La strategia degli Etruschi (e 1.500 firme per fermarla)

Le firme della petizione #litalianoviva al presidente Mattarella, per l’estromissione degli anglicismi nel linguaggio istituzionale e per l’avvio di una campagna contro l’abuso dell’inglese, aumentano. Non so più come ringraziare i tanti che mi hanno scritto e che si stanno adoperando per diffonderla. Tra le oltre 1.500 adesioni di questi giorni mi ha colpito l’alto numero di professori universitari, scrittori, personaggi di primo piano della cultura (prossimamente ne parlerò più nei dettagli). Mi pare un dato molto significativo, perché vedo che questo tema non è sentito solo dalla gente, ma anche da molti intellettuali che hanno preso una posizione netta.

Una nuova egemonia culturale

Per comprendere meglio cosa sta avvenendo nel nostro Paese vorrei partire proprio dalla riflessione di un intellettuale come Gramsci, che riporto senza alcuna presa di posizione ideologizzata, ma solo perché la trovo molto acuta e attuale:

“Ogni volta che affiora, in un modo o nell’altro, la quistione della lingua, significa che si sta imponendo una serie di altri problemi: la formazione e l’allargamento della classe dirigente, la necessità di stabilire rapporti più intimi e sicuri tra i gruppi dirigenti e la massa popolare-nazionale, cioè di riorganizzare l’egemonia culturale”
(Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, Quaderno 29, § 3).

Oggi la “questione della lingua” riguarda soprattutto l’interferenza dell’inglese e va inserita in un quadro internazionale che ha a che fare con l’espansione dei modelli angloamericani in tutto il mondo e con la globalizzazione. Questi modelli non sono solo linguistici, ma anche economici, politici e culturali. Perciò la riflessione sulla necessità di una riorganizzazione dell’egemonia culturale mi sembra più che mai valida.

L’attuale egemonia culturale italiana, che occupa il panorama mediatico, politico e i posti di rilievo nel mondo del lavoro, sempre più spesso punta all’inglese come modello superiore. Ma come ha osservato un grande linguista tedesco, Jürgen Trabant, questo atteggiamento sta portando a una moderna “diglossia neomedievale” che erge barriere sociali nei singoli Stati, dove si crea una frattura linguistica e culturale tra chi parla l’inglese e no, tra le classi sociali alte e quelle basse. Ciò non riguarda solo l’uso dell’inglese come la lingua della comunicazione internazionale, della scienza o dell’Europa, riguarda anche l’abuso dell’inglese nell’italiano. Insomma, mi pare che le parole di Gramsci siano illuminanti: la nuova classe dirigente dell’era della globalizzazione e del dopo-muro di Berlino sta procedendo a una riorganizzazione culturale, e linguistica, che sta creando fratture con la gente, con le masse, con gli italiani.

Ecco perché mi sembra importante che emerga un altro modello di egemonia culturale. Un modello che in Italia c’è, ma è sommerso dal pensiero dominante e disgregato, e bisognerebbe invece che si organizzasse ed emergesse come avviene normalmente all’estero.

 

Il senso di inferiorità verso l’inglese: un’anomalia tutta italiana

Mentre in Italia sembra che nessuno si preoccupi di tutelare e promuovere il nostro patrimonio linguistico, all’estero non è così.

La tutela della lingua si trova in Paesi lontani come la Cina e in quelli vicini come la Svizzera, dove l’italiano è promosso molto meglio che da noi. In Islanda esiste la figura del “neologista” che crea alternative agli anglicismi attraverso neoconiazioni che partono dalle radici endogene, cioè dalla propria lingua. La questione è sentita in special modo in Africa, dove intellettuali in odore di Nobel come Ngugi wa Thiong’o (autore di Decolonizzare la mente, Jaca Book, 2015) invitano a ribellarsi all’inglese (“Scrittori, ribelliamoci all’inglese”, la Repubblica 02 Agosto 2019, di Pietro Veronese), la lingua colonizzatrice che “fiorisce sul cimitero degli altri idiomi”.

Nel mondo ispanico esistono una ventina di accademie che promuovono la propria lingua e creano alternative agli anglicismi. Come ha ricordato Gabriele Valle, la presentazione del Diccionario panhispánico de dudas (2005) che, oltre a diffondere le alternative agli anglicismi rappresenta un punto di riferimento per l’omogeneità della lingua in tutti i Paesi ispanici, è avvenuta dinnanzi a tutti i giornali più importanti, che sottoscrissero un accordo:

“Consci della responsabilità che nell’uso della lingua ci impone il potere di influenza dei mezzi di comunicazione, ci impegniamo ad adottare come norma fondamentale di riferimento quella che è stata fissata da tutte le accademie nel Dizionario panispanico dei dubbi, e incoraggiamo altri mezzi affinché aderiscano a questa iniziativa”.
(“Lʼesempio della sorella minore. Sulla questione degli anglicismi: lʼitaliano e lo spagnolo a confronto”, p. 757).

In Italia, i mezzi di informazione sembrano invece piuttosto irresponsabili e poco consapevoli del loro ruolo storico nell’unificazione dell’italiano che oggi depauperano. O più probabilmente ne sono perfettamente consci, ma la loro visione della modernità è quella dei collaborazionisti dell’itanglese.

Anche l’Académie Française opera per la creazione di alternative agli anglicismi e per la loro diffusione, al contrario di quanto fa la Crusca, e in Francia esiste la legge Toubon che impone il francese – lingua inserita nella Costituzione – nel linguaggio istituzionale e in quello del lavoro. In questo Paese capita che intellettuali come il filosofo Michel Serres accusino la classe dirigente che abusa dell’inglese – e non certo nel linguaggio istituzionale, perché sarebbe impensabile – di essere dei “collaborazionisti”:

“Durante l’Occupazione, mille parole tedesche sono spuntate sui muri di Parigi e di altre città francesi. È iniziato qui il mio orrore per le lingue dominanti e l’amore per quelle che si volevano eradicare. Visto che oggi, in quegli stessi luoghi, conto più parole americane che non parole destinate ai nazisti all’epoca, cerco di difendere la lingua francese, che ormai è quella dei poveri e degli assoggettati. E constato che, di padre in figlio, i collaborazionisti di questa importazione si reclutano nella stessa classe, la cosiddetta élite.”
(Contro i bei tempi andati, Bolati Boringhieri 2018).

Da noi queste parole appaiono estremiste, perché la nostra classe dirigente è formata sempre più da chi è colonizzato: i collaborazionisti hanno occupato le posizioni centrali e impongono la nuova lingua dominante, a cominciare della sinistra che ha perso ogni contatto con le “masse” e ogni spirito critico nei confronti degli Stati Uniti, per finire con i “sovranisti” che però praticano l’itanglese.

E allora forse dovremmo essere davvero internazionali, che non significa avere la testa soltanto oltreoceano, ma guardare a cosa accade negli altri Paesi, a cominciare da quelli vicini.

Il ricorso all’inglese ridicolo e devastante

Piero Bevilacqua, nell’aderire alla petizione, ha dichiarato:

“Lo sciocco narcisismo con cui giornalisti, uomini politici, personaggi dello spettacolo esibiscono il loro inglese orecchiato, va denunciato con le armi della critica come un fenomeno di inferiorità culturale. Chi crede di apparire più colto ricorrendo a termini inglesi – che spesso sono di origine neolatina – ignora la ricchezza e grandezza della lingua italiana e perciò esibisce non la propria cultura e il proprio essere aggiornato, ma la propria ignoranza. Il ricorso a una lingua straniera, quando esistono equivalenti italiani, spesso semanticamente più ricchi e vocalmente più musicali, rivela un fondo di servilismo da popolo colonizzato, che svaluta la storia della propria lingua, cultura, civiltà. Perciò chi si fa strumento della creazione di un immaginario nazionale subalterno va criticato aspramente, additato come responsabile di un danno di immagine procurato al Paese, portatore di un messaggio diseducativo e fuorviante alle nuove generazioni.”

Sottoscrivo ogni parola di Bevilacqua e voglio provare a esemplificarne il senso e ad aggiungere ulteriori elementi.

Credo che la situazione italiana sia pericolosa, per la nostra lingua e cultura, perché non esiste alcuna resistenza né reattività davanti all’espansione dell’inglese globale. Al contrario, la nostra classe dirigente sembra agevolarla dall’interno, operando scelte lessicali anglomani davanti a tutto ciò che è nuovo a costo di ricorrere agli pseudoanglicismi (come smart working o navigator). Basta che suoni inglese, insomma, anche se non lo è affatto.

In questa follia, in questa mania compulsiva elevata a strategia comunicativa (non sempre consapevole) ciò che sta accadendo travalica quello che si può spiegare con le categorie ingenue e datate del “prestito” che molti linguisti ancora utilizzano senza riuscire a comprendere cosa ci sta accadendo. Siamo in presenza di uno “tsunami anglicus”, per citare Tullio De Mauro, cioè a un travaso dell’inglese di ben altra portata.

Gli anglicismi non sono più poche manciate di semplici parole isolate (“prestiti”) che importiamo perché non ne abbiamo di nostre (e non vogliamo né tradurre, né italianizzare, né reinventare con neologismi autoctoni) o perché ci appaiono più prestigiose ed evocative. Siamo in presenza di un’emulazione basata sulle ricombinazioni di radici inglesi che si ricompongono in modo virale e generano un quantità di anglicismi che sfugge ormai alla possibilità di ogni classificazione (ne ho parlato in un articolo sul portale Treccani).

Invece di parlare di fondi per la ripresa, durante la pandemia i politici e i giornali hanno scelto di utilizzare l’espressione inglese recovey fund. Il risultato è l’imposizione alla gente dell’ennesimo anglicismo che battezza un nuovo concetto attraverso un’espressione che viene trapiantata come fosse un nome proprio insostituibile, poco trasparente non solo alle masse, ma persino agli stessi trapiantatori che spesso la storpiano in modo errato, perché sono i primi a non conoscerla. Penso all’onorevole Gelmini che alla Camera ha pronunciato sistematicamente “recovery FAUND” e non “FAND” (lo si può ascoltare qui, al minuto 1,35 circa), come se fosse scritto “found” (inglese: not found! ). Questo non vuole essere un attacco politico, né personale, l’onorevole è in buona compagnia di altri colleghi parlamentari di ogni schieramento e anche di numerosi giornalisti che hanno sfoggiato la stessa dizione in tv e persino nello scrivere (vedi primo riquadro dell’immagine sotto).

E allora a che giova ostentare questo tipo di inglese maccheronico?

recovery

Purtroppo non finisce qui. Al ridicolo si aggiunge il deleterio.
L’introduzione di recovery fund diventa popolare perché ripetuto in modo martellante e senza alternative, e questo porta all’assimilazione di recovery che prende vita e produce altre ricombinazioni a catena dove tutto va bene, basta che non sia italiano. Si parla perciò anche di recovery bond, visto che le obbligazioni sono sempre più spesso bond, dagli eurobond ai coronabond, ma si trovano anche: recovery instrument, recovery initiative, recovery strategy, e alla fine Di Maio se ne esce con la necessità di un recovery plan, su cui ironizza Giorgio Comaschi in una delle sue pillole in video, che radica recovery ma anche il parlare di plan invece che di piano in una rinuncia all’italiano sempre più ampia.

In questo ricorso alle ricombinazioni di radici inglesi accade perciò che nasca la regola istintiva del “covid + N”, dove “N” sta per qualunque cosa purché sia inglese. I covid hospital, invece che ospedali covid, consolidano l’abitudine a invertire le parole all’inglese, ma anche a far circolare hospital invece di ospedale (come del resto si parla di day hospital al posto di ospedale diurno). E così dilagano i covid pass che prima si indicavano con patente di immunità, spuntano i covid manager, si legge della ristrutturazione dei locali in modo covid free, e tra covid test e covid stress, l’ultimo arrivato da pochi giorni nella famiglia è il covid like.

Lo stesso vale per lo smart working, che nonostante sia uno pseudoanglicismo diffuso solo in Italia, diventa il modello per la smart-didattica, espressione inesistente sino a un mese fa e che oggi comincia a farsi strada.

smat didattica
Fino all’1 marzo 2020 “smart-didattica” compariva in questi soli 3 articoli in tutte le notizie della Rete.

Negli ultimi vent’anni l’espressione era stata azzardata in solo 3 articoli presenti in tutte le notizie italiane della Rete, ma negli ultimi due mesi è stata usata 1.150 volte. La logica è quella della bat-mobile e della bat-caverna, dei Barpapà e del barbatrucco, ma purtroppo non c’è nulla di ironico. È tutto tragicamente reale.

smart didattica1
Le 1.150 occorrenze di “smart didattica” nelle notizie in Rete al 19/5/20

 

In questo “servilismo” ridicolo da popolo colonizzato si trova ormai di tutto, è uno straparlare che assomiglia a una gara a chi spara più anglicismi e a chi riesce a depauperare maggiormente il nostro lessico. E tra il grocery e lo shelf life contro cui si scaglia Giorgio Comaschi, probabilmente destinati a rimanere degli occasionalismi, si fa strada la staycation che ci regala la Repubblica (e tante altre riviste digitali) che potrebbe invece radicarsi e diventare il tormentone dell’estate (dopo le prime apparizioni sui giornali di qualche anno fa che non si sono affermate).

staycation

Ecco dove sta andando l’italiano. Questo non è un fotomontaggio, è una pubblicità vera (grazie a Giampaolo Donini che me l’ha mandata). E cosa rimane della nostra lingua?

pubblicità

È questa la lingua che vogliamo? È questo il futuro dell’italiano?

Intanto, diciamolo forte a tutti i “negazionisti”: questo è già il presente, e forse è arrivato il momento di fermarci.

Ho chiamato questa anglomania ormai fuori controllo “la strategia degli Etruschi”, che si sono sottomessi alla romanità, che evidentemente consideravano qualcosa di più moderno o superiore alla propria meravigliosa cultura, fino a farsi assimilare e fino a scomparire.

Ecco il perché della petizione #litalianoviva, ed ecco perché mi pare così bello e importante vedere insieme alla gente comune anche gli intellettuali, i docenti universitari o gli artisti che rappresentano una buona alternativa alla classe egemone. Tutti aggregati nello stesso obiettivo di non abbandonare le nostre radici, la nostra storia, la nostra cultura, la nostra lingua possiamo dare vita a una battaglia che vale la pena di combattere.

 

PS
Sulla differenza nel trattare gli stessi anglicismi tra Corriere della Sera, El País e Le Monde consiglio questo breve video di Cinzia Filannino, una studentessa che ha compiuto una ricerca semplice quanto significativa.

18 pensieri su “La strategia degli Etruschi (e 1.500 firme per fermarla)

  1. i programmi di Rai3 di stasera: Un posto al sole CLASSIC e Sostiene Bollani RELOADED

    In più, c’è quell’altro “fotoromanzo in movimento” di Rai1 che va in onda quotidianamente e ha la dicitura DAILY.

    A volte faccio il percorso inverso: se Canzonissima fosse stato un programma degli ultimi 15 anni si sarebbe chiamato Top Song Show, a occhio…

    Specifico che non ce l’ho con la RAI, sono tendenze dilaganti che si trovano ovunque.

    Leggevo la scheda di un film sull’enciclopedia Wiki: Film X “è il remake/spin-off in live action di” Y (cartone animato)
    Quando bastava dire “è l’adattamento cinematografico (derivativo) del cartone animato Y”

    #litalianoviva

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    • Rai movie, Rai Premium, Rai News, Rai Gulp per i bambini… Lo stesso vale per molti altri canali in chiaro (Paramount, Real time) e a pagamento (Discovey channel, Sky). I palinsesti televisivi sono sempre più affollati di anglicismi nel linguaggio (reality show, talk show, soap opera, fiction, sit-com, pay tv, telemarketing, entertainment, nomination) e anche nei nomi di alcune trasmissioni (Voyager, Tabloid, Report, X-Factor, e persino The Voice of Italy o Italia’s Got Talent).

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      • Alcuni canali che hai citato (Discovery Channel, Real Time, Paramount) sono originari degli USA (e se non mi sbaglio lo è anche Sky). Paraomount in particolare è associato all’ ononimo studio cinematografico.

        Riguardo a Voyager (trasmissione “complottista” che non ho mai apprezzato) esso prende il nome dalla famosa sonda spaziale Voyager.

        The Voice of Italy e Italia’s Got Talent sono invece una brutta copia di trasmissioni americane analoghe (The Voice of America, America’s Got’s Talent…). Poi c’è Ballando con le Stelle che è scopiazzata da Dancing with the Stars.

        Riguardo ai canali digitali Rai ho già discusso l’altra volta su Rai Gulp e Rai Premium (gli unici titoli che salverei, il primo perché la parola “gulp” non ci ha mai disturbati, il secondo perché “premium” può andar bene a patto che NON VENGA PRONUNCIATO “primium”).

        Terminata questa parentesi sono consapevole anch’io che l’inglese abbondi troppo nei titoli dei programmi televisivi, sia per effetto dall’esterno (dagli Stati Uniti) e sia per effetto dall’interno interno (con l’itanglese).

        E mi rammarica pure il fatto che le nuove sezioni digitali annunciate dalla Rai siano anch’esse inglesizzate (Teen, Learnig…). L’ultimo sforzo davvero buone era quello del titolo di Rai Cultura e Rai Italia dal 2014.

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  2. Hai fatto molto bene ad alzare lo sguardo con questo tuo ottimo intervento, perchè il ricorso ossessivo all’anglicismo è la spia di uno stato di soggezzione coloniale verso il mondo anglosassone molto più generale. Lo si riscontra in tutti gli ambiti e nella vita di tutti i giorni. Penso che succeda a tutti noi che navighiamo nella rete di ritrovarci a tu per tu con le situazioni più disparate. Faccio due esempi che sono solo gli ultimi in ordine di tempo che mi sono capitati la settimana scorsa.
    Questa è una azienda “italiana” che si definisce così:
    “la prima martech company italiana che, grazie ad asset e know-how unici, offre supporto in ambito strategico, analytics, digital e technology”.
    La sua prima pagina nella versione italiana è in realtà scritta in una specie di barbaro miscuglio italiano inglese ed è questa
    https://www.jakala.com/
    da notare che invece le versioni spagnole e francesi sono scritte in (udite udite) spagnolo e francese.
    Ho chiesto spiegazioni e mi hanno anche degnato di una risposta ma solo per dirmi che non capivano a cosa mi stessi riferendo (siamo al delirio).
    Quest’altro è invece un relativamente nuovo giornale digitale italiano. Anglicismi a parte sarebbe anche scritto in italiano, ma guarda come titola e che tipo di caratteri usa nel titolo stesso
    https://www.theitaliantimes.it/
    Qui non siamo neppure più alla polemica linguistica, ma alla necessità di fornire assistenza di buoni analisti perchè è evidente che il problema è di complesso di inferiorità.
    Mettiamoli comunque sempre di fronte alla responsabilità dei loro comportamenti, sia per far vedere che sta montando una sensibilità su questo tema sia anche perchè è divertente vedere come si arrampicano sui vetri per giustificarsi.
    Saluti.

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    • Non saprei cosa aggiungere alle tue parole. I tuoi esempi non sono purtroppo eccezioni isolate, ma una prassi che è all’ordine del giorno e in crescita preoccuppante. E’ necessario lavorare per spezzare questa follia e creare un nuova cultura. Ci sto provando come posso e con tutte le mie forze. Grazie.

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    • Io spesso ho provato a protestare (educatamente) sotto le pagine di alcune testate presenti sulle reti sociali e mi hanno sempre trattato male.

      Ad esempio, c’era un articolo che recensiva un televisore e oltre a decine di anglismi (della maggior parte dei quali esisteva una traduzione) ce n’era anche uno che mi ha fatto sobbalzare: “una soluzione no compromise”

      Di fronte alla mia “protesta” mi è stato risposto: ” se vuole più l’italiano si legga una poesia di Pascoli, non la recensione di un TV”

      Con certi personaggi è inutile discutere perché non entrano nel merito della questione…

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      • Non so, bisogna vedere caso per caso a seconda del contesto. Se sei su siti commerciali in genere sono sensibili al fatto che una cattiva comunicazione nuoce agli affari, su quelli di politica invece al tema dell’identità che è poi connessa con l’indipendenza e quindi sul non subire questa subdola forma di imposizione coloniale. Bisogna sempre cercare di scrivere commenti che mettano in risalto dei comportamenti contraddittori, tenendo conto che su questo tema la gente agisce quasi sempre non per libera scelta ma perchè pesantemente condizionata da ciò che legge ed ascolta intorno a se. Stimolare invece la riflessione con argomentazioni logiche non può che essere d’aiuto ad allargare il consenso e la consapevolezza intorno a questa battaglia per la salvaguardia dell’esistenza stessa del nostro paese (l’Italia senza l’italiano non è più l’Italia ma qualcos’altro, e non saprei neanche dire bene che cosa).

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  3. Sto leggendo un romanzo appena uscito per Rizzoli, con un uso di termini inglesi da mettersi le mani nei capelli. Non me la prendo con la traduttrice, si è limitata a seguire la moda odierna di lasciare in-tradotti dei termini perfettamente traducibili in italiano. E molti di questi sono tutt’altro che di uso comune.
    Che senso ha scrivere «chowder di pesce» invece di «zuppa di pesce»? Perché vanno per mare su uno schooner invece che su una scuna o goletta? (Storicamente i romanzi marinareschi hanno messo a dura prova fior di traduttori, ma visto che siamo un Paese peninsulare non ci mancano certo termini nautici da usare); perché dire foodwriter invece di “scrittrice di cucina”? Ma certo, è più figo, come andare al food truck a mangiare astice… Astice? E perché? Nei food truck del Maine si mangia lobster, lo sanno tutti: non la vedete la Signora in Giallo??? 😀 Perché tradurre un termine e l’altro no? Forse tradurre in italiano per i lettori italiani sarebbe meglio che farlo a macchia di leopardo… Scusa, a leopard spot 😀

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    • Perché siamo colonizzati e fieri di esserlo, stiamo buttando nel cesso la nostra cultura, prima che la nostra lingua. Come i Britanni assoggettati da Agricola di cui parla Tacito: dopo essere stai asserviti furono educati a “bramare” la cultura romana che cominciarono a considerare superiore. E alla fine “ignari, essi chiamavano civiltà tutto questo che null’altro era se non un aspetto della loro servitù”. I libri come quello che citi, così come il linguaggio di giornali e politici, è la lingua dei collaborazionisti di questo processo di americanizzione che si vorrebbe imporre a tutto il globo, e che da noi trova terreno fertile perché non abbiamo alcuna resistenza, e lo agevoliamo dall’interno.

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