L’italiano new-standard

Un tempo l’italiano si poteva considerare un dialetto che si era imposto su tutti gli altri per motivi di prestigio, grazie soprattutto alle “tre corone” toscane Dante, Petrarca e Boccaccio che ne avevano fissato i canoni. Una lingua letteraria che viveva nelle pagine dei libri, un patrimonio accessibile a una minoranza di italiani colti, visto che le masse parlavano nel proprio dialetto e che le percentuali di analfabetismo erano altissime.

Il ricorso all’italiano nel parlato era una sorta di passaggio a una lingua di alto registro impiegata per la comunicazione interregionale, una specie di lingua franca artificiale a cui un milanese come Alessandro Manzoni poteva ricorrere per farsi comprendere da un veneziano, un bolognese o un napoletano, e non senza difficoltà: “Dite voi se il discorso cammina come prima; dite se ci troviamo in bocca quell’abbondanza e sicurezza di termini che avevamo un momento prima; dite se non dovremo ora servirci d’un vocabolo generico o approssimativo, dove prima s’avrebbe avuto in pronto lo speciale, il proprio; ora aiutarci con una perifrasi, e descrivere, dove prima non s’avrebbe avuto a far altro che nominare; ora tirar a indovinare, dove prima s’era certi del vocabolo che si doveva usare, anzi non ci si pensava, veniva da sé (…) lo confesso, il non poter chiamar mio idioma, se non quello in cui io le sappia dire, cioè il milanese [1].

La soluzione manzoniana di dare vita a una prosa letteraria basata sul fiorentino vivo nasceva proprio dall’esigenza di fissare i principi di un nuovo italiano unitario. Ma fuori dalla scrittura, l’italiano come patrimonio di tutti si è affermato soltanto tra gli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento. Se la stampa aveva già creato una lingua letteraria italiana e una produzione di giornali in italiano, è stato solo con l’avvento del sonoro che questa lingua ha cominciato a diffondersi e a essere praticata fuori dalla scrittura. In principio c’era stata l’industria musicale discografica e poi la radio, nel 1924. Due anni dopo, l’uscita del primo film sonoro trasformò radicalmente l’industria cinematografica. L’italiano arrivava a tutti in queste nuove forme che diventavano il modello di un idioma nazionale. L’avvento della televisione – inaugurata in Italia nel 1954 – continuò questo processo in modo ancora più incisivo, entrando nella vita di tutti i giorni degli italiani, anche di quelli che si esprimevano solo in dialetto.
Intanto in italiano si insegnava nelle scuole, e la grande migrazione dal Sud verso il Nord ha portato a un mescolamento della popolazione dove nei grandi centri urbani l’italiano ha cominciato a prevalere sui dialetti, anche per superare le incomprensioni nella comunicazione tra immigrati. Secondo Tullio de Mauro [2], nel 1950 solo un quinto della popolazione lo parlava, un altro quinto lo alternava al dialetto a scuola e nelle grandi occasioni, mentre per gli altri tre quinti il dialetto costituiva il modo di esprimersi più naturale. Ma intorno al 1970 il ribaltamento era ormai compiuto e dopo i “matrimoni misti”, gli immigrati di seconda generazione erano diventati bilingui, e parlavano l’italiano nei contesti ufficiali, lavorativi e scolastici, limitando il dialetto all’uso in famiglia. Nel decennio precedente, grazie alla televisione, il maestro Alberto Manzi, con la celebre trasmissione Non è mai troppo tardi, aveva insegnato a scrivere e a leggere a milioni di connazionali.
Questo nuovo italiano rappresentava la fine della supremazia della lingua letteraria che per secoli aveva fatto da modello per il nostro idioma, e allo stesso tempo la fine della supremazia storica del fiorentino e del toscano. Ad accorgersene fu Pier Paolo Pasolini, che in una conferenza sfociata in un articolo su Rinascita [3] aveva capito che il nuovo centro di irradiazione della lingua si era spostato nei centri industriali del Nord, dove si era formata una nuova lingua tecnologica più che umanista. Si trattava di un italiano pratico, poco letterario e poco estetico, dove la comunicazione contava molto più delle espressioni, e regnava l’omologazione e l’appiattimento più che la creatività espressiva.

Dall’italiano neostandard a quello new-standard

Per descrivere le varietà del nuovo italiano sempre più policentrico i linguisti hanno proposto le categorie dell’italiano regionale e dialettale, quello popolare (caratterizzato da costrutti talvolta sgrammaticati e da parole dialettali, gergali, familiari), quello standard che si insegna a scuola, e quello colto di chi ha una cultura elevata e un’ottima padronanza della lingua e ha familiarità, per esempio, con il lessico della letteratura e della poesia.

Ma queste classificazioni astratte lasciano il tempo che trovano, e per ampliarle, nel 1985, Francesco Sabatini ha introdotto il concetto di “uso medio” [4], mentre nel 1987 il sociolinguista Gaetano Berruto ha parlato di “italiano neostandard” [5] per indicare quei costrutti che ormai sono accettati nel parlato, ma che, estesi alla lingua scritta soprattutto nei contesti giornalistici, si discostano dalle norme dell’italiano standard (per esempio il periodo ipotetico con l’imperfetto: “Se lo sapevo non venivo”) e non sono ancora ammessi nei contesti più formali, giuridici o universitari.

In ogni caso, tutto questo appartiene al passato. L’avvento di Internet ha cambiato tutto. Mentre ancora negli anni Ottanta gli apocalittici paventavano la morte del libro e la scomparsa della scrittura nel villaggio globale televisivo e multimediale che ci riportava all’epoca dell’oralità pre-Gutenberg, ciò che stava avvenendo era qualcosa di molto diverso.
La Rete ha portato a una proliferazione della scrittura senza precedenti, generando in pochi anni miliardi e miliardi di pagine scritte dalla gente. Che questa sia scrittura vera e propria, o oralità che si esprime attraverso la tastiera, è un’altra faccenda, e dipende dai contesti. Certamente questo zibaldone dell’umanità, per la prima volta disponibile e accessibile a tutti, rappresenta al tempo stesso un trionfo della scrittura e il segno di una cultura di massa impensabile nel Novecento – tutti scrivono e pubblicano – ma anche un inevitabile appiattimento dell’italiano rispetto ai modelli letterari, che ha segnato un ulteriore avvicinamento tra scritto e parlato che contemporaneamente si ritrova nei libri e sulla stampa.
E a caratterizzare questo fenomeno c’è soprattutto la presenza dell’inglese. Se Manzoni aveva voluto sciacquare i panni in Arno, finita l’epoca dei modelli toscani, oggi i panni si sciacquano nel fiume Hudson di New York, più che nel Tamigi, e l’evoluzione della lingua non è più un fenomeno interno ed è fatta sempre meno da nativi italiani. Arriva d’oltreoceano e i nativi italiani la importano, reinventano e legittimano.

I centri d’irradiazione della lingua tecnologici – per dirla con Pasolini – introducono l’inglese e l’itanglese. L’itanglese è la lingua del Miur e della scuola, gli anglicismi sono il fulcro del linguaggio dei politici, delle istituzioni, degli intellettuali, dei tecnici, degli scienziati, dei giornali. E oltre all’itanglese diffuso sul piano interno, c’è quello che arriva dall’esterno, dall’espansione delle multinazionali, dalla pubblicità, dalla televisione e dall’intrattenimento che sono pensati ed esportati sempre più in inglese e con parole inglesi. I media e i giornali, che un tempo hanno unificato l’italiano, oggi educano all’itanglese. I colossi della Rete ci parlano in itanglese, e il mio “account” di Google mi propone collegamenti (link) che rimandano a funzioni come “tasks” o “keep”, mentre Twitter ha introdotto i “follower”, mica gli iscritti, WordPress mi offre i “widget”, Microsoft mi impone i “downolad”… e tra “snippet” e “spam” il lessico del mondo virtuale è fatto di “e-commerce”, “black friday”, “talk show”, “remake”, “delivery”, “special edition”… dove l’identità linguistica dei suoni basati sul linguaggio di Dante cede il posto a parole che violano ogni regola della nostra ortografia e fonologia, e anche della nostra storia e cultura. L’italiano è sempre meno una lingua romanza e sempre più simile a una lingua creola.

L’itanglese è diventato il nuovo “italiano medio” o “neostandard”, che si potrebbe definire new-standard, quello introdotto e praticato dai nuovi centri di irradiazione della lingua, interni ed esterni, e di conseguenza è anche quello praticato dalla gente, che non può che ripetere la lingua imposta dall’alto e dai giornali: “green pass”, “lockdown”, “fake news”, “no vax”, “over 40”, “location”, “smartphone”, “covid free”, “street food”, “rider”, “cargiver”… e così via, in una nevrosi compulsiva che porta a rinominare ogni cosa attraverso concetti e parole in inglese, in modo sempre più profondo e sempre più irreversibile.

Peter Doubt, da qualche settimana, ha lanciato un programma di monitoraggio degli anglicismi presenti sulla pagina principale de La Repubblica, e con gli stessi criteri li conteggia sul quotidiano francese Le Monde, quello spagnolo El Mundo e quello tedesco Welt (oltre ad analizzare gli italianismi su The Guardian).
Ecco il grafico della scorsa settimana.

Grafico tratto dal sito “Campagna per salvare l’italiano“.

I dati parlano chiaro. C’è poco da negare. Dire che è tutta un’illusione ottica o sostenere che ciò che si ricava dai giornali non corrisponderebbe a come la gente parla, non sta né in cielo né in terra. Non comprendere il ruolo dei giornali nella formazione della lingua è antistorico, oltre che stupido. E basta leggere come la gente scrive in Rete per accorgersi che questo è il nuovo italiano new-standard: l’itanglese.


Note
[1] Alessandro Manzoni, “Della lingua italiana”, in Opere inedite e rare, pubblicate per cura di Pietro Brambilla da Ruggero Bonghi, Enrico Rechiedei e Ci editori, Milano 1891.
[2] Tullio De Mauro, Storia linguistica dell’Italia unita, Laterza, Bari-Roma 1991.
[3] Pier Paolo Pasolini, “Nuove questioni linguistiche”, 26 dicembre 1964.
[4] Francesco Sabatini, “‘L’italiano dell’uso medio’: una realtà tra le varietà linguistiche italiane”, in Gesprochenes Italienisch in Geschichte und Gegenwart, Tübingen, Gunter Narr Verlag, 1985, pp. 154-184.
[5] Gaetano Berruto, Sociolinguistica dell’italiano contemporaneo, Carocci, Roma 1987.

15 pensieri su “L’italiano new-standard

  1. Negli ultimi giorni ho fatto un po’ di compere natalizie nei centri commerciali della mia zona (la Bergamasca). Passati il Back to School, Halloween e il Black Friday, era tutto tutto un pullulare di “Merry Christmas”, “Merry Xmas”, “Letters to Santa”. Oltre che di “next opening” e “opening soon”. Le gift card vanno alla grande. Così come i pagamenti contactless fatti anche da smartphone. Gli store dei vari brand, diretti da store manager, ti invitano a seguirli sui loro social dicendoti “follow us”. Nelle food court i ristoranti, che spesso fanno anche take-away e delivery e in cui per sederti devi mostrare il green pass, dopo un hamburger e una cheesecake ti invitano a condividere la tua experience online lasciando un feedback. Potrei continuare. Ah no, mi ero dimenticato che gli anglicismi non sono poi così tanti e non sono di uso comune, appartengono soltanto a determinati linguaggi settoriali. Le mie erano tutte illusioni ottiche! 🙂

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  2. Ottimo articolo, come tutti, ma questo in particolare, veramente, riesci davvero a superarti.
    Mi sembra strano in realtà che Die Welt (par condicio, articolo per tutti, il nome corretto comprende l’articolo, anche se spesso viene tralasciato) sia così indietro alla Repubblica (non so neanche se felicitarmene o meno…).

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    • Per par condicio allora dico “Repubblica” e la disarticolo, ma venendo agli articoli di giornale anche (il) Corriere non è da meno in fatto di anglicismi. Mi sono interfacciato con alcuni tedeschi che mi hanno detto che l’anglicizzazione in Germania non è da meno. La mia sensazione è che lì la situazione non sia “rosea” come in Francia e Spagna, ma che noi siamo messi peggio. Questi dati sembrano confermarlo.

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      • Spunto interessante da parte di Gretel.
        Andiamo per ordine. “Welt” sembra aver messo a parte l’articolo che un tempo era parte integrante del suo nome, forse perché ora hanno anche un canale e vanno oltre la stampa “tradizionale”. La sua pagina di Twitter, per esempio, è semplicemente @welt. Dare uno sguardo per credere.
        La Germania sta messa male.
        Io ci ho vissuto e, come volume di anglicismi, è la seconda dietro l’Italia tra i grandi Paesi europei. E infatti, basta guardare le cifre che sto raccogliendo. È, appunto, seconda. Però, esiste una differenza abissale tra centri urbani e non. E, inoltre, alcune parti della Germania (il nord-ovest per esempio, Amburgo e Brema, ma anche, più a est, Berlino) sono estremamente anglofile, vogliono disperatamente parlare in inglese appena sentono che sei inglese. Altre zone, il contrario (sud, per esempio).
        Non siamo comunque agli stessi livelli endemici dell’Italia. Se non altro, perché esiste una normativa che invita (non credo sia un obbligo) il settore pubblico (nonché le grandi imprese private che si occupano di servizi pubblici come la luce) a utilizzare il tedesco, cosa che purtroppo ho sofferto a mie spese quando vivevo lì :-).
        Eppure, ci sono tantissimi anglicismi. E vi dico di più. Dicono “lockdown”.

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        • Caro Peter, qua potrei (probabilmente potremmo) scrivere pagine, ma cerco di trattenermi ;), anche perché qui il punto è la penosa condizione dell’italiano, ops, itanglese, e non tanto la (altrettanto) penosa condizione del tedesco, o meglio del Denglisch. Il mio spunto non era poi così interessante, e non per falsa modestia, bensì perché già molto tempo fa ne avevamo parlato in questa sede, con Antonio (soprattutto sulle motivazioni all’origine).

          E’ vero che il sito della (qua metto l’articolo in italiano ;)) Welt è senza articolo, ma, anche se spesso accorciato, il nome corretto dovrebbe essere ancora Die Welt (non che wikipedia sia una bibbia: https://it.wikipedia.org/wiki/Die_Welt , come nella versione tedesca e inglese e chiaramente nella versione cartacea del giornale).

          Non mi sogno di mettere in dubbio i tuoi dati (mi compiaccio e congratulo per il tuo lavoro: proprio se questi discorsi partono da anglofoni possono avere molto più peso!), personalmente non ho in mano dati scientifici, ma la mia percezione (quindi di una che sente ore al giorno di televisione tedesca e a periodi si trova in Germania) è un po’ diversa: sostanzialmente credo che il livello di penetrazione indebita dell’inglese nel tedesco equivalga a quello nell’italiano, pur con alcune differenze (forse la stampa scritta in Germania è un pochiiino meglio di quella in Italia, ma nel parlato invece è peggio, specie in quello televisivo e giovanile; almeno non mi risulta che nell’italiano parlato si usino con la stessa nonchalance parole come family, dad, kids, anyway, etc.). Poi ci sono le parole che vengono usate con un significato diverso dall’originale (handy, public viewing).
          Concordo sulla differenza fra grandi centri urbani (Berlino è quasi sulla via di diventare un’isola linguistica inglese :((, conosco diversa gente che ci vive da anni senza aver imparato nulla di tedesco!) e quelli più piccoli, bisogna aggiungere anche che nei giovani i livelli sono ributtanti (ancora peggio dei nostri giovani), mentre un po’ più civili sono le persone di mezza età. Le differenze geografiche che notavi dipendono dall’uso dei dialetti, minimo al nord e ampiamente diffuso al sud. I tedeschi sono la forza principale in Europa, eppure non si sognano nemmeno di invitare gli altri a studiare più tedesco (la lingua madre più parlata in Europa), anzi, semmai se ne meravigliano.
          Queste normative non mi risultano di fatto (a volte, comprensibilmente, se la prendono con il burocratese), anche se dopo una serie di figuracce, ad es. nelle ferrovie o in alcune pubblicità (cfr. lo slogan delle drogherie Douglas “come in and find out” che veniva interpretato da 2/3 delle persone come “entra e trova la via d*uscita”) in alcuni casi hanno dato indicazioni di non eccedere. Come si diceva già con Antonio, probabilmente la questione (troppo Denglisch?) viene tematizzata un po’ di più che in Italia, ma come livello endemico siamo lì, sostanzialmente, purtroppo.
          (E’ di una settimana fa questo articolo https://www.zeit.de/campus/2021-11/peter-littger-englisch-sprechen-denglisch/komplettansicht : non ci siamo)

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  3. Ciao Antonio. Hai visto questo splendido video realizzato da Matteo Marcucci? Per di più con la partecipazione di Davide Gemello (quello di Podcast Italiano) e con il contributo di Italofonia.it e della pagina satirica di Il Cosmopolita italiano! E con questo, auguri di buon Natale a tutti.

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  4. Poc’anzi (come direbbe il nostro presidente) ho visto sul televideo, alla pagina delle partite di serie B in programma, anziché scrivere Santo Stefano hanno scritto… “Boxing Day”. Nonostante l’inglesismo imperante, ho stentato comunque a crederci.

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  5. L’altro ieri alla conferenza stampa del Governo, Draghi è stato protagonista involontario di un siparietto che secondo me denota la mentalità che produce l’itanglese. Il giornalista dell’AP gli ha chiesto:”Can I ask you a question in English?” All’offerta di Draghi di tradurre (!), il giornalista ha risposto “Se volete posso anche parla’ in italiano…”, con accento romano…. Vero è che potrebbe essere un accento acquisito (ossia non ho capito bene se il giornalista era italiano o straniero), però… stai in Italia, comunque sai perfettamente l’italiano….O volevi prendere in giro Draghi per la sua affermazione sulle parole inglesi…..? Mah. Buon Natale (o se vuoi, merri icsmas)

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