vive.
A volte si trapiantano le parole, ma più spesso si trapiantano delle radici e si fanno innesti.
Come si spiegano le centinaia e centinaia di parole ibride a base inglese che si moltiplicano nella lingua italiana e che non hanno simili corrispondenti nel caso dei francesismi e degli altri forestierismi? Chattare, shampista, scoutismo, computerizzazione, baby-calciatore, zanzare killer, libro-game… che razza di prestiti sono queste parole bastarde che si scrivono e pronunciano in un modo che non è più italiano, ma non è nemmeno inglese? L’itangese ha ormai travalicato abbondantemente i limiti del prestito linguistico e sta prendendo vita.

L’itanglese non è fatto da semplici prestiti

Analizziamo qualche titolo di giornale. Adesso si parla del long covid, ma è davvero un prestito?

Sarei curioso di chiedere a qualche espertone se si tratta di un prestito di lusso o di necessità. È forse un concetto nuovo? Perché non dovremmo usare la nostra lingua e parlare semplicemente e naturalmente per esempio di covid lungo? Perché se tutti lo dicono in inglese la necessità è tutta qui. Certo, se l’inglese diventa la lingua della scienza poi accade che non solo si perda la terminologia in italiano – l’inglese si è rivelato un processo sottrattivo non aggiuntivo – e che si introducano i nuovi concetti in inglese e si ripetano in modo automatico (vedi la “necessità” di pacemaker) anche quando sarebbe naturale tradurli, nelle lingue sane. Ma a proposito di covid c’è qualcosa in più da rilevare: è diventato una specie di calamita che si porta con sé una regola istintiva e non scritta, quella di associarlo sempre e solo a parole inglesi con l’inversione della sua collocazione all’inglese. E dunque si parla di covid free, di covid center, di covid manager…, e in questi e molti altri casi non abbiamo più a che fare con prestiti lessicali isolati, ma con il prestito o trapianto di una grammatica formativa per le neologie (come lo pseudoanglicismo no vax che segue la regola del no + inglese: no mask, no global…). E così, visto che due terzi degli anglicismi che ci siamo fatti “prestare” sono costituiti da parole composte o locuzioni, spesso ognuno di due elementi formativi prende vita autonoma (smart, baby, cyber, food…) e si ricombina con altri elementi in circolazione (smart city, baby-gang, cybersecurity, pet food…) in una rete di anglicismi interconnessi che si espande nel nostro lessico a prescindere dal fatto che sia inglese ortodosso o reinventato e accostato a parole italiane (cybercriminale, babypensionato, salvaslip…).

Proviamo a vedere un altro titolo del Corriere: “Dal skimmer per la piscina allo shampoo per la barba”. Chissà se “dal skimmer” invece di “dallo skimmer” come vorrebbe la lingua italiana è solo un refuso o il segnale di uno sfacelo linguistico su cui l’inglese e lo pseudoinglese che innestiamo trova il terreno più fertile per germogliare.
Quando ero ragazzo ho fatto il bagnino in una piscina e tra le mansioni più noiose c’era quella di pulire i filtri a bordo-vasca. Oggi sembra che Amazon li venda chiamandoli skimmer. Letteralmente si può dire anche schiumatoio, deschiumatore o più in generale depuratore, ma alle multinazionali che esportano i loro prodotti nella loro lingua non conviene affatto tradurre in italiano, la tendenza è quella di imporre la loro lingua, dai titoli dei film alle confezioni del Monopoly, oggi scritto con la ipsilon finale. A dare manforte alla colonizzazione linguistica ci pensano i giornalisti che abbandonano l’italiano e ripetono gli anglicismi (skimmer ha anche altri significati legati al crimine informatico). Sono prestiti questi? Skimmer sarà un lusso o una necessità? Opterei per un lusso che diventa necessità quando si compila l’ordine di acquisto.


Quando Sky, all’interno dell’offerta del Pass Entertainement, offre gratuitamente anche il Pass Kids (declinato al plurale con la “s”) abbiamo a che fare con dei prestiti?

A me paiono trapianti dove la lingua non è fatta più dai nativi italiani ma dalle multinazionali che ci vendono i loro prodotti con i loro nomi, seguendo le proprie “necessità” commerciali davanti alle quali a noi sudditi non resta che ripetere ciò che leggiamo sulle scatole. Questi esempi travalicano le singole parole per diventare prestiti di pezzi di inglese ben più complessi, dal long covid alle mansioni lavorative di un social media manager, “prestiti sintattici” dal costrutto invertito.


In un altro titolo vediamo che chiudono le strutture sanitarie che avevano nomi italiani come il Galeazzi e apre Mind. Si tratta forse di un prestito? A me pare solo l’abbandono dell’italiano per aderire alla lingua delle multinazionali che viene perpetrato anche dalle nostre stesse istituzioni. E così c’è il politico che introduce il Jobs act, ci sono i servizi Delivery delle Poste Italiane, i Gate delle stazioni, Rai Gulp che propone il TG Kids, mentre Alitalia diventa ITA Airways, a Milano il Salone del mobile diventa la Fashion Week, il quartiere della ex Fiera campionaria diventa Citylife… e vogliamo spiegare tutto questo con le categorie dei prestiti?

E che dire della business school Rcs Academy e del suo master con il “metodo Corriere”? Nel pacchetto metodologico c’è anche imparare a scrivere in itanglese, suppongo, per educare all’abbandono dell’italiano e far diventare un incrocio pericoloso un incrocio killer da inserire nei black points da scrivere con la “s” del plurale!


Chissà, quando il Politecnico di Milano ha deciso di erogare la formazione universitaria solamente in lingua inglese, estromettendo l’italiano, forse era solo un banale prestito linguistico “totale”, dove a essere presa in prestito è la lingua inglese nella sua interezza. E sarà un lusso o una necessità per fare dell’ateneo un polo internazionale?

Credo che possa bastare. L’itanglese non si può spiegare con la favola dei prestiti. E quando certi linguisti, davanti all’attuale tsunami anglicus, pensano di interpretare l’interferenza dell’inglese con la tassonomia dei prestiti linguistici e delle categorie del lusso e della necessità che Tappolet ha immaginato ormai ben più di un secolo fa, mi ritorna alla mente il ritornello di una canzone di Jannacci rivisitata con un gioco di parole alla Bartezzaghi:

Lessico e nuvole
la faccia triste dell’America…
che voglia di piangere ho!

24 pensieri su “La favola dei prestiti linguistici: un concetto da buttar via

  1. L’ultima (ma non ultima) che ho sentito sono le big bench, ossia quelle grandi panchine colorate che iniziano a vedersi un po’ ovunque. Addirittura, nel cartello che indica la strada per raggiungerne una proprio vicino a dove abitava a mia nonna, viene usato l’inglese, in un paese che consta di all’incirca mille anime (segno che ormai l’itanglese non è limitato alle sole grandi città). Forse Big Bench è più figo di Grande Panchina. Sarà, ma a questo punto non so cos’altro aspettarmi (devo ancora riprendermi dopo che ho letto alla stazione centrale di Milano gate al posto di binario).

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    • Big Bench mi mancava, ma il punto è che esempi del genere non si possono interpretare come “prestiti”, in gioco c’è una ridefinizione linguistica di tutto ciò che è nuovo e che si rinomina attaverso l’inglese. Il numero degli anglicismi in circolazione sfugge ormai a ogni possibilità di registrazione e si trasforma in un riversamento dell’inglese ben più totale. L’abbandono dell’italiano è sistematico, in favore di un’educazione all’inglese che non lascia scampo. I gate della Stazione centrale fanno parte della comunicazione ufficiale erogata sui biglietti e nella messaggistica. Ma hai ragione, il fenomeno sta dilagando anche nelle piccole comunità in una gara a dire tutto in inglese, e recentemente ho citato proprio l’esempio di una festa di paese di agricoltori che parlano in dialetto bolognese ma organizzano il tractor day con le gare di speed pulling.

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  2. Quello che prendi in prestito poi lo restituisci, ma qui siamo arrivati al vero furto di parole inglesi.
    La scorsa settimana so stato all’Università La Sapienza, erano che non ci tornavo e che bella sorpresa trovare l’insegna del bar “Sapienza Store”…

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  3. “Perché quel che conta è il suono, non l’oggetto o il concetto”.
    Credo che questa tua frase, Antonio, racchiuda la vera essenza della lenta agonia della lingua italiana. Un’essenza psicologica, fatta di narcisismo, si apparire, di vanità che, ironicamente, vanno mano a mano con quello che sembra un complesso d’inferiorità tremendo.
    Peter Doubt
    Campagna per salvare l’italiano

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  4. Scrivo per segnalare l’ultima consulenza linguistica di dubbio valore della Crusca, per mano di Edoardo Lombardi Vallauri, reperibile a questo indirizzo https://accademiadellacrusca.it/it/consulenza/sulla-governance/17163.
    Di tale consulenza riporto un estratto il quale, secondo me, riassume perfettamente la reputazione di cui gode la lingua Italiana:
    “D’altro canto si può osservare che nell’italiano d’Italia il suffisso -anza è ormai scarsamente produttivo, e formare una nuova parola con esso può generare (così è per chi scrive) l’impressione di un termine antiquato, più adatto a un romanzo cavalleresco che a un consiglio di amministrazione o al testo di un decreto che mette ordine in una materia emergente.”
    Da qui evinco che pure gli accademici nostrani considerino l’italiano antiquato e vetusto, non adatto per parlar di scienza o politica. Quasi quasi presento un reclamo alla Crusca per questa aberrazione nella speranza che la correggano o la rivedano, ma tanto so che sarà tutto inutile.

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    • Esprimo tutta la mia titubanza sull’impressione dichiaratamente soggettiva (così è per chi scrive) per cui le suffissazioni in -anza sarebbero più adatte a un romanzo cavalleresco che a testi legislativi o burocratici dove parole come quietanza, istanza, interpellanza, latitanza… trovano la loro comune cittadinanza.
      Il fatto che un neologismo in -anza suoni antico alle orecchie di qualcuno è un problema di sudditanza davanti ai suoni inglesi di cui ormai accettiamo la dominanza, come se la padronanza dell’italiano non possedesse più la sua eleganza e suscitasse una certa ripugnanza.
      Con un po’ di belligeranza e di esuberanza esprimo tutta la mia lontananza da affermazioni che proclamano governance una parola “di origine straniera … ormai divenuta italiana” che non porrebbe problemi. “Governanza” sarebbe italiana, l’equivalente inglese non è affatto parola italiana, è un corpo estraneo, direbbe Arrigo Castellani, che viola il sistema ortofonologico della nostra lingua e non si innesta senza problemi nel nostro tessuto linguistico (è un problema di assonanza e di somiglianza).
      L’ignoranza di questo principio trascura l’ineguaglianza delle parole inglesi e rivela una certa noncuranza davanti alle norme storiche del bel Paese dove il sì suonava. Non ci vuole poi troppa lungimiranza per comprendere dove stiamo andando continuando ad accumulare solo parole inglesi e a delegittimare quelle italiane, invece di favorirle.
      Lascio perciò la mia dissonanza da questo parere della Crusca, nonostante la sua rispettabile importanza e risonanza. L’affossamento di “governanza” mi pare una condoglianza.

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          • Più che altro penso che le consulenze siano soggettive, di conseguenza ognuno scrive ciò che vuole. Il Prof. in questione suggerisce altre alternative per “governance”, però ripeto è questo estratto che mi ha fatto imbufalire. Si dà già per scontato che “-anza” paia obsoleto, per tanto è lecito usare il termine in Inglese. Manderei molto volentieri rimostranze a Vallauri,sempre con il permesso del Prof. Zoppetti, ma tanto so che è inutile, dato che non risponderà. In realtà lo manderei persino alla Crusca, giusto per capire da che parte stanno, se per la difesa dell’italiano o per lo svilimento di esso. Quando scrivono tali “fregnacce” mi sembra evidente che i Crusconi siano per lo svilimento.

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            • Certo che sono soggettive. Qual è il succo della consulenza? Le parole in -anza sono “antiche” e l’inglese è preferito? Che bella scoperta! Governance sarebbe dunque una parola italiana? Come dire che siccome gli italiani mangiano il sushi allora il sushi è piatto italiano… Le Accademie di Francia e Spagna promuovono/raccomandano le parole autoctone e creano neologismi, la Crusca non solo non lo fa ma eroga consulenze come questa che invece di sancire la leggitimità di governanza concude che è scelta obsoleta promuovendo l’anglicismo parola italiana. A cosa serve un’accademia del genere? Se invece di tutelare la lingua si limita a studiarla, per queste cose ci sono le università.
              Se vuoi allegare la mia riflessione/filastrocca con la rimostranza per l’alternanza di governance e governanza sei autorizzato (ma niente “professore” la mia è solo manovalanza).

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  5. Purtroppo Ita non è un caso isolato.
    Rinominare “Eni Gas e Luce” con la parola “Plenitude” significa non valorizzare l’oggetto sociale della divisione ecologica di Eni giacche “Plenitude” significa “pienezza”. Sarebbe stata più corretta la denominazione “Sostenibile”.

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    • Verissimoo, Daniele, SostENIbile e’ la parola che avrebbe colto esattamente quel che cercavano di fare con quel gioco di parole. Plenitude e’ una forzatura che con sostenibilita’ poco ha a che fare, che mostra che lo scopo vero era sbattere una parola inglese da qualche parte. Cioe’ era il suono che gli importava, ben piu’ di essere sostenibile. Parentesi fuori tema: il che poi la dice lunga anche su quanto sia tutta una campagnia pubblicitaria e niente piu’, altro che sostenibilita’… stanno solo cercando di vendersi come sostenibili, senza minimamente esserlo o volerlo essere. E come farlo nel migliore modo possibile? Ma apparendo super cul, ovviamente.

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    • Non avevo capito il gioco di parole….Comunque non è solo l’Eni. Un’altra nota compagnia qualche anno fa ha fatto con le sue iniziali lo slogan “Beyond Petroleum” (ovviamente non mi pare siano andati oltre il petrolio).

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  6. Molto interessante la tua analisi, come sempre chiara e argomentata. Dopo la lettura ho aperto il sito del Fatto Quotidiano e cosa trovo in prima pagina (o schermata)? “Biden firma ordine esecutivo per proteggere l’accesso all’aborto”; seguono i “fattarelli” della Provincia: ” Il governo cancella la firma digitale. Si impediscono i referendum dopo i successi di Eutanasia e Cannabis “.
    Le gerarchie sono chiare: “America first “.

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  7. Grazie per questi articoli Antonio, molto istruttivi e veramente utili per chi non e’ del settore, ma e’ preoccupato (e infuriato) per quanto stia succedendo. Stai mettendo nelle mani di noi non addetti ai lavori strumenti potenti sia per capire bene il fenomeno (invece di lasciarlo come una foschia vaga in testa, si puo’ passare dal cogliere intuitivamente che c’e’ molto che non va al capire chiaramente il perche’), sia per essere piu’ sicuri e capaci di argomentare con chi non si rende conto di quanto stia succedendo. Almeno, tutto questo vale sicuramente per me

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  8. Vorrei segnalare, ma penso che già si sappia, che la difenditrice più radicata dell’inglese nei settori tecnologici, la terminologa Corbolante, abbia controbattuto su Twitter (https://twitter.com/Italofonia_info/status/1548345361537765378) all’articolo pubblicato sul portale Italofonia. In particolare sottolinea come nella terminologia informatica dell’Italiano, a differenza delle altre lingue romanze, sia prevalsa la tendenza nel non applicare le metafore linguistiche degli animali o di altre cose. Secondo me tale asserzione può essere valida per ogni settore, poiché in ognuno di essi le terminologie sono molto abbastanza anglicizzate, e specialmente i concetti nuovi raramente sono resi in inglese, e per tanto non capisco perché tale moda non possa essere invertita.

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    • Lei ha colto perfettamente l’inconsistenza del ragionamento circolare della tesi induttiva per cui se, in ambito informatico, prevale la tendenza a non tradurre le metafore → dunque la si fa diventare una regola da seguire, come se non si potesse fare altrimenti, vedi il caso di bug/baco o twitter/cinguettio, una metafora che infastidisce particolarmente la glossatrice e di cui nega la validità fregandosene dell’uso documentabile, pur limitato. Ma del resto la sua massima preferita è “i termini non si traducono”.
      Dunque, Marco, ha perfettamente ragione a dire che questa tendenza esce dall’ambito delle metafore informatiche e si può estendere in generale all’italiano e a quasi tutti i neologismi. Ricapitolando: poiché in italiano si preferiscono gli anglicismi e l’itanglese → l’itanglese sia una regola! Un bel circolo vizioso che rivela una precisa volontà di legittimare l’inglese, mascherata dietro ai paroloni tecnici e agli esempi storici mal utilizzati, che servono per conferire scientificità al “ragionamento”.

      Anche la chiusa della serie infinita di cinguettii (ma Twitter non dovrebbe essere usato per i “ragionamenti” aforistici?) rivela tutta l’incapacità di cogliere il punto: “PS Sarei curiosa di sapere perché dopo quasi 40 anni d’uso i puristi sono tuttora così ossessionati da MOUSE che avrebbero voluto fosse “topo” ma non hanno nulla da ridire su DRONE che, per coerenza, dovrebbe essere chiamato “fuco”?”
      Evidentemente alla commentatrice sfugge la differenza tra anglicismi non adattati (mouse) che violano il sistema “ortofonologico” (cioè le regole di scrittura e pronuncia dell’italiano, e costituiscono “corpi estranei” per dirla con Castellani) e adattamenti (drone, che pur essendo un adattamento involontario, è italiano e al plurale fa droni). E le sfugge anche che un conto è fare degli esempi storici come quello di mouse, che ben riassume il servilismo italiano, e un conto è sostenere che non dovremmo usarlo, un’affermazione che non ho mai fatto, visto che è entrato nell’uso.

      Non credo che valga la pena di discutere con la persona che lei cita, che tra l’altro spicca per usare sistematicamente tecniche di delegittimazione dell’avversario e di attribuzione di cose non dette (su un articolo sulla Treccani nei miei confronti è anche stata costretta a ritrattarne alcune).
      Nel caso specifico, per esempio, ho scritto “downloadare, un altro bel prestito di ‘necessità’ che deriva dal fatto che ripetiamo ciò che leggiamo: download.” Ma l’affermazione viene ribaltata in una risposta che diventa “le principali multinazionali informatiche NON usano il verbo ‘downloadare’ ma ricorrono invece a ‘scaricare’.” Io non ho mai affermato che usino questo verbo, che è gergale e non istituzionalizzato nei registri formali, dico un’altra cosa piuttosto evidente: questo gergo italiano deriva dalle mancate traduzioni nelle interfacce (come il caso di tag e di taggare il cui significato principale stando ai dizionari come Treccani e gli altri non è quello di “menzionare” come afferma, ma di “marcare gli elementi di un file”, anche se poi l’uso è in continua evoluzione non ancora stabilizzata).

      Un altro esempio di malafede è nella parte iniziale in cui si legge: “Da dove arriva la nozione che le multinazionali informatiche vogliano colonizzarci linguisticamente? Affermazioni come questa fanno venire dubbi sulle effettive conoscenze in materia #localizzazione e #terminologia informatica di chi ne scrive”. Ma a questo punto sono io a dubitare delle competenze di chi commenta e soprattutto della sua buona fede, visto che in passato ho già replicato a questa obiezione, anche se l’interlocutrice finge di non saperlo. Già negli anni ’70 un giurista del calibro di Francesco Galgano aveva studiato il caso dell’affermazione in tutto il mondo di termini come “leasing” o “franchising” nella giurisprudenza, mostrando che si affermano per precise disposizioni delle case madri statunitensi che impongono nelle filiali la propria terminologia. Queste tassative raccomandazioni di non tradurre e adattare il meno possibile i concetti del proprio diritto in quelli delle lingue locali serve a mantenere la loro uniformità internazionale e le protegge da ogni possibile conflitto con gli ordinamenti giuridici dei singoli Paesi (Francesco Galgano, “Le fonti del diritto nella società post-industriale”, in Sociologia del Diritto, Rivista quadrimestrale fondata da Renato Treves, 1990, p. 153). Più recentemente Alessandro Gilioli (“Anglicismi nel linguaggio giuridico italiano: il caso leasing”, Italogramma, vol. 7, 2014, p. 3) ha notato che questo meccanismo di propagazione si ritrova uguale in una miriade di altre espressioni, come joint venture, merchandising, authority, buyer, consumer, delivery, welfare state…
      Ma a parte questi illustri esempi circoscritti a un ambito, e datati, nel frattempo è diventato tutto così. Basta togliersi le fette di salame dagli occhi per rendersi conto che i titoli dei film di Hollywood vengono imposti in inglese, che l’Uomo Ragno e i Vendicatori sono diventati Spiderman e Avengers, che il Monopoli è ora Monoply, e basta accendere la tv, guardare le pubblicità, usare le interfacce piene di widget e di snippet… per vedere ciò che per qualcuno sembra invisibile. L’imposizione della propria lingua è un tutt’uno con l’espansione delle multinazionali e delle loro merci, in una tendenza su cui è stato scritto molto, in un processo di McDonaldizzazione del mondo, per dirla con George Ritzer, e di una globalizzazione che coincide molto con americanizzazione per citare Serge Latouche, tra i tanti critici autorevoli. Ciò ha anche i suoi risvolti linguistici. Si tratta di una tendenza in parte istintiva e comoda e in parte calcolata. Infatti la logica di imporre la propria lingua fin dove si può non è solo una prassi evidente, ma passando dal lessico alla lingua inglese nella sua interezza è anche teorizzata lucidamente, perché fa parte di un progetto che conviene enormemente alle multinazionali statunitensi e alla politica che le sostiene. Un progetto esplicitamente dichiarato da Churchill e perseguito tutt’ora con una logica ben esplicitata dalle parole del funzionario dell’amministrazione Clinton, David Rothkopf: “L’obiettivo centrale della politica estera nell’era dell’informazione deve essere, per gli Stati Uniti, il successo dei flussi dell’informazione mondiale, esercitando il suo dominio sulle onde come la Gran Bretagna, in altri tempi, lo ha esercitato sui mari. (…) Ne va dell’interesse economico e politico degli Stati Uniti vegliare affinché sia l’inglese ad essere adottato quale lingua comune del mondo; affinché siano le norme americane a imporsi nel caso si dovessero emanare norme comuni in materia di telecomunicazioni, di sicurezza e di qualità; affinché, se le varie parti del mondo sono collegate fra loro attraverso la televisione, la radio e la musica, i programmi trasmessi siano americani: e affinché, ad essere scelti come valori comuni, ci siano valori in in cui gli Americani si riconoscono” (“In Praise of Cultural Imperialism?” in Foreign Policy, n. 107, estate 1997, citato in Serge Latouche, Mondializzazione e decrescita. l’alternativa africana, op. cit., pp.73-4).

      Tornando al lessico, gli anglicismi sono solo gli effetti collaterali di questa logica, e in un Paese come il nostro, dove mancano le politiche linguistiche e le istituzioni serie che esistono in Francia o in Spagna, le soluzioni terminologiche sono nelle mani di personaggi come la persona citata che invece di preferire la traduzione e l’adattamento tesse le lodi degli anglicismi utili o insostituibili, e dove la critica “all’itanglese” non si rivolge allo stravolgimento della lingua italiana, bensì agli pseudoanglicismi, colpevoli di violare la lingua sacra e inviolabile che è il suo principale punto di riferimento.

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  9. Capisco le sue motivazioni nel non voler rispondere a codesta. Per quanto riguarda la diatriba “mouse/drone” anch’io sono rimasto allibito quando ha scritto tale affermazione, come se fosse così difficile cogliere che “mouse” sia un corpo estraneo e “drone” un termine ben amalgamato con il resto delle parole italiane. Comunque anche qui lo ribadisco, non parla di come tale pratica di accogliere anglismi nudi e crudi si sia imposta o del perché si faccia così, né parla di possibili vie di uscita, è così e basta. Ecco perché sono rimasto un po’ straniato dal fatto che nessuno le avesse controbattuto.

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