Lingua e politica: “Una legge per l’italiano” supera i 2.000 sostenitori

Nel 2020, insieme ad altre 11 persone, ho lanciato una petizione rivolta al presidente della Repubblica Mattarella in cui chiedevamo un intervento simbolico davanti all’abuso dell’inglese nella politica italiana e nel Paese.

Nonostante più di 4.000 firme raccolte non ci mai pervenuta alcuna risposta, e così il 22 marzo 2021 – insieme ad altri 6 firmatari – ho presentato ai due rami del Parlamento una petizione di legge di iniziativa popolare sullo stesso tema strutturata in 11 punti concreti su cui agire. La proposta è stata assegnata al Senato (24 marzo, n. 795, VII Commissione permanente, Istruzione, beni culturali) e alla Camera (20 aprile, n. 727, VII Commissione cultura).

Ancora una volta, però, i tentativi di coinvolgimento di qualche gruppo parlamentare non hanno avuto alcun riscontro. Nel nostro ordinamento, infatti, anche se i cittadini hanno la possibilità di presentare petizioni di legge, nulla obbliga i parlamentari a discuterle e a metterle all’ordine del giorno; perciò, nella speranza di convincere qualche politico a prendere in considerazione le nostre istanze, abbiamo dato vita a una nuova raccolta di firme di altri cittadini che sottoscrivono l’iniziativa.

A oggi ci sono due novità. La prima è che il numero delle firme ha superato il traguardo simbolico di 2.000, e l’altra è che siamo entrati in campagna elettorale e forse la politica diventerà più sensibile nel dare una risposta a 2.000 elettori.

La speranza è che qualcuno cominci a prendere in considerazione e riflettere sull’opportunità di varare una politica linguistica per tutelare e promuovere l’italiano, che è un bene collettivo e contemporaneamente un risorsa su cui fare leva soprattutto all’estero.

Il tabù della politica linguistica

Il tabù tutto italiano di regolamentare la lingua ha delle motivazioni storico-sociali che risalgono al fascismo.
A dire il vero la questione era già sorta all’indomani dell’unità d’Italia che non corrispondeva a un’unità linguistica compiuta, visto che l’italiano si era affermato come lingua letteraria che viveva nelle pagine dei libri, ma di fatto le masse – in larga parte analfabete – parlavano nei loro dialetti. Nel 1868 il ministro Broglio istituì una commissione presieduta da Alessandro Manzoni che aveva lo scopo di risolvere la questione e di “ricercare e di proporre tutti i provvedimenti e i modi coi quali si possa aiutare e rendere più universale in tutti gli ordini di popolo la notizia della buona lingua e della buona pronunzia”. Ma fu un’esperienza fallimentare, perché non c’era un accordo su come dovesse essere l’italiano, che Manzoni identificava con la lingua viva della classe colta di Firenze, per cui lo scrittore si dimise, e anche se negli anni successivi sarebbe uscito il vocabolario di Emilio Broglio e Giovan Battista Giorgini, l’opera passò inosservata e a imporsi sul mercato furono altri dizionari di maggior successo che nascevano dalle imprese editoriali private.
Quello che invece ebbe maggior successo fu il nuovo programma scolastico per valorizzare la lingua unitaria varato con la legge Coppino del 1877 che introduceva l’obbligo della frequenza scolastica elementare e insegnava l’italiano con criteri prescrittivi uniformi.

Mezzo secolo dopo fu il fascismo a inaugurare una ben precisa politica linguistica, perché il controllo della lingua era strategico per la difesa del nazionalismo e la coesione sociale. La politica linguistica fascista intervenne nuovamente sui programmi scolastici, normò la nascita del sonoro, della radio e poi del cinematografo, diffondendo i canoni uniformi della pronuncia che si formò a Roma, dove dopo l’EIAR, l’ente radiofonico di Stato, sorse Cinecittà e la scuola di dizione e di doppiaggio alla base di quella moderna. Il fascismo si caratterizzò anche per la lotta conto i dialetti, estromessi dalla scuola e visti come un ostacolo all’affermazione della lingua nazionale. Cercò di imporre l’uso del “voi” anziché del “lei”, considerato come un retaggio della dominazione straniera, e si distinse soprattutto nella guerra ai barbarismi, che venivano messi al bando e sostituiti con le alternative italiane del ventennio.

Curiosamente, crollato il regime, fu solo questo ultimo aspetto a diventare un tabù che fu identificato con il fascismo. L’avversione per i dialetti – visti come un segno di ignoranza di chi non sapeva parlare l’italiano – continuò normalmente fino agli Sessanta. Nei film degli anni Cinquanta l’uso del “voi” rimase in auge per un decennio, eppure nessuno, davanti al doppiaggio di pellicole come Vacanze romane (Roman Holiday, 1953) in cui Audrey Hepburn e Gregory Peck si davano del “voi”, si sognò mai di bollare questo uso come “fascista”. Al contrario, qualunque riferimento al tema dei forestierismi ha suscitato fino a qualche decennio fa reazioni ideologizzate di scandalo, soprattutto negli ambienti di sinistra. Eppure l’ostilità nei confronti delle parole straniere non era un’ideologia intrinseca al fascismo, esisteva da secoli nelle prese di posizioni dei puristi, circolava negli scritti patriottici risorgimentali, e persino la tassa sulle insegne in lingua straniera del 1923 che inaugurò la campagna contro il “barbaro dominio” era stata già proposta a fine Ottocento.

Lingua, politica e potere: le lezioni di Gramsci e Pasolini

Antonio Gramsci, dal carcere dove il fascismo lo aveva rinchiuso, tra i tanti suoi scritti aveva dedicato alla lingua italiana delle riflessioni davvero acute e moderne. Fu il primo a interessarsi dell’italiano popolare che solo negli ani Settanta è stato preso in considerazione dagli studiosi, ed era ben consapevole della frattura tra la lingua delle masse e l’italiano che le classi dirigenti volevano imporre. Nel 1935, guardava alla grammatica che “opera spontaneamente in ogni società” e tende a unificarsi in un territorio come fatto culturale solo perché esiste un ceto dirigente che la impiega facendola divenire in questo modo un modello riconosciuto e seguito. Ma ogni “grammatica normativa scritta è quindi sempre una ‘scelta’, un indirizzo culturale, e cioè sempre un atto di politica culturale-nazionale.” Dunque ogni volta che riaffiora la questione della lingua “si sta imponendo una serie di altri problemi: la formazione e l’allargamento della classe dirigente, la necessità di stabilire rapporti più intimi e sicuri tra i gruppi dirigenti e la massa popolare-nazionale, cioè di riorganizzare l’egemonia culturale.”

Gramsci era consapevole della natura politica della lingua e i “focolai di irradiazione” erano per lui la scuola, i giornali, gli scrittori sia d’arte sia popolari, il teatro e il cinematografo sonoro, la radio, le riunioni pubbliche di qualunque natura, anche religiosa, oltre alle conversazioni tra ceti colti e meno colti e ai dialetti. Dopo la sua morte, il fenomeno delle migrazioni interne al Paese avrebbe accentuato il ruolo di queste “conversazioni” che tendevano all’italiano per superare le barriere di incomprensione e mettevano i dialetti ai margini. E il ruolo della televisione avrebbe inciso in modo ancora più determinante rispetto a quello di radio, cinema e teatro.

A comprendere dove stava andando l’italiano del Novecento in modo ancora più attuale, negli anni Sessanta, fu Pier Paolo Pasolini che aveva colto la fine del ruolo dominante degli scrittori, nel modellare la lingua. “I centri creatori, elaboratori e unificatori del linguaggio” non erano più le università, ma le aziende, in un mondo dove al centro della nuova lingua ci sono i prodotti di consumo e tecnologici. Erano ormai gli imprenditori, gli scienziati e i giornalisti (nella loro accezione anche televisiva) coloro che avevano sempre più il potere di decidere della sorte della nostra lingua. Il nuovo italiano era tecnologizzato, invece che umanista e raccoglieva gli influssi del modo di parlare dell’asse industriale Torino-Milano che si sostituivano ai modelli basati sull’asse Firenze-Roma. Si trattava di un italiano pratico, poco letterario e poco estetico, dove la comunicazione contava molto più dell’espressività, e dove nell’omologazione e nell’appiattimento linguistico mancavano la vitalità e la creatività espressive che caratterizzavano i dialetti. Questo italiano che tendeva alla semplificazione sintattica, alla diminuzione dei latinismi e al lessico tecnico più che letterario esprimeva il linguaggio della nuova classe egemone, la “borghesia capitalista” la cui influenza unificatrice assumeva il ruolo delle monarchie aristocratiche nella formazione delle grandi lingue europee. Le riflessioni pasoliniane partivano dall’analisi di un discorso di Aldo Moro, perché anche la politica si era appropriata di questo linguggio.

Dalla diffusione dell’italiano a quella dell’itanglese

E nel nuovo Millennio cosa sta accadendo?

La lingua tecnologica non arriva più dal nord del nostro Paese, ma si è spostata fuori dall’Italia e ci arriva direttamente in inglese, in un passaggio dalla lingua della borghesia padronale alla lingua dei manager e dei tecnocrati che si esprimono attraverso gli anglicismi.
Quello che sta avvenendo è che i nuovi focolai e i nuovi centri di irradiazione della lingua, per dirla con Gramsci e Pasolini, stanno diffondendo l’itanglese, la lingua delle aziende e della terminologia tecnica, che è anche la lingua sempre più usata dalla stampa giornalistica e televisiva, nella formazione, nelle università e nella nuova politica basata sulle regole del marketing. La lingua modello che la nuova classe dirigente sta imponendo è quella del nuovo modello di cultura che importa concetti e parole direttamente dall’angloamericano, mentre l’italiano è la lingua-cultura imitatrice che ripete in modo supino senza tradurre, adattare e rielaborare tutto ciò che è nuovo. In questa anglicizzazione compulsiva non ci limitiamo solo a importare anglicismi crudi senza saperli reinventare, quel che è peggio è che le parole-concetti inglesi si sovrappongono ai nostri e li fanno regredire. Sono i “prestiti sterminatori” che fanno piazza pulita dell’italiano, i killer di assassino, di calcolatore davanti a computer, di dirigente davanti a manager, di guida davanti a leader

Una legge per l’italiano

L’assenza di una politica linguistica per tutelare e promuovere l’italiano si traduce in un anarchismo dove vige la legge del più forte, quella della globalizzazione e dell’espansione delle multinazionali, e il fatto che il linguaggio istituzionale diffonda e difenda l’inglese invece della nostra lingua è qualitativamente grave e quantitativamente pesante. Il problema non sono i singoli anglicismi, ma il fatto che i nuovi centri di irradiazione della lingua che un tempo hanno unificato l’italiano oggi lo stanno distruggendo e ci stanno educando all’itanglese. E i politici sono in prima linea in questo percorso.

Non fare nulla e stare a guardare come fanno i nuovi linguisti descrittivi non significa né essere neutrali né essere liberali. Significa schierarsi dalla parte del più forte ed essere complici dell’itanglese e del globalese che stanno snaturando e depauperando il nostro patrimonio linguistico con cui entrano in conflitto.

Per questo, in vista delle elezioni, stiamo cercando di coinvolgere i politici a riflettere su questi problemi e a comprendere che è più che mai necessario ricominciare a parlare di una politica linguistica in modo serio, lasciandoci alle spalle quella del fascismo e guardando a ciò che avviene in Francia, in Spagna, in Svizzera, in Islanda e in molti altri Paesi dove le istituzioni arginano l’anglicizzazione e deprecano gli anglicismi, invece di favorirli. La politica linguistica italiana, al contrario, è ormai da tempo volta alla tutela dell’inglese, prima che alla nostra lingua, mentre si vogliono anglificare i corsi universitari, si introduce l’inglese come obbligo – e non più come scelta – nella scuola e nei concorsi pubblici, nella presentazione dei progetti di ricerca (Prin) e per i fondi sulla scienza (Fis) che discrimina, insieme all’italiano, anche la conoscenza delle altre lingue che diventano di serie B, in un passaggio dal plurilinguismo, inteso come valore e ricchezza, a un monolinguismo a base inglese che schiaccia ogni altra lingua e cultura e ci appiattisce e uniforma sul modello del globalese.

La nostra proposta di legge chiede di evitare gli anglicismi nel linguaggio istituzionale e nei contratti di lavoro, di avviare campagne mediatiche e nelle scuole contro l’abuso dell’inglese e per la promozione dell’italiano, di emanare linee guida nell’amministrazione esattamente come si è fatto per il linguaggio non sessista, per non discriminare in modo analogo il nostro patrimonio linguistico. E di rivalutare il ruolo di un’istituzione come l’Accademia della Crusca e considerare l’italiano come un bene da tutelare, promuovere ed esportare.

Attualmente, approfittando della campagna elettorale, stiamo riprovando a contattare vari parlamentari nella speranza che nel prossimo governo anche l’italiano sia posto all’ordine del giorno. A ottobre, quando il nuovo governo sarà formato, invieremo le firme raccolte in parlamento.
Intanto, sul portale Italofonia.info, oltre a continuare la raccolta firme a sostegno della nostra iniziativa, qualche giorno fa sono stati predisposti dei moduli con cui ogni firmatario può contattare direttamente alcuni parlamentari che in passato si sono contraddistinti per avere manifestato una certa sensibilità su questo tema. Non sono molti, e appartengono a schieramenti politici diversi, ma ognuno può rivolgersi al politico che sente più affine alle proprie posizioni e scrivergli direttamente chiedendogli, come elettore sensibile a questo tema, di fare qualcosa perché la nostra proposta di legge venga portata in Parlamento e discussa. Naturalmente ognuno è libero di contattare anche altri politici, visto che la proposta di legge è trasversale a ogni schieramento e fuori da ogni ideologia.

Al momento già più di 200 persone hanno utilizzato questo modulo e inviato la loro lettera. È una battaglia difficile, ne siamo consapevoli, ma bisogna almeno provarci. E più saremo più avremo la forza di farci ascoltare. In ogni caso, ringrazio di cuore gli oltre 2.000 cittadini che hanno firmato e quelli che hanno già scritto al loro politico di riferimento.



Per firmare e sottoscrivere la petizione di legge:
https://attivisti.italofonia.info/proposte/legge-vivalitaliano-2021/

Per scrivere direttamente a un parlamentare:
https://italofonia.info/una-legge-per-litaliano/#scrivi

La “S” di governance (Grammatichetta di itanglese)

Una recente consulenza della Crusca spiega che governance è una parola “di origine straniera ma è ormai divenuta italiana”, quindi non presenta problemi, mentre l’adattamento governanza dà “l’impressione di un termine antiquato, più adatto a un romanzo cavalleresco che a un consiglio di amministrazione o al testo di un decreto”. Del resto, nota l’autore del pezzo a proposito delle parole inglesi ormai italiane, “è difficile sostenere che titoli di leggi non possano contenere” parole come computer.

Questo giudizio si basa un approccio descrittivo e quantitativo, e anche il Devoto Oli – che nell’edizione del 1995 marcava computer, mouse e un altro centinaio di simili voci di alta frequenza come parole inglesi – nelle nuove edizioni ha tolto la marca di anglicismo, e la loro origine inglese è stata spostata nello spazio dedicato all’etimologia, come fossero parole italiane di origine inglese. Il nuovo approccio descrittivo va tanto di moda e guida i linguisti di ultima generazione che hanno smarrito un punto di partenza fondamentale, quello dell’identità linguistica: il sistema orto-fonologico che caratterizza l’italiano, e cioè il modo di scriverlo e di pronunciarlo.
C’è infatti una bella differenza tra l’italianizzazione di una parola e il trapianto di una voce non adattata. Quest’ultima rappresenta il più delle volte un “corpo estraneo” che non si amalgama con il tessuto linguistico, per dirla con Castellani. Sottolineare questa differenza non è un atteggiamento da puristi, visto che è un “paletto” dato per scontato da tutti i più aperturisti teorici dell’accoglimento delle parole straniere: Machiavelli, Muratori, Cesarotti, Leopardi, persino Alessandro Verri, autore della celebre Rinunzia al vocabolario della Crusca. Nessuno di loro ignorava questa fondamentale distinzione.

Accantonare la questione dell’identità linguistica e proclamare italiane le parole inglesi che la violano porta alla legittimazione dell’itanglese, in un atteggiamento solo descrittivo che non tiene conto della norma e dei giudizi qualitativi. Se si adotta questo criterio, bisogna però andare fino in fondo. In gioco c’è la definizione di che cosa sia l’italiano: se computer e governance sono parole italiane, per coerenza si riscrivano anche le grammatiche!

La “S” di governance

Le grammatiche tradizionali distinguono due suoni per la “S”, quello sordo di parole come sasso, e quello sonoro di sbaglio, chiamato così perché nell’emettere il suono facciamo vibrare le corde vocali. Ma passando dai fonemi ai grafemi sono rimaste a un sistema di trascrizione dei suoni inadeguato al nuovo “italiano” sancito dai nuovi linguisti.

Se governance è parola italiana, prendiamo atto che il suono “S” si può trascrivere anche con il grafema CE. È lo stesso suono che si ritrova all’interno di parole ormai “italiane” come city, suspance (forma inesistente al posto di suspense), compliance, concept, iceberg, influecer, intelligence, dance e lapdance, residence, service

Ma allora la S si può anche scrivere Z, come nel caso del citizien journalism. Altri esempi: magazine, apetizer, friendzone e friendzonare… diversi dalla Z di zapping, zip, zoom o zombie… pronunciata come in italiano.

Anche il suono SCE, che una volta si scriveva così e con le eccezioni come coscienza, scienza e derivati (fantascienza, pseudoscienza…), oggi va rivisto, nelle sue formulazioni.

Se si abbandona l’identità linguistica e si passa all’analisi esclusivamente descrittiva e quantitativa delle parole inglesi accolte nell’italiano, allora prendiamo atto che il suono è espresso anche con SH, e altre volte con i grafemi CHE, TION e SION.

Vediamo la situation con degli esempi di altissima frequenza: show, shock, flash, shampoo, trash, hashtag, leadership, marshmallow, milk-shake, shaker, shopper, shop, shopping, pusher, push up, refresh, slash… L’elenco è sterminato, non si tratta di qualche esempio one shot!

Altre volte il suono SC si può rendere in itanglese con CHE, come nel caso della cache, la memoria che ogni tanto è bene svuotare facendo il cleaning al computer, quella che mostra Google nelle copie cache dei documenti che archivia. Da non confondere con il cash, quello che un tempo si diceva anche contante e che nel nuovo “italiano” ha prodotto il cashback.


Un altro modo per trascrivere SC è quello contenuto nelle parole in -TION, come la svalutation di Celentano, e nei suoni in escion che ci piacciono tanto e vanno ormai di gran moda: location, nomination, compilation, deregulation, corporation, education… e in questa escalation ci sono suoni rafforzati dall’apposizione della C come ele-c-tion day, collection… Passando dalla E alle altre vocali tematiche ci sono la fiction, gli optional e tante altre belle parole. Tra queste bisogna ricordare almeno le extension, e anche la vision, dove al suono SC si aggiunge una sfumatura che tende verso SG, un meraviglioso suono che ci mancava e che dimostra una cosa molto semplice: gli anglicismi sono da intendersi come un arricchimento della nostra vecchia lingua, sono qualcosa che si aggiunge come un dono!

Ma cominciare con le S e Z sorde e sonore e con queste considerazioni disordinate non si conviene a una grammatica che si rispetti, forse è meglio fare un rewind per un restart più poderato, magari partendo dalle vocali, dove il concept del dono si ricava forse meglio.

Ispirato dalla prima grammatichetta descrittiva della lingua toscana che compose nel Quattrocento Leon Battista Alberti, nel mio piccolo, sto provando anch’io a stendere le linee guida di una prima Grammatichetta dell’itanglese, con le regole che chi proclama italiane le parole inglesi dovrebbe aggiungere alle grammatiche tradizionali.

Chi è curioso può leggere di seguito la prima bozza ancora incompleta e un po’ rozza.

Buone vacanze a tutti.

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GRAMMATICHETTA DI ITANGLESE


PARTE I: la fonologia

§ Come si legge il grafema A

In italiano A = A
In itanglese A = A, ma anche E, O, EI


A si legge A in parole come abaco, spam, hardware
• A si legge E in parole come back, badge, band, baseball, brandy, candid camera, cracker, dandy, lady, stand, range, flashback, gangster, glamour, happy hour

In parole come airbag (pron. àir-bèg) la e è aperta, ma in altre come baby, si legge chiusa (béby).
Esempio per comprendere la differenza di pronuncia della E:
“In men (pron. chiusa mén) che non si dica arriva superman (pron. aperta mèn)”.

• A si legge O in parole come call, hall

• A si legge EI in parole come case quando non è il plurale dell’italiano casa.
Es. case history, case sensitive, case study… e anche nello pseudoanglicismo beauty case.

CONSIGLIO DI STILE: anche se l’italiano database si può leggere come si scrive, il consiglio per gli amanti dell’itanglese è di sfoggiare una dizione più inglese (pron. databèis).

Altri esempi di alta frequenza di parole ormai italiane: container, fake, frame, game, hit parade, nickname, pacemaker, cake designer, home page

ATTENZIONE: le parole in AY si leggono EI (es. gay, day, display, layout…) tranne nel caso di spray, che in itanglese è un’eccezione: si pronuncia sprài.

§ Come si legge il grafema E

In italiano E = E aperta o chiusa
In itanglese E = E aperta o chiusa, ma anche I o muta


E si legge E in parole come elefante, election day, best seller, top ten, export, executive
• E si legge I in parole come email e i derivati di electronic abbreviato (ebook, e-reader…), ma spesso la pronuncia in itanglese oscilla e viene detta E soprattutto nel caso di e-commerce. Invece è obbligatorio pronunciarla I in altri casi, es.: Peter (pron. pìter) Parker è Spiderman (un tempo era l’Uomo Ragno).
• E non si legge (è muta) a fine parola in casi come bike, slide, home e home page… e all’interno delle parole quando è seguita da “i”, es.: piercing, brief.

§ Come si legge il grafema I

In italiano I = I
In itanglese I = I, ma anche AI, EA

I si legge I in parole come: imbuto, identikit, import, impeachment, imprinting, all inclusive, indoor

La “i” è però infida (pronuncia italiano: infìda) perché altre volte si pronuncia all’inglese, es.: industrial design → nella prima parola le i sono i, nella seconda sono ai.

I si legge AI in parole ed espressioni di alta frequenza come I love New York, ma anche iceberg, bastardo insight, firewall


Le file e le pile in italiano sono il plurale di fila e pila, ma nella transizione dall’italiano all’itanglese il pile e il file, parole a tutti gli effetti italiane vista la loro frequenza e datazione, si pronunciano invece fàile e pàile.

Pile è uno pseudoanglicismo che in inglese non si usa: questa è la prova che l’itanglese è una lingua autonoma e nuova, è l’evoluzione dell’italiano che si modernizza, ed è tutto normale perché le lingue si evolvono da sempre, come aveva capito Lapalisse (pronuncia in itanglese: lapalàis)!


PRIVACY: Anche se gli inglesi dicono “prìvasi”, il consiglio è di dire “pràivasi” come fanno gli statunitensi. In caso di difformità di pronuncia è sempre bene fare come gli americani, per citare i pionieri dell’itanglese Nando Mericoni e Renato Carosone. Dunque meglio scrivere humor invece di humour all’inglese!

I si legge con un suono simile a EA in parole come birdwatching.

Anche la Y talvolta si legge AI e cyber non si sa bene sempre se dirlo all’italiana o all’inglese; per non sbagliare il consiglio per gli anglomani è di dirlo sempre sàiberg anche nei composti! Es.: cybersicurezza, cybercriminale, cybersex

§ Come si legge il grafema O

In italiano O = O aperta o chiusa
In itanglese O = O aperta o chiusa, ma anche U

O si legge O in parole come obbligo, offshore, on demande, over 60, computer, top model, social

La O – come la E – in italiano ha due pronunce per cui le domande da pórci (pronuncia chiusa, da “porgere”) non sono come le domande da pòrci (cioè da maiali). Ma forse è tutto più chiaro facendo esempi in itanglese: la O chiusa è quella di QR code o pole position mentre usiamo la pronuncia aperta quando diciamo I love you ascoltando un podcast.

• O si legge U in parole come movie, back to school, peer to peer

§ Come si legge il grafema U

In italiano U = U
In itanglese U = U ma anche A, I, IU

• U si legge U (es.) in parole di alta frequenza come uva, usability, utility, username, pullman, o ancora in enunciazioni mistilingue come “a poker ho fatto un full” o “sono fuori dal tunnel”.


ATTENZIONE: tunnel in itanglese è un’ECCEZIONE che si legge come si scrive, al contrario dell’inglese in cui si pronuncia pressapoco “tànel”. Anche bus a volte è detto all’italiana (soprattutto nei composti come autobus) e a volte con sfoggio della A di America.

U si legge A in parole di alta frequenza come brunch, club, budget, cult, cutter, customer care, customizzare, just in time, under 21, upgradare, uploadare, check-up, pub, pulp, runner, running, rush finale, top gun…

Puzzle una volta si diceva all’italiana, ma così aveva un “brutto suono”, per citare Paolo Monelli, che ricorda cose poco profumate: adesso finalmente tutti dicono pàsol!

ATTENZIONE: altre volte la U in itanglese si legge più simile alla E come nel caso di bluff.

• La U si legge I nel caso di business e dei suoi derivati (businessman, business plan, business class…).

• La U si legge IU, e si comporta da dittongo, nel caso di computer e computerizzare, humour, community, consumer, duty free shop


PARTE II: l’ortografia

§ Come si scrive il suono A

In italiano A = A
In itanglese A = A, U


• Il suono A si scrive con la lettera A in parole come amore, acquascooter, scanner, tag, pancake (a volte è una pronuncia diversa rispetto a quella degli anglofoni).
• Il suono A si scrive con la lettera U in parole ed espressioni di alta frequenza come fuck you, bundle, customer care, customizzare

§ Come si scrive il suono E

In italiano E = E
In itanglese E = E, ma anche A


Il suono E si scrive E in parole di alta frequenza come energia, escort, emoticon, endorsement, editor… e nel plurale men (es. “Ho visto il film Men in black, un vero cult!”). Ma al singolare, man, il suono E si scrive con la A, come nei casi badge, happening, hater, home banking, make up, plaid, tasto play, player, playback, play boy, playlist, snack, takeway

§ Come si scrive il suono I

In italiano I = I
In itanglese I = I, ma anche E, EA, EE, IE, Y


In italiano c’è una sola i al contrario dell’inglese, dunque in itanglese la pronuncia di bitch (= puttana, es. “Son of a bitch!”) e di beach (= spiaggia, es. beach volley) sono identiche.
Ma andiamo con ordine.

Il suono I si scrive I in parole di alta frequenza come istrice, sprint, infopoint, influencer, instant book, internet, interpol, intelligence, salvaslip e i composti di slip (pseudoanglicismo da non confondere con to sleep = dormire, es.: “Chi sleep non piglia fish”)…
Il suono I si scrive EA in parole come appeal, easy, leader, leasing, reading, release, sneaker, speaker, team, striptease, streaming


ATTENZIONE: spread è un’eccezione! Non dite MAI “sprid”, si pronuncia sprèd!

• Il suono I si scrive EE in parole come street (street art, street food, Wall street…), green, agreement, engineering, free, freezer, meeting, weekend, pedegree, screening, screenshot, screensaver, roastbeeff, teenager
• Il suono I si scrive E in parole come e-book, top secret, Peter Pan, ground zero
• Poiché la E finale è muta, il suono I si scrive IE in parole come movie (action movie, B movie…), barbie o hippie, che si può scrivere anche con la Y (hippy).

Talvolta, infatti, I si scrive con la Y per esempio in canyon, e in tutte le parole che terminano in Y come boy scout, gallery, curvy, history, papy, mamy, baby, happy, copy, austerity, authority, whisky

Ci sarebbe anche la J che un tempo da noi si chiamava i lunga, ma adesso non è più vocale e si pronuncia gèi.
In attesa di poter dire leggittimamente: “Sono andato a Gesolo con Giacopo e Giolanda che tifano Giuventus”, per ora ci si può limitare all’ostentazione di giunior al posto di junior.

ATTENZIONE: TROJAN è un’eccezione e in itanglese si sente dire con la i, solitamente.

§ Come si scrive il suono O

In italiano O = O
In itanglese O = O, ma anche OA, A, AU

Oltre che con la O, come in italiano (es. self control), in itanglese il suono O si può rendere anche con la A (call center, small, talkshow…), oppure con la OA di toast. Es.: roastbeef, broadcast, download, coach e coaching, board editoriale, skateboard


ATTENZIONE: c’è anche la possibilità di usare AU come nel caso di audience (pron. odiens) che però è considerata un’eccezione: infatti automotive, austerity, authority… si leggono AU come in italiano.

§ Come si scrive il suono U

In italiano U = U
In itanglese U = U, ma anche O, OO


• U si scrive U in parole come ufo, utility, usability
• U si scrive O in espressione come Basilicata coast to coast, movie
• U si scrive OO in very good, bazooka, zoom, book, boom, room food, look, motoscooter


ATTENZIONE: davanti a due OO bisogna stare attenti alle eccezioni perché mica sempre si dice U, a volte si dice A, per es.: “Barman, mi porti un cocktail, please! Vorrei un bloody mary!”
Anche la trasmissione di Bruno Vespa Porta a porta in inglese sarebbe Door to door (dove le doppie O si leggono O e la O di to si legge U), e lo stesso vale per le coltivazioni di marijuana o le gare ciclistiche indoor e outdoor.


ECCEZIONE: in itanglese anche shampoo si pronuncia con la O finale, e non con la U come in inglese!

§ Dittonghi, iati e oltre

In italiano AU = AU
in itanglese AU = OU
ma anche OW

In italiano ci sono i dittonghi, quando due vocali sono pronunciate con una sola emissione di fiato come fossero un tutt’uno (es. piede), e gli iati (es. po-eta), ma l’itanglese ci porta ben oltre.

Il suono AU di causa e di mouse si può rendere con OU o OW.
Es.: account, bounty killer, out, compound, house, happy hour, fare outing, outfit, outsider, outsourcing, scout e scouting
Oppure: clown, down, download, browser, brownies, countdown

Un tempo la W era da noi pronunciata come V in parole come Wagner o W l’Italia. Ma nel passaggio da Walter e Uolter, ormai l’interferenza dell’inglese l’ha trasformata in vocale, es.: weekend, new, new entry, news, newsletter, password, network, software, hardware, spending review, workstation, web community, webcam

ATTENZIONE ALL’ARTICOLO!
Il suono UO di uomo in italiano richiede l’articolo LO (es. l’uovo), ma in itanglese il sono UO di work richiede l’articolo IL, dunque si dice il walkie talkie, il work in progress, come davanti alla lettera V di vip e di viral marketing. Lo stesso vale per il wiskhy e il water (che si pronuncia uoter nell’espressione water polo).

Anche il dittongo IU di chiuso in itanglese si può scrivere in altre modalità, es. lo IU di beauty o di computer.


§ Altri suoni in consonante

Chi si ricorda la favola della C dura (velare) che si pronuncia dolce (ma vale anche per la G) davanti alle vocali E e I? E la regola che per renderle dure si rafforzano con l’H come in chiave o pieghe?

In itanglese non è affatto così e può avvenire tutto il contrario: basta un’H per addolcire i suoni come in chat, cheap e chip, check in e checkout, coach, coaching

L’H si usa anche in tante altre parole come thriller, formaggio light, pet therapy, bluetooth… e a inizio parola, oltre ai casi del verbo avere (ho, hai, ha) ricorre in hard disk, hacker, happening, hot spot, help desk, hipster

In itanglese il suono C duro si può rendere anche con la K (killer, work in progress, basket, pink, punk, milkshake, film maker, book, look, lo pseudoanglicismo parking…), che talvolta si può marcare con il CK (backup, click) e talvolta con la doppia K (trekking).

Allo stesso modo la G dura di targhe o di ghiro in itanglese non ha bisogno dell’H, es.: target, caregiver
A volte per rendere la pronuncia dura ci si appoggia alla U, es.: guinness.

In italiano le parole che terminano in GE si leggono GE, es: silloge, strage… ma in itanglese la E finale in questi casi è muta, es.: vintage, bondage o extralarge

Il suono della G si può rendere anche con la I lunga: deejay, jeep, junior, jet, jingle, job, jogging, jolly jukebox, jumbo, junk food, just in time

In itanglese GLI non si legge come in italiano “gli” di fermagli e appigli, ma in modo duro come in anGLIcismo o glitterato (ma anche in italiano c’era già questa pronuncia in parole come glicine o glicemia).

Ci sarebbe poi il suono F che si rende con il PH: big pharma, graphic novel, effetto morphing, smartphone… e anche tante altre cose. Ma ho già trattato delle regole per ibridare le parole (screenare), per ricomporle con l’accostamento di radici inglesi (smart working) e italiane (baby-delinquente, libro-game). Così come ho già detto delle regole formative (blogger invece di bloggatore, no vax invece di antivaccinista, covid hospital invece di ospedale covid) o dei “prestiti” sintattici che stravolgono l’ordine delle nostre parole (social media marketing).

Lingua, politica e il falso mito dell’evoluzione dell’italiano dal basso

Nel nostro Paese prevale l’idea che le lingue siano processi naturali che si evolvono da soli e non vanno orientate (cfr. “L’anarchismo linguistico italiano e la politica linguistica francese“), un atteggiamento che si ritrova tra i linguisti e più in generale nella nostra intellighenzia, anche politica. Ma questa visione è piuttosto parziale e poco fedele alla storia. Le lingue non sono affatto sistemi ingovernabili dove l’uso fa la norma, sono al contrario processi complessi orientabili e da sempre orientati.


Da un punto di vista letterario, si fa nascere l’italiano con Dante che ha dato vita a un volgare illustre pensato per essere la lingua sovraregionale di tutti proprio con un intento politico e “patriottico”, perché era convinto che senza una lingua comune non sarebbe stata possibile un’unità nazionale.

Ma prima di lui, la poesia nella lingua del sì è nata in Sicilia, alla corte di Federico II; e la scelta di scrivere in volgare e di riprodurre in siciliano gli schemi poetici della lirica provenzale fu una scelta politica. I poeti della scuola siciliana erano i funzionari della sua corte che erano stati scelti appositamente laici e non chierici, e scrissero per la prima volta in volgare siciliano per imporre una lingua diversa da quella della Chiesa, il latino, ma anche dei comuni del Nord dove si poetava soprattutto in provenzale. Il progetto politico federiciano era proprio la rifondazione di un regno feudale moderno, autonomo dalla Chiesa e alternativo all’ascesa dei comuni, che erano i suoi nemici. E la lingua dei primi poeti italiani nasceva da questi intenti.

La fine di Federico II ha rappresentato contemporaneamente la fine della scuola poetica siciliana, esattamente come la crociata contro gli Albigesi e l’annessione della Provenza alla Francia ha imposto la lingua d’oil, cioè il francese, determinando la scomparsa della lingua d’oc.

L’eterna questione della lingua, che ha preceduto di secoli l’unità d’Italia, è stata un lungo processo che non si è realizzato solo perché il toscano delle tre corone fiorentine – Dante, Petrarca Boccaccio – si è imposto sulle altre parlate per motivi di prestigio (continuando in toscano i temi e la scelta linguistica della scuola siciliana), ma anche perché è stato preso come modello prescrittivo da linguisti, grammatici e dall’Accademia della Crusca che lo hanno legittimato, sostenuto e normato. Questo italiano libresco che si scostava dalla lingua viva parlata nei volgari è sopravvissuto per secoli e si è strutturato proprio perché era orientato.

Nel Novecento l’italiano è diventato un patrimonio di tutti perché c’è stata una politica linguistica che lo ha diffuso e istituzionalizzato attraverso la sua introduzione come lingua ufficiale della formazione, dell’amministrazione, del servizio militare, delle leggi, ma anche grazie alla stampa, ai mezzi di informazione e ai prodotti culturali dell’epoca del sonoro, con la nascita dell’industria musicale, della radio, del cinema e della televisione.

L’unità linguistica di un Paese è il risultato di questi interventi e degli altri fattori che educano e uniformano attraverso il sostegno delle istituzioni culturali e politiche. Non è un caso che la nascita degli stati nazionali in Francia o in Spagna abbia portato al consolidarsi del francese e dello spagnolo nazionale secoli prima rispetto all’Italia.

Quello che chiamiamo spagnolo, propriamente è il castigliano, cioè la lingua della Castiglia; e la prima grammatica è stata pubblicata simbolicamente nel 1492, un anno chiave per quel Paese, che non coincide solo con il viaggio di Colombo, ma anche con la Riconquista di Granada e la fine dell’occupazione araba. La tradizione narra che quell’anno Elio Antonio de Nebrija presentò la sua grammatica a Isabella di Castiglia, che gli domandò stupita per quale motivo avrebbe dovuto interessarsi a un libro su una lingua che già conosceva. E la risposta che spiazzò la sovrana fu che la lingua è da sempre stata “compagna di ogni impero”.


Una lingua è portatrice di valori e di cultura, è un elemento che unifica le popolazioni, vive nelle realtà territoriali e nei parlanti con cui è connessa nel modo più intimo, e allo stesso tempo li condiziona e ne viene influenzata e cambiata. Naturalmente l’unità linguistica nazionale avviene spesso a spesa delle lingue minori, e il castigliano si è imposto a scapito del catalano, del basco e delle altre minoranze, così come l’affermazione dell’italiano è avvenuto attraverso la sua supremazia sui dialetti, che in qualche caso sono addirittura scomparsi, perché le lingue possono anche entrare in conflitto tra loro, e quelle minori finiscono con il ritirarsi. Oggi, parlare un dialetto è stato rivalutato come un segno di cultura, come la conoscenza di una seconda lingua, ma prima che l’italiano diventasse di tutti era considerato un segno di ignoranza dell’idioma nazionale che si voleva appunto consolidare. All’inizio del Novecento fu il fascismo a estrometterlo come lingua della scuola in favore l’italiano, in una stigmatizzazione che è durata per vari decenni anche in seguito.

Le lingue nazionali d’Europa hanno tutte questa storia, si sono affermate e imposte proprio perché sorrette da Stati e istituzioni, perché hanno anche una funzione politica, oltre che culturale, sono funzionali alla coesione sociale e sono uno dei principali collanti che formano l’identità dei popoli. E nell’istituzionalizzare quelle nazionali gli Stati dovrebbero allo stesso tempo preservare quelle minori, che altrimenti rischiano di scomparire e di esserne schiacciate.

Gli attuali interventi sull’uso

Davanti al lievitare degli anglicismi, troppo spesso si sente dire che il fenomeno non è regolamentabile, e che la gente in fondo parla come vuole, come se la lingua fosse un processo “democratico” che nasce spontaneo solo dal basso. L’anglicizzazione, al contrario, parte soprattutto dall’alto, dalla lingua dei giornali e della classe dirigente che introduce l’inglese e lo usa senza alternative fino a che la gente non può fare altro che ripetere cashback, lockdown, green pass o jobs act. La lingua non è “fatta dalla gente”, come si vuol far credere, la gente ha per secoli parlato il proprio dialetto, poi è stata indotta a utilizzare l’italiano, e oggi ripete gli anglicismi che passano i mezzi di informazione, le pubblicità, le interfacce informatiche, le amministrazioni, le Poste, le Ferrovie… E intanto si favorisce l’insegnamento in inglese nelle università, si spinge per l’inglese come lingua della Comunità Europea, lo si rende un requisito per l’assunzione nelle pubbliche amministrazioni, e lo si fa diventare la lingua per presentare i progetti di ricerca italiani, come nel caso dei Prin e dei Fis.

L’inglese diventa di massa perché arriva dagli ambiti della medicina, del lavoro, dello sport… con le stesse dinamiche in cui altri cambiamenti linguistici provengono dalle pressioni esercitate dall’alto. Arriva dall’espansione delle multinazionali, dall’imposizione della loro terminologia, dalla lingua della globalizzazione. In altre parole dalle pressioni politiche e sociali.

Dagli anni Novanta, per esempio, proprio per l’interferenza dell’angloamericano, i traduttori di libri, film e telefilm hanno cominciato a sostituire sistematicamente con “nero” la parola “negro”, che negli Stati Uniti era considerata razzista, anche se in Italia era una parola che storicamente non ha mai avuto questa connotazione: negli anni Sessanta Lola Falana era l’amatissima “Venere negra” e nella canzone “I watussi” Edoardo Vianello cantava gioiosamente degli “altissimi negri” senza alcun intento discriminatorio. Oggi ha dichiarato che non la può cantare più, visto che non è più possibile pronunciare certe espressioni senza la carica di razzismo che hanno nel frattempo assunto in modo orientato dalle fortissime pressioni sociali e mediatiche che sono intervenute sull’uso. Lo stesso avviene attraverso l’ondata di moralismo linguistico che fa parte del “politicamente corretto” e che ha portato negli ultimi decenni a un “revisionismo lessicale” che ha messo al bando espressioni oggi considerate illecite come “mongoloide” sostituito da “Down”, “Terzo mondo” sostituito da “Paesi in via di sviluppo” o “handicappato” che è diventato “diversamente abile” e così via. Sono esempi sotto gli occhi di tutti di come l’evoluzione della lingua sia orientata e orientabile.

Nel caso della femminilizzazione delle cariche lavorative, per fare un altro esempio, le linee guida delle amministrazioni per un linguaggio non sessista hanno portato a coniare e usare femminili un tempo non diffusi come sindaca o ministra, che sono ormai utilizzati dai giornali, inseriti nei vocabolari e sempre più normali.
Il punto è che si usano due pesi e due misure, e la questione, fuori da ogni ipocrisia, è semplicemente politica e sociale: sugli anglicismi non si vuole intervenire – anzi si interviene eccome: introducendoli, divulgandoli e favorendoli – ma su altri aspetti il modo in cui la gente deve parlare si orienta senza alcuna remora. E tra le fila dei più accesi non interventisti nel caso dell’inglese si annoverano curiosamente alcuni dei più fanatici sostenitori del “linguaggio inclusivo” che propongono addirittura una riforma ortografica per introdurre una sorta di desinenza neutra attraverso lo scevà (ə), per cui “tuttə” includerebbe anche il femminile “tutte”, insieme al maschile “tutti” che storicamente lo include.

E allora dietro il mito tutto descrittivista per cui le lingue vanno studiate nella loro evoluzione, si nascondono in realtà approcci prescrittivi molto forti, tutti in favore dell’inglese. Non intervenire per tutelare l’italiano non significa rimanere “neutrali”, significa schierarsi dalla parte del globalese e dell’itanglese che avranno la meglio. Eppure sembra che in Italia nessuno lo comprenda, e al contrario di ciò che accade negli altri Paesi non abbiamo alcuna politica per la tutela del nostro patrimonio linguistico.

Anglicismi e forestierismi: le abissali differenze

La guerra ai barbarismi del ventennio fascista fu fatta per motivi di principio e di autarchia e non certo perché le parole straniere – che a quei tempi erano soprattutto francesi – rappresentassero una reale minaccia per l’italiano.

L’ostilità verso i forestierismi affondava le sue radici nel pensiero risorgimentale e patriottico legato all’unità d’Italia e alle invasioni straniere che da secoli rendevano il nostro Paese una terra di conquista. E il motto di un libro come Barbaro dominio di Paolo Monelli (1933) riprendeva proprio una citazione del Principe di Machiavelli che veniva applicata alla lingua: “Ad ognuno puzza questo barbaro dominio” (cap. XXVI).
Sul piano linguistico questo sentimento si intrecciava con secoli di “purismo” e di dibattiti sulla questione della lingua, dove nel separare metaforicamente il fior di farina dalla crusca che aveva guidato la nascita dell’omonima Accademia, insieme ai neologismi, ai tecnicismi e alle parole non toscane si condannavano in blocco anche i forestierismi; persino quelli adattati come “precisazione” citata da Leopardi, o “emozione”, che in un popolare dizionario di Rigutini di fine Ottocento era bollata come un gallicismo da evitare (Giuseppe Rigutini, I neologismi buoni e cattivi più frequenti nell’uso odierno, Roma, Libreria editrice Carlo Verdesi, 1886).

“Scusate il francesismo”, che si usa ancora a oggi in modo spiritoso davanti a una parolaccia, deriva proprio da questo contesto, dal chiedere venia davanti all’uso di parole francesi come fossero offensive. E lo stesso atteggiamento di repulsione si registra anche per molti neologismi italiani, a cui non siamo avvezzi.

Di fronte alle odierne denunce per l’abuso dell’inglese, molti credono che la questione sia ancora di questo tipo. Non si sono accorti che la storia ha voltato pagina in un cambio di paradigma che rappresenta un salto e una discontinuità rispetto al passato.

Numeri, mancato adattamento e velocità di penetrazione

Il numero degli anglicismi non adattati accolti nei dizionari è attualmente superiore alla somma di tutti gli altri forestierismi crudi provenienti da tutte le lingue del pianeta messe assieme, compresi i francesismi.
Sul Devoto Oli ce ne sono 4.000, sullo Zingarelli sono 3.000, ma lo scarto è dovuto solo ai diversi criteri di classificazione: il primo dizionario tende a fare di ogni locuzione una voce a sé, mentre il secondo tende a registrarla all’interno della voce madre, per cui marketing mix si trova sotto il lemma principale marketing e non viene conteggiato dalle ricerche automatiche. Ma a parte ciò, i numeri delle voci non sono poi molto diverse se si confrontano i due vocabolari.

I francesismi crudi sono invece meno di 1.000, gli ispanismi meno di 150, altrettanti sono i germanismi. Seguono un’ottantina di parole giapponesi non adattate, una trentina arabe, una trentina portoghesi, e le voci delle altre lingue, dal russo al cinese, sono ognuna nell’ordine della decina o di poche manciate (Cfr. “I forestierismi nei dizionari: quanti sono e di che tipo“).

A impressionare non ci sono solo queste enormi differenze numeriche. Anche la velocità di diffusione è preoccupante. Il 90% delle parole inglese è penetrata nell’italiano negli ultimi 70 anni, fondamentalmente dal dopoguerra in poi. Nel 1990, la prima edizione digitale del Devoto Oli registrava solo 1.600 parole inglesi crude, e nel 1995, quella dello Zingarelli ne conteneva 1.800.
I meno di 1.000 francesismi non adattati, al contrario, sono l’eredità storica di substrati plurisecolari di influenza del francese. Ma vista l’affinità con l’italiano, l’interferenza del francese nel complesso ha subito un adattamento e oggi le parole di origine francese, come “emozione” sono a tutti gli effetti parole italiane, al contrario di espressioni come fake news che rimangono “corpi estranei” nel loro suono e nella loro ortografia che violano la nostra identità linguistica. Stando alle marche di un dizionario specialistico come il Gradit del 2007, oltre il 70% dei gallicismi sono stati assimilati, mentre nel caso dell’inglese le parole penetrano quasi sempre senza adattamenti e le italianizzazioni costituiscono meno del 30% dei casi. E da allora le cose sono peggiorate. Tullio De Mauro, nel confrontare i numeri del Gradit del 1999 con quelli del 2007 ha dichiarato:

Il confronto con i dati registrati nella prima edizione del GRADIT mostra che negli ultimi anni gli anglismi hanno scalzato il tradizionale primato dei francesismi e continuano a crescere con intensità, insediandosi, come più oltre vedremo, anche nel vocabolario fondamentale.
(Tullio De Mauro, Storia linguistica dell’Italia repubblicana: dal 1946 ai nostri giorni, Laterza, Bari-Roma 2016, p. 136.)

In altre parole, nell’arco di una sola generazione l’interferenza dell’inglese ha raggiunto e superato quella del francese che è avvenuta in un lasso di tempo di secoli e secoli raggiungendo anche il lessico comune.

Frequenze e ambiti

Un’altra spropositata differenza tra gli anglicismi e gli altri forestierismi sta nella frequenza con cui li utilizziamo. Basta scorrere la pagina principale di un qualsiasi giornale in Rete e contare le parole inglesi. Mediamente se ne trovano a decine e le loro percentuali sono altissime, mentre nel caso delle altre lingue se ne trovano al massimo solo una o due, di solito.
Quando “chef” era solo un francesismo e si usava al posto di “cuoco” per moda e snobismo, la sua diffusione era bassa. Nel nuovo Millennio, da quando la stessa parola ci è arrivata dall’angloamericano dell’era dei MasterChef e dei FoodNetwork, la sua frequenza è decuplicata! E oggi l’italiano evoca una professione di serie B: il cuoco è quello delle trattorie e delle mense aziendali – la manovalanza – mentre nei ristoranti stellati o di lusso ci sono solo gli chef.


La cosa grave è che gli anglicismi non riguardano solo la cucina, la moda, il costume o gli ambiti marginali della società, sono penetrati senza alternative nel lessico di tutti i giorni e nei settori strategici della modernità, dove l’italiano è ormai mutilato, incapace di esprimere con parole sue – senza la stampella dell’inglese – i settori come l’informatica, la tecnologia, il lavoro, la scienza, l’economia… e da computer a marketing, da spread a lockdown, le parole italiane sono venute a mancare.

Dalla quantità al salto verso l’itanglese

L’attuale interferenza dell’inglese non ha nulla a che fare con quella del francese o delle altre lingue anche nell’impatto che sta stravolgendo la nostra lingua. Se i forestierismi si possono ancora considerare “prestiti” lessicali isolati, gli anglicismi non lo sono affatto. L’inglese produce il fenomeno delle ibridazioni e la nascita di centinaia e centinaia di parole come chattare, backuppare, downloadare, hackerare, twittare, whatsappare… ma anche zoomabile, fashionista, scoutismo… mentre le radici inglesi si accostano a quelle italiane (clownterapia, libro-game, pornoshop, punkabbestia, webserie…) e parole come killer, o confissi come baby, cyber, over… si trasformano in regole generative foriere potenzialmente di infinite ricomposizioni (killer sassi killer, zanzare killer, squalo killer, cellule killer, batterio killerbaby-calciatore, cyber-criminale, over-ottantenne…). Le parole inglesi si accostano poi tra di loro in una rete sempre più fitta di ricombinazioni che si allargano nel nostro lessico con un effetto domino: food fast food, street foodpet pet food, pet sittersmart smart working, smartphone
Ci sono intere famiglie di parole declinate nelle desinenze in –ing e –er: surf/surfing/surfer, work/working/worker, shop/shopping/shopper… e tra blogger e rapper invece di bloggatori e rappatori l’inglese si trasforma in una grammatica inconscia che genera anglicismi e pseudanglicismi che vivono di vita autonoma: no global, no vax… → no + qualsiasi cosa in inglese; covid hospital, covid free… → covid + qualsiasi cosa in inglese

Tutto ciò non si vede nel caso degli altri forestierismi. L’interferenza dell’inglese si sta trasformando in una neolingua ibrida che sta producendo anche i primi prestiti sintattici dove la collocazione delle parole italiane si scombina: social media manager, green economy o green pass non seguono l’ordine di responsabile della comunicazione digitale ed economia o certificazione verde.

Negli ultimi anni stiamo assistendo alla crescita di enunciazioni mistilingue che alternano all’italiano codici in inglese sempre più complessi come off course, one moment, number one, why not?, very good, oh my God!, last but not least, the best, real time… Questo fenomeno è in fase embrionale, ma si sta allargando e la mia impressione è che sia destinato ad ampliarsi in modo sempre più veloce e profondo. Ultimamente, nel parlato, si sentono sempre più spesso enunciazioni come too much per dire “questo è troppo”. E in questo vezzo anche i verbi cominciano a fare la loro comparsa e si infilano nell’italiano come fosse un normale intercalare, per esempio remember, don’t worry¸ stop, relax, save the datefuck you!

Dalla “questione della lingua” alla questione delle lingue

Questi sono i fatti. Continuare a blaterare che è normale che le lingue si evolvano, come si sono sempre evolute, e concludere che l’interferenza dell’inglese non è preoccupante, significa non comprendere come stiano le cose.

“Tsunami” è un nipponismo, ma non c’è alcun problema a usare un forestierismo del genere, perché è un “prestito” isolato che non rappresenta alcuna minaccia per l’italiano. Certo, qualcuno che si scaglia con l’inglese per motivi che hanno a che fare con il purismo ci sarà sempre. Ma chi non capisce la portata dell’attuale tsunami anglicus rischia di essere l’altra faccia della medaglia di questo purismo anacronistico di cui fa il controcanto. I due atteggiamenti sono altrettanto stupidi.

Il problema non sono i forestierismi, il problema è il numero degli anglicismi, e solo quelli, che hanno preso il sopravvento e non costituiscono più un arricchimento, ma un depauperamento dell’italiano. La questione non è più quella “della lingua”, ma delle lingue di tutto il pianeta minacciate dall’interferenza dell’inglese globale. Quelle minori rischiano di scomparire, ma anche quelle più forti ne escono snaturate. E in Italia, dove non c’è alcuna attenzione per l’ecologia linguistica, dove non esiste alcuna politica linguistica, e dove la nostra classe dirigente diffonde l’itanglese ed è schierata a favore del globalese, siamo messi molto male.

L’identità dell’italiano davanti allo tsunami anglicus

Fino a che punto una lingua può importare voci da un’altra senza snaturarsi?
Davanti all’interferenza dell’inglese, fino a che punto il nostro idioma può evolversi senza trasformarsi in qualcosa di altro, che si chiama itanglese e porta a una creolizzazione, invece che a un’evoluzione?

La risposta sta nel riflettere sull’identità di una lingua. Una questione che nel caso dell’italiano è emersa sin dal suo apparire, e si ritrova in Dante, alla ricerca di un volgare “illustre” in grado di superare ogni “municipalità” territoriale e di essere inteso in tutto il Paese.
Nel lessico della Commedia si trovano parole di altri dialetti insieme a quelle di origine provenzale, latina, araba e di varie altre provenienze, ma tutto è stato divinamente toscanizzato, e cioè adattato a un preciso “suono” destinato a diventare quello che caratterizza la lingua del bel paese là dove ‘l sì suona.
Quel suono che all’estero gode di una nomea e di un’ammirazione che poche altre lingue vantano. Quel suono che stiamo gettando via con una certa alberto-sordità per passare all’english sound con cui crediamo di farci belli – ma spesso siamo semplicemente ridicoli – nella convinzione di essere internazionali. Dante avrebbe di sicuro bollato l’itanglese come “un’orribile favella” e una “spaventevole” commistione di diverse lingue tipica del tumulto infernale.

Oggi il problema dell’identità linguistica sembra essere sottaciuto da molti studiosi che sottovalutano la nostra anglicizzazione o considerano gli anglicismi dei doni e degli arricchimenti. Eppure, in passato, tutti avevano ben presente la differenza tra “arricchimento” e “snaturamento”. Anche i più agguerriti critici del purismo. Anche i più grandi teorici favorevoli all’accoglimento delle parole straniere.

L’identità linguistica in una prospettiva storica

Nel Cinquecento, mentre i puristi censuravano ogni parola dialettale, ogni barbarismo e ogni neologismo in nome della purezza della lingua delle tre corone toscane (Dante, Petrarca e Boccaccio), molti altri autori si schieravano sul fronte oppposto, e proclamavano che senza un’evoluzione che accogliesse ciò che era nuovo o arrivava da fuori, l’italiano si sarebbe ridotto alla lingua dei morti. In virtù della sua presunta “perfezione” avrebbe finito per cristallizzarsi in una lingua immobile, incapace di evolvere.

Niccolò Machiavelli
Nel Discorso o dialogo intorno alla nostra lingua, Niccolò Machiavelli (molto probabilmente) sosteneva la necessità di “accatar” parole dalle altre lingue.
Ma una lingua “convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, ed è sì potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro; perché quello ch’ella reca da altri, lo tira a sé in modo che par suo.”

Machiavelli si poneva dunque il problema di importare senza “disordinare” la propria identità linguistica, cioè di far diventare ciò che importiamo “parole nostre”, adattandole ai nostri suoni. Era dunque “necessario” importare nuovi vocaboli, “ma riducendosi, nel parlare, con i modi, con i casi, con le differenze e con gli accenti, fanno una medesima consonanza con i vocaboli di quella lingua che trovano, e così diventano suoi; perché, altrimenti, le lingue parrebbono rappezzate e non tornerebbono bene.”

E nel dialogo che immaginava di avere con Dante, l’autore gli metteva in bocca queste parole, a proposito dei latinismi utilizzati nella Divina Commedia: “Perché le dottrine varie di che io ragiono, mi costringono a pigliare vocaboli atti a poterle esprimere; e non si potendo se non con termini latini, io gli usavo, ma li deducevo in modo, con le desinenze, ch’io gli facevo diventare simili alla lingua del resto dell’opera.”

Ludovico Antonio Muratori
Un paio di secoli dopo, nel 1706, anche Ludovico Antonio Muratori, in Della perfetta poesia italiana, scriveva cose molto simili: “Nel secolo supposto d’oro, in cui gli Scrittori e dalla stessa Latina, e dalla Provenzale, e da i vari Dialetti d’Italia presero non pochi vocaboli, e modi di parlare, e li fecero divenir propri dell’Italiana.” E nel suo criticare il purismo di Bembo e dell’accademico della Crusca Salviati, che consideravano il modello dell’italiano quello dei grandi classici del Trecento, replicava: “Basta leggerli, e prender le mosse dal mezzo del cammin di nostra vita, ove son mille e mille rancidumi, e vocaboli affatto Latini, crudi, e oscuri, condannati dal Bembo stesso.” E quindi si domandava perché mai gli autori moderni non dovessero fare come gli antichi. Le parole nuove arricchiscono una lingua, invece di imbarbarirla: “Che se dopo la morte del Boccaccio si sono aggiunti alla Lingua molti vocaboli, e non poche locuzioni nuove: tanto è lontano, che la Lingua possa perciò dirsi intorbidata, che piú tosto dee confessarsi, esserne ella rimasa maggiormente arricchita, inleggiadrita, e nobilitata.”

Ancora una volta, la questione dell’identità linguistica era semplice e scontata: l’evoluzione passava per l’adattamento e il far divenire italiano ogni barbarismo.

Alessandro Verri
Sessant’anni più tardi, Alessandro Verri, dalle pagine del Caffè, lanciò la celebre “Rinunzia al Vocabolario della Crusca”, un vero e proprio manifesto contro il conservatorismo linguistico in nome della modernità: “Se il Mondo fosse stato sempre regolato dai Grammatici” non avremmo né case, né carrozze, né industria, scriveva. La conclusione fu la “solenne rinunzia” alla pretesa purezza della toscana favella: “Se italianizzando le parole francesi, tedesche, inglesi, turche, greche, arabe, sclavone, noi potremo rendere meglio le nostre idee, non ci asterremo di farlo.”

Anche Verri, con la parola “italianizzando” dava per scontato ciò che molti linguisti di oggi fanno finta di non capire. Ma se l’articolo del Caffè era solo una provocazione, alla fine del Settecento la questione fu ripresa da Melchiorre Cesarotti con ben altro spessore teorico.

Melchiorre Cesarotti
Nel Saggio sulla filosofia delle lingue, Cesarotti mostrava che non esiste alcuna lingua “pura” né inalterabile, e tutte, inizialmente, sono “barbare”, perché nascono dall’uso e dalla contaminazione, e non dai principi di autorità o da ordini prestabiliti. L’autore era favorevole ai francesismi che imperavano nel secolo dell’Illuminismo, e anche ai neologismi e ai tecnicismi, diremmo oggi. Ma distingueva il “genio grammaticale“, cioè la struttura di una lingua che deve rimanere immutabile (per esempio il sistema dei casi e delle declinazioni del latino), da quello “retorico” cioè la parte che si può e si deve cambiare, e che comprendeva il lessico, i prestiti, le parole derivate e gli usi traslati dello stile. E su quest’ultimo punto ricordava che gli scrittori sono liberi di ampliare i significati e di creare neologismi per analogia, per cui, nell’accettare parole come magnetismo, elettricità o chimica in senso tecnico, è poi normale che nascano usi metaforici e per estensione, come “sguardo magnetico”, “elettrizzar gli spiriti” o “chimica intellettuale” (cioè affinità).
Insomma, non c’è nulla di male ad adottare parole straniere – ma come male necessario e con cautela – e non si può sostenere che i forestierismi “guastino” una lingua. Ma ciò deve avvenire solo a determinate condizioni. Queste parole non devono intaccare la struttura della lingua e non devono entrare in contrasto con il genio grammaticale: “Quando un termine è conveniente all’idea, quando rappresenta vivamente l’oggetto o colla struttura de’ suoi elementi, o con qualche somiglianza o rapporto; quando inoltre è ben derivato, analogo nella formazione, non disacconcio nel suono, di qualunque autore egli siasi, a qualunque data appartenga, sia esso parlato, o scritto, o immaginato, sarà sempre ottimo, e da preferirsi ad altri insignificanti, strani, disadatti, che non abbiano altra raccomandazione che quella del Vocabolario.”

Giacomo Leopardi
Tutte queste riflessioni sono alla base anche delle posizioni di Leopardi. Nello Zibaldone scriveva che benché gli “europeismi” scientifici, e altre parole come “precisazione”, fossero spesso bollati come “barbarismi” provenienti dal francese, non erano affatto da condannare. E un vocabolo, “venisse ancora dalla lingua tartara, siccome l’uso decide della purità e bontà delle parole e dei modi, io credo che quello ch’è buono e conveniente per tutte le lingue d’Europa, debba esserlo.”

Anche per Leopardi, il criterio di demarcazione tra i prestiti che “corrompono” una lingua e quelli che la “arricchiscono” era molto chiaro: l’adattamento, l’italianizzazione. E venendo alla nostra lingua, scriveva: “Questo appunto è ciò di cui è capace, e non di perderla ed alterare il suo carattere per prenderne un altro forestiero, del che non fu e non è capace nessuna lingua senza corrompersi. E il pregio della lingua italiana consiste in ciò che la sua indole, senza perdersi, si può adattare a ogni sorta di stili.”

L’identità linguistica oggi

Oggi i linguisti si pongono nei confronti della lingua in modo descrittivo e il loro approccio si può riassumere nella massima per cui una lingua non va difesa, va studiata. Ma sembra che, nel far ciò, troppo spesso dimentichino che nell’evoluzione linguistica dei paletti vanno mantenuti.
Le migliaia di anglicismi che importiamo, reinventiamo e utilizziamo in modo crudo non hanno la “consonanza” auspicata da Machiavelli che li rende parole “nostre”: invece di “disordinare” la lingua di provenienza, “disordinano” la nostra che ne risulta “rappezzata”. Se non li facciamo “divenir nostri” come spiegava Muratori, invece di “arricchire, inleggiadrire, e nobilitare” il nostro idioma, lo rendono “intorbidato”. Se non li “italianizziamo” come proponeva Verri, rimangono “disacconci nel suono” e nella formazione come diceva Cesarotti, ed entrano perciò in contrasto con “il genio grammaticale” che dovrebbe invece rimanere immutato; e anche il pregio della lingua italiana di “non corrompersi” e di “non alterare” la sua “indole” invocato da Leopardi svanisce, se assume un “carattere straniero”.

Ecco perché, nel suo “Morbus Anglicus”, Arrigo Castellani definiva gli anglicismi “corpi estranei”. Ecco perché scriveva: “I principali responsabili delle violazioni subite dalle regole fondamentali dell’italiano son forse i giornalisti (compresi naturalmente quelli televisivi). Per pigrizia, si dirà, per mancanza di fantasia, per desiderio di dare ad intendere che conoscono bene l’inglese. Io aggiungerei per un altro motivo: perché nella gran maggioranza dei casi non si rendono conto di come stiano le cose; perché al liceo nessuno gli ha detto quali sono i caratteri fondamentali dell’italiano, quali sono i cambiamenti ch’esso può subire e quali invece sono contrari alla sua natura.”

Posso capire “l’ignoranza” di un giornalista italiano davanti alla questione, e posso capire che “non si renda conto di come stiano le cose”.
Quello che non posso comprendere è come uno studioso o uno specialista non abbia presente secoli di riflessioni sulla nostra identità linguistica.
L’attuale fenomeno dell’itanglese è uno “tsunami anglicus” che non ha precedenti storici per numero, per profondità e per conseguenze: ibrida la nostra lingua e sta cominciando a sovvertire la sintassi (Cfr. Peter Doubt, “Oltre il lessico: 8 esempi strutturali di creolizzazione” da cui rubo la seguente immagine).

Quando qualcuno risponde che le lingue evolvono come è sempre accaduto… quando dice che tutto ciò è “normale” e mescola in un calderone le parole adattate e quelle crude confondendo le acque, bisogna fare attenzione. O non ha studiato come stanno le cose, o è in malafede.

L’italiano nella transizione dal suono toscano al sound inglese

“Se l’italiano derivasse da un dialetto della Val Padana, – si legge nel “Morbus Anglicus” del 1987 a proposito di anglicismi – se Dante, il Petrarca e il Boccaccio fossero nati, per esempio, a Bergamo, e se il parlare di quella città fosse stato accettato dal resto del nostro paese, le difficoltà sarebbero minori. Ma Dante, Petrarca e Boccaccio hanno scritto in fiorentino; la lingua che abbiamo ereditata dai nostri antenati è il fiorentino (con qualche cambiamento, s’intende, e con accrescimenti lessicali).”

Arrigo Castellani era toscano, e le parole che terminavano in consonante gli dovevano suonare particolarmente inaccettabili. E infatti aggiungeva che “un italiano in cui le parole terminassero per –t, –ft, –sp, –ps, –nk, ecc., non sarebbe nemmeno più una lingua nel pieno senso della parola” e si ostinava persino a dire e a scrivere filme invece di film.

Il dialetto milanese

Io sono milanese, invece, e anche se il dialetto meneghino lo capisco, non sono in grado di usarlo in modo attivo. Faccio parte della generazione che ha conosciuto lo spezzarsi della tradizione orale per cui era la lingua naturale in famiglia o nel quartiere e sono cresciuto usando solo l’italiano. Mio padre, al contrario, con i nonni e gli zii parlava ancora in dialetto, ma tutti, nel rivolgersi a noi bambini, cambiavano registro e usavano l’italiano.
Fino agli anni Settanta per la città si sentiva parlare il milanese, tra milanesi, ma la composizione sociale urbana era diversissima rispetto a vent’anni prima e tutto era molto cambiato con le migrazioni dal sud. In un primo tempo sorsero dei problemi di incomprensione fortissimi per chi sapeva esprimersi solo nei rispettivi dialetti, perché non tutti erano capaci di usare l’italiano con disinvoltura, né quelli che erano bollati negativamente come “terroni” – prima che analoghe forme di razzismo venissero rivolte ai nuovi migrati extracomunitari – né alcuni meneghini. Le cose sono cambiate con i “matrimoni misti” e i milanesi di seconda generazione, quando tutti ormai parlavano l’italiano e le differenze erano solo nelle cadenze e nelle inflessioni.
Il problema dell’intercomprensiblità non riguarda solo il lessico e la pronuncia di certe parole, ma anche la sintassi. E di recente una peruviana che sta studiando l’italiano e fa la panettiera in un piccolo borgo della Brianza, dove la gente parla ancora in dialetto, mi diceva che stava cominciando finalmente a capire anche il milanese, ed era molto stupita da espressioni come “me pias no” che vuol dire: “Non mi piace”, dove il “no” che nega la frase si pone alla fine, non all’inizio.
Crescendo, ho assistito alla morte del milanese, almeno in città. Decennio dopo decennio, visto che non era trasmesso alle generazioni successive, è scomparso, con il morire dei vecchietti che lo parlavano. E adesso non si sente più. Qualche anziano lo parla ancora all’interno delle mura familiari, ma – al contrario dell’itanglese sempre più diffuso – non si sente, a meno di non spostarsi nei paeselli lombardi lontani dal capoluogo.
Per fortuna non tutti i dialetti hanno fatto questa brutta fine. Ma l’abbandono del milanese è legato anche ad altre ragioni ben più antiche, che risalgono all’unificazione dell’italiano parlato. Oggi, conoscere un dialetto è considerato un arricchimento culturale e un mantenere il legame con la propria tradizione locale, ma agli inizi del Novecento, quando l’italiano non era ancora un patrimonio comune di tutti, parlare il dialetto era considerato un atto di ignoranza, come a testimoniare l’incapacità di parlare l’italiano. Apparteneva ai ceti incolti, e veniva deprecato, esplicitamente vietato e punito a scuola dove si doveva insegnare e praticare la lingua comune a tutti, un principio che si era affermato all’epoca del fascismo. Anche da questo sentore è nata la consuetudine di parlare ai figli direttamente in italiano negli ambienti domestici, per incentivarli alla lingua nazionale e sradicare “l’ignoranza”.
L’unificazione dell’italiano, che è una cosa bella, in alcune aree è però stata pagata con la perdita dei dialetti locali, ed è stato un prezzo molto alto.

I dialetti dell’antichità e la loro toscanizzazione

Facendo un passo indietro di molti secoli, i dialetti italiani, nati dallo sfaldamento del latino tardo e medievale che prendeva le sue proprie forme in ogni località, avevano un grado di intercomprensibilità forte, rispetto ai giorni nostri. Nel Cinquecento, nel Discorso o dialogo intorno alla nostra lingua, che probabilmente fu scritto da Niccolò Machiavelli, si legge:

“Quello che fa ancora differenti le lingue, ma non tanto che le non s’intendino, sono la pronunzia e gli accenti. Li Toscani fermano tutte le loro parole in su le vocali, ma li Lombardi e li Romagnuoli quasi tutte le sospendono su le consonanti, come è pane e pan.”

Se i dialetti non si fossero nel frattempo così diversificati, una panettiera peruviana della Brianza sarebbe oggi più facilitata nell’interagire con i clienti che le si rivolgono in dialetto. Ma allo stesso tempo la comprensibilità del toscano trecentesco è rimasta forte anche oggi, e se ciò che scriveva forse Machiavelli ci è ancora comprensibile, lo stesso vale – con qualche maggiore difficoltà – per la lingua di Dante o di Boccaccio.

Nel Quattrocento, un secolo prima dello scritto machiavellico, il poeta alla corte degli Sforza Gaspare Visconti nella premessa ai suoi componimenti si scusava del suo “non molto polito naturale idioma milanese”. E in queste parole c’era tutto il senso di inferiorità delle altre lingue, degli altri dialetti, nei confronti del toscano, che si era imposto come il modello del volgare illustre della poesia per motivi di prestigio. Solo intorno al Cinquecento questo volgare si è cominciato sempre più a chiamare ”italiano”. E il “purismo” di Bembo che aveva fissato la lingua italiana “pura” in quella delle “tre corone fiorentine” Dante, Petrarca (che però era nato ad Arezzo) e Boccaccio, aveva anche contribuito a stigmatizzare in modo negativo gli altri dialetti. Su questi principi era sorta l’Accademia della Crusca, che aveva lo scopo di separare il fior di farina, la lingua pura, dalle maleparole dialettali e dai barbarismi, criterio che mise in pratica nello stilare il suo primo Vocabolario (1612) che suonava più come un raccolta di parole “lecite”, in quanto usate dalle tre corone, che non volto a dare loro delle definizioni.
Il massimo poeta cinquecentesco, che non era più un toscano bensì l’emiliano Lodovico Ariosto, nel 1516 pubblicò l’Orlando furioso, ricco di parole padovane e settentrionalismi; ma nel pieno spirito dell’epoca, l’edizione fu rivista nel 1521 e poi toscanizzata seguendo i precetti bembiani nel 1532, con el che diventava il, (e in lonello), mentre le x si trasformavano in s e si modificavano anche le forme verbali (mostrerò invece di mostrarò o trassero invece di tràrro). E molto più tardi anche Manzoni avrebbe “ripulito” il linguaggio dei Promessi sposi con lo sciacquare i panni in Arno.
Ma il suono toscano si era già parzialmente imposto anche prima delle tre corone, quando nel Duecento era stato preso a modello dai primi letterati alla ricerca di un dialetto “illustre” che permettesse di comporre poesie intese in tutto il bel Paese, compreso lo stilnovismo del bolognese Guinizelli. In questo affermarsi del toscano vennero toscanizzate persino le liriche che precedevano la scuola toscana pre-dantesca di Cavacanti. Il “Cantico delle creature” francescano – “Altissimu, onnipotente, bon Signore…”, con la “u” di umbro – nelle versioni toscanizzate diventava “altissimo”. E addirittura la lirica in volgare siciliano che Federico II aveva fatto sorgere nel suo regno proprio in opposizione al latino della Chiesa e dei feudatari ci è poi arrivata nelle versioni toscanizzate dai copisti, e dell’originale rimangono solo pochissime testimonianze. Per esempio: Tutti li pinsaminti chi ’l spirtu meu divisa sunu pen’ e duluri è stato trasformato in Tutti quei pensamenti ca spirti mei divisa, sono pene e dolore, e queste toscanizzazioni in molti casi hanno portato a trasformare le rime originali sempre perfette, in rime imperfette.

Le affinità tra il suono inglese e quello milanese

Ho divagato, lo so. Ma tornando ad Arrigo Castellani e al milanese odierno (visto che conosco poco il bergamasco), è chiaro che l’affinità con l’inglese è diversa e meno dirompente rispetto all’italiano, che è a base toscana. Una parola come “négher” che vuol dire “nero”, è così simile a “computer” che passerebbe inosservata, se la “u” di computer non si leggesse “iu” all’inglese. E tra le canzonacce popolari in milanese mi ha sempre colpito un rifacimento di “Let’s Twist Again” – la famosa canzone di Chubby Checker del 1961 – dove “twist” diventava “t’hu vist” cioè “ti ho visto”, se si trascrive così, perché non ho idea delle norme grammaticali del meneghino che dai tempi di Carlo Porta a quelli di Svampa, che in milanese aveva tradotto Brassens, si sono più o meno codificate. In ogni caso, il ritornello si trasformava in “t’hu vist i gamb fino all’orlo di mutand” che si dovrebbe capire, credo (i gamb sono le gambe, cambia il genere), ma se non si capisce esprime ciò che oggi, in itanglese, è forse più comprensibile con l’anglicismo “upskirt” (la sbirciata sotto la gonna). In Rete si trovano denominate così le numerose documentazioni fotografiche delle scosciate televisive che si intravvedono quando l’attricetta di turno in minigonna accavalla involontariamente o meno le gambe. La corrispondenza vocalica del rifacimento della canzone in milanese, comunque, ha una corrispondenza con l’originale inglese davvero calzante.

L’english sound che ci guida (dalla toscanizzazione all’anglicizzazione)

Il punto è allora questo. L’italiano del nuovo Millennio sembra aver perso il prestigio del suono toscano che, pur avversato da tanti fieri anticruscanti e antipuristi di ogni epoca, è quello che abbiamo sempre seguito. Se, nel passato, il complesso di inferiorità linguistico era nel non essere toscani, oggi sta nel non utilizzare il giusto anglicismo. E in questo slittare dal fascino del suono toscano a quello dei suoni inglesi, tendiamo a inventarci da soli i nostri itanglismi sulla base dell’english sound un po’ come durante lo sfaldamento del tardo latino, sul sonus del latino classico, attraverso interferenze locali, straniere o incolte, spuntavano parole distanti da quelle ortodosse, per esempio caballus, al posto di equus, che ha poi preso il sopravvento, trasformandosi nell’italiano cavallo con meccanismi alla base della nascita delle lingue neoromanze, tra cui i nostri dialetti antichi che poi hanno portato all’italiano.
La differenza è che mentre questo processo è nato dal disfacimento dell’Impero romano, quello a cui assistiamo va nella direzione opposta, che spinge verso la nostra fagocitazione nel nuovo impero globalizzato che coincide con l’anglosfera.
E Castellani, subito dopo la citazione che ho riportato all’inizio, continuava:

“C’è purtroppo il rischio che questo italiano finisca col perdere la propria identità, col creolizzarsi, col divenire un dialetto usato solo in certe circostanze o per finalità pittoresche da una piccola minoranza della grande comunità anglofona.”

Rispetto al 1987, molte cose sono cambiate. Oggi fa quasi sorridere la preoccupazione di Castellani davanti alle parole che terminano in consonante e che si possono leggere come una de-toscanizzazione della lingua dove il sì suonava. Il problema è ormai ben più profondo e coinvolge non più solo il lessico, ma anche la morfologia delle parole, in cui le regole della grammatica italiana saltano, nell’ortografia, nella fonologia e anche nella sintassi.
Nel passaggio dal suono toscano al suono inglese – l’english sound che ormai ci guida nella composizione delle neologie e nella strategia di adottare in modo crudo anziché adattare come abbiamo sempre fatto – il lessico si ibrida, per cui se c’è lo screenshot e lo screening, ecco che poi nascono a orecchio lo screnshottare (fare uno screenshot) o lo screenare (fare uno screening) che coniughiamo in modo istintivo e naturale (ho provato a quantificare queste ibridazioni sul sito Treccani). E mentre queste parole non sono più né inglesi né italiane, sono ormai creole, le parole di Castellani si stanno rivelando profetiche: stiamo perdendo l’identità della nostra lingua, non solo nel ricorrere a un lessico fatto di “corpi estranei” (estranei ai nostri suoni e all’ortografia), ma ormai anche nell’importare prestiti sintattici che generano enunciazioni mistilingue. “Il social media manager ha proposto un restyling del brand green-oriented, è una lingua ibrida ben diversa dall’italiano che direbbe la stessa cosa con altre parole, ma anche con altre collocazioni: “Il responsabile della comunicazione digitale ha proposto una revisione del marchio in chiave ecologica”.
Purtroppo, dubito che qualcuno nel mondo del lavoro, sui giornali o anche informalmente tra colleghi, usi una simile formula italiana. Per farlo forse bisognerebbe “chiedere venia dell’itanglese poco pulito”, che in termini moderni corrisponde a non usare i tecnicismi che il mondo del lavoro richiede e impone, dove non adeguarsi diventa pittoresco, patetico o peggio ancora porta all’esclusione dal gruppo perché si viene percepiti come non addetti ai lavori e “ignoranti”.

L’ignoranza di cui vergognarsi è oggi rappresentata dal parlare in italiano invece che in itanglese, come un tempo era rappresentata da usare il milanese invece del toscano.
Nell’odierna lingua dei giornali, delle istituzioni e quindi della gente, la percentuale di anglicismi è altissima (nella figura su meno di 100 parole, compresi gli articoli, 13 sono in inglese).

Alcuni come bar, sport e anche stop sono ormai “normali”, passano inosservati anche se terminano in consonante – con buona pace di Castellani – come tantissime altre parole ormai “italiane”, che comunque si scrivono come si pronunciano, per semplificare (es. over). Ma le reinvenzioni sul suono inglese come “green pass” o “smart working” – che non sono prestiti ma accostamenti di radici inglesi a cui noi diamo l’attuale significato italiano – sono itanglismi a orecchio che rovesciano la nostra naturale collocazione delle parole seguendo appunto l’english sound costruito sulle regole della lingua internazionale che ci guida nel nuovo Millennio. E chi dice che tanto fra 10 anni non parleremo più di “green pass” ha forse ragione, ma ci saranno nuove parole, e molto più numerose, che suonano in inglese, perché il problema non sono i singoli anglicismi ma il suono inglese che ci guida. E questo fenomeno sarà sempre più profondo.

Tra crollo e tracollo

Il prestigio dell’inglese, in sempre più ambiti, è tale da aver scalzato e ucciso l’italiano, che rimane una funambolica possibilità tutta teorica, che non è più naturale e suona forzata. E dopo aver assistito alla morte del milanese, giorno dopo giorno mi pare di assistere alla morte della mia lingua naturale, sostituita da qualcosa che è altro. Qualcosa che non è una “normale” evoluzione, ma al contrario una trasformazione che viola tutte le regole ed esce dal normale evolversi di una lingua. Le lingue evolvono, certo, ma invece di limitarci a queste massime lapalissiane, dovremmo comprendere che nell’evolversi ci sono dei limiti e dei paletti che quando si superano portano alla morte di una lingua, e il latino è morto proprio nella sua evoluzione in qualcosa d’altro.
Oggi l’italiano sta rischiando di divenire un dialetto di un anglomondo che pensa e parla in inglese, e il prezzo da pagare per questa internazionalizzazione che coincide con l’angloamericano, non con il plurilinguismo, è troppo alto.
Accanto alla creolizzazione si intravedono le prime scelte politiche di abbandonare del tutto la nostra lingua per passare al solo inglese. Ciò avviene nelle denominazioni nazionali come Alitalia che diventa ITA Airways; nelle decisioni di insegnare nel solo inglese all’università, come nelle scuole coloniali; nella lingua degli articoli scientifici; persino nei progetti di ricerca tutti italiani come i Prin o il Fis che per legge si devono presentare e discutere solo in inglese, e non nella nostra lingua madre. E quando il principale centro di irradiazione della lingua non è più fatto dai nativi, perché le nuove parole arrivano da fuori direttamente in inglese grazie ai prodotti, alla pubblicità o alla tecnologia delle multinazionali, e a ciò si aggiunge che l’inglese diventa la lingua di comunicazione della scienza e della scuola anche all’interno del nostro stesso Paese, il rischio paventato da Castellani si è avverato, e il tracollo è già iniziato.

L’italiano new-standard

Un tempo l’italiano si poteva considerare un dialetto che si era imposto su tutti gli altri per motivi di prestigio, grazie soprattutto alle “tre corone” toscane Dante, Petrarca e Boccaccio che ne avevano fissato i canoni. Una lingua letteraria che viveva nelle pagine dei libri, un patrimonio accessibile a una minoranza di italiani colti, visto che le masse parlavano nel proprio dialetto e che le percentuali di analfabetismo erano altissime.

Il ricorso all’italiano nel parlato era una sorta di passaggio a una lingua di alto registro impiegata per la comunicazione interregionale, una specie di lingua franca artificiale a cui un milanese come Alessandro Manzoni poteva ricorrere per farsi comprendere da un veneziano, un bolognese o un napoletano, e non senza difficoltà: “Dite voi se il discorso cammina come prima; dite se ci troviamo in bocca quell’abbondanza e sicurezza di termini che avevamo un momento prima; dite se non dovremo ora servirci d’un vocabolo generico o approssimativo, dove prima s’avrebbe avuto in pronto lo speciale, il proprio; ora aiutarci con una perifrasi, e descrivere, dove prima non s’avrebbe avuto a far altro che nominare; ora tirar a indovinare, dove prima s’era certi del vocabolo che si doveva usare, anzi non ci si pensava, veniva da sé (…) lo confesso, il non poter chiamar mio idioma, se non quello in cui io le sappia dire, cioè il milanese [1].

La soluzione manzoniana di dare vita a una prosa letteraria basata sul fiorentino vivo nasceva proprio dall’esigenza di fissare i principi di un nuovo italiano unitario. Ma fuori dalla scrittura, l’italiano come patrimonio di tutti si è affermato soltanto tra gli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento. Se la stampa aveva già creato una lingua letteraria italiana e una produzione di giornali in italiano, è stato solo con l’avvento del sonoro che questa lingua ha cominciato a diffondersi e a essere praticata fuori dalla scrittura. In principio c’era stata l’industria musicale discografica e poi la radio, nel 1924. Due anni dopo, l’uscita del primo film sonoro trasformò radicalmente l’industria cinematografica. L’italiano arrivava a tutti in queste nuove forme che diventavano il modello di un idioma nazionale. L’avvento della televisione – inaugurata in Italia nel 1954 – continuò questo processo in modo ancora più incisivo, entrando nella vita di tutti i giorni degli italiani, anche di quelli che si esprimevano solo in dialetto.
Intanto in italiano si insegnava nelle scuole, e la grande migrazione dal Sud verso il Nord ha portato a un mescolamento della popolazione dove nei grandi centri urbani l’italiano ha cominciato a prevalere sui dialetti, anche per superare le incomprensioni nella comunicazione tra immigrati. Secondo Tullio de Mauro [2], nel 1950 solo un quinto della popolazione lo parlava, un altro quinto lo alternava al dialetto a scuola e nelle grandi occasioni, mentre per gli altri tre quinti il dialetto costituiva il modo di esprimersi più naturale. Ma intorno al 1970 il ribaltamento era ormai compiuto e dopo i “matrimoni misti”, gli immigrati di seconda generazione erano diventati bilingui, e parlavano l’italiano nei contesti ufficiali, lavorativi e scolastici, limitando il dialetto all’uso in famiglia. Nel decennio precedente, grazie alla televisione, il maestro Alberto Manzi, con la celebre trasmissione Non è mai troppo tardi, aveva insegnato a scrivere e a leggere a milioni di connazionali.
Questo nuovo italiano rappresentava la fine della supremazia della lingua letteraria che per secoli aveva fatto da modello per il nostro idioma, e allo stesso tempo la fine della supremazia storica del fiorentino e del toscano. Ad accorgersene fu Pier Paolo Pasolini, che in una conferenza sfociata in un articolo su Rinascita [3] aveva capito che il nuovo centro di irradiazione della lingua si era spostato nei centri industriali del Nord, dove si era formata una nuova lingua tecnologica più che umanista. Si trattava di un italiano pratico, poco letterario e poco estetico, dove la comunicazione contava molto più delle espressioni, e regnava l’omologazione e l’appiattimento più che la creatività espressiva.

Dall’italiano neostandard a quello new-standard

Per descrivere le varietà del nuovo italiano sempre più policentrico i linguisti hanno proposto le categorie dell’italiano regionale e dialettale, quello popolare (caratterizzato da costrutti talvolta sgrammaticati e da parole dialettali, gergali, familiari), quello standard che si insegna a scuola, e quello colto di chi ha una cultura elevata e un’ottima padronanza della lingua e ha familiarità, per esempio, con il lessico della letteratura e della poesia.

Ma queste classificazioni astratte lasciano il tempo che trovano, e per ampliarle, nel 1985, Francesco Sabatini ha introdotto il concetto di “uso medio” [4], mentre nel 1987 il sociolinguista Gaetano Berruto ha parlato di “italiano neostandard” [5] per indicare quei costrutti che ormai sono accettati nel parlato, ma che, estesi alla lingua scritta soprattutto nei contesti giornalistici, si discostano dalle norme dell’italiano standard (per esempio il periodo ipotetico con l’imperfetto: “Se lo sapevo non venivo”) e non sono ancora ammessi nei contesti più formali, giuridici o universitari.

In ogni caso, tutto questo appartiene al passato. L’avvento di Internet ha cambiato tutto. Mentre ancora negli anni Ottanta gli apocalittici paventavano la morte del libro e la scomparsa della scrittura nel villaggio globale televisivo e multimediale che ci riportava all’epoca dell’oralità pre-Gutenberg, ciò che stava avvenendo era qualcosa di molto diverso.
La Rete ha portato a una proliferazione della scrittura senza precedenti, generando in pochi anni miliardi e miliardi di pagine scritte dalla gente. Che questa sia scrittura vera e propria, o oralità che si esprime attraverso la tastiera, è un’altra faccenda, e dipende dai contesti. Certamente questo zibaldone dell’umanità, per la prima volta disponibile e accessibile a tutti, rappresenta al tempo stesso un trionfo della scrittura e il segno di una cultura di massa impensabile nel Novecento – tutti scrivono e pubblicano – ma anche un inevitabile appiattimento dell’italiano rispetto ai modelli letterari, che ha segnato un ulteriore avvicinamento tra scritto e parlato che contemporaneamente si ritrova nei libri e sulla stampa.
E a caratterizzare questo fenomeno c’è soprattutto la presenza dell’inglese. Se Manzoni aveva voluto sciacquare i panni in Arno, finita l’epoca dei modelli toscani, oggi i panni si sciacquano nel fiume Hudson di New York, più che nel Tamigi, e l’evoluzione della lingua non è più un fenomeno interno ed è fatta sempre meno da nativi italiani. Arriva d’oltreoceano e i nativi italiani la importano, reinventano e legittimano.

I centri d’irradiazione della lingua tecnologici – per dirla con Pasolini – introducono l’inglese e l’itanglese. L’itanglese è la lingua del Miur e della scuola, gli anglicismi sono il fulcro del linguaggio dei politici, delle istituzioni, degli intellettuali, dei tecnici, degli scienziati, dei giornali. E oltre all’itanglese diffuso sul piano interno, c’è quello che arriva dall’esterno, dall’espansione delle multinazionali, dalla pubblicità, dalla televisione e dall’intrattenimento che sono pensati ed esportati sempre più in inglese e con parole inglesi. I media e i giornali, che un tempo hanno unificato l’italiano, oggi educano all’itanglese. I colossi della Rete ci parlano in itanglese, e il mio “account” di Google mi propone collegamenti (link) che rimandano a funzioni come “tasks” o “keep”, mentre Twitter ha introdotto i “follower”, mica gli iscritti, WordPress mi offre i “widget”, Microsoft mi impone i “downolad”… e tra “snippet” e “spam” il lessico del mondo virtuale è fatto di “e-commerce”, “black friday”, “talk show”, “remake”, “delivery”, “special edition”… dove l’identità linguistica dei suoni basati sul linguaggio di Dante cede il posto a parole che violano ogni regola della nostra ortografia e fonologia, e anche della nostra storia e cultura. L’italiano è sempre meno una lingua romanza e sempre più simile a una lingua creola.

L’itanglese è diventato il nuovo “italiano medio” o “neostandard”, che si potrebbe definire new-standard, quello introdotto e praticato dai nuovi centri di irradiazione della lingua, interni ed esterni, e di conseguenza è anche quello praticato dalla gente, che non può che ripetere la lingua imposta dall’alto e dai giornali: “green pass”, “lockdown”, “fake news”, “no vax”, “over 40”, “location”, “smartphone”, “covid free”, “street food”, “rider”, “cargiver”… e così via, in una nevrosi compulsiva che porta a rinominare ogni cosa attraverso concetti e parole in inglese, in modo sempre più profondo e sempre più irreversibile.

Peter Doubt, da qualche settimana, ha lanciato un programma di monitoraggio degli anglicismi presenti sulla pagina principale de La Repubblica, e con gli stessi criteri li conteggia sul quotidiano francese Le Monde, quello spagnolo El Mundo e quello tedesco Welt (oltre ad analizzare gli italianismi su The Guardian).
Ecco il grafico della scorsa settimana.

Grafico tratto dal sito “Campagna per salvare l’italiano“.

I dati parlano chiaro. C’è poco da negare. Dire che è tutta un’illusione ottica o sostenere che ciò che si ricava dai giornali non corrisponderebbe a come la gente parla, non sta né in cielo né in terra. Non comprendere il ruolo dei giornali nella formazione della lingua è antistorico, oltre che stupido. E basta leggere come la gente scrive in Rete per accorgersi che questo è il nuovo italiano new-standard: l’itanglese.


Note
[1] Alessandro Manzoni, “Della lingua italiana”, in Opere inedite e rare, pubblicate per cura di Pietro Brambilla da Ruggero Bonghi, Enrico Rechiedei e Ci editori, Milano 1891.
[2] Tullio De Mauro, Storia linguistica dell’Italia unita, Laterza, Bari-Roma 1991.
[3] Pier Paolo Pasolini, “Nuove questioni linguistiche”, 26 dicembre 1964.
[4] Francesco Sabatini, “‘L’italiano dell’uso medio’: una realtà tra le varietà linguistiche italiane”, in Gesprochenes Italienisch in Geschichte und Gegenwart, Tübingen, Gunter Narr Verlag, 1985, pp. 154-184.
[5] Gaetano Berruto, Sociolinguistica dell’italiano contemporaneo, Carocci, Roma 1987.

L’italiano non è resiliente (ed è poco proattivo)

Riparto dalla chiusa dell’ultimo articolo (“La sovralingua del green pass”), e cioè dal fastidio e dall’ostilità che generalmente suscitano le parole nuove, visto che come scriveva Leopardi non siamo abituati a sentirle. Un’idiosincrasia che però non si riscontra quando i neologismi sono in inglese crudo.

Questa accettazione priva di resistenze per il lessico del nuovismo espresso in inglese è spesso accompagnata dal rifiuto per una nuova parola corrispondente italiana, ed è soprattutto la combinazione di questo duplice sentimento (in inglese è bello, in italiano è brutto) a favorire la neolingua chiamata itanglese.

La traduzione letterale è poco in voga, ma è anche difficile che l’italiano riesca a generare neologismi alternativi all’inglese, e quando succede di solito non hanno grande successo, come nel caso di apericena (che molti considerano un “brutto” vocabolo) al posto di happy hour.

Gli adattamenti sono ancora più rari e disusati, dallo scevà che va tanto di moda (sono uno dei pochi che lo scrive in italiano) che per tutti è schwa (poco importa che sia parola ebraica, ci arriva dal dibattito d’oltreoceano), al luminolo, il composto chimico che rivela la presenza di sangue sui luoghi del delitto, e che tutti chiamano luminol.

C’è poi un’altra strategia che nelle lingue sane argina i forestierismi: l’allargamento di significato delle parole già esistenti – la risemantizzazione – che da noi ha poco successo. O meglio, è diffusa ma è a senso unico: realizzare qualcosa si amplia e diventa non più solo costruire ma comprendere; intrigare passa dal compiere intrighi a indicare qualcosa che ci attira; salvare diventa memorizzare (save the date)… parole come queste assumono nuovi significati per interferenza dell’inglese, ma viceversa difficilmente una parola italiana si amplia per sostituire un anglicismo in circolazione. E infatti ci sono schiere di anglomani pronte a perorare la necessità e l’intraducibilità di parole come selfie (autoscatto non va bene) o caregiver, cioè l’assistente familiare, che sostengono che non si possa rendere con badante, in quanto quest’ultimo lo farebbe a pagamento, al contrario del caregiver. Dove sta scritto che il participio presente di badare abbia a che fare con l’essere pagati? Da nessuna parte, naturalmente. Il significato (colui che bada) viene cancellato in nome di un uso, molto recente, che non si capisce perché non possa essere esteso. La retorica dell’uso farebbe di questa parola qualcosa di immutabile, alla faccia del suo significato secolare. Dove sta scritto poi che caregiver è slegato dall’essere una professione pagata? Da nessuna parte, ancora una volta. In inglese non c’è, gliela attribuiamo noi italioti questa accezione, perché quando importiamo una parola inglese, ridefiniamo tutta l’area semantica delle parole vicine (come aveva notato Roberto Gusmani, Saggi sull’interferenza linguistica, seconda edizione accresciuta, Le Lettere, 1993) e le attribuiamo una nostra valenza assente nella lingua di origine.

In quest’ultimo processo c’è un meccanismo che mi pare poco indagato, e che porta a un restringimento dei significati storici dell’italiano (il contrario dell’allargamento), che in questo modo regrediscono in una ridefinizione delle cose attraverso le categorie della lingua inglese che fanno tabula rasa della nostra storia – e della nostra intelligenza – in una reinvenzione dell’acqua calda presentata come una sorprendente novità. Per esempio con il concetto di resilienza.

Resilienza e proattività

La parola resilienza non è nuova, ma in passato era usata in ambito tecnico ed era di bassissimo uso, prima che nel nuovo Millennio esplodesse con grande fortuna nel suo uso metaforico omnicomprensivo, proprio per interferenza dell’inglese. Il suo essere un neologismo (e dunque il suo creare un vespaio di oppositori e adulatori) è nella sua popolarità e frequenza.

In queste ridefinizioni, per evidenziare la presunta novità introdotta da un nuovo concetto, si compie di solito il giochetto di negare i significati storici, di far sparire e ridimensionare ciò che già c’era, per dare spazio alle pseudo-novità. Lo schema è quello di inventarsi una differenza che giustifichi la necessità della nuova parola-concetto. In questo tranello ci cade persino la Crusca quando, con un inno all’elasticità, scrive: “Resilienza non è quindi un sinonimo di resistenza: il materiale resiliente non si oppone o contrasta l’urto finché non si spezza, ma lo ammortizza e lo assorbe, in virtù delle proprietà elastiche della propria struttura.”

Mentre l’analisi e la storia di resilienza e resiliente dell’articolo sul sito della Crusca è ineccepibile, lo stesso non si può dire dell’analisi di resistenza e resistente, che non sono affatto slegati dal concetto di elasticità come si vuol far credere. Non c’è bisogno di consultare le tante pagine del Grande Dizionario Battaglia, in proposito. Basta pensare a un tessuto resistente, che ha proprio la proprietà di assorbire senza lacerarsi o senza deformarsi. Identificare la resistenza con la rigidità è semplicemente errato. Resistenza ha tante accezioni e include anche la resilienza, rendendola un concetto piuttosto vuoto soprattutto quando diventa una supercazzola da usare in senso figurato per esaltare l’importanza di essere flessibili. La resilienza si ritrova nella massima latina del fuscello che si piega ma non si spezza davanti alla quercia, forte e rigida, che però è soggetta a un punto di rottura (mi spezzo ma non mi piego). Dov’è la novità? Sono entrambe capacità di resistere. La novità è che si passa dal mi piego ma non mi spezzo a mi spezzo ma non mi spiego, facendo credere che l’unica accezione di resistenza sia quella della quercia.

Altrettanto insensato è lasciare intendere che la flessibilità sia qualcosa di nuovo e straordinario. Tutto ciò ci arriva dall’uso figurato di concetti che arrivano dalla medicina, dalla psicologia o dal marketing di testi angloamericani.

Non entro nella diatriba poco sensata delle parole belle o brutte, dei detrattori della parola resilienza, o degli adulatori venditori di fumo che ne esaltano la portata rivoluzionaria. Si può usare la parola che si preferisce, in un’epoca in cui la cooperazione è diventata sinergia. Tutto va bene, siamo di fronte a parole italiane, in fin dei conti. Voglio solo riflettere sul fatto che sotto certi cambiamenti linguistici non ci sono delle novità concettuali, ma delle ridefinizioni che importiamo perché stiamo solo ripetendo in modo acritico ciò che arriva da un modello culturale dominante che non sappiamo che scimmiottare.

Un percorso analogo è quello della parola proattivo (sul modello di proactive), dove quel pro sta per prima, davanti, e il neologismo indica la capacità di prevenire e anticipare gli effetti negativi. E la stucchevole retorica dell’importanza dell’essere proattivi che trasuda dal linguaggio aziendale è un’altra bufala del lessico del nuovismo che ci vende come chissà quale innovazione una strategia basata sull’importanza degli atteggiamenti proattivi che sono semplicemente preventivi.

Purtroppo, il più delle volte queste ridefinizioni concettuali si fanno direttamente con parole inglesi. Il pappagallo italiano non è più il molestatore delle belle ragazze che passeggiano per la via, quello si dice ormai catcalling. Il pappagallo italiano del nuovo Millennio è l’intellettuale, il giornalista, l’imprenditore, il politico, lo scienziato, il tecnocrate, l’insegnante… che non sa fare altro che ripetere le categorie d’oltreoceano facendo credere che siano novità, perché ha smarrito la propria cultura e le proprie radici, prima che la propria lingua.

In questo modo introduce direttamente in inglese ciò che non è più in grado di esprimere in italiano, come nel caso dello speed mentoring, del role model, del chunking, e di tutta una serie di anglicismi che rappresentano una nuova cultura che fiorisce sull’ignoranza di un italiano che sembra essere sempre meno resiliente e proattivo.

Pet, cani e giornalisti

Fino ai primi anni del Duemila PET era solo un anglicismo che indicava la Tomografia a Emissione di Positroni, poiché noi importiamo le sigle non secondo l’ordine delle nostre parole – come fanno i francesi che la chiamano TEP – bensì secondo quello inglese (Positron Emission Tomography). Ma la lingua evolve, e oggi i pet sono gli animali domestici, da compagnia, quelli che un tempo erano i cani e gatti.

Pet therapy

Tutto ha avuto inizio con la pet therapy, che ha preso piede intorno al 1998. In italiano sarebbe zooterapia, ma quasi nessuno la chiama così, perché le alternative italiane non circolano. La pratica è diventata di moda, e ormai si è affermata a questo modo. Sui giornali e tra gli specialisti c’è solo il martellamento dell’inglese.

In un titolo di qualche giorno fa sulla rivista Dica33 si legge: «La pet therapy fa bene. Intervista ad Aldo La Spina». L’articolo spiega che «anche solo guardare e accarezzare un “pet” riduce la pressione sanguigna, rasserena e rilassa, distrae e conforta». Di titoli del genere ce ne sono centinaia, tra i più recenti si spazia da la RepubblicaPet therapy all’ospedale Meyer, contro l’ansia da vaccino») a riviste di settore come Cavallo Magazine (da notare il magazine, a proposito di anglicizzazione): «Bologna, tentata truffa: provano a portare via i cavalli da pet therapy». Il pezzo si apre con “Shock a Bologna, tre individui si presentano al maneggio di una cooperativa sociale pretendendo di aver acquistato tre cavalli: ma non era vero» , e si scopre che tutto è successo alla cooperativa sociale di quella città che ha pensato bene di chiamarsi “Il Paddock” (una scelta originale quella di puntare sull’inglese per la denominazione!). E ancora, sul Resto del Carlino (che non ha a che fare con l’omonimo cane-pet carlino) si legge: «“Be Open minded” La pet terapia modello da esportare». A dire il vero, più che esportare non facciamo che importare, a quanto pare.

Un anglicismo tira l’altro

Subito dopo l’importazione della pet therapy è arrivata quella del pet friendly.
Inizialmente si sono chiamati così per esempio gli alberghi attrezzati per ospitare cani e gatti, e ancora una volta tutto è esploso al punto che oggi ci sono elenchi ufficiali di spiagge pet friendly (o anche dog friendly, l’importante è non usare le parole italiane) mentre l’ANSA riferisce che «A Bologna i musei diventano ‘pet friendly‘. Dal MamBo al Morandi, itinerari ad hoc e servizio dog-sitting». La possibilità di andare al museo con il cane, o di parcheggiarlo nelle apposite aree sotto la custodia di un dog sitter è stata possibile grazie al servizio di dog-sitting Dogs & Museum, ideato da Bauadvisor!

L’inglese in vetrina, l’italiano nel museo

E così l’inglese viene messo in vetrina, e nei musei ci si vuole mettere l’italiano; e infatti i negozi per animali sono diventati pet shop, e più recentemente pet store, mentre il cibo per animali è diventato pet food. Inutile dire che ciò è possibile perché a loro volta anche i negozi sono sempre più shop e store, e il settore dell’alimentazione è ormai quello del → food, in un allargamento dell’inglese che porta alla sostituzione delle nostre parole in modo sempre più preoccupante.

Nel giro di pochi anni pet è esploso, è diventato la categoria per etichettare il settore che compare anche sui giornali: «Pet, la pandemia non ferma la crescita», il “mercato italiano del pet food”nel 2020 è cresciuto, «le vendite nei principali canali di distribuzione, ovvero Grocery, Petshop tradizionali e Catene Petshop, hanno raggiunto i 2.257 milioni di euro per un totale di 626.600 tonnellate di alimenti venduti, facendo così registrare un incremento rispettivamente del 4,2% e del 2% sul 2019.» E come si legge su Liguria Business Journal (nome tipicamente ligure) «Arcaplanet, la catena leader del pet care in Italia – un’azienda che ha sede a Carasco – inaugura nove Pet store in cinque regioni». A Molfetta non sono da meno, come riporta MolfettaLive: «Joe Zampetti inaugura un pet store a Molfetta», l’undicesimo punto vendita dedicato al “pet care”.

Questi dati sono confermati anche da Help Consumatori (aiuto forse non arriva immediato al consumatore), e non riguardano solo il settore del Pet Food ma anche quello del Pet Care; in effetti se ci sono i caregiver sarà presto inevitabile parlare forse anche dei carepetter, caredogger e simili… del resto è già nato il sindacato dei pet sitter, che si dimostra attento anche al delicato problema del Family Pet Sitter.

Su questo scenario di crollo dell’italiano, gli animali sono pet. Punto. RomaToday (a proposito di → day ho già ricostruito la storia di come anche questo anglicismo è esploso diventando prolifico) usa questa parola invece di parlare – più volgarmente – di cani: «Joy, Janis e Fucur: i pet che aspettano di essere adottati a Roma» (da notare che anche i nomi dei cani sono preferibili in inglese, altro che Fido!). Un po’ più a Sud c’è BariToday, e anche lì non si parla più di cani: «I pet da adottare presso il canile comunale di Bari». Un po’ più a Nord, Trentotoday riferisce: «Pet, ora il veterinario può prescrivere il farmaco equivalente umano: notevoli risparmi».

Su Il Giorno possiamo scoprire come proteggere i nostri cani dalle piante velenose come l’oleandro o il tasso («Tuteliamo i nostri pet anche dai nemici ‘verdi’»); su Qui News Firenze leggiamo «L’armadietto dei farmaci? Si condivide col pet» e su BricoMagazine: «Come esporre il mondo Pet: una guida pratica» e cioè alcune «semplici indicazioni di Visual Merchandising» per «allestire e/o mettere a punto il proprio reparto Pet, shop in shop».
Da riviste il cui nome è fatto solo di news, magazine, day, live… che altro aspettarsi se non la diffusione di pet?
Ma anche quelle tradizionali remano nella stessa direzione.

Su La Stampa del 31 maggio spicca un titolo come «In Cina l’orrore delle Pet Mystery Box: migliaia di cani e gatti morti nei trasporti».

Che cavolo sono le Pet Mystery Box?

Leggendo il pezzo tutto è più chiaro! «Le chiamano Mystery Box e sono delle “scatole misteriose” che si acquistano in Cina senza sapere cosa ci troverai dentro. Si sceglie la categoria, il prezzo e il resto lo si fa fare alla sorte. (…) Fra le categorie in questione ci sono anche cuccioli di cane, gatto, tartaruga, e tantissimi altri animali che purtroppo non sempre arrivano in vita a destinazione.»

Quando ero bambino vendevano le buste a sorpresa. Oggi le chiamano Mystery Box?
Strano, mi son detto. Non avrei mai pensato che i cinesi le chiamassero in inglese. Poi, leggendo di più, ho scoperto che non sono i cinesi a chiamarle così, bensì un gruppo per i diritti degli animali dell’anglomondo. Naturalmente il giornalista non riporta né il nome cinese né la traduzione in italiano, ripete a pappagallo (NdA: i pet alati, colorati e talvolta parlanti) la nomenclatura inglese. Invece di scrivere che in inglese “le chiamano” così, fa sembrare che quel nome sia l’unica espressione possibile con cui battezzare questa pratica orribile. E a questo modo si fanno morire non solo gli animali, ma anche l’italiano.

Dai singoli prestiti a una grammatica generativa

Attraverso questo linguaggio da colonizzati, nel giro di un decennio pet è diventato una categoria superiore, un settore merceologico, la parola nuova per designare cani e gatti restando al passo con i tempi.
Ma non basta. Si può fare molto di più. Come accade con moltissime altre parole si può trasformare in un prefisso generativo che permette di creare infinite espressioni a base pet, anzi, forse si potrebbe dire meglio pet oriented. La nuova tendenza è questa; prima si importa un concetto in inglese e lo si impone (o sovrappone) all’italiano, poi lo si connette alla rete di altri anglicismi che seguono la stessa via, si allargano nel nostro lessico e lo soffocano.

Cosa succede quando un anglicismo diventa una parola di questa portata? Si trascina con sé la tendenza a unirlo a un altro anglicismo, in una distruzione del lessico italiano. E così entrare da qualche parte con il cane si trasforma in pet visiting e l’oroscopo del cane diviene Pet Astrology.

Basta sfogliare i giornali per rendersi conto di cosa sta succedendo.
L’Officiel Italia, sotto la categoria Fashion titola: «Pet Travel di Fendi, gli amici a quattro zampe sono super cool», e l’articolo riferisce della linea di “collari, pettorine, cappottini e travel bag” per gli amici pelosi. La stessa notizia è ripresa da la Repubblica D dove gli amanti dei cani diventano pet loversLa linea firmata dedicata ai pet lovers»); AbruzzoNews annuncia il Pet Pride 2021 di Pescara: kermesse sul mondo animale; RomaToday introduce il concetto di «Pet neonato: tutto quello che bisogna sapere per accoglierlo al meglio», dove la parola cucciolo sembra non esistere! Un paesino di nome Chiusa San Michele, in Valsusa, diventa la Pet Store Valley che lancia «La nuova Linea Pet Green Zoe»; Cose di Casa parla del «Pet festival digitale: con Maxi Zoo (…) per imparare come prendersi cura al meglio dei propri pet»; e in questa manifestazione c’è persino una pet cooking classFestival Maxi Zoo: yoga, pet therapy e una cooking class con gli amici a 4 zampe») in compagnia della Pet Chef Kiki Pelosi.

Si potrebbe concludere con i «Pet influencer, i nuovi fashion blogger a quattro zampe (…). Poser di nascita, occhioni dolci e un guardaroba premium. Chi sono i fashion pet influencer, nuove star dei social che dettano le tendenze.»

In realtà non si conclude affatto. Tra pet therapy, pet friendly, pet food, pet sitter, pet store, pet care, pet travel, pet chef, pet influencer… si arriva al pet + qualunque cosa in inglese. Dunque siamo solo all’inizio.
L’inizio della fine dell’italiano.

Sono “prestiti” questi? Li vogliamo chiamare “doni”?
Sarebbe ora di chiamare le cose con il loro nome: creolizzazione lessicale.

Tra i neologismi della Treccani c’è anche il pet-trainer (2012), cioè un esperto nell’educazione e nella cura di animali domestici. E allora perché non cominciare a parlare di pet coach e pet coaching? E il pet cooking? A quando i pet show, i pet film, i pet toys, i pet hospital, i pet hair style, le pet house…? Chi non ama gli animali avrà presto la possibilità di frequentare le spiagge o gli alberghi pet free?

E accarezzare il proprio cane, o meglio ancora pettinarlo, diventerà il petting?
Potrebbe essere, visto il nuovo italiano del pet journalism.

Lessico “italian-less” o “italian-free”?

Negli articoli di costume che circolano sulla stampa ricorre una sottile differenza tra chi è childfree, cioè senza figli per scelta, e childless, cioè senza figli suo malgrado (cfr. → “Childfree e childless”).

Nel nuovo Millennio free e less ricorrono in modo sempre più frequente in moltissime voci e locuzioni. Non sono più solo singoli “prestiti”, sono diventati una “regola” per la formazione o l’importazione di nuove parole.

Come e quando è cominciata?


La storia di less

Il suffissoide -less è entrato nell’italiano nel primo Novecento in modo quasi invisibile attraverso alcuni tecnicismi di bassa circolazione. Il più conosciuto era hammerless  (lett. senza martello) per indicare un tipo di fucile senza cane (in realtà c’era, ma non era visibile esternamente). L’etimo non era così evidente a tutti, i fucili hammerless suonavano quasi come fossero una marca, per chi non conosceva l’inglese.
A metà degli anni Sessanta è arrivato anche lo pneumatico tubeless (senza camera d’aria). Dopo queste entrate tecniche è comparsa una parola molto più popolare, topless, letteralmente senza top, cioè la parte superiore, ma nell’immaginario italiano significava solo a seno scoperto (nel 2000 sarebbero arrivati persino i topless bar), il costume senza reggiseno, e ancora una volta questo prestito non veicolava in modo esplicito il suffisso -less, che ha cominciato a penetrare vent’anni dopo, quando si è fatta strada la parola homeless (senza casa), affiancata a senzatetto, senza fissa dimora nel linguaggio più burocratico, volgarmente barbone, edulcorato attraverso il francesismo clochard.

homeless clochard
Le frequenze di barbone, senzatetto, homeless e clochard in italiano.

Negli anni Novanta è diventato popolare il cordless (letteralmente senza cavo), che però designava i primi apparecchi telefonici domestici senza filo, e poi è esploso il wireless.

Curiosamente, la tecnologia “senza fili” è italiana, il “telegrafo senza fili” è stato inventato da Guglielmo Marconi (ci lavorò senza successo anche Nikola Tesla), che nel 1896 si recò a Londra dove fondò la “Wireless Telegraph and Signal Company”. Nei Paesi anglofoni tradussero l’espressione nel loro idioma, come è naturale nelle lingue sane, ma nell’epoca internettiana noi abbiamo preferito importare wireless in inglese con il nuovo significato legato alla tecnologia “senza fili” per la connessione alla Rete. Il che è un dettaglio che ritengo molto significativo della nostra strategia lessicale “italian-less”.

wireless senza fili
In verde la nascita e l’evoluzione di wireless in lingua inglese; in blu l’espressione senza fili in italiano (che precede l’inglese,visto che è stata inventata da Marconi); in rosso l’esplosione dell’anglicismo in italiano nell’era di Internet.

E così –less è diventato una strategia e un suffissoide: a partire dagli anni Duemila è arrivato il ticketless, grazie anche alle Ferrovie dello Stato che ce lo ha imposto senza traduzione: in un primo tempo indicava la prenotazione telematica di un biglietto da ritirare successivamente e poi è diventato un biglietto virtuale. Tra driverless (un mezzo di locomozione automatizzato, senza guidatore, per esempio le nuove metropolitane), mirrorless (lett. senza specchi, che indica le telecamere senza sistema ottici e con i mirini elettronici) e genderless (senza distinzione di genere o di sesso), siamo arrivati al contactless (lett. senza contatto), il sistema di pagamento a sfioramento che qualcuno spaccia per intraducibile: l’azienda dei trasporti milanese, per esempio, lo diffonde senza alcuna alternativa, ma in Svizzera si chiama senza contatto.


La storia di free

In principio c’erano i free lance, espressione che fa capolino negli anni Sessanta, e che nel film I tre giorni del Condor (Sydney Pollack, 1975) era ancora tradotto come agente a contratto (cioè esterno, non assunto interamente), prima che l’anglicismo esplodesse per indicare un libero professionista.

freelance
L’aumento della frequenza di free lance (+ freelance) in italiano.

 

Free significa libero, ma ha anche una accezione che si può tradurre con senza (libero da). Dunque, mentre si diffondeva il free jazz, negli anni Ottanta è diventata popolare anche l’espressione duty-free shop (negozio esentasse) affiancata dalle decurtazioni duty-free e free shop. Poi dallo sport sono penetrati il freestyle (stile libero), cioè lo stile acrobatico e il free climbing (arrampicata libera) con i sui free climber.

Negli anni Novanta sono arrivati i cosmetici cruelty-free (senza crudeltà) non testati direttamente sugli animali. Poi le free press, la stampa a diffusione gratuita (cioè libera dal pagamento, a dire il vero anticipata da Maurizio Costanzo che non la chiamava certo in inglese quando nel 1979 ha promosso in questo modo il quotidiano L’Occhio, distribuito gratuitamente per un certo periodo nella fase di lancio). Questa accezione di gratuito si ritrova in free access (accesso gratuito a Internet), e freeware (programmi informatici gratuiti); poi si è cominciato a parlare delle aree smoke free (in cui è vietato fumare), e infine sono arrivati i prodotti gluten-free (senza glutine) o carbon free (senza carbonio) cioè senza emissione di anidride carbonica.

Dagli anni Duemila è tutto un pullulare di neologismi in cui free significa senza: fat free (senza grassi) e sugar free (senza zucchero), le giornate car free (senza automobili, il blocco del traffico), fino all’ultima entrata plastic free che ultimamente sta prendendo piede. Si parla anche di prodotti freemium (free = gratis + premium = a pagamento) per le versioni gratuite di programmi che possiedono maggiori funzionalità solo a pagamento, e tra i neologismi Treccani si registrano tantissime altre nuove parole, dai free hugs (gli abbracci gratuiti) ai free vax.


Dal prestito lessicale al prestito di una regola (il travaso dell’inglese)

A questo punto è evidente che l’anglicizzazione della nostra lingua è in aumento ed è molto più ampia e profonda rispetto a ciò che emerge da chi continua a interpretare il fenomeno attraverso le categorie del “prestito linguistico”. Che cosa stiamo prendendo “in prestito” in casi come questi e in moltissimi altri analoghi?
Ha senso continuare a stilare elenchi di “prestiti isolati” che in realtà sono famiglie di parole che aumentano perché sono tra loro intrecciate e sempre più strettamente interconnesse?
Mi pare evidente che il “prestito” in casi come questi non riguarda le singole parole, ma porta a interiorizzare una regola. I prodotti “senza qualcosa” sono diventati “qualcosa free”, dove quel “qualcosa” si scrive in inglese (quindi non zucchero o grassi free, ma sugar o fat free, oppure contactless, wireless…).

Less is more è un modo di dire che significa meno è meglio, e viene impiegato in molti ambiti per veicolare la filosofia della sobrietà, del minimalismo, del non sprecare e del non eccedere. Applicando questa massima al nostro lessico dobbiamo chiederci “cosa” è meglio? Meglio meno neologie senza italiano (in nome di una ben precisa visione della modernità e dell’internazionalismo) o senza inglese (in nome della salvaguardia della nostra bellissima lingua)?

E tornando a childfree e childless, vogliamo una neolingua “italian-free”, senza italiano per scelta? O vogliamo fare qualcosa per impedire che diventi “italian-less”, senza italiano nostro malgrado?

L’aumento degli anglicismi ricavato dalle analisi dello Zingarelli

Dopo aver pubblicato i dati sull’aumento degli anglicismi, negli anni, ricavati dall’analisi delle versioni digitali del Devoto Oli, di seguito riporto il mio studio basato invece sullo Zingarelli, in generale meno aperto del primo all’accoglimento dei termini inglesi.

Il dato più antico che sono riuscito a recuperare è quello del 1995, quando gli anglicismi non adattati erano 1.811 (NB: questo numero e tutti i successivi riguardano i dati “grezzi” restituiti dai programmi di ricerca, e non sono perciò raffinati e ripuliti con un lavoro manuale, ma lo scarto percentuale non è molto significativo).

[Fonte: Katalin Doró, “Elementi inglesi e angloamericani nella stampa italiana” in Nuova Corvina, Rivista di italianistica, 12, 2002, Istituto Italiano di Cultura Olasz Kultùrinézet, Budapest, pp. 78-91]

Stando ai numeri riportati anche da uno studioso “negazionista” come Giuseppe Antonelli (per il quale “l’itangliano è ancora lontano” e non c’è affatto da preoccuparsi), nel 2000 se ne contavano 2.055, nel 2004 erano 2.219, e nel 2006 si passava a 2.318.

[Fonte: Giuseppe Antonelli, “Fare i conti con gli anglicismi” sul sito Treccani, ma i dati sono riportati anche in L’italiano nella società della comunicazione 2.0, Il Mulino, Bologna 2016]

Infine, nell’edizione digitale dello Zingarelli 2017, cercando tutti i termini inglesi, escono 2.761 risultati, e nel grafico ho provato a ricostruire questa crescita dal 1995 al 2017 in modo visivo.

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La crescita degli anglicismi non adattati riportati dallo Zingarelli negli anni: 1995, 2000, 2004, 2006, 2017.

 

In 22 anni, sono entrati perciò 950 anglicismi non adattati, con un aumento percentuale del 52,46%, e una media di 43 nuove parole in inglese all’anno (senza contare i numerosissimi adattamenti come googlare o whatsappare che sono stati esclusi dal conteggio, riferito solo a quelli non adattati).

Supponendo che questa media di entrate annuali non sia destinata ad aumentare (cosa di cui dubito) intorno al 2050, tra poco più di 30 anni, ce ne saranno 1.419 in più, per un totale di 4.180, come visualizzato nel secondo grafico:

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La stima del numero di anglicismi non adattati che potrebbero essere inclusi nello Zingarelli del 2050, basata sull’incremento di 43 all’anno calcolato sul periodo 1995-2017.

Fino agli anni Ottanta la percentuale degli anglicismi non adattati era stimata tra lo 0,5% e l’1% del nostro patrimonio lessicale. In un celebre studio specialistico di Ivan Klajn del 1972 (Influssi inglesi nella lingua italiana, Olschki, Firenze) ne venivano individuati 1.600 (2.150 compresi gli adattamenti) e rappresentavano ancora l’1%, poiché i lemmi del lessico italiano erano calcolati intorno ai 150.000.

A dire il vero, la stima del numero dei lemmi dell’italiano è difficile da stabilire, ma sembra inferiore: tra i dizionari monovolume, solo il Sabatini-Coletti e il Nuovo De Mauro dichiarano poco più di 150.000 lemmi, ma il Devoto-Oli ne registra circa 100.000, mentre lo Zingarelli parla di 145.00 “voci”, che non sono proprio la stessa cosa dei “lemmi”, perché includono per esempio molti diminutivi o vezzeggiativi. Comunque sia, prendendo per buono il dato (pompato) di 145.000 lemmi, in percentuale gli anglicismi non integrati dello Zingarelli sono passati da circa l’1,3% del 1995 al 2% di oggi, più o meno, mentre nel 2050 potrebbero rappresentare circa il 3,9%.

Secondo gli studiosi negazionisti, che spalmano gli anglicismi sul numero totale dei lemmi di un dizionario, queste cifre sono tutto sommato ancora contenute. Ma i numeri vanno spiegati, e questa maniera di spandere gli anglicismi sull’intero patrimonio lessicale è un trucchetto che assomiglia a quello dei governi che fan vedere che le tasse son diminuite perché nelle statistiche non conteggiano che in ospedale si deve pagare il ticket, che i parcheggi son diventati a pagamento e che il costo di una serie di altri servizi è aumentato, con il risultato che alla fine l’esborso dei cittadini è cresciuto, alla faccia di come i numeri sono presentati.

Se c’è una cosa su cui tutti gli studi e gli studiosi sono concordi, è che per il 90% gli anglicismi sono nomi, e per il resto aggettivi, mentre non esistono quasi verbi. Vista la differente struttura delle lingue, non possiamo includere e utilizzare forme come to drink, per esempio, che infatti sostantivizziamo in drink. La maggior parte dei verbi sono dunque italianizzati (speakerare, bloggare, surfare, twittare) e rimangono fuori dai conteggi qui riportati. Estraendo tutti i sostantivi e le locuzioni dallo Zingarelli, compaiono circa 67.000 voci, a cui bisogna sottrarre gli anglicismi contenuti, ma anche tutta una serie di parole poetiche, rare o desuete, per cui mi pare che indicare in 60.000 il numero dei sostantivi sia un’approssimazione più che ragionevole. Il calcolo delle percentuali, allora, mostra che nel 1995 gli anglicismi rappresentavano circa il 3% dei nomi che avevamo per designare le cose, oggi sono il 4,6% e nel 2050 potrebbero essere il 6,9% (secondo le analisi dello Zingarelli, perché se guardiamo al Devoto Oli questi numeri sono  maggiori).

La cosa più preoccupante è che nel nuovo Millennio i nomi inglesi rappresentano quasi la metà dei neologismi registrati (dato riconosciuto e riportato anche da Giuseppe Antonelli, L’italiano nella società della comunicazione 2.0, Il Mulino, Bologna 2016, p. 213) il che è un rischio per la nostra lingua, che sembra destinata a riuscire a esprimere solo ciò che appartiene al passato, mentre per ciò che è nuovo non può più fare a meno dell’itanglese.

Una “precisazione” di Leopardi sulla necessità di una lingua sovranazionale

leopardiNel 1821, Leopardi, con grande lungimiranza, notava nello Zibaldone che si andava formando un linguaggio sovranazionale:

Da qualche tempo tutte le lingue colte d’Europa hanno un buon numero di voci comuni (…) Non parlo poi delle voci pertinenti alle scienze, dove quasi tutta l’Europa conviene così che vengono a formare una specie di piccola lingua (…). Si condannino (come e quanto ragion vuole) e si chiamino barbari i gallicismi, ma non (se così posso dire) gli europeismi, che non fu mai barbaro quello che fu proprio di tutto il mondo civile (…) Diranno che buona parte del detto vocabolario deriva dalla lingua francese (…) Ma venisse ancora dalla lingua tartara, siccome l’uso decide della purità e bontà delle parole e dei modi, io credo che quello ch’è buono e conveniente per tutte le lingue d’Europa, debba esserlo.

[Giacomo Leopardi, Tutte le opere, a cura di Walter Binni con la collaborazione di Enrico Ghidetti, vol. II, Sansoni Editore, Firenze 1969, 24 giugno 1821, pagine dell’autografo: 1213-1214]

Questo e altri simili passi sono oggi spesso invocati dagli angloentusiasti che tirano per la giacchetta il poeta per portarlo dalla loro parte, concludendo che ogni allarme per il numero eccessivo degli anglicismi nell’era moderna è una presa di posizione arretrata, antistorica e figlia di un purismo intransigente. L’idea di fondo, soprattutto nel linguaggio della scienza, è che si debba parlare (e a volte persino insegnare) in inglese per essere internazionali. Come se il destino delle lingue nazionali fosse quello di diventare dialetti di un linguaggio europeo, in inglese. Come se il pluralismo linguistico non fosse un valore, ma un segno di arretratezza sulla via di una cultura monolinguistica globale tutta a vantaggio dell’angloamericano.

Ma quando si cita bisogna farlo in modo corretto e fino in fondo, altrimenti il rischio è quello di stravolgere e ribaltare il senso originale delle affermazioni. A quali parole si riferiva Leopardi? Non certo ai forestierismi non adattati, ma a quelli italianizzati, come si capisce da numerosi altri passi dello Zibaldone:

L’assuefazione e l’uso ci rende naturale, bella ec. una parola che se è nuova, o da noi non mai intesa ci parrà bruttissima deforme, sconveniente in se stessa e riguardo alla lingua, mostruosa, durissima, asprissima e barbara. Per es. se io dicessi precisazione moverei le risa: perchè? [sic] non già per la natura della parola, ma perchè non siamo assuefatti ad udirla. E così le parole barbare divengono buone coll’uso; e così le lingue si cambiano, e i presenti italiani parlano in maniera che avrebbe stomacato i nostri antenati.

[Ivi, 2 luglio 1821, pag autogr. 1263, alla p. 1207. marg.]

“Precisazione” era allora considerato un gallicismo, definito “barbaro” come molte parole che terminano in –zione. Persino una parola bella come “emozione”, sul finire del secolo, veniva respinta come un cattivo neologismo da Giuseppe Rigutini: “Uno di quei gallicismi, dai quali si guarderà sempre chiunque, distinguendo l’uso dall’abuso, vorrà parlare e scrivere italianamente.”

[I neologismi buoni e cattivi più frequenti nell’uso odierno, libro compilato pei giovani italiani da Giuseppe Rigutini, Roma, Libreria Editrice Carlo Verdesi, 1886, p. 88]

Dunque, Leopardi, parlando di internazionalismi, si riferiva alle radici comuni delle lingue europee che venivano adattate in ogni idioma. E lodava la lingua italiana proprio per la sua intrinseca capacità di adottare “tutti i più disparati stili, ma conservando la sua indole” senza mutarsi e corrompersi:

Questo appunto è ciò di cui è capace, e non di perderla ed alterare il suo carattere per prenderne un altro forestiero, del che non fu e non è capace nessuna lingua senza corrompersi. E il pregio della lingua italiana consiste in ciò che la sua indole, senza perdersi, si può adattare a ogni sorta di stili.

[Giacomo Leopardi, Tutte le opere, op. cit., 19 ottobre 1821, pag. autogr. 1947]

Se gl’italiani (…) conversassero non in francese ma in italiano, essi ben presto riuscirebbero a dare alla loro lingua le parole e qualità equivalenti a quelle della francese in questo genere, e non per tanto parlerebbero e scriverebbero in italiano: riuscirebbero a creare un linguaggio sociale italiano tanto polito, raffinato, pieghevole e ricco e gaio ec. quanto il francese, non però francese, ma proprio e nazionale. E in questo si potrebbe ben tradurre allora il linguaggio francese o scritto o parlato, che oggi non traduciamo, ma trascriviamo,come fanno i traduttori tedeschi.

[Ivi, pag. autogr. 1951]

Ma gli scrittori italiani moderni, o non hanno curato punto la lingua, né hanno servito ad una letteratura nazionale, ma forestiera, e quindi non sono propriamente italiani come scrittori.

[Ivi, 26 ottobre 1821, pagg. autogr. 1997-98]

Chiarito il senso delle riflessioni leopardiane, va precisato che nell’Ottocento i “puristi” respingevano i neologismi e i termini derivati soprattutto dal francese perché non facevano parte del linguaggio storico delle tre corone trecentesche (Dante, Petrarca e Boccaccio) e della tradizione letteraria più toscana. Ma nessuno, nemmeno i più arditi internazionalisti come Alessandro Verri (che dalle pagine del Caffè lanciò la celebre e solenne “Rinunzia al Vocabolario della Crusca”), auspicava l’entrata di migliaia di esotismi senza adattamento. E se Leopardi fosse vissuto ai nostri tempi, sono abbastanza sicuro che non avrebbe mai scritto:

D’in sul top della old skyline,
passero single, alla campagna
tweettando vai nella deadline del giorno;
ed erra il feeling per questa valle…

[From: “Il passero single” by James G. Leopardi, translated by Zop]

Come entrano gli anglicismi? La storia di “new” e dei suoi derivati

Molti studiosi continuano a etichettare i forestierismi come “prestiti”, una definizione sempre più insostenibile, che parte dal presupposto ingenuo per cui importeremmo una parola straniera quando non ne abbiamo una nostra. Anche distinguendo i “prestiti di necessità” da quelli di “lusso”, e cioè che usiamo anche in presenza di un equivalente nostrano, le cose sono decisamente più complesse. Per comprendere il tortuoso processo di penetrazione di una parola straniera ho provato a ricostruire l’entrata nella nostra lingua del termine new.

In passato il processo di traduzione o di adattamento degli anglicismi al suono dell’italiano era un fenomeno spontaneo e frequente, e si parlava per esempio della città di Nuova York, dove l’aggettivo serviva a distinguere la città statunitense dall’omonima inglese, e verso la fine dell’Ottocento divenne definitivamente New York.

Tutti sanno che new significa nuovo, eppure nei dizionari del 2017 (cfr. Devoto Oli e Zingarelli) non esiste il lemma new come voce a sé, esistono invece numerose locuzioni che lo contengono.
A parte il caso di New York (e newyorkese), una delle prime entrate dell’anglicismo si registra nel 1947, quando la nuova collezione presentata a Parigi di Christian Dior dallo stile nuovo e affascinante fatto di bustini, vite strette e figure allungate, portò alla diffusione di “new look”, un’espressione che ha preso piede non solo in Italia.

La comparsa e la frequenza dell’espressione “new look” nei grafici Ngram nei corpus francese, italiano e spagnolo.

36 anni più tardi, sullo Zingarelli del 1983, esistevano solo 2 voci che contenevano new: a new look si era aggiunto anche new wave, la nuova onda del pensiero artistico e culturale di rottura (la risposta inglese degli anni Sessanta alla nouvelle vague francese degli anni Cinquanta).

Oggi, dopo ulteriori 34 anni, sullo Zingarelli del 2017 oltre a queste due parole si trovano: new age, new dada, new deal, new economy, new entry, new global, new jeresy e new media, a cui si aggiungono news, che sempre più sta sostituendo le notizie dell’ultima ora nei mezzi di comunicazione (vedi Rai News), newsgroup, newsletter e newsmagazine. Da 2 voci si è passati perciò a 14. Ma il Devoto Oli 2017 ne include anche altre 4: breaking news, new company (e l’abbreviazione newco), e newquel, pseudoanglicismo che fonde new e sequel. La lista si amplia scorrendo il dizionario di Aldo Gabrielli disponibile in rete (http://www.grandidizionari.it/Dizionario_Italiano.aspx) che riporta ulteriori 6 parole: newsfeed (scambio di informazioni nei newsgroup), news magazine, newsmaster (gestore di news server), newsreader (programma per iscriversi a newsgroup), news server e new style. Andando a controllare la frequenza di queste ultime parole nei grafici di Ngram (strumento di Google basato sugli algoritmi di ricerca delle parole sui milioni di libri digitalizzati e archiviati in GoogleBooks), vediamo però che la loro occorrenza è bassissima e in qualche caso assente.

Tutto questo mostra chiaramente che la moltiplicazione degli anglicismi, nell’ultimo trentennio, sta registrando un aumento esponenziale, ma mostra anche che esiste un certo scollamento tra i vocabolari e il lessico che si utilizza. Se è vero che alcuni anglicismi dei dizionari sono di fatto disusati, viceversa il lemma new, anche se non è presente come voce autonoma, è nella disponibilità linguistica persino di un bambino. E andando a scandagliare gli anglicismi impiegati nei libri, che non sono registrati dai dizionari, si scopre che ci sono tante altre espressioni del genere circolanti.

Se cerchiamo attraverso Ngram le 10 parole che seguono new più di frequente, scopriamo che oltre a: new economy, new media o new age, sono abbastanza diffusi: new approach (un’espressione itanglese che viene forse dal linguaggio aziendale), new species, new type e new method.

Le parole che seguono più di frequente il termine “new” nell’archivio italiano dei libri di GoogleBooks.

Proseguendo con questo tipo di ricerche complesse (per esempio i nomi o gli aggettivi che più frequentemente sono associati a new), si vedono comparire anche new building, new towns, new forms, new world, new perspective, new line, new syndrome

In conclusione, poiché è l’uso che fa la lingua, è probabile che tra queste espressioni circolanti ci siano i neologismi inglesi destinati a essere presto annoverati dai dizionari. Ma soprattutto, bisogna notare che la nuvola di anglicismi che ci avvolge, e che ci capita di ascoltare o di incontrare quando leggiamo, è superiore al numero che si può ricavare dallo spoglio dei dizionari. New è di fatto una parola entrata profondamente nell’italiano, al punto che è diventata un elemento formativo per altri composti ibridi che stanno formando una rete di anglicismi interconnessi sempre più estesa che si sta espandendo nel nostro lessico. Nel libro Diciamolo in italiano. Gli abusi dell’inglese nel lessico dell’Italia e incolla (Hoepli 2017), ho riportato come esempio ben 100 parole inglesi che hanno questa caratteristica formante in grado di combinarsi con le altre, ma se ne possono rintracciare molte di più.