Anglicismi: dai singoli “prestiti” a una rete di parole interconnesse che colonizza interi settori

Interpretare i forestierismi come “prestiti” è una semplificazione ingenua che può andare bene quando il numero delle parole coinvolte è molto limitato. Nel caso del giapponese, per esempio, ci sono poco più di 50 vocaboli non adattati accolti nei dizionari, come:

aikido, anime, banzai, bonsai, emoji, futon, geisha, haiku, harakiri, hentai, hikikomori, judo, judoka, jujitsu, kabuki, kamikaze, karaoke, karate, katana, kendo, manga, mikado, origami, reiki, samurai, sashimi, shiatsu, sudoku, sumo, surimi, sushi, tatami, tofu, tsunami, wasabi, yen.

A parte qualche altra parola meno popolare e altri termini che derivano dal giapponese ma sono stati italianizzati (chimono, saké, soia, tempura…), non c’è molto altro da dire: considerare queste parole come “prestiti” tutto sommato è una classificazione che regge. Quando invece le importazioni sono circa 3.500, come nel caso dell’inglese, la teoria dei prestiti si rivela una categoria inadeguata e insufficiente per spiegare cosa sta accadendo, perché l’interferenza linguistica diventa un fenomeno ben più profondo, complesso e di tutt’altra portata.


Da una singola voce alle famiglie di anglicismi: un fenomeno trascurato

Se si analizza come sono entrati gli anglicismi da un punto di vista storico, è evidente che in larga parte non sono affatto prestiti isolati, ma si tratta di intere famiglie di parole che entrano e prolificano con diverse modalità.

Alcune volte si afferma e si diffonde un “prestito” che inizialmente è isolato, ma per la sua popolarità, con il tempo permette l’entrata di molte locuzioni collegate, come è avvenuto nel caso di → manager che ha poi portato al diffondersi di decine e decine di locuzioni come sales manager, top manager, area manager, brand manager, general manager, marketing manager

Altre volte succede il contrario: prima entra qualche parola composta, come tea-room o living room, e con il passare degli anni queste locuzioni si moltiplicano (press room, showroom, control room…) fino a che la parola madre, → room, anche se non è un lemma a sé dei dizionari, finisce lo stesso per entrare nella disponibilità di tutti.

Questo fenomeno è davvero trascurato dagli studiosi, ma mi pare fondamentale per rendere conto dell’interferenza linguistica in modo adeguato. Per fare un altro esempio di questi “prestiti” che creano una rete di vocaboli tra loro interconnessi, si può analizzare il caso di food, arrivato negli anni Ottanta attraverso fast food. Nel Devoto Oli del 1990 era l’unica occorrenza dell’anglicismo, ma oggi food designa l’intero settore dell’alimentazione e, nella grande distribuzione, il non food indica addirittura il settore non alimentare. Nel frattempo, infatti, sono comparsi i food corner (aree di ristorazione), il junk food (cibo spazzatura, 1987) o trash food (2001), lo slow food (marchio registrato italiano, 1989), il pet food (cibo per gli animali, 1992), lo street food (cibo di strada, 2000), il finger food (cibo al cartoccio, 2001), il comfort food (cibo consolatorio, 2002) e il food design (2006). Insomma, si è passati da 1 lemma (fast food, 1982) a 12: siamo andati oltre la decuplicazione in poco più di 30 anni. Ma la storia è destinata ad aumentare, visto che, fuori dai dizionari, tra gli anglicismi in circolazione si registra il food porn, e tra le notizie dei giornali si trovano i fattorini del food delivery, il social food e i food blogger, e poi gli eventi o le aziende food

Questa proliferazione di parole composte, naturalmente, non riguarda solo food, le stesse considerazioni valgono per gli altri elementi degli esempi: street (street food ma anche street art, street artist, street culture, street parade, street style), design (food design, fashion design, game design, graphic design, industrial design, interior design), pet (pet food, pet therapy, pet friendly, pet sitter) e via dicendo.

Espressioni come pet sitter, dog sitter o cat sitter, a loro volta, sono possibili perché sono state precedute da baby sitter (cfr. → “La maledizione della baby sitter e i composti di baby”), che non è un prestito isolato e “innocente”, è diventato un modello che ha permesso l’entrata di questi neologismi che circolano ormai senza alternative italiane, visto che si appoggiano a un’espressione divenuta estremamente popolare.

La parola baby, a sua volta, è stata assimilata nell’italiano e ha prodotto innumerevoli composti diventando un suffissoide che genera una quantità impressionante di altre parole e di accezioni che in inglese non esistono, sono dunque pseudoanglicismi. Il secondo elemento, sitter, non è particolarmente diffuso e prolifico, però è illuminante per esemplificare la proliferazione delle parole in -er. È evidente che, se sono centinaia, si finisce per interiorizzare nella nostra lingua una struttura inglese. Se chi fa design è un designer, chi uccide è un killer, chi fa surf è surfer, chi ferma il pallone è stopper, chi perseguita è uno stalker, uno spacciatore è un pusher, un controllore è controller, poi succede che un decodificatore è detto decoder, che un acquirente diventa uno shopper, e che da blog, chat, rock, rap, spam si ricavino blogger, chatter, rocker, spammer e non bloggatore, chattatore, rockettaro, rappatore e spammatore.

A questo punto dovrebbe essere più evidente che abbiamo a che fare non con singoli prestiti isolati, come nel caso del giapponese, ma con una rete di parole che con il tempo si allarga.

La rete di anglicismi in –ing

Torniamo a baby sitter. Tra le altre diramazioni ci sono anche baby parking, visto che parking (pseudoanglicicmo) era già diffuso, e babysitting una variazione in –ing che si è affiancata alla derivazione più italiana di babysitteraggio. Le parole in –ing (che includono gerundi ma anche participi e aggettivi) sono centinaia e centinaia.

Dopo lo stalking e il mobbing (in inglese poco usato), nel linguaggio della giurisprudenza questo “modello” si è diffuso portando nelle sentenze parole come grooming (adescamento dei minori), bossing (i soprusi del capoufficio, pseudoanglicismo) o straining (definito dalla sentenza della Corte di Cassazione n. 3977 del 19/02/2018 una forma attenuata di mobbing).

Se c’è il job sharing e il car sharing ecco che allora si può introdurre anche il bike sharing, il file sharing, il video sharing, la sharing economy (visto che c’è la new economy, la net economy, la old economy, la green economy e l’economy class); se arriva il bird watching e si afferma invece di osservazione ornitologica, si apre la strada a whale watching (per le balene), fish watching (per i pesci), skywatching (per il cielo) e bio watching.

In informatica c’è il mail bombing, il mailing e le mailing list. Ci sono l’hosting e l’housing, il data processing e il batch processing,  il  debugging, l’editing, l’engineering, il morphing, il multitasking, lo spamming e il caricamento diventa loading, grazie alle mancate traduzioni delle interfacce dei programmi informatici.

Nello sport c’è il dribbling e il pressing, il doping, il trekking, il walking, il running, il footing e il jogging, il bungee jumping (salto con l’elastico) e il base jumping (paracadutismo da fermi), il canyoning (torrentismo), lo spinning che poi genera l’hydrospinning e l’acquaspinning,  mentre dal bodybuilding si esce dallo sport con il body painting e il body sculpturing (liposuzione).

La desinenza in -ing porta da brand a branding, si trova in brainstorming, bookcrossing, booking e overbooking negli alberghi; da bank si genera banking e dunque banking online, home banking, mobile banking, internet banking, e-banking, phone-banking, remote banking, e poi c’è il trading, l’e-trading o trading online e il day trading, visto che c’è già la base dell’insider trading. Dallo shopping si arriva all’e-shopping passando per i shopping center; e poi il coaching,  il counselling, le cohousing, il couponing, il coworking, il couchsurfing, il crowdfunding e il crowdsourcing. C’è il marketing, il merchandising, il naming, il  networking, il problem solving, il caravanning, il casting, il broadcasting, il podcasting e il webcasting e persino nel mondo del porno spopolano parole come pissing o squirting.

E ancora lifting e restyling, roaming, scouting, scrolling, self publishing, spelling, storytelling, stretching, timing , screening… la messa in piega dei capelli è brushing, e davanti alle desinenze in –ing appiccicate alle parole inglesi di alta disponibilità non c’è da stupirsi se dressing da condimento per le insalate, in italiano viene usato nel gergo della moda con il significato errato di abbigliamento (dress è abito, ma l’abbigliamento sarebbe clothing).

Ho scelto solo qualche esempio tra i più diffusi, ma questo elenco in –ing continua, perché nei dizionari se ne trovano molti di più dalla A di aquaplaning alla Z di zapping. Il che significa semplicemente che in italiano ci siamo abituati alle desinenze in –ing e le stiamo interiorizzando come fossero normali.

In conclusione: l’interferenza dell’inglese non si può ridurre né spiegare come una semplice raccolta di prestiti isolati. Siamo in presenza di una rete e una struttura alloglotta che entra nel nostro lessico e prolifera. Si tratta di un fenomeno nuovo, di massa, dalla portata potenzialmente devastante, che non ha precedenti in alcuna epoca passata e che non ha eguali nemmeno quando il francese rappresentava la lingua di moda che ci influenzava con moltissimi “prestiti” non adattati. Si tratta di un fenomeno dalla velocità sconcertante: in 70 anni, nell’arco di una sola generazione, abbiamo importato un numero di anglicismi interconessi e sempre più fitti che stanno cambiando il volto dell’italiano con suoni estranei alla nostra tradizione, con nuove regole aliene alla nostra grammatica.

Gli anglicismi non sono parole isolate, sono semi che attecchiscono in modo virale perché al contrario di ciò che avviene in altri Paesi in Italia non abbiamo anticorpi e da noi trovano il clima favorevole per moltiplicarsi a dismisura e incontrastati. Queste parole stanno colonizzando intere aree di settore, come l’informatica, la moda, il lavoro, molti ambiti dell’economia, dello sport, delle leggi, della politica… È il segnale che il lessico dell’italiano storico è destinato a cambiare, ad anglicizzarsi sempre maggiormente e corre seriamente il rischio di trasformarsi in itanglese, perdendo la propria  identità.

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