La grammatica dell’itanglese

Chi non conosce il fenomeno dell’exploring nell’innamoramento?
È un concetto che in italiano potremmo tradurre con “fase iniziale di esplorazione conoscitiva nella formazione di una coppia”. La durata di questo periodo può variare, ma si tratta di un processo delicato e determinante per il successivo consolidarsi del legame di coppia.

Non lo avevate mai sentito?
Ci siete cascati?

L’exploring l’ho inventato io in questo momento e non esiste, come non esiste il libro in figura. Ma il punto è un altro. È vero che la fase iniziale della conoscenza è importante. E anche se battezzare tutto ciò con “exploring” è un falso, suonerebbe serio, plausibile e anche suadente, nella bocca del sedicente esperto.

Perché?
Perché nella “fase iniziale della formazione” di una parola-concetto, basta che suoni inglese per apparire fondamentale; e anche perché la suffissazione in “-ing” è diventata così frequente da essere non solo normale, ma foriera di infinite possibili neo-coniazioni ibride.
È arduo quantificare tutte le forme in “-ing” che ci tocca ing-oiare, ma basta fare zapping sui dizionari e sui giornali per fare un po’ di “chiaring” sull’attuale restyling dell’italiano.

I suoni in “-ing”

Nel mondo del lavoro, dopo l’epoca dei meeting, le riunioni creative sono spacciate per brainstorming, una prenotazione è booking, la pianificazione il planning, la tempistica il timing, l’esternalizzare è outsourcing, la pubblicità advertising, le confezioni packaging; si parla come fosse normale di branding e briefing, di merchandising e di franchising, e tra parole come platforming, engineering, manufacturing e tante altre, nell’era del marketing questa è la lingua che si impiega per indurre allo shopping.
Vanno di moda il counseling e il coaching, nell’editoria le revisioni sono diventate l’editing, lo scrivere è il writing, e c’è anche il ghostwriting, oltre allo stoytelling. Mentre le letture diventano reading e la scelta del carattere è il lettering, l’inglese è ormai overbooking.

Nel linguaggio informatico, per essere multitasking, si impone lo “switching alla terminologia inglese: lo scrollare le pagine è lo scrolling, i grafici utilizzano il morphing, bisogna stare attenti allo spamming e al phishing, e poi c’è il debugging, l’hosting e l’housing, lo streaming, il podcasting e il webcasting. Sul cellulare c’è il roaming, e le piattaforme di dating ci permettono di cercare partner nella speranza di fare almeno un po’ di petting.

Le parole in “-ing” spopolano nel linguaggio economico (trading o dumping), persino in quello della giurisprudenza che dovrebbe stare un po’ più al sicuro (dai contratti leasing allo stalking e al mobbing) e in ogni ambito. Nel casting degli anglicismi ci sono i fenomeni di costume come fare outing, c’è il bookcrossing, il caravanning, la cucina è cooking e richiede il catering, l’assistenza infermieristica è il nursing, la pesca incontrollata è l’overfishing, nelle “beauty farm” si offre il peeling, nelle palestre si fa bodybuilding… Nello sport, dopo il dribbling e il pressing, oggi va forte il curling, ma c’è anche il trekking, il surfing e il windsurfing, il canyoning e il rafting, lo spinning, l’acquaspinning e l’aquaplaning e poi il Nordic Walking, il footing, il jogging e il running.


L’italiano si sta facendo proprio un bel lifting. Tutto chiaro o devo fare lo spelling?

Lo pseudo-anglicisming

Queste sono solo le parole più popolari, ma se ne potrebbero aggiungere molte altre, meno frequenti o più tecniche. E un fenomeno come questo non si può spiegare con la favola dei prestiti linguistici. Non stiamo importando parole isolate, stiamo trapiantando un preciso suono e una precisa suffissazione che si trasforma in una grammatica inconscia e in una regola formativa.

Tra queste parole, infatti, ce ne sono molte che sono pseudoanglicismi assenti nell’inglese. Si tratta di veri e propri itanglismi, apparentemente inglesi, costruiti su quel modello linguistico, invece che sui nostri suoni.
In inglese il lifting non è un ritocchino, ma un “sollevare” e un campeggio non è un camping. Camping è l’atto di dormire in tenda o all’aperto, mentre il luogo dove ciò avviene si chiama camping site o campsite. Lo stesso si può dire di parking, che è il parcheggiare e non il parcheggio (car park cioè parco auto).
Anche il mobbing che in italiano indica i comportamenti vessatori sul lavoro, in inglese indica invece un “assalto di gruppo” e l’accezione italiana è incomprensibile per un anglofono. Eppure su questo modello si sono poi sviluppate parole come straining (forma di mobbing leggero o attenuato: sentenza della Corte di Cassazione n. 3977 del 19 febbraio 2018) o bossing (soprusi del capoufficio o dei superiori).

La suffissazione istintiva: petaloso, footing ed escalering

Stando alla Treccani, la parola “petaloso” era comparsa in un articolo di Michele Serra nel 1991. Ma la storia di questa “non-parola” deve la sua fortuna alla stessa suffissazione apposta a petalo da parte di un bambino delle elementari che l’ha impiegata nel 2016. Se avesse avuto un’altra maestra il suo tema sarebbe forse finito in un libro di “errori” come E io speriamo che me la cavo che raccoglieva gli strafalcioni di 60 temi. Ma l’insegnante di turno rimase invece colpita dalla creatività dell’alunno – il sentimento fu espresso in itanglese con un bell’OK – e la segnalò alla Crusca. I cruscanti, gentilmente, risposero che il neologismo era ben formato, ma che non era in uso. La verità è che certe suffissazioni in “-oso” sono diffuse da decenni nelle pubblicità (morbidoso, comodoso, scattoso) e proprio in quegli anni spopolava l’inzupposo del Mulino Bianco in bocca ad Antonio Banderas. Che cos’hanno in comune uno straniero e un bambino? Entrambi costruiscono la loro grammatica per analogia, senza sapere che certe parole non esistono, e non sono in uso, anche se ben congegnate. Perché la loro padronanza del lessico è scarsa.
Ecco, la stessa cosa si può applicare a molti degli pseudanglicismi all’italiana. E dopo petaloso, il prossimo neologismo da rotocalco potrebbe essere per esempio petalosity, invece di petalosità, visto che l’inglese è il nuovo modello formativo a orecchio e istintivo per ogni neologia.

I meccanismi sottostanti ai neologismi a base inglese non coinvolgono solo l’italiano; nell’attuale “tsunami anglicus” globalizzato si ritrovano (in maniera ridotta) anche altrove. La traduttrice Anna Ravano mi ha girato un articolo spagnolo che segnala proprio l’invenzione di “escalering” per indicare la pratica sportiva del salir le scale.

E, passando al francese, molto probabilmente è da lì che abbiamo importato lo pseudoanglicismo footing (cfr. “All’origine degli pseudoanglicismi: footing e autostop”), uno dei più antichi, che risale alla fine dell’Ottocento ed è stato ricavato arbitrariamente dalla radice foot (piede).
Se in francese e in spagnolo questi fenomeni sono ben più sporadici, in italiano sono oramai inarginabili, e non accadono solo per i suoni in “-ing”. Stiamo assistendo a un numero sempre più ampio di radici inglesi che si ibridano, si ricombinano tra loro, si espandono nel nostro lessico e si trasformano così in qualcosa che è più ampio del “prestito lessicale”: diventano regole formative costruite sull’imprinting dell’inglese.

Suffissazioni in “-er”

Nel 1966, nel finale del film di Sergio Leone Il buono, il brutto, il cattivo, c’era la scena del triello, il duello a tre che è diventato il titolo della colonna sonora di Ennio Morricone. La parola è stata poi annoverata nei dizionari ed è persino diventata una popolare fase di gioco del programma L’eredità su Rai 1, attualmente condotto da Flavio Insinna.

Nella puntata del 9 marzo scorso, lanciando il gioco, il conduttore ha parlato scherzosamente di “triellers” per indicare i triellanti, come si potrebbe costruire per analogia sul modello di duellanti. Ma la cosa che mi ha colpito è che #triellers è davvero un’etichetta usata su Twitter dai fanatici del programma che si cimentano in diretta nell’indovinare le soluzioni (traduzione dell’ultimo periodo un po’ difficile e da “boomer”: l’hashtag dei tweet dei fan per i contest online in real time).

Perché accadono queste cose? Perché ci vien da dire triellers invece di triellanti?

Perché i ciclisti e motociclisti diventano biker, i ciclofattorini sono detti rider, gli autisti driver, gli scrittori writer, i creativi pubblicitari copywriter e i parolieri song writer, i giocatori e anche i protagonisti della scena sono player, i diretti interessati sono stakeholder, gli influenti sono infuencer, gli odiatori hater, gli spacciatori pusher, gli artisti perfomer, gli inviati reporter e i fotografi fotoreporter, gli allibratori bookmaker, gli agenti di cambio broker, i padroni o i timonieri di un’imbarcazione skipper, i persecutori stalker, gli allenatori trainer, i transessuali transgender, gli addetti ai lavori insider e i vincitori inaspettati outsider, i controllori controller, gli escursionisti trekker, i corridori runner, i disegnatori industriali designer, gli annunciatori speaker, i navigatori surfer, i guerrieri fighter… E così tra bomber, stopper, hipster, hacker, youtuber… accade che chi fa spam non sia uno spammatore ma uno spammer, così come un rocchettaro è un rocker, un bloggatore un blogger… in attesa che i lavoratori diventino forse jobber, i saltatori jumper, i pattinatori roller, e gli acquirenti shopper… e già si vedono le prime tracce anche di questi usi.

L’italiano evolve quasi solo anglicizzandosi, ed ecco perché poi spuntano, seppur scherzosamente i triellers, perché abbiamo abbandonato il suono dell’italiano per fare nostro quello inglese, e ci stiamo dirigendo forse verso l’assimilazione delle “s” per indicare i plurali che prendono piede sempre di più anche sui giornali e in altri linguaggi di settore (soft skills, stakeholders…).

C’è un caso davvero emblematico che ben rappresenta lo stato della nostra lingua nella sua transizione verso l’italiano newstandard, quello degli umarells.

Anglicizziamo anche i dialetti: l’itangletto degli umarells

Da qualche tempo si è diffusa una voce di origine dialettale per indicare quei pensionati che guardano con le mani dietro la schiena gli scavi nei cantieri, controllando lo stato dei lavori, disapprovando le modalità di intervento o erogando consigli su come si dovrebbe intervenire nel giusto modo. La parola umarell (con due elle), registrata dallo Zingarelli nel 2007, nasce dal dialetto bolognese umarèl, cioè un dispregiativo di “uomo” che corrisponderebbe in italiano a ometto, omiciattolo o omarello, volendo adattarlo. Si tratta di una voce recente, visto che non è contemplata dai dizionari dialettali ottocenteschi che riportano invece termini come umêtt, umarêtt, umein, umarein e uminein (cfr. Marco Brando, “Umarèll, la parola in cantiere“, Treccani, 10/1/22). La voce si è poi diffusa un po’ in tutta Italia ed è diventata un internazionalismo annoverato addirittura nella Wikipedia in inglese.

A scatenare la fortuna della parola è stato Danilo Masotti, un simpatico personaggio che nel 2015 ha preso “umarel” e gli ha attribuito il nuovo significato da macchietta in articolo del suo blog Spettro della bolognesità per poi aprire un sito dedicato all’argomento che si chiamava “umarells”, con la geniale pensata di raddoppiare la “l” finale e di appiccicare alla voce bolognese la “s” del plurale all’inglese che dava al tutto una patina di moderna pseudointernazionalità. Ne è scaturito anche un libro intitolato Umarells forever (dove la dicitura “per sempre” seguiva il titolo in inglese come una didascalia, anche se nell’ultima edizione è stata anticipata). Questo episodio non è isolato. Con il pretesto di essere spiritosi spuntano i triellers e gli umarells, ma ci sono anche gli youtuber vibonesi che si chiamano “Terrons” come ci sono gli “italians” di Beppe Severgnini. Forse sarebbe ora di cominciare a parlare anche di bolognesity, invece che di bolognesità, e di usare un più moderno ghost, al posto di un arcaico spettro.

Tutto ciò per ora è un vezzo comico estemporaneo e occasionale – si potrebbe forse dire one shot che tende a rimpiazzare una tantum nell’attuale sostituzione del latinorum con l’inglesorum – ma ridendo e scherzando è anche la spia di un processo psicolinguistico ben più profondo.

Che cosa si agita nella testa di chi ricorre a queste commistioni?
Lo stesso processo mentale che senza alcuna ironia ci fa dire writing invece di scrivere, reading invece di declamare, blogger invece di bloggatore, hater invece di odiatore, economy invece di economia, green invece di verde, smart invece di intelligente… in una catena di espressioni che travalicano il concetto ingenuo del “prestito”.
Io non ce l’ho con Masotti o i triellers, sia chiaro, ma una mente linguisticamente “sana” – o “decolonizzata” per usare l’espressione di Ngũgĩ wa Thiong’o – partorirebbe triellanti e omarelli, o lascerebbe una voce dialettale senza anglicizzarla con la “s” e gli accostamenti a forever.

Il problema dell’italiano 2.0 sta tutto qui: i nostri suoni non ci vengono più spontanei, non ci piacciono più, li dobbiamo abbandonare o mescolare a quelli inglesi creando di continuo nuovi itanglismi.

È una nevrosi compulsiva irrefrenabile in ogni ambito. Per questo ogni titolo di manifestazione culturale o gastronomica si esprime ormai in inglese – come nei titoli dei film – o con giochi di parole che ammiccano all’inglese; per questo Alitalia è diventata ITA Airwais (con la “s” del plurale), per questo il portale per celebrare e raccontare il patrimonio culturale italiano in tutte le sue forme tranne la lingua si chiama ITsART, per questo l’italiano sta morendo e si sta trasformando in una lingua creola.

27 pensieri su “La grammatica dell’itanglese

  1. E tutto questo a me fa davvero male, risiede purtroppo nella cronica mancanza di autostima, esplicitata anche nei discorsi (certo, satirici) di Crozza per giustificare il nostro pacifismo. “Noi qui, noi là, non facciamo, siamo pavidi…). E poi anche nel volerci elevare al di sopra della nostra mediocrità. Lo stesso tentativo di elevarsi dimostra mediocrità, snobismo (il non parlare chiaro nei telegiornali ecc.). Ce ne accorgeremo quando i turisti verranno di meno in Italia (non spariranno mai del tutto) perché non troveranno più la nostra cultura. 😦

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  2. Ciao Antonio

    devo dire che purtroppo “triellers” non sorprende
    Sono alcuni anni che gli spettatori di determinate trasmissioni e probabilmente anche serie TV ecc. sono suffissati così sulle piattaforme sociali

    Per esempio, su Twitter si trovano i #chilhavisters se seguono Chi l’ha visto, i #quartograders se seguono Quarto Grado, i #veritiers se seguono Tutta la verità e così via

    Lo stesso Insinna si riferisce agli spettatori dell’Eredità chiamandoli #ereditiers, ma anche ereditieri, a volte, per fortuna

    Non so esattamente quando sia cominciata questa moda ma sono 3-4 anni, o forse più.

    Ultimamente la pagina del Festival di Sanremo (o della Rai su Sanremo, non ricordo) si rivolgeva agli appassionati chiamandoli ‘sanremers’

    Queste mode in Italia hanno un successo e una rapidità di diffusione incredibile

    Come scrivevo in altra sede, se Valentino Rossi avesse 16 anni adesso e vincesse ora il suo primo mondiale, i suoi tifosi (su Twitter e Facebook) sarebbero sicuramente i #rossers …

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    • Grazie, nella mia riluttanza a frequentare le piattaforme sociali non ho il polso della situazione, ma ho appunto notato come il fenomeno dei “triellers” non sia isolato ,benché per il momento confinato in questi ambiti. E sottolino “per il momento” perché la mia impressione è che sia destinato ad ampliarsi.

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  3. Azzeccato come sempre Antonio. Stesso discorso vale anche per i cosiddetti “youtuber” che, essendo abituati a sentire sempre “challenge”, dicono spesso “challengiare” o “si challengia”, anziché “sfidare” o “gareggiare”. Così come certi videogiocatori che dicono spontaneamente “spawnare” (da “spawn”, apparire, generare), “droppare” (da “drop”, riferito alla caduta degli oggetti da raccogliere nel gioco), “one shottare” (invece di colpire con un solo colpo), “shoppare”, “craftare” (invece di creare, costruire), “farmare”… E lista potrebbe pure continuare.

    Poi, cambiando un attimo argomento, volevo segnalarti un altro scempio provincialista : sul portale di Pikaia.eu (dedicato alla biologia evoluzionista) ho beccato la notizia riguardante un seminario (chiamato però “workshop”) su Darwin previsto in Sicilia per il prossimo aprile, che però viene redatto interamente in inglese. Si, hai capito bene, il seminario in questione è TUTTO INTERAMENTE in inglese, neanche uno straccio di italiano!! Per di più tenuto da italiani!

    Ancora una volta, presentare la scienza solo e soltanto in inglese in un contesto italiano è una scelta senza senso (dannati siano quelli del MIUR con quegli nuovi obblighi del PRIN e del FIS). Ecco l’indirizzo https://pikaia.eu/sono-aperte-le-iscrizioni-al-workshop-darwin-in-medicine-why-evolution-is-relevant-for-research-and-medical-practice/

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    • Grazie, l’insegnamento in inglese è il nuovo fronte destinato a prendere piede, e che rischia di uccidere l’italiano e renderlo un dialetto.
      Sul fronte dei videogiochi, invece tutto è meno grave, in quanto si tratta di un gergo ristretto a quell’ambito, che può anche essere passeggero, anche se al di là delle singole scelte lessicali, sicuramente non è passeggero il vezzo più ampio (e che trascende la singola parola) di ricorrere agli anglicismi invece che all’italiano, che non è confinabile nell’ambito dei videogiochi o di un gergo giovanile passeggero.

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      • Inoltre, visto che abbandonare l’italiano per l’insegnamento scientifico porterà anche grandi discriminazioni allora quanti saranno gli eventuali ricercatori (magari appartenenti alle fasce “deboli”) che potrebbero protestare contro queste politiche proprio per il fatto di non poter più utilizzare la propria lingua ? Sennò saranno costretti a scappare all’estero se in Italia si continua ad ostacolarli (anche dal punto di vista linguistico).

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  4. Ciao Antonio, sono sempre Elia, ti leggo comunque con molto piacere anche se non mi vedi rispondere (temo ci sia stato un malinteso nel mio uso di paroloni, lo faccio per dare prova del potenziale dell’italiano, non certo per essere pedante). Quello che dici è sacrosanto, mi permetto di dissentire solo su un punto: “petaloso” sarà sì frutto del linguaggio pubblicitario, ma secondo me 1) il conio neologistico per analogia non implica di viva necessità una scarsa padronanza del lessico (in questo caso poi, stiamo pur sempre parlando di un bambino!) e 2) almeno rispetta la fonotassi italiana, per di più arricchendo la lingua, al contrario dei vari “-ing” e “-er” che prolificano. Aggiungo altre due considerazioni: la prima è che, da studente, ti posso assicurare che perfino le stesse antologie di letteratura italiana, così riboccanti di patriottismo e attenti alla formalità fino al secolo scorso, non aiutano se non a colmare il problema (arrivando a scivoloni voluti come “il VILLAIN del romanzo” sopra a un estratto dei Promessi Sposi o “il LOOK di Alfieri” su alcuni suoi cenni biografici, non sto scherzando, l’ho visto davvero!). L’impressione che ne si ricava è che l’italiano sia manchevole, giustificando ancor di più il ricorso all’anglicismo dagli stessi che dovrebbero dare il buon esempio. La seconda osservazione è che tutte le tue argomentazioni e “giri d’orizzonte” storici, per moltissimi versi inudite in Italia, dovrebbero trovare posto nelle antologie di cui sopra, in modo da farne prendere coscienza ai ragazzi (come già proponeva, con metodi un po’ diversi, Gabriele Valle). Concludo dicendo che questa presa di coscienza è difficilissima, a maggior ragione dai più giovani, cresciuti ad amburghesi (‘hamburger’) e reti sociali, tivù e giornali in mano a traduttori colonizzati. È un circolo che si autoalimenta. Un saluto!

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    • Ciao, certo che la coniazione di neologismi non è necessariamente legata all’ignoranza lessicale, anzi può essere ricercata e voluta, nel pieno spirito dell’idealismo di Croce che poneva l’accento sugli aspetti creativi della lingua rispetto ai codici delle grammatiche; e si possono trovare esempi nei ricercati neologismi dannunziani come in in quelli comici e spettacolari di Alessandro Bergonzoni. L’esempio di petaloso, invece, è legato proprio al fatto che un bambino, come uno straniero, non padroneggia il lessico e dunque non si rende conto di quel che fa, mentre il petaloso di Michele Serra è invece ponderato ed è una scelta oculata. Petaloso in entrambi i casi è italiano, il ricorrere a certi itanglismi, in modo analogo, può nascere dalla bella ignoranza dell’inglese che produce strafalcioni (smart working, mobbing, footing..), ma anche dalla sua colta idolatria che induce a importare da quella lingua in modo ortodosso o anche a coniare itanglismi colti e voluti (autogrill, Eataly) che ne ripercorrono i tratti.
      Il look di Alfieri e il villain del romanzo sono l’indice di uno sfaldamento culturale che, come denuncio da tempo, parte dalla nostra classe dirigente, dai giornalisti ai professorucoli che scrivono certe antologie.

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  5. L’abuso dei suffissi -ing e -er è uno degli esempi più significativi di un fenomeno che si presenta a valanga da qualsiasi direzione si guardi. Giá abbiamo parlato di quanto, nella lingua italiana, No+[oggetto] abbia ormai sostituito Contro+[articolo]+[oggetto] o Anti+[oggetto].
    Basta guardare il portale dei neologismi della Treccani, praticamente consultando qualsiasi lettera dell’alfabeto.
    Io ho cliccato a caso su B, ma il giudizio è applicabile a qualsiasi lettera.
    Ditemi voi se questa è una evoluzione linguistica con referenti storici o geografici:

    https://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/neologismi/searchNeologismi.jsp?lettera=B&catResult=956

    Quindi, i vari ghenolinguisti potranno organizzare le conferenze con bellissimi loghi come la recente “Lingua Madre”, e ripetersi tra sé che l’italiano è la lingua più bella del mondo, tra pacche sulle spalle da far venire i lividi. Se non la si smette di ripetersi “che tanto non muore perché finché ci sono i parlanti la lingua vive”, che non è il punto e mai lo è stato, se non si fa un’analisi onesta, limpida e chiara del fenomeno, l’italiano è destinato ad essere disintegrato.

    Peter
    Campagna per salvare l’italiano

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    • L’italiano ha una storia secolare letteraria, il parlato è una conquista novecentesca. Certo che fino a che ci sono i parlanti la lingua vive, che banalità… il punto è se i neologismi della Treccani che mostri siano italiano o itanglese… nessuno pensa che smetteremo di parlare “italiano”, almeno nella quotidianità, visto che è in gioco la sua estromissione nell’università o nella scienza, ma se tutti i neologismi sono come lockdown, smart working e green pass non si tratta più di italiano ma di continuare a parlare una lingua creola che non è più ‘italiana.

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  6. Non mi sembra del tutto appropriata la definizione di “lingua creola” per l’itanglese. Per quanto la genesi delle lingue creole sia piuttosto controversa e vi siano teorie differenti, ciò che le accomuna è l’avere un lessico fondamentale provieniente da una data lingua (generalmente europea) ma una morfosintassi totalmente differente, di tipo isolante, cioè senza coniugazioni o declinazioni.
    Nel caso dell’itanglese il nucleo centrale del lessico rimane tradizionale — nessuno direbbe *today io eat-o dal mio brother e nell’afternoon me ne go-o again a home — e la morfologia rimane flessiva e sostanzialmente italiana — nessuno direbbe “la gente è osserv-ing su-o quadro-s”.
    Piuttosto il paradigma potrebbe essere quello d’una “lingua mista”.

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    • Il concetto di creolizzazione è controverso e anche piuttosto vago, mi pare; e comunque non ha solo un’accezione linguistica stretta, si può usare in senso lato e si parla ormai sempre più spesso anche di creolizzazione culturale, per esempio.
      Personalmente parlo spesso di creolizzazione lessicale, a proposito dell’itanglese, e il proliferare degli pseudoanglicismi o delle ibridazioni che portano a parole/significati che non appartengono più né all’italiano né all’inglese sono un segnale di qualcosa di nuovo, che va oltre anche la lingua mista. Indubbiamente c’è un coinvolgimento anche della morfologia, rispetto a chi etichetta tutto attraverso il “prestito lessicale”, categoria a mio avviso da buttare via nel caso dell’interferenza dell’inglese. Dire triellers, o più semplicemente blogger invece di bloggatore, è un salto e intanto emergono anche i primi segnali dell’interferenza sulla struttura della lingua, attraverso i cosiddetti “prestiti sintattici”. È indubbiamente vero che nessuno direbbe “today io eat-o dal mio brother e nell’afternoon me ne go-o again a home”, però si può dire benissimo “io whatsapp-o con il mio social media manager e nel week-end chatt-o in modalità smart working” che comincia ad avvicinarsi parecchio.
      È vero che il lessico italiano rimane flessivo, ma anche quello dell’inglese è storicamente flessivo-sintetico, anche se ha sviluppato molte caratteristiche isolanti. E l’importazione di parole che non si flettono, per es. partner (che ha valore maschile/femminile singolar/plurale) è sempre più ampia. L’interferenza dell’inglese è un po’ troppo hard, o forse potrei dire too much… per questo la chiusa dell’articolo esprime una preoccupazione di avvio verso una creolizzazione, che non significa che lo si in questo momento, ma i segnali ci sono e tutto sta avvenendo in modo velocissimo. Solo 30 anni fa il coinvolgimento non usciva dal lessico, a parte forse sporadici esempi.
      Poi concordo che il finale possa apparire esagerato e che sia discutibile e provocatorio. La verità è che sono sempre più annoiato e perplesso davanti alle rigide distinzioni dei linguisti, e poco interessato a mettere i paletti per distinguere in modo preciso per esempio ciò che è creolo e ciò che non lo è, perché tutto dipende dalla definizioni ed è piuttosto sfumato e complesso rispetto a certi schemini riduttivi molto in voga, ma che a mio avviso lasciano il tempo che trovano.

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      • Rispondo al prof. Zoppetti come a “Editoriale”:
        Parlando di lingua “mista” piuttosto che “creola”, non intendevo affatto sminuire il problema!
        E’ vero che non si tratta esclusivamente di fatti lessicali, però mi sembra che sul piano morfologico le possibilità d’ibridazione restino limitate.

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        • Le sue osservazioni sono sempre serie, competenti e documentate. So bene che non vuole sminuire il problema e che lo scambio riguardava una questione nominalistica più che di sostanza. A mia volta concordo con il fatto che le ibridazioni dal sapore un po’ creolo siano al momento molto limitate. Mi preoccupa la velocità e la consistenza dell’aumento progressivo dell’interferenza che sta portando al passaggio dalla quantità alla qualità, e temo che la direzione sia quella del “salto”. Un salto che personalmente non vedrò, ma che — se le cose non cambiano — potrebbe riguardare l’italiano delle prossime generazioni. Poi, per carità, ogni profezia linguistica rimane un’opinione soggettiva, fragile e anche inficiata dal guardare al futuro con gli occhi del presente.

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  7. Ci tenevo comunque ad aggiungere, anche per il signor G.Pontoglio, che è chiaro che in questo momento l’italiano non è (ancora?) un “creolo”, e che stiamo parlando di qualcosa tuttavia in fase embrionale, se non altro perché non è trascorso il tempo sufficiente, proprio dal punto di vista generazionale, perché si sviluppi più o meno ufficialmente un creolo.

    Il punto però è si stanno sviluppando molto rapidamente degli indizi interessanti e/o preoccupanti, secondo le opinioni, specialmente perché da qualche anno l’italiano è iniziato ad andare ben oltre quella che è un’autentica valanga lessicale ed iniziano a notarsi strani fenomeni sia a livello morfologico che sintattico (sportivo—>sporty, i mity beauty/beauty look, no+qualsiasi cosa, baby+qualsiasi cosa, sostantivo+free, sostantivo+less, per fare degli esempi al volo).

    “Nel Venti Venti i ragazzi chattano tutto il tempo per decidere quale look sporty no-make up delle influencer vogliono followare”.

    Anche se l’esempio appena fatto è da rabbrividire, quando si dice che “l’itanglese è un creolo” c’è in gioco un elemento di iperbole, e che non farei della esatta definizione di creolo (che tra l’altro ha confini molto porosi, come suggerisce Antonio Zoppetti) un tema cruciale.

    Vero è che – e di questo ne sono convinto – il fenomeno dell’itanglese è assai diverso, nuovo e particolare. La sua rapidità, volume, permeabilità e universalità degli ambiti interessati (tutti) lo rende più simile a situazioni storiche e geografiche in cui i creoli si sono sviluppati per contiguità geografiche, invasioni militari, o immigrazione di massa (si veda l’influenza del giamaicano nel Cockney londinese dagli anni 60 ad oggi).
    Insisto per esempio sul no+[qualsiasi cosa] perché nella storia è appunto una caratteristica emersa in molte varianti di inglese creolizzato in parti differenti del mondo.

    In ogni caso ripeto: simile, NON uguale, se non altro perché non esistono, ovviamente, precedenti nella storia riguardo a piattaforme elettroniche, reti sociali, Netflix, Google e tutti quei fattori che contribuiscono all’universalizzazione dell’inglese “a portata di clic” e che giocano un ruolo importantissimo.

    Viene dall’alto (leggi e atti parlamentari in [pseudo]inglese, leggi sull’obbligatorietà della ricerca al 100% inglese), viene dai giovani (i gerghi delle reti sociali), viene dai media (giornali, TV e pubblicità), dalla medicina, dalla tecnologia, ecc. Viene da tutte le parti, non è né solamente un fenomeno elitista, né ristretto a “banlieu” o sobborghi (vedasi le comunità nordafricane in alcuni centri urbani della Francia, o la già menzionata influenza di comunità immigrate in città britanniche).

    Insomma, con l’ “itanglese” (o lo si chiami come si voglia), stiamo assistendo a qualcosa di nuovo. È qualcosa che va oltre una semplice moda o “febbre da prestiti” passeggera e sarà interessante vedere come si svilupperà.

    A maggior ragione colpisce il totale disinteresse e passività di gran parte (ATTENZIONE: non tutti) della comunità dei linguisti italiani.

    Peter Doubt

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  8. Il suffisso “-er” deriverebbe da “-arius”,Latino, da cui l’italiano ha tratto “-aio”(Forma toscana) e “-ario”(Forma colta). Inoltre tramite adattamenti dal francese abbiamo “-iere”,”-iero”,”-ore” ecc…Da qui si deduce che si è sempre tradotto o adattato,almeno in antichità, quindi trovo ridicolo non riuscire a rendere in italiano le parole in “-er”. Prendiamo “partner”, ad esempio, si potrebbe rendere come “partenario”, usando uno dei tanti derivati dell’ “-arius” latino (oltretutto abbiamo “partenariato” quindi non vedo perché tramite retroformazione non si possa dire “partenario”). Ciò che mi chiedo è perché un italiano sia più prono a dire “spammer” ,e quindi ad usare un suffisso inglese, invece che “spammatore”, usando una suffissazione italiana?
    A me pare che gli Italiani sappiano usare molto bene alcuni elementi della lingua Inglese, in questo caso la formazione della parole, anche se delle volte con esiti pessimi (smart working), però nella graduatoria (ranking per gli italiani) della conoscenza dell’inglese facciamo sempre una magra figura(o performance).

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    • Siamo in preda a un’alberto-sordità che ci spinge a voler fare gli americani ostendando un inglese che non conosciamo troppo e dunque ci reinventiamo con esiti talvolta ridicoli e talvolta da “colonizzati”. Non è che non “riusciamo” a usare l’italiano, non vogliamo più, in preda a un provincialissimo senso di inferiorità.

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      • Sì, secondo me è che “spammatore” (o altri simili) suona brutto/buffo/lungo, mentre “spammer” (e simili) suona fico. Per coniare le parole in “-ario” ecc, ci vorrebbe però un’accademia dell’italiano, che fornisca queste raccomandazioni (obbligatorie per gli enti pubblici) e le divulghi (così veramente si potrebbe scegliere).

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            • In teoria sì… ma non sembra che la si voglia fare, anzi si va nella direzione contraria e gli anglicismi sono spesso introdotti dal linguaggio istituzionale.

              Ma “Potrebbe essere peggio… potrebbe piovere!” (Frankestein Junior)

              (TUONO.
              Segue diluvio di parole):

              caregiver, stepchild adoption,
              lockdown, green pass,
              cashback, navigator,
              question time, dosi booster,
              jobs act, flat tax, family day…

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  9. Mi permetto ancora una parola sulla questione del “creolo”. Anzitutto, a rigore terminologico, la nozione di “creolo” è sociolinguistica, nel senso che le lingue creole sono lingue “pidgin” (e qui non ci posso far nulla, l’anglismo è proprio un prestito di necessità!) che hanno già cominciato, da parte dei loro utenti, a venir trasmesse come prima o unica lingua alla generazione seguente. Quindi il problema della genesi riguarda non le lingue creole, bensì la loro fase sociolinguisticamente precedente dei “pidgin”. Questi ultimi però non sembrano esser sorti attraverso un processo graduale d’ibridazione tra due lingue, bensì dalla riorganizzazione ed elaborazione d’un codice ristretto creato artificialmente come strumento di comunicazione essenziale in contesti multietnici senza lingua comune (quali tipicamente quelli degli schiavi delle piantagioni caraibiche). Esistono anche, è vero, teorie genetiche differenti, ma non sembra comunque trattarsi dell’evoluzione graduale d’una lingua che assume vieppiù elementi da un’altro idioma sociolinguisticamente dominante.
    Tuttavia le lingue creole ci forniscono una lezione interessante, più simile al caso dell’intanglese, sotto un’altro punto di vista: perché esse hanno sembre goduto d’un basso prestigio linguistico, sono state di regola usate sono oralmente ed informalmente — sebbene oggi non manchino qua e là tentativi d’elevarle al ruolo di lingue “normali” — esse sono caratterizzate da un alto grado d’instabilità e permeabilità da parte della lingua dominante di turno. Ciò mostrano i casi di rilessificazione (p.es. si ritiene che il “chavacano”, creolo filippino a base lessicale castigliana, si sia sviluppato per sostituzione lessicale a partire da un creolo a base portoghese), e di “decreolizzazione”, quando cioè una lingua creola è sociolinguisticamente subordinata alla medesima lingua che ne ha formito la base lessicale (ad es. il “patwa” giamaicano, creolo a base inglese) e, percepita come una variante storpiata e sgrammaticata della seconda, tente ad avvicinarsi ad essa, attraverso rimodellanenti lessicali e assunzione d’elementi morfosintattici di per sé estranei al creolo.

    Infine su “spammatore” e simili:
    perché non si potrebbe, invece di trovare necessariamente sinonimi italiani (sempre a rischio di “nonepproprismo”!), ricorrere, come si è sempre fatto per i cultismi d’origine latina (e spesso anche francese), ad una semplice italianizzazione fonetica dei loro elementi costitutivi, specie se già esistenti in italiano? Perché “governance” e “performance” non potrebbero essere adattati in *governanza e *performanza? Govern-, per-, form- e -anza sono elementi già esistenti in italiano. Con un po’ più di licenza oserei proiporre anche *fittinezza, sebbene “fit” non esista in italiano (“fitto” ovviamente non c’entra) e in inglese la -n- faccia parte del suffisso e non della radice. Va da sé che per molti altri anglismi questi adattamenti non sarebbero possibili.

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    • Caro Pontoglio, non mi sento di difendere la tesi della creolizzazione dell’italiano da un punto di vista storico e terminologico, ma semplicemente in un senso lato che usa la parola metaforicamente. Quello che scrive è corretto, e volendo entrare a fondo nella questione forse il caso dell’itanglese esce da tutti i parametri storici e dalle similitudini. L’itanglese non nasce da un contatto tra due lingue sul territorio, e da una bilinguismo di fatto, ma da quello tra il territorio e un mondo virtuale televisivo, internettiano, lavorativo… culturale e sociale legato a una globalizzazione che pensa e parla in inglese e tende sempre più a coincidere con americanizzazione non solo dal punto di vista linguistico. Ciò che De Mauro ha definito lo tsunami anglicus è un fenomeno mondiale, e non c’è lingua che non abbia ormai dato un nome alla cosa (franglais, spanglish, Denglisch…). Le enunciazioni mistilingue, da noi, sono più gravi, e sono un atto snobistico di alto prestigio linguistico, mi pare. E in questo processo di ibridazione l’italiano risulta schiacciato dal prestigio della lingua dominante. Non è un caso, a proposito di governanza, che la parola sia stata coniata e usata (sul sito del parlamento europeo o anche da associazioni come la GEM+ di Bruxelles: per una Governanza Europea Multilingue) ma non ha avuto successo. Senza enti governativi, istituzionali e radicati nel territorio, che fissino dei canoni da seguire, l’attuale anarchismo linguistico che caratterizza l’Italia pare destinato all’affermarsi dell’itanglese dei giornali e della nostra classe dirigente, che ha la meglio. Forse creolizzazione può assumere un nuovo significato rispetto a quelli storici, nel nuovo scenario globale, o forse si può usare qualche altra etichetta, come anglicizzazione delle lingue locali. Comunque sia il fenomeno esce dalle categorie del prestito e si sta sviluppando in qualcosa che non è un meticciato (l’interferenza è un assorbimento dall’inglese a senso unico e l’influenza dell’italiano sull’inglese tende a zero nei tempi moderni, non nascendo da una realtà fisica bilingue) e che non saprei come altro chiamare se non, forse impropriamente o ingenuamente, creolizzazione, che mi pare esprima il salto di un’interferenza che sta uscendo dalla semplice area del prestito lessicale per dare vita a qualcosa di nuovo.

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