L’italiano non è resiliente (ed è poco proattivo)

Riparto dalla chiusa dell’ultimo articolo (“La sovralingua del green pass”), e cioè dal fastidio e dall’ostilità che generalmente suscitano le parole nuove, visto che come scriveva Leopardi non siamo abituati a sentirle. Un’idiosincrasia che però non si riscontra quando i neologismi sono in inglese crudo.

Questa accettazione priva di resistenze per il lessico del nuovismo espresso in inglese è spesso accompagnata dal rifiuto per una nuova parola corrispondente italiana, ed è soprattutto la combinazione di questo duplice sentimento (in inglese è bello, in italiano è brutto) a favorire la neolingua chiamata itanglese.

La traduzione letterale è poco in voga, ma è anche difficile che l’italiano riesca a generare neologismi alternativi all’inglese, e quando succede di solito non hanno grande successo, come nel caso di apericena (che molti considerano un “brutto” vocabolo) al posto di happy hour.

Gli adattamenti sono ancora più rari e disusati, dallo scevà che va tanto di moda (sono uno dei pochi che lo scrive in italiano) che per tutti è schwa (poco importa che sia parola ebraica, ci arriva dal dibattito d’oltreoceano), al luminolo, il composto chimico che rivela la presenza di sangue sui luoghi del delitto, e che tutti chiamano luminol.

C’è poi un’altra strategia che nelle lingue sane argina i forestierismi: l’allargamento di significato delle parole già esistenti – la risemantizzazione – che da noi ha poco successo. O meglio, è diffusa ma è a senso unico: realizzare qualcosa si amplia e diventa non più solo costruire ma comprendere; intrigare passa dal compiere intrighi a indicare qualcosa che ci attira; salvare diventa memorizzare (save the date)… parole come queste assumono nuovi significati per interferenza dell’inglese, ma viceversa difficilmente una parola italiana si amplia per sostituire un anglicismo in circolazione. E infatti ci sono schiere di anglomani pronte a perorare la necessità e l’intraducibilità di parole come selfie (autoscatto non va bene) o caregiver, cioè l’assistente familiare, che sostengono che non si possa rendere con badante, in quanto quest’ultimo lo farebbe a pagamento, al contrario del caregiver. Dove sta scritto che il participio presente di badare abbia a che fare con l’essere pagati? Da nessuna parte, naturalmente. Il significato (colui che bada) viene cancellato in nome di un uso, molto recente, che non si capisce perché non possa essere esteso. La retorica dell’uso farebbe di questa parola qualcosa di immutabile, alla faccia del suo significato secolare. Dove sta scritto poi che caregiver è slegato dall’essere una professione pagata? Da nessuna parte, ancora una volta. In inglese non c’è, gliela attribuiamo noi italioti questa accezione, perché quando importiamo una parola inglese, ridefiniamo tutta l’area semantica delle parole vicine (come aveva notato Roberto Gusmani, Saggi sull’interferenza linguistica, seconda edizione accresciuta, Le Lettere, 1993) e le attribuiamo una nostra valenza assente nella lingua di origine.

In quest’ultimo processo c’è un meccanismo che mi pare poco indagato, e che porta a un restringimento dei significati storici dell’italiano (il contrario dell’allargamento), che in questo modo regrediscono in una ridefinizione delle cose attraverso le categorie della lingua inglese che fanno tabula rasa della nostra storia – e della nostra intelligenza – in una reinvenzione dell’acqua calda presentata come una sorprendente novità. Per esempio con il concetto di resilienza.

Resilienza e proattività

La parola resilienza non è nuova, ma in passato era usata in ambito tecnico ed era di bassissimo uso, prima che nel nuovo Millennio esplodesse con grande fortuna nel suo uso metaforico omnicomprensivo, proprio per interferenza dell’inglese. Il suo essere un neologismo (e dunque il suo creare un vespaio di oppositori e adulatori) è nella sua popolarità e frequenza.

In queste ridefinizioni, per evidenziare la presunta novità introdotta da un nuovo concetto, si compie di solito il giochetto di negare i significati storici, di far sparire e ridimensionare ciò che già c’era, per dare spazio alle pseudo-novità. Lo schema è quello di inventarsi una differenza che giustifichi la necessità della nuova parola-concetto. In questo tranello ci cade persino la Crusca quando, con un inno all’elasticità, scrive: “Resilienza non è quindi un sinonimo di resistenza: il materiale resiliente non si oppone o contrasta l’urto finché non si spezza, ma lo ammortizza e lo assorbe, in virtù delle proprietà elastiche della propria struttura.”

Mentre l’analisi e la storia di resilienza e resiliente dell’articolo sul sito della Crusca è ineccepibile, lo stesso non si può dire dell’analisi di resistenza e resistente, che non sono affatto slegati dal concetto di elasticità come si vuol far credere. Non c’è bisogno di consultare le tante pagine del Grande Dizionario Battaglia, in proposito. Basta pensare a un tessuto resistente, che ha proprio la proprietà di assorbire senza lacerarsi o senza deformarsi. Identificare la resistenza con la rigidità è semplicemente errato. Resistenza ha tante accezioni e include anche la resilienza, rendendola un concetto piuttosto vuoto soprattutto quando diventa una supercazzola da usare in senso figurato per esaltare l’importanza di essere flessibili. La resilienza si ritrova nella massima latina del fuscello che si piega ma non si spezza davanti alla quercia, forte e rigida, che però è soggetta a un punto di rottura (mi spezzo ma non mi piego). Dov’è la novità? Sono entrambe capacità di resistere. La novità è che si passa dal mi piego ma non mi spezzo a mi spezzo ma non mi spiego, facendo credere che l’unica accezione di resistenza sia quella della quercia.

Altrettanto insensato è lasciare intendere che la flessibilità sia qualcosa di nuovo e straordinario. Tutto ciò ci arriva dall’uso figurato di concetti che arrivano dalla medicina, dalla psicologia o dal marketing di testi angloamericani.

Non entro nella diatriba poco sensata delle parole belle o brutte, dei detrattori della parola resilienza, o degli adulatori venditori di fumo che ne esaltano la portata rivoluzionaria. Si può usare la parola che si preferisce, in un’epoca in cui la cooperazione è diventata sinergia. Tutto va bene, siamo di fronte a parole italiane, in fin dei conti. Voglio solo riflettere sul fatto che sotto certi cambiamenti linguistici non ci sono delle novità concettuali, ma delle ridefinizioni che importiamo perché stiamo solo ripetendo in modo acritico ciò che arriva da un modello culturale dominante che non sappiamo che scimmiottare.

Un percorso analogo è quello della parola proattivo (sul modello di proactive), dove quel pro sta per prima, davanti, e il neologismo indica la capacità di prevenire e anticipare gli effetti negativi. E la stucchevole retorica dell’importanza dell’essere proattivi che trasuda dal linguaggio aziendale è un’altra bufala del lessico del nuovismo che ci vende come chissà quale innovazione una strategia basata sull’importanza degli atteggiamenti proattivi che sono semplicemente preventivi.

Purtroppo, il più delle volte queste ridefinizioni concettuali si fanno direttamente con parole inglesi. Il pappagallo italiano non è più il molestatore delle belle ragazze che passeggiano per la via, quello si dice ormai catcalling. Il pappagallo italiano del nuovo Millennio è l’intellettuale, il giornalista, l’imprenditore, il politico, lo scienziato, il tecnocrate, l’insegnante… che non sa fare altro che ripetere le categorie d’oltreoceano facendo credere che siano novità, perché ha smarrito la propria cultura e le proprie radici, prima che la propria lingua.

In questo modo introduce direttamente in inglese ciò che non è più in grado di esprimere in italiano, come nel caso dello speed mentoring, del role model, del chunking, e di tutta una serie di anglicismi che rappresentano una nuova cultura che fiorisce sull’ignoranza di un italiano che sembra essere sempre meno resiliente e proattivo.

Pet, cani e giornalisti

Fino ai primi anni del Duemila PET era solo un anglicismo che indicava la Tomografia a Emissione di Positroni, poiché noi importiamo le sigle non secondo l’ordine delle nostre parole – come fanno i francesi che la chiamano TEP – bensì secondo quello inglese (Positron Emission Tomography). Ma la lingua evolve, e oggi i pet sono gli animali domestici, da compagnia, quelli che un tempo erano i cani e gatti.

Pet therapy

Tutto ha avuto inizio con la pet therapy, che ha preso piede intorno al 1998. In italiano sarebbe zooterapia, ma quasi nessuno la chiama così, perché le alternative italiane non circolano. La pratica è diventata di moda, e ormai si è affermata a questo modo. Sui giornali e tra gli specialisti c’è solo il martellamento dell’inglese.

In un titolo di qualche giorno fa sulla rivista Dica33 si legge: «La pet therapy fa bene. Intervista ad Aldo La Spina». L’articolo spiega che «anche solo guardare e accarezzare un “pet” riduce la pressione sanguigna, rasserena e rilassa, distrae e conforta». Di titoli del genere ce ne sono centinaia, tra i più recenti si spazia da la RepubblicaPet therapy all’ospedale Meyer, contro l’ansia da vaccino») a riviste di settore come Cavallo Magazine (da notare il magazine, a proposito di anglicizzazione): «Bologna, tentata truffa: provano a portare via i cavalli da pet therapy». Il pezzo si apre con “Shock a Bologna, tre individui si presentano al maneggio di una cooperativa sociale pretendendo di aver acquistato tre cavalli: ma non era vero» , e si scopre che tutto è successo alla cooperativa sociale di quella città che ha pensato bene di chiamarsi “Il Paddock” (una scelta originale quella di puntare sull’inglese per la denominazione!). E ancora, sul Resto del Carlino (che non ha a che fare con l’omonimo cane-pet carlino) si legge: «“Be Open minded” La pet terapia modello da esportare». A dire il vero, più che esportare non facciamo che importare, a quanto pare.

Un anglicismo tira l’altro

Subito dopo l’importazione della pet therapy è arrivata quella del pet friendly.
Inizialmente si sono chiamati così per esempio gli alberghi attrezzati per ospitare cani e gatti, e ancora una volta tutto è esploso al punto che oggi ci sono elenchi ufficiali di spiagge pet friendly (o anche dog friendly, l’importante è non usare le parole italiane) mentre l’ANSA riferisce che «A Bologna i musei diventano ‘pet friendly‘. Dal MamBo al Morandi, itinerari ad hoc e servizio dog-sitting». La possibilità di andare al museo con il cane, o di parcheggiarlo nelle apposite aree sotto la custodia di un dog sitter è stata possibile grazie al servizio di dog-sitting Dogs & Museum, ideato da Bauadvisor!

L’inglese in vetrina, l’italiano nel museo

E così l’inglese viene messo in vetrina, e nei musei ci si vuole mettere l’italiano; e infatti i negozi per animali sono diventati pet shop, e più recentemente pet store, mentre il cibo per animali è diventato pet food. Inutile dire che ciò è possibile perché a loro volta anche i negozi sono sempre più shop e store, e il settore dell’alimentazione è ormai quello del → food, in un allargamento dell’inglese che porta alla sostituzione delle nostre parole in modo sempre più preoccupante.

Nel giro di pochi anni pet è esploso, è diventato la categoria per etichettare il settore che compare anche sui giornali: «Pet, la pandemia non ferma la crescita», il “mercato italiano del pet food”nel 2020 è cresciuto, «le vendite nei principali canali di distribuzione, ovvero Grocery, Petshop tradizionali e Catene Petshop, hanno raggiunto i 2.257 milioni di euro per un totale di 626.600 tonnellate di alimenti venduti, facendo così registrare un incremento rispettivamente del 4,2% e del 2% sul 2019.» E come si legge su Liguria Business Journal (nome tipicamente ligure) «Arcaplanet, la catena leader del pet care in Italia – un’azienda che ha sede a Carasco – inaugura nove Pet store in cinque regioni». A Molfetta non sono da meno, come riporta MolfettaLive: «Joe Zampetti inaugura un pet store a Molfetta», l’undicesimo punto vendita dedicato al “pet care”.

Questi dati sono confermati anche da Help Consumatori (aiuto forse non arriva immediato al consumatore), e non riguardano solo il settore del Pet Food ma anche quello del Pet Care; in effetti se ci sono i caregiver sarà presto inevitabile parlare forse anche dei carepetter, caredogger e simili… del resto è già nato il sindacato dei pet sitter, che si dimostra attento anche al delicato problema del Family Pet Sitter.

Su questo scenario di crollo dell’italiano, gli animali sono pet. Punto. RomaToday (a proposito di → day ho già ricostruito la storia di come anche questo anglicismo è esploso diventando prolifico) usa questa parola invece di parlare – più volgarmente – di cani: «Joy, Janis e Fucur: i pet che aspettano di essere adottati a Roma» (da notare che anche i nomi dei cani sono preferibili in inglese, altro che Fido!). Un po’ più a Sud c’è BariToday, e anche lì non si parla più di cani: «I pet da adottare presso il canile comunale di Bari». Un po’ più a Nord, Trentotoday riferisce: «Pet, ora il veterinario può prescrivere il farmaco equivalente umano: notevoli risparmi».

Su Il Giorno possiamo scoprire come proteggere i nostri cani dalle piante velenose come l’oleandro o il tasso («Tuteliamo i nostri pet anche dai nemici ‘verdi’»); su Qui News Firenze leggiamo «L’armadietto dei farmaci? Si condivide col pet» e su BricoMagazine: «Come esporre il mondo Pet: una guida pratica» e cioè alcune «semplici indicazioni di Visual Merchandising» per «allestire e/o mettere a punto il proprio reparto Pet, shop in shop».
Da riviste il cui nome è fatto solo di news, magazine, day, live… che altro aspettarsi se non la diffusione di pet?
Ma anche quelle tradizionali remano nella stessa direzione.

Su La Stampa del 31 maggio spicca un titolo come «In Cina l’orrore delle Pet Mystery Box: migliaia di cani e gatti morti nei trasporti».

Che cavolo sono le Pet Mystery Box?

Leggendo il pezzo tutto è più chiaro! «Le chiamano Mystery Box e sono delle “scatole misteriose” che si acquistano in Cina senza sapere cosa ci troverai dentro. Si sceglie la categoria, il prezzo e il resto lo si fa fare alla sorte. (…) Fra le categorie in questione ci sono anche cuccioli di cane, gatto, tartaruga, e tantissimi altri animali che purtroppo non sempre arrivano in vita a destinazione.»

Quando ero bambino vendevano le buste a sorpresa. Oggi le chiamano Mystery Box?
Strano, mi son detto. Non avrei mai pensato che i cinesi le chiamassero in inglese. Poi, leggendo di più, ho scoperto che non sono i cinesi a chiamarle così, bensì un gruppo per i diritti degli animali dell’anglomondo. Naturalmente il giornalista non riporta né il nome cinese né la traduzione in italiano, ripete a pappagallo (NdA: i pet alati, colorati e talvolta parlanti) la nomenclatura inglese. Invece di scrivere che in inglese “le chiamano” così, fa sembrare che quel nome sia l’unica espressione possibile con cui battezzare questa pratica orribile. E a questo modo si fanno morire non solo gli animali, ma anche l’italiano.

Dai singoli prestiti a una grammatica generativa

Attraverso questo linguaggio da colonizzati, nel giro di un decennio pet è diventato una categoria superiore, un settore merceologico, la parola nuova per designare cani e gatti restando al passo con i tempi.
Ma non basta. Si può fare molto di più. Come accade con moltissime altre parole si può trasformare in un prefisso generativo che permette di creare infinite espressioni a base pet, anzi, forse si potrebbe dire meglio pet oriented. La nuova tendenza è questa; prima si importa un concetto in inglese e lo si impone (o sovrappone) all’italiano, poi lo si connette alla rete di altri anglicismi che seguono la stessa via, si allargano nel nostro lessico e lo soffocano.

Cosa succede quando un anglicismo diventa una parola di questa portata? Si trascina con sé la tendenza a unirlo a un altro anglicismo, in una distruzione del lessico italiano. E così entrare da qualche parte con il cane si trasforma in pet visiting e l’oroscopo del cane diviene Pet Astrology.

Basta sfogliare i giornali per rendersi conto di cosa sta succedendo.
L’Officiel Italia, sotto la categoria Fashion titola: «Pet Travel di Fendi, gli amici a quattro zampe sono super cool», e l’articolo riferisce della linea di “collari, pettorine, cappottini e travel bag” per gli amici pelosi. La stessa notizia è ripresa da la Repubblica D dove gli amanti dei cani diventano pet loversLa linea firmata dedicata ai pet lovers»); AbruzzoNews annuncia il Pet Pride 2021 di Pescara: kermesse sul mondo animale; RomaToday introduce il concetto di «Pet neonato: tutto quello che bisogna sapere per accoglierlo al meglio», dove la parola cucciolo sembra non esistere! Un paesino di nome Chiusa San Michele, in Valsusa, diventa la Pet Store Valley che lancia «La nuova Linea Pet Green Zoe»; Cose di Casa parla del «Pet festival digitale: con Maxi Zoo (…) per imparare come prendersi cura al meglio dei propri pet»; e in questa manifestazione c’è persino una pet cooking classFestival Maxi Zoo: yoga, pet therapy e una cooking class con gli amici a 4 zampe») in compagnia della Pet Chef Kiki Pelosi.

Si potrebbe concludere con i «Pet influencer, i nuovi fashion blogger a quattro zampe (…). Poser di nascita, occhioni dolci e un guardaroba premium. Chi sono i fashion pet influencer, nuove star dei social che dettano le tendenze.»

In realtà non si conclude affatto. Tra pet therapy, pet friendly, pet food, pet sitter, pet store, pet care, pet travel, pet chef, pet influencer… si arriva al pet + qualunque cosa in inglese. Dunque siamo solo all’inizio.
L’inizio della fine dell’italiano.

Sono “prestiti” questi? Li vogliamo chiamare “doni”?
Sarebbe ora di chiamare le cose con il loro nome: creolizzazione lessicale.

Tra i neologismi della Treccani c’è anche il pet-trainer (2012), cioè un esperto nell’educazione e nella cura di animali domestici. E allora perché non cominciare a parlare di pet coach e pet coaching? E il pet cooking? A quando i pet show, i pet film, i pet toys, i pet hospital, i pet hair style, le pet house…? Chi non ama gli animali avrà presto la possibilità di frequentare le spiagge o gli alberghi pet free?

E accarezzare il proprio cane, o meglio ancora pettinarlo, diventerà il petting?
Potrebbe essere, visto il nuovo italiano del pet journalism.

Lessico “italian-less” o “italian-free”?

Negli articoli di costume che circolano sulla stampa ricorre una sottile differenza tra chi è childfree, cioè senza figli per scelta, e childless, cioè senza figli suo malgrado (cfr. → “Childfree e childless”).

Nel nuovo Millennio free e less ricorrono in modo sempre più frequente in moltissime voci e locuzioni. Non sono più solo singoli “prestiti”, sono diventati una “regola” per la formazione o l’importazione di nuove parole.

Come e quando è cominciata?


La storia di less

Il suffissoide -less è entrato nell’italiano nel primo Novecento in modo quasi invisibile attraverso alcuni tecnicismi di bassa circolazione. Il più conosciuto era hammerless  (lett. senza martello) per indicare un tipo di fucile senza cane (in realtà c’era, ma non era visibile esternamente). L’etimo non era così evidente a tutti, i fucili hammerless suonavano quasi come fossero una marca, per chi non conosceva l’inglese.
A metà degli anni Sessanta è arrivato anche lo pneumatico tubeless (senza camera d’aria). Dopo queste entrate tecniche è comparsa una parola molto più popolare, topless, letteralmente senza top, cioè la parte superiore, ma nell’immaginario italiano significava solo a seno scoperto (nel 2000 sarebbero arrivati persino i topless bar), il costume senza reggiseno, e ancora una volta questo prestito non veicolava in modo esplicito il suffisso -less, che ha cominciato a penetrare vent’anni dopo, quando si è fatta strada la parola homeless (senza casa), affiancata a senzatetto, senza fissa dimora nel linguaggio più burocratico, volgarmente barbone, edulcorato attraverso il francesismo clochard.

homeless clochard
Le frequenze di barbone, senzatetto, homeless e clochard in italiano.

Negli anni Novanta è diventato popolare il cordless (letteralmente senza cavo), che però designava i primi apparecchi telefonici domestici senza filo, e poi è esploso il wireless.

Curiosamente, la tecnologia “senza fili” è italiana, il “telegrafo senza fili” è stato inventato da Guglielmo Marconi (ci lavorò senza successo anche Nikola Tesla), che nel 1896 si recò a Londra dove fondò la “Wireless Telegraph and Signal Company”. Nei Paesi anglofoni tradussero l’espressione nel loro idioma, come è naturale nelle lingue sane, ma nell’epoca internettiana noi abbiamo preferito importare wireless in inglese con il nuovo significato legato alla tecnologia “senza fili” per la connessione alla Rete. Il che è un dettaglio che ritengo molto significativo della nostra strategia lessicale “italian-less”.

wireless senza fili
In verde la nascita e l’evoluzione di wireless in lingua inglese; in blu l’espressione senza fili in italiano (che precede l’inglese,visto che è stata inventata da Marconi); in rosso l’esplosione dell’anglicismo in italiano nell’era di Internet.

E così –less è diventato una strategia e un suffissoide: a partire dagli anni Duemila è arrivato il ticketless, grazie anche alle Ferrovie dello Stato che ce lo ha imposto senza traduzione: in un primo tempo indicava la prenotazione telematica di un biglietto da ritirare successivamente e poi è diventato un biglietto virtuale. Tra driverless (un mezzo di locomozione automatizzato, senza guidatore, per esempio le nuove metropolitane), mirrorless (lett. senza specchi, che indica le telecamere senza sistema ottici e con i mirini elettronici) e genderless (senza distinzione di genere o di sesso), siamo arrivati al contactless (lett. senza contatto), il sistema di pagamento a sfioramento che qualcuno spaccia per intraducibile: l’azienda dei trasporti milanese, per esempio, lo diffonde senza alcuna alternativa, ma in Svizzera si chiama senza contatto.


La storia di free

In principio c’erano i free lance, espressione che fa capolino negli anni Sessanta, e che nel film I tre giorni del Condor (Sydney Pollack, 1975) era ancora tradotto come agente a contratto (cioè esterno, non assunto interamente), prima che l’anglicismo esplodesse per indicare un libero professionista.

freelance
L’aumento della frequenza di free lance (+ freelance) in italiano.

 

Free significa libero, ma ha anche una accezione che si può tradurre con senza (libero da). Dunque, mentre si diffondeva il free jazz, negli anni Ottanta è diventata popolare anche l’espressione duty-free shop (negozio esentasse) affiancata dalle decurtazioni duty-free e free shop. Poi dallo sport sono penetrati il freestyle (stile libero), cioè lo stile acrobatico e il free climbing (arrampicata libera) con i sui free climber.

Negli anni Novanta sono arrivati i cosmetici cruelty-free (senza crudeltà) non testati direttamente sugli animali. Poi le free press, la stampa a diffusione gratuita (cioè libera dal pagamento, a dire il vero anticipata da Maurizio Costanzo che non la chiamava certo in inglese quando nel 1979 ha promosso in questo modo il quotidiano L’Occhio, distribuito gratuitamente per un certo periodo nella fase di lancio). Questa accezione di gratuito si ritrova in free access (accesso gratuito a Internet), e freeware (programmi informatici gratuiti); poi si è cominciato a parlare delle aree smoke free (in cui è vietato fumare), e infine sono arrivati i prodotti gluten-free (senza glutine) o carbon free (senza carbonio) cioè senza emissione di anidride carbonica.

Dagli anni Duemila è tutto un pullulare di neologismi in cui free significa senza: fat free (senza grassi) e sugar free (senza zucchero), le giornate car free (senza automobili, il blocco del traffico), fino all’ultima entrata plastic free che ultimamente sta prendendo piede. Si parla anche di prodotti freemium (free = gratis + premium = a pagamento) per le versioni gratuite di programmi che possiedono maggiori funzionalità solo a pagamento, e tra i neologismi Treccani si registrano tantissime altre nuove parole, dai free hugs (gli abbracci gratuiti) ai free vax.


Dal prestito lessicale al prestito di una regola (il travaso dell’inglese)

A questo punto è evidente che l’anglicizzazione della nostra lingua è in aumento ed è molto più ampia e profonda rispetto a ciò che emerge da chi continua a interpretare il fenomeno attraverso le categorie del “prestito linguistico”. Che cosa stiamo prendendo “in prestito” in casi come questi e in moltissimi altri analoghi?
Ha senso continuare a stilare elenchi di “prestiti isolati” che in realtà sono famiglie di parole che aumentano perché sono tra loro intrecciate e sempre più strettamente interconnesse?
Mi pare evidente che il “prestito” in casi come questi non riguarda le singole parole, ma porta a interiorizzare una regola. I prodotti “senza qualcosa” sono diventati “qualcosa free”, dove quel “qualcosa” si scrive in inglese (quindi non zucchero o grassi free, ma sugar o fat free, oppure contactless, wireless…).

Less is more è un modo di dire che significa meno è meglio, e viene impiegato in molti ambiti per veicolare la filosofia della sobrietà, del minimalismo, del non sprecare e del non eccedere. Applicando questa massima al nostro lessico dobbiamo chiederci “cosa” è meglio? Meglio meno neologie senza italiano (in nome di una ben precisa visione della modernità e dell’internazionalismo) o senza inglese (in nome della salvaguardia della nostra bellissima lingua)?

E tornando a childfree e childless, vogliamo una neolingua “italian-free”, senza italiano per scelta? O vogliamo fare qualcosa per impedire che diventi “italian-less”, senza italiano nostro malgrado?

L’aumento degli anglicismi ricavato dalle analisi dello Zingarelli

Dopo aver pubblicato i dati sull’aumento degli anglicismi, negli anni, ricavati dall’analisi delle versioni digitali del Devoto Oli, di seguito riporto il mio studio basato invece sullo Zingarelli, in generale meno aperto del primo all’accoglimento dei termini inglesi.

Il dato più antico che sono riuscito a recuperare è quello del 1995, quando gli anglicismi non adattati erano 1.811 (NB: questo numero e tutti i successivi riguardano i dati “grezzi” restituiti dai programmi di ricerca, e non sono perciò raffinati e ripuliti con un lavoro manuale, ma lo scarto percentuale non è molto significativo).

[Fonte: Katalin Doró, “Elementi inglesi e angloamericani nella stampa italiana” in Nuova Corvina, Rivista di italianistica, 12, 2002, Istituto Italiano di Cultura Olasz Kultùrinézet, Budapest, pp. 78-91]

Stando ai numeri riportati anche da uno studioso “negazionista” come Giuseppe Antonelli (per il quale “l’itangliano è ancora lontano” e non c’è affatto da preoccuparsi), nel 2000 se ne contavano 2.055, nel 2004 erano 2.219, e nel 2006 si passava a 2.318.

[Fonte: Giuseppe Antonelli, “Fare i conti con gli anglicismi” sul sito Treccani, ma i dati sono riportati anche in L’italiano nella società della comunicazione 2.0, Il Mulino, Bologna 2016]

Infine, nell’edizione digitale dello Zingarelli 2017, cercando tutti i termini inglesi, escono 2.761 risultati, e nel grafico ho provato a ricostruire questa crescita dal 1995 al 2017 in modo visivo.

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La crescita degli anglicismi non adattati riportati dallo Zingarelli negli anni: 1995, 2000, 2004, 2006, 2017.

 

In 22 anni, sono entrati perciò 950 anglicismi non adattati, con un aumento percentuale del 52,46%, e una media di 43 nuove parole in inglese all’anno (senza contare i numerosissimi adattamenti come googlare o whatsappare che sono stati esclusi dal conteggio, riferito solo a quelli non adattati).

Supponendo che questa media di entrate annuali non sia destinata ad aumentare (cosa di cui dubito) intorno al 2050, tra poco più di 30 anni, ce ne saranno 1.419 in più, per un totale di 4.180, come visualizzato nel secondo grafico:

zingarelli2
La stima del numero di anglicismi non adattati che potrebbero essere inclusi nello Zingarelli del 2050, basata sull’incremento di 43 all’anno calcolato sul periodo 1995-2017.

Fino agli anni Ottanta la percentuale degli anglicismi non adattati era stimata tra lo 0,5% e l’1% del nostro patrimonio lessicale. In un celebre studio specialistico di Ivan Klajn del 1972 (Influssi inglesi nella lingua italiana, Olschki, Firenze) ne venivano individuati 1.600 (2.150 compresi gli adattamenti) e rappresentavano ancora l’1%, poiché i lemmi del lessico italiano erano calcolati intorno ai 150.000.

A dire il vero, la stima del numero dei lemmi dell’italiano è difficile da stabilire, ma sembra inferiore: tra i dizionari monovolume, solo il Sabatini-Coletti e il Nuovo De Mauro dichiarano poco più di 150.000 lemmi, ma il Devoto-Oli ne registra circa 100.000, mentre lo Zingarelli parla di 145.00 “voci”, che non sono proprio la stessa cosa dei “lemmi”, perché includono per esempio molti diminutivi o vezzeggiativi. Comunque sia, prendendo per buono il dato (pompato) di 145.000 lemmi, in percentuale gli anglicismi non integrati dello Zingarelli sono passati da circa l’1,3% del 1995 al 2% di oggi, più o meno, mentre nel 2050 potrebbero rappresentare circa il 3,9%.

Secondo gli studiosi negazionisti, che spalmano gli anglicismi sul numero totale dei lemmi di un dizionario, queste cifre sono tutto sommato ancora contenute. Ma i numeri vanno spiegati, e questa maniera di spandere gli anglicismi sull’intero patrimonio lessicale è un trucchetto che assomiglia a quello dei governi che fan vedere che le tasse son diminuite perché nelle statistiche non conteggiano che in ospedale si deve pagare il ticket, che i parcheggi son diventati a pagamento e che il costo di una serie di altri servizi è aumentato, con il risultato che alla fine l’esborso dei cittadini è cresciuto, alla faccia di come i numeri sono presentati.

Se c’è una cosa su cui tutti gli studi e gli studiosi sono concordi, è che per il 90% gli anglicismi sono nomi, e per il resto aggettivi, mentre non esistono quasi verbi. Vista la differente struttura delle lingue, non possiamo includere e utilizzare forme come to drink, per esempio, che infatti sostantivizziamo in drink. La maggior parte dei verbi sono dunque italianizzati (speakerare, bloggare, surfare, twittare) e rimangono fuori dai conteggi qui riportati. Estraendo tutti i sostantivi e le locuzioni dallo Zingarelli, compaiono circa 67.000 voci, a cui bisogna sottrarre gli anglicismi contenuti, ma anche tutta una serie di parole poetiche, rare o desuete, per cui mi pare che indicare in 60.000 il numero dei sostantivi sia un’approssimazione più che ragionevole. Il calcolo delle percentuali, allora, mostra che nel 1995 gli anglicismi rappresentavano circa il 3% dei nomi che avevamo per designare le cose, oggi sono il 4,6% e nel 2050 potrebbero essere il 6,9% (secondo le analisi dello Zingarelli, perché se guardiamo al Devoto Oli questi numeri sono  maggiori).

La cosa più preoccupante è che nel nuovo Millennio i nomi inglesi rappresentano quasi la metà dei neologismi registrati (dato riconosciuto e riportato anche da Giuseppe Antonelli, L’italiano nella società della comunicazione 2.0, Il Mulino, Bologna 2016, p. 213) il che è un rischio per la nostra lingua, che sembra destinata a riuscire a esprimere solo ciò che appartiene al passato, mentre per ciò che è nuovo non può più fare a meno dell’itanglese.

Una “precisazione” di Leopardi sulla necessità di una lingua sovranazionale

leopardiNel 1821, Leopardi, con grande lungimiranza, notava nello Zibaldone che si andava formando un linguaggio sovranazionale:

Da qualche tempo tutte le lingue colte d’Europa hanno un buon numero di voci comuni (…) Non parlo poi delle voci pertinenti alle scienze, dove quasi tutta l’Europa conviene così che vengono a formare una specie di piccola lingua (…). Si condannino (come e quanto ragion vuole) e si chiamino barbari i gallicismi, ma non (se così posso dire) gli europeismi, che non fu mai barbaro quello che fu proprio di tutto il mondo civile (…) Diranno che buona parte del detto vocabolario deriva dalla lingua francese (…) Ma venisse ancora dalla lingua tartara, siccome l’uso decide della purità e bontà delle parole e dei modi, io credo che quello ch’è buono e conveniente per tutte le lingue d’Europa, debba esserlo.

[Giacomo Leopardi, Tutte le opere, a cura di Walter Binni con la collaborazione di Enrico Ghidetti, vol. II, Sansoni Editore, Firenze 1969, 24 giugno 1821, pagine dell’autografo: 1213-1214]

Questo e altri simili passi sono oggi spesso invocati dagli angloentusiasti che tirano per la giacchetta il poeta per portarlo dalla loro parte, concludendo che ogni allarme per il numero eccessivo degli anglicismi nell’era moderna è una presa di posizione arretrata, antistorica e figlia di un purismo intransigente. L’idea di fondo, soprattutto nel linguaggio della scienza, è che si debba parlare (e a volte persino insegnare) in inglese per essere internazionali. Come se il destino delle lingue nazionali fosse quello di diventare dialetti di un linguaggio europeo, in inglese. Come se il pluralismo linguistico non fosse un valore, ma un segno di arretratezza sulla via di una cultura monolinguistica globale tutta a vantaggio dell’angloamericano.

Ma quando si cita bisogna farlo in modo corretto e fino in fondo, altrimenti il rischio è quello di stravolgere e ribaltare il senso originale delle affermazioni. A quali parole si riferiva Leopardi? Non certo ai forestierismi non adattati, ma a quelli italianizzati, come si capisce da numerosi altri passi dello Zibaldone:

L’assuefazione e l’uso ci rende naturale, bella ec. una parola che se è nuova, o da noi non mai intesa ci parrà bruttissima deforme, sconveniente in se stessa e riguardo alla lingua, mostruosa, durissima, asprissima e barbara. Per es. se io dicessi precisazione moverei le risa: perchè? [sic] non già per la natura della parola, ma perchè non siamo assuefatti ad udirla. E così le parole barbare divengono buone coll’uso; e così le lingue si cambiano, e i presenti italiani parlano in maniera che avrebbe stomacato i nostri antenati.

[Ivi, 2 luglio 1821, pag autogr. 1263, alla p. 1207. marg.]

“Precisazione” era allora considerato un gallicismo, definito “barbaro” come molte parole che terminano in –zione. Persino una parola bella come “emozione”, sul finire del secolo, veniva respinta come un cattivo neologismo da Giuseppe Rigutini: “Uno di quei gallicismi, dai quali si guarderà sempre chiunque, distinguendo l’uso dall’abuso, vorrà parlare e scrivere italianamente.”

[I neologismi buoni e cattivi più frequenti nell’uso odierno, libro compilato pei giovani italiani da Giuseppe Rigutini, Roma, Libreria Editrice Carlo Verdesi, 1886, p. 88]

Dunque, Leopardi, parlando di internazionalismi, si riferiva alle radici comuni delle lingue europee che venivano adattate in ogni idioma. E lodava la lingua italiana proprio per la sua intrinseca capacità di adottare “tutti i più disparati stili, ma conservando la sua indole” senza mutarsi e corrompersi:

Questo appunto è ciò di cui è capace, e non di perderla ed alterare il suo carattere per prenderne un altro forestiero, del che non fu e non è capace nessuna lingua senza corrompersi. E il pregio della lingua italiana consiste in ciò che la sua indole, senza perdersi, si può adattare a ogni sorta di stili.

[Giacomo Leopardi, Tutte le opere, op. cit., 19 ottobre 1821, pag. autogr. 1947]

Se gl’italiani (…) conversassero non in francese ma in italiano, essi ben presto riuscirebbero a dare alla loro lingua le parole e qualità equivalenti a quelle della francese in questo genere, e non per tanto parlerebbero e scriverebbero in italiano: riuscirebbero a creare un linguaggio sociale italiano tanto polito, raffinato, pieghevole e ricco e gaio ec. quanto il francese, non però francese, ma proprio e nazionale. E in questo si potrebbe ben tradurre allora il linguaggio francese o scritto o parlato, che oggi non traduciamo, ma trascriviamo,come fanno i traduttori tedeschi.

[Ivi, pag. autogr. 1951]

Ma gli scrittori italiani moderni, o non hanno curato punto la lingua, né hanno servito ad una letteratura nazionale, ma forestiera, e quindi non sono propriamente italiani come scrittori.

[Ivi, 26 ottobre 1821, pagg. autogr. 1997-98]

Chiarito il senso delle riflessioni leopardiane, va precisato che nell’Ottocento i “puristi” respingevano i neologismi e i termini derivati soprattutto dal francese perché non facevano parte del linguaggio storico delle tre corone trecentesche (Dante, Petrarca e Boccaccio) e della tradizione letteraria più toscana. Ma nessuno, nemmeno i più arditi internazionalisti come Alessandro Verri (che dalle pagine del Caffè lanciò la celebre e solenne “Rinunzia al Vocabolario della Crusca”), auspicava l’entrata di migliaia di esotismi senza adattamento. E se Leopardi fosse vissuto ai nostri tempi, sono abbastanza sicuro che non avrebbe mai scritto:

D’in sul top della old skyline,
passero single, alla campagna
tweettando vai nella deadline del giorno;
ed erra il feeling per questa valle…

[From: “Il passero single” by James G. Leopardi, translated by Zop]

Come entrano gli anglicismi? La storia di “new” e dei suoi derivati

Molti studiosi continuano a etichettare i forestierismi come “prestiti”, una definizione sempre più insostenibile, che parte dal presupposto ingenuo per cui importeremmo una parola straniera quando non ne abbiamo una nostra. Anche distinguendo i “prestiti di necessità” da quelli di “lusso”, e cioè che usiamo anche in presenza di un equivalente nostrano, le cose sono decisamente più complesse. Per comprendere il tortuoso processo di penetrazione di una parola straniera ho provato a ricostruire l’entrata nella nostra lingua del termine new.

In passato il processo di traduzione o di adattamento degli anglicismi al suono dell’italiano era un fenomeno spontaneo e frequente, e si parlava per esempio della città di Nuova York, dove l’aggettivo serviva a distinguere la città statunitense dall’omonima inglese, e verso la fine dell’Ottocento divenne definitivamente New York.

Tutti sanno che new significa nuovo, eppure nei dizionari del 2017 (cfr. Devoto Oli e Zingarelli) non esiste il lemma new come voce a sé, esistono invece numerose locuzioni che lo contengono.
A parte il caso di New York (e newyorkese), una delle prime entrate dell’anglicismo si registra nel 1947, quando la nuova collezione presentata a Parigi di Christian Dior dallo stile nuovo e affascinante fatto di bustini, vite strette e figure allungate, portò alla diffusione di “new look”, un’espressione che ha preso piede non solo in Italia.

La comparsa e la frequenza dell’espressione “new look” nei grafici Ngram nei corpus francese, italiano e spagnolo.

36 anni più tardi, sullo Zingarelli del 1983, esistevano solo 2 voci che contenevano new: a new look si era aggiunto anche new wave, la nuova onda del pensiero artistico e culturale di rottura (la risposta inglese degli anni Sessanta alla nouvelle vague francese degli anni Cinquanta).

Oggi, dopo ulteriori 34 anni, sullo Zingarelli del 2017 oltre a queste due parole si trovano: new age, new dada, new deal, new economy, new entry, new global, new jeresy e new media, a cui si aggiungono news, che sempre più sta sostituendo le notizie dell’ultima ora nei mezzi di comunicazione (vedi Rai News), newsgroup, newsletter e newsmagazine. Da 2 voci si è passati perciò a 14. Ma il Devoto Oli 2017 ne include anche altre 4: breaking news, new company (e l’abbreviazione newco), e newquel, pseudoanglicismo che fonde new e sequel. La lista si amplia scorrendo il dizionario di Aldo Gabrielli disponibile in rete (http://www.grandidizionari.it/Dizionario_Italiano.aspx) che riporta ulteriori 6 parole: newsfeed (scambio di informazioni nei newsgroup), news magazine, newsmaster (gestore di news server), newsreader (programma per iscriversi a newsgroup), news server e new style. Andando a controllare la frequenza di queste ultime parole nei grafici di Ngram (strumento di Google basato sugli algoritmi di ricerca delle parole sui milioni di libri digitalizzati e archiviati in GoogleBooks), vediamo però che la loro occorrenza è bassissima e in qualche caso assente.

Tutto questo mostra chiaramente che la moltiplicazione degli anglicismi, nell’ultimo trentennio, sta registrando un aumento esponenziale, ma mostra anche che esiste un certo scollamento tra i vocabolari e il lessico che si utilizza. Se è vero che alcuni anglicismi dei dizionari sono di fatto disusati, viceversa il lemma new, anche se non è presente come voce autonoma, è nella disponibilità linguistica persino di un bambino. E andando a scandagliare gli anglicismi impiegati nei libri, che non sono registrati dai dizionari, si scopre che ci sono tante altre espressioni del genere circolanti.

Se cerchiamo attraverso Ngram le 10 parole che seguono new più di frequente, scopriamo che oltre a: new economy, new media o new age, sono abbastanza diffusi: new approach (un’espressione itanglese che viene forse dal linguaggio aziendale), new species, new type e new method.

Le parole che seguono più di frequente il termine “new” nell’archivio italiano dei libri di GoogleBooks.

Proseguendo con questo tipo di ricerche complesse (per esempio i nomi o gli aggettivi che più frequentemente sono associati a new), si vedono comparire anche new building, new towns, new forms, new world, new perspective, new line, new syndrome

In conclusione, poiché è l’uso che fa la lingua, è probabile che tra queste espressioni circolanti ci siano i neologismi inglesi destinati a essere presto annoverati dai dizionari. Ma soprattutto, bisogna notare che la nuvola di anglicismi che ci avvolge, e che ci capita di ascoltare o di incontrare quando leggiamo, è superiore al numero che si può ricavare dallo spoglio dei dizionari. New è di fatto una parola entrata profondamente nell’italiano, al punto che è diventata un elemento formativo per altri composti ibridi che stanno formando una rete di anglicismi interconnessi sempre più estesa che si sta espandendo nel nostro lessico. Nel libro Diciamolo in italiano. Gli abusi dell’inglese nel lessico dell’Italia e incolla (Hoepli 2017), ho riportato come esempio ben 100 parole inglesi che hanno questa caratteristica formante in grado di combinarsi con le altre, ma se ne possono rintracciare molte di più.