Italia: un Paese occupato, linguisticamente e culturalmente

L’altro giorno, su La Repubblica, nella rubrica Moda e Beauty si parlava dello sharenting, il fenomeno dei genitori che pubblicano le foto dei figli in Rete, anzi sui social, che in inglese sarebbe social network (altrimenti significa solo sociale) ma che noi usiamo al posto di piattaforme sociali.

Sharenting circola almeno dal 2016, e nel 2020 un giornalista espertone ci ha scritto pure un libro (Gianluigi Bonanomi, Sharenting. Genitori e rischi della sovraesposizione dei figli online, Mondadori 2020). A noi non resta che dire così, visto che nessuno è capace di inventare parole nuove, né di usare quelle vecchie, nel pappagallismo italiano che non fa che scimmiottare ogni cosa che arriva dagli Stati Uniti, in particolare le fesserie.

Inutile dire che questa parola-concetto non esiste sui mezzi di informazione francesi e spagnoli, dove i social sono le reti sociali e gli influencer sono infuenti, perché fuori dall’Italia è in voga una bizzarra consuetudine, quella di usare la propria lingua, in linea di massima, senza che nessuno se ne vergogni. Ma noi siamo troppo avanti nel nostro suicidio linguistico e culturale.

Il plogging

E così capita che CemAmbiente di Cavenago Brianza lanci l’iniziativa del plogging, ottimo esempio di distruzione delle parole attraverso la sostituzione con quelle inglesi, in un lavaggio del cervello che cancella il passato, la storia e crea nuove realtà. L’attenzione per l’ecologia linguistica è inesistente in queste iniziative che proteggono l’ambiente mandando in rovina l’italiano.

Quando ero ragazzo il mio vicino di casa partecipava ogni estate ai campi per ripulire i parchi dai rifiuti. Le iniziative per ripulire l’ambiente sono un concetto piuttosto datato e diffuso. “Una camminata per pulire le strade” si può leggere in un articolo del 2012 su Il Tirreno che riferisce del progetto “Puliamo le nostre strade” organizzato dall’associazione A piedi nudi di un piccolo Comune. In italiano ci sono iniziative anche più recenti come la “Staffetta sull’Adda per ripulire i bordi del fiume e l’Alzaia dai rifiuti”, ma la differenza con il passato è che oggi tutto ciò è etichettato all’insegna del plastic free, visto che siamo incapaci di dire senza plastica.

“Ma queste iniziative sono altra cosa rispetto al plogging, che non è proprio come….”, dirà subito il “non-è-proprista” pronto a difendere le sfumature dell’inglese e dello pseudoninglese. Naturalmente questo atteggiamento porta il più delle volte a dire un gran numero di idiozie.

Il rispetto della natura si ritrova nei vecchi manuali di montagna, che tra le regole auree prescrivevano di non lasciare rifiuti e tracce del proprio passaggio, e spesso incentivano a raccogliere i rifiuti altrui, durante le escursioni. Un appassionato di montagna come Fabrizio Bellucci, detto Bicio, sul suo sito Zaino in spalla, scriveva (con tanto di logo oggi chiamato “kit del plogger”): “Nel mio zaino porto sempre un sacchetto di plastica (sì, proprio uno di quelli che inquinano maggiormente) e un guanto riciclati tra quelli utilizzati per l’acquisto di frutta e verdura nei supermercati. Durante la camminata in montagna, se vedo cartacce, lattine, pezzi di plastica abbandonati, mi infilo il guanto e li raccolgo nel sacchetto, che porterò giù a valle. Oltre all’oggettivo vantaggio di sgomberare i sentieri dai rifiuti, se qualche escursionista ci vede durante la raccolta, come minimo eviterà di gettare rifiuti a sua volta e magari seguirà il nostro esempio alla prossima occasione. (…) Il bello è che questa raccolta non avviene una volta all’anno in occasione della festa dei sentieri, ma è un piccolo gesto che è entrato ormai a far parte del nostro modo di andare in montagna.”

La cancellazione del passato

Cancelliamo il passato, riscriviamo la storia, costruiamo una nuova realtà è usiamo l’inglese. Presto fatto. Buttiamo l’italiano e passiamo al plogging. “Il nuovo trend nato in Svezia, unisce in sé le due parole ‘jogging’ e ‘plocka’ che è svedese e significa ‘raccogliere”. L’idea è semplice: interrompere la corsa o camminata con piegamenti e stretching fa bene al corpo e raccogliere contemporaneamente i rifiuti da terra aiuta l’ambiente.”

Plogging è perfetto da vendere come un nuovo concetto della newlingua. Suona inglese, si appoggia ai tanti “ing” che ormai abbiamo fatto nostri (shopping, working, trekking…), e dunque i giornali lo diffondono così: “Plogging, correre e raccogliere rifiuti” si legge sulla rubrica Vivere Green di ANSA (7 maggio 2018); “Sport e green: impazza il plogging, raccogliere rifiuti correndo” (Il Sole 24 ORE, 5 aprile 2021)…

Prima dell’arrivo del plogging c’erano altri modi per reinventare l’acqua calda facendola sembrare un concetto nuovo e inglese. Si può citare il “Collect Waste Walk: camminare e raccogliere rifiuti” (6 marzo 2019), spacciato come la geniale idea di un salentino (ma se si esprimesse non dico in italiano ma almeno nel dialetto locale, non sarebbe meglio?) “che ha inventato un nuovo sport che unisce la passeggiata all’attività di raccolta rifiuti”.

Oppure si può parlare più semplicemente di ecotrekkig: “Passeggiare e raccogliere rifiuti in montagna: così nasce l’ecotrekking”, una parola usata anche dall’italianissimo Chianti Green, che introduce il concetto dei “cittadini walk & clean”.
L’elenco di questi esempi è sterminato.

Il lessico dell’anglonuovismo

Il problema non sono le singole espressioni, talvolta passeggere, talvolta no. Il problema è la logica che c’è sotto, ed è questa che sta facendo morire l’italiano. Si rinnova tutto, anche le cose più vecchie, usando qualsiasi cosa che suoni in inglese. E allora nascono gli hub vaccinali invece dei centri, i covid hospital invece degli ospedali covid, i cluster invece dei focolai, i no vax invece degli storici antivaccinisti, seguiti dai no mask (ennesima espressione assente nel francese e nello spagnolo)… È la panspermia dell’inglese che ci bombarda quotidianamente con migliaia e migliaia di anglicismi, con la stessa tecnica della riproduzione delle ostriche che sparano migliaia e migliaia di larve. La maggior parte non sopravvivono, sono passeggere; ma altre attecchiscono, e poi si riproducono (se c’è il plogging c’è anche il plogger). E così il trekking e il trekker hanno la meglio su escursionismo ed escursionista, dove gli sport all’aperto sono outdoor, la corsa è il running, il jogging, persino il footing… in una catena di anglicismi che si amplia a scapito delle parole italiane che regrediscono (se la corsa è jogging poi nasce il plogging).

L’altro giorno una mia amica mi ha avvertito che era in ritardo perché il fixing dell’apparato acustico che stava acquistando andava per le lunghe. Si tratta semplicemente della fase di personalizzazione e adattamento che gli esperti chiamavano in un più solenne inglese, ma che si potrebbe dire anche customizzazione, in altri contesti. L’ortopedico mi ha detto che devo fare stretching, non esercizi di allungamento. Il nostro governo ha deciso di inseguire il modello di Macron che prevede l’obbligo del certificato verde, ma i giornali lo chiamano green pass, anche se Macron lo chiama passe sanitaire. E mentre i giornali spagnoli parlano di certificato covid, da noi c’è solo il green pass, che in inglese chiamano healt pass, cioè passaporto sanitario. Tutti gli apparati mediatici da noi continuano a tradurre il “certificato verde” in questa sovralingua itanglese, assurda e ridicola. Green pass è un’invenzione giornalistica evoluta dal covid pass. La sensazione è quella di vivere in un Paese occupato. E dobbiamo chiederci: chi ci sta occupando?

Il green pass sui giornali in Italia, e come si dice in Francia, Spagna e Regno Unito.

Il broccolino 2.0

Gli immigrati italiani di New York di primo Novecento chiamavano la lavatrice (washing machine) “vascìnga mascìne” nell’italiano broccolino. Quell’idioletto – cioè la lingua ibrida di una piccola comunità – era fatto di adattamenti delle parole inglesi ai suoni italiani, visto che i nostri connazionali a Brooklyn non padroneggiavano l’inglese, e il nome di quel quartiere era così simile a “broccolo” che bastava dire così per farsi intendere. Per cui il lavoro (job) diventava “giobba” e i negozi (shop) “scioppa”.

Un secolo dopo questo italiano broccolino è scomparso, ma è la nostra lingua nazionale che si è trasformata in una sorta di broccolino 2.0: si chiama itanglese ed è parlato in Italia dagli italiani, non dagli immigrati all’estero. Tutto si è ribaltato, non adattiamo più i suoni inglesi a quelli italiani, ma viceversa. Dunque il lavoro è ormai direttamente job o work a seconda dei contesti, e i negozi sono diventati shop, ma anche store. A buttar via le nostre parole per sostituirle con quelle angloamericane non sono più gli emigrati “ignoranti”, ma i giornalisti, gli intellettuali e la nostra intera classe dirigente, cioè quelli che hanno il potere di fare la lingua, quelli che un tempo hanno unificato l’italiano e oggi lo stanno distruggendo. Sono i coloni e i collaborazionisti di un nuovo regime linguistico che si vuole imporre. Che è fatto di parole inglesi importate ma anche di neo-coniazioni pseudo-inglesi autoctone.

L’englishwahing: il lavaggio del cervello attraverso l’inglese

Dalla “vascinga mascine” siamo passati al whitewashing (white = bianco e washing = lavaggio) per indicare il dare una sbiancata ai protagonisti dei film, cioè la tendenza a utilizzare attori bianchi per ruoli che storicamente spetterebbero ad altre etnie. Poiché gli anglicismi non sono isolati e ognuno tira l’altro come le ciliegie, si parla anche di greenwashing per indicare l’ecologia di facciata per esempio di certe pubblicità o politiche aziendali, e anche di pinkwashing per indicare lo pseudo-femminismo paternalistico e demagogico, l’ipocrisia rosa, potremmo chiamarla, se non fossimo colonizzati. Il punto è che nessuno vuole ricorrere all’italiano, e forse non ne siamo più capaci.

Questo fenomeno patologico che sta facendo morire la nostra lingua si potrebbe forse chiamare Englishwhasching, per usare il linguaggio di chi la sta distruggendo e fare in modo che capisca il problema. Dopo l’epoca in cui Manzoni aveva sciacquato i panni in Arno, oggi i nuovi centri di irradiazione della lingua preferiscono immergerli nelle acque del Mississipi, più che del Tamigi. È il lavaggio del cervello attraverso le parole-concetti in inglese.

La newlingua orwelliana

Questa newlingua ibrida ricorda in modo impressionante la neolingua di 1984 di Orwell, quella che il Grande fratello voleva realizzare con la creazione del dizionario della Novalingua. Nella sua Teoria della dittatura (Ponte della grazie, 2020), Michel Onfary analizza nel dettaglio questo progetto, punto per punto. La neolingua punta alla distruzione delle parole, alla cancellazione del passato, a riscrivere la storia per creare una nuova realtà. Esattamente quello che stiamo facendo noi.

Al contrario dello scenario owelliano, a imporre la newlingua non c’è una dittatura, ma una “onorevole gara” a sostituire le parole, che ricorda il meccanismo ben descritto da Tacito nell’Agricola. Il merito di questo condottiero romano non è stato tanto nella conquista della Britannia spiegava Tacito bensì nell’essere riuscito a tenerla colonizzandola culturalmente. È riuscito a far bramare i costumi, la cultura e la lingua degli invasori, in modo che coloro che prima sdegnavano il linguaggio romano alla fine ne ammirassero l’eloquenza. Agricola riuscì in questa impresa soprattutto coinvolgendo i figli dei capi tribù, cioè la classe dirigente, per tradurre tutto in termini più moderni. “Gl’inesperti chiamavan ciò cultura, mentre era parte di servaggio” conclude Tacito.

Oggi assistiamo allo stesso meccanismo, ma sono i discendenti dei Britanni a soggiogarci con le loro “fogge”, i loro costumi, la loro cultura e la loro lingua.
Non ci sono eserciti e carri-armati a occupare il nostro Paese, ci sono le nuove strategie che aveva lucidamente compreso Churchill: “Il potere di dominare la lingua di un popolo offre guadagni di gran lunga superiori che non il togliergli province e territori o schiacciarlo con lo sfruttamento. Gli imperi del futuro sono quelli della mente.”

Questo disegno figlio del colonialismo inglese è stato poi realizzato dagli Stati Uniti. Le leve principali sono due: l’espansione delle multinazionali e della loro lingua, e la creazione del mito americano.

Dal mito del tu vuo’ fa’ l’americano alla realizzazione del “siamo tutti americani”

Naturalmente non c’è alcun complotto e nessuna sala dei bottoni dove queste cose vengono determinate. C’è una strategia più simile ai meccanismi della selezione naturale. Quando un esercito di cavallette invade un territorio non è perché il re delle cavallette lo ha ordinato loro. Semplicemente, migliaia di individui si muovono seguendo tutti la stessa pulsione e lo stesso obiettivo. Le multinazionali si espandono alla ricerca del profitto in tutto il mondo, imponendo allo stesso tempo la loro lingua e la loro terminologia (insieme alla loro logica) attraverso la pubblicità e le strategie di conquista. Nelle vetrine dalle insegne in inglese vediamo le sneaker, il black friday, le etichette con gli special prize… quando diciamo decoder invece di decodificatore, ripetiamo quello che leggiamo sulle scatole dei prodotti che compriamo. Le interfacce informatiche ci ammaestrano con i loro snippet, widget, timeline, homepage, link, download
Il mondo del lavoro parla inglese, la cultura è ormai identificata con quella anglo-americana (non avrai altra cultura all’infuori di me!), che usa la terminologia inglese, dal cinema alle scienze sociali, dal marketing allo sport, dalla scienza alla tecnologia… E in questo contesto anche la scuola parla (e dunque forma) in itanglese e ci sono università che erogano ormai i corsi in inglese, mentre l’Europa punta all’inglese come lingua sovranazionale (alla faccia dei principi costituenti basati sul plurilinguismo) con i documenti bilingui a base inglese e altri subdoli analoghi provvedimenti. Dall’albertosordità del tu vuo’ fa’ ‘americano siamo passati al “siamo tutti americani” con cui si è aperto simbolicamente il nuovo Millennio.


Al contrario di ciò che avviene in Francia e in Spagna, questo inarrestabile fenomeno non è controbilanciato da alcuna pressione interna contraria. In Italia non ci sono né leggi, né accademie o associazioni linguistiche a tutela della nostra lingua. Accecati dal nuovo modello americano globalizzato, agevoliamo dall’interno la nostra distruzione culturale, e dunque linguistica. E ce ne compiaciamo.

42 pensieri su “Italia: un Paese occupato, linguisticamente e culturalmente

  1. Non vivo attualmente in Italia, ma dalla tv e non solo ho veramente la sensazione di due realtà parallele: quella di chi dice ventiventi (oltre alle parole inglesi) e un’altra di chi, spero, continui a parlare come si è sempre fatto.
    Ho molta paura per le nuove generazioni. Ricordo che anch’io, da bambino/ragazzo, ero molto sensibile a questi nuovismi, come “shopping” e altri.
    Riguardo lo “sharenting” e altre stupidaggini, penso anche che, nell’ansia di dover creare contenuti su Internet, o meglio di riempire lo spazio vuoto a disposizione, si vada a fare incetta di pattume sui siti angloamericani (senza “creare” un accidente, per altro). Lo stesso vale per le ricette, a cui ho accennato in un altro commento.

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    • Il punto è che il linguaggio mediatico poi passa ai parlanti che inevitabilmente ripetono ciò che sentono e leggono, dunque davanti a green pass (augurandoci il flopping di plogging, per fare una battuta) le due lingue non sono parallele, ma intrecciate.

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      • Ma non sono neanche intrecciate, visto che spesso questi “inserti” sono spesso usati differentemente dall’originale, semanticamente o strutturalmente, io parlerei direttamente di aborti. E’ comunque un aborto questo linguaggio (mi ribrezza chiamarlo lingua) in cui viene trasformata (quella che prima era la lingua) italiana.
        Del resto è tutto coerente: decenni fa esisteva una tendenza ad avvicinarsi o almeno a prendere come modello un atteggiamento/comportamento distinto, acculturato, alto, ora invece il modello di riferimento il grezzo, il cafone, il pezzente, l’ignorante, l’abborracciato, più basso è meglio è. Si sta buttando alle ortiche la propria cultura e la propria dignità, se non è masochismo! Veri lemming. Però per il calcio (*autocensura*)…

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        • Sì ma l’intreccio sta nel fatto che se i giornali scrivono solo pusher, poi la gente ripete pusher, invece di dire spacciatore. Gli spacciatori di anglicismi, insomma, non sono un qualcosa di avulso dalla realtà come spara qualche linguista che sostiene che tanto la gente parla in altro modo. Penetrano attraverso i giornali, che storicamente, non dimentichiamolo, hanno contribuito a unificare l’italiano e ora il loro “lemming” (che come tutti sanno significa creazione dei lemmi dei dizionari) è destinato a prendere piede nella lingua, prima o poi.

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    • Esatto.
      Anche io non vivo in Italia, ma da quello che vedo, ogni giornale e rivista italiana ormai non fa altro che pubblicare quotidianamente articoli spazzatura basati su una breve ricerca su siti anglo.
      Ne esistono ormai a centinaia, nello stile di “Il CAUGHT SHORT – quando non ce la fai ad arrivare al bagno” o “La SUMMER SLEPLESSNESS – l’insonnia per il caldo”:
      Cose assurde. Recentemente scherzavo che potrei fare il giornalista in Italia anche io, di questi tempi. Bastano 5 minuti sul sito del Sun o del Daily Mail e produrrei “articoli” a raffica.

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  2. Ah, nessuno ci sta occupando, per rispondere alla tua domanda retorica. Ci facciamo occupare da soli in qualche modo, imploriamo di essere inglobati (e non certo da qualcosa di veramente superiore e di qualità).

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    • be’ diciamo che l’occupazione pubblicitaria, merceologica, informatica e via dicendo, dove le parole non sono più fatte dai nativi, è oggettiva. Per il resto l’occupazione è quella dei cervelli in fuga che occupano i posti chiave della comunicazione: dove per “cervello in fuga” non si intende chi va all’estero, ma i giornalisti che rimangono qui a dire gren pass mentre evidentemente i loro cervelli sono fuggiti da qualche altra pare.

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      • Sicuro, è vero che tutto parte da giornalisti e dintorni, poi siamo noi a fare i lemming e a inchinarci, accogliendo tutte le fesserie che ci propongono e a cui, per il solo fatto di apparire su carta o altri mezzi di comunicazione (non si diceva diversamente?), attribuiamo autorevolezza e qualità. Quindi non sono angloamericani ad occuparci, questo intendevo, bensì comunque “teste senza cervello” interne.
        Quando ero piccola, abitavamo sopra la sede di un quotidiano locale, assiduamente frequentato da mio papà, che insisteva che io facessi la giornalista, mentre io non ne volevo proprio sapere: avevo ragione già quella volta (firmato Lucy dei Peanuts :D).

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        • Gli angloamericani sono bravi a creare il mito di sé e della propria civiltà (storicamente esportato attraverso il cinema, la cultura di massa, le merci…), e a creare le condizioni per esportare Halloween e i propri costumi legati alle merci, a indurci al binomio fruizione del cinema e della tv e mangiare pop corn… a esportare tutto ciò in tutto il mondo, altrimenti non ci sarebbe lo tsunami anglicus globalizzato. Noi abbiamo interiorizzato questo mito e non ci basta più, ci inventiamo le nostre americanate ormai da soli… Basta pensare che prima della Mcdonaldizzazione del globo, c’è stata Burghy in Italia – azienda italiana – che ha anticipato il fenomeno; è la combinazione di questi due fattori che ci annienta e rende zerbini rispetto ad altre realtà all’estero.
          Gironalista sarà lei! Rispondo quando mi chiedono se sono un giornalista.

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  3. Oh Zoppaz le tue spiegazioni sono sempre più raccapriccianti!

    Poi, visto che stavi parlando dell’esempio della colonizzazione romana, vorrei correggerti una cosa : gli angloamericani non sono discendenti dei Britannni (che erano un popolo celtico) ma bensì dal ceppo germanico. Infatti i cosiddetti Anglosassoni (a cui fanno parte gli inglesi ed i suoi “figli”, tra cui appunto gli Angloamericani) discendono dall’unione degli Angli e dei Sassoni, due popoli germanici originari dell’attuale Danimarca che intorno al V secolo D. C. invasero la Britannia (che a quel tempo si era ormai liberata dal controllo culturale – linguistico dell’impero romano sempre più decadente), arrivando a scontrarsi con i piccoli regni celtici nativi. Ad avere invece le radici celtiche sono invece i Gallesi, gli Irlandesi e gli Scozzesi (che tra l’altro provano pure antipatia per l’Inghilterra).

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      • Inoltre visto che sono qui ti segnalo anche questo recente e simpatico video sulla “morte” dell’italiano da parte del canale “piazzasquare italiano”. Che ne diciamo di contattare anche loro? Chissà se questi due giovanissimi potrebbero essere interessati anche loro a condividere la nostra petizione.
        https://youtu.be/Q8Kv1YUJGjg

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        • Questo video che mi segnali è davvero imbarazzante… a parte che, senza indicare la fonte, attribuisce a Marazzini un sacco di fesserie che non gli appartengono (fece una conferenza in cui il gioco delle profezie linguistiche del 2300 era smontato, non avvalorato), mescola i peggiori luoghi comuni. Il congiuntivo è vivo e vegeto, e per la cronaca dire “penso che è” è perfettamente lecito, non è affatto obbligatorio dire “penso che sia”. Per non parlare della morte del futuro o della scrittura… baggianate di questo tipo, mescolate alla denuncia dell’anglicizzazione che è invece reale e supportata dai dati, danneggiano una causa come quella della petizione, che ha delle motivazioni serie, non parte dai luoghi comuni più beceri come quelli tirati in ballo da una ragazzina che non ha la più pallida idea di quello che dice e che evidentemente voleva fare il suo video allarmistico per scopi acchiappaclic.

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  4. Esempio di sudditanza linguistica della burocrazia regionale: VENETO DELIBERAZIONE DELLA GIUNTA REGIONALE N. 926 del 05/07/2021 (BUR N. 96 del 19/07/2021) Istituzione e funzionamento del “Molecular Tumor Board” della Regione del Veneto.

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  5. Proprio ieri ho scaricato il mio certificato per la seconda dose di vaccino; visto che conosco un po’ di francese, l’ho scelto trilingue, italiano-inglese-francese.
    Bene. Italiano e inglese sono su tutto il documento, il francese solo su parte del documento e ha comunque potuto deliziarmi con un “nombre complessivo delle dosi” che non mi aspettavo 😂
    L’itancese sarà la nuova frontiera? 😛
    Ovviamente no, ma ciò non toglie che a uno sguardo superficiale, la parte in inglese mi è sembrata più curata. Mi chiedo come sarà il certificato in italiano, inglese e tedesco (non ho visto opzioni per lo spagnolo, stranamente).

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    • Non vedo, né posso controllare, le pubblicità (personalizzate) che WordPress eroga attraverso il mio sito in questa versione gratuita (gli introiti vanno alla piattaforma, non a me); però ormai la tendenza è quella di sparare pubblicità in inglese in tutto il mondo. Certo la localizzazione darà dei ritorni più interessanti, ma sparare nel mucchio dei grandi numeri per puntare all’utenza globale che parla inglese (e che allo stsso tempo si “educa” a questa lingua) evidentemente conviene rispetto alle traduzioni, almeno per certi prodotti, o per certe profilazioni degli utenti.

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  6. 1) I francesi dicono pass sanitaire e noi green pass, confinement e noi lockdown, ordinateur e noi computer e così via per centnaia o migliaia di altre definizioni.
    2) I francesi quando il dittatorello di turno cerca di mettergli i piedi in testa scendono in strada a centinaia di migliaia e fanno un casino della miseria e spesso ottengono risultati, noi invece chiniamo la testa e subiamo al massimo brontolando un po’.
    Tra i punti 1 e 2 c’è per caso qualche relazione? Io penso proprio di sì.

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      • Allora chiarisco meglio i termini della mia domanda che è naturalmente retorica.Il collegamento ovviamente c’è e si chiama orgoglio (nazionale e non). Orgoglio che i francesi sono educati a possedere in maniera massiccia sia quando si tratta di contrastare una minaccia esterna sia contro i soprusi che spesso le classi dirigenti mettono in atto contro il popolo stesso, mentre gli italiani che sono stati educati a non averne affatto subiscono passivamente le une e gli altri. Ad esempio noi abbiamo accettato senza reagire il jobs act per altro chiamato in inglese mentre i francesi contro la loi travail hanno scatenato una mezza rivoluzione anche se definita nella loro lingua e sono riusciti a depotenziarlo quasi del tutto. Allo stesso modo oggi tutta la Francia è in fermento contro il tentativo di stabilire un regime di apartheid mentre gli italiani dormono.
        A furia di fare il servo il maggiordomo si affeziona talmente alla sua condizione di sottoposto che non c’è più bisogno di dargli ordini, egli provvederà da solo perchè questo lo farà sentire intimamente realizzato. Così gli italiani si dedicano con fervore alla svalutazione ed al progressivo svuotamento del loro idioma preferendogli la lingua del padrone, perchè è quello che intrinsecamente desiderano. L’uso di anglicismi e la mania di definire e titolare tutto in inglese è come una fastidiosissima spia luminosa che si accende nel cruscotto, la quale però semplicemente ti segnala che il problema vero sta altrove. Se non ci tiriamo fuori da questa condizione di vassallaggio mentale finiremo per perdere, tra tutte le altre cose, anche l’esclusiva del nostro modo di esprimerci.

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        • Sono abbastanza d’accordo, e naturalmente ci sono delle motivazioni storiche e secolari, oltre che sociali, dietro questa mentalità. Diciamo che il primo passo per uscirne, se mai è possibile farlo, è nel prendere coscienza del problema, che nel caso della lingua è la spia rossa sul cruscotto. Quello che provo a fare è questo, con i miei articoli, ma è difficile persino far prendere coscienza che si è acceso il segnale, nell’attuale panorama culturale, che non lo vede affatto.

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  7. Nell’articolo di Zoppaz qui sopra riportato(“Il broccolino 2.0”) si citano “ parole inglesi importate” e “neo-coniazioni pseudo-inglesi autoctone”: si potrebbe aggiungere la terza categoria degli “anglosolecismi”,ulteriore risorsa linguistica per gli anglomaniaci.Fino a pochi anni fa nel paese in cui risiedo esisteva infatti un negozio di abbigliamento (e non di articoli da spiaggia,dal momento che ci troviamo sulle colline lombarde) la cui insegna era “bay-bay”, vale a dire “ baia-baia”,anziché “bye-bye”,come sarebbe stato logico e corretto scrivere(o,almeno, così si può supporre).Vorrei anche citare un articolo apparso tempo fa su un famoso quotidiano : si parlava di mettere qualcuno davanti a un “out out”,anziché a un sano “aut aut” latino.In entrambi i casi si tratta di “anglosbornie”.

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    • Non ho mai provato a quantificare la tua categoria, ma è un sottoinsieme interessante da analizzare. Oltre ai tuoi esempi si potrebbero aggiungere gli strafalcioni verbali, dalla pronuncia che si sente anche tra i politici che si riempiono la bocca di “recovery fAund” (come se fosse found e non fund) a chi parla dei DPI (Dispositivi di Protezione Individuale) come se fossero i dpi delle stampanti (detti di-pi-ai). E poi ci sono gli strafalcioni voluti giustificati con i giochi di parole. Dalla famigerata insegna milanese di Occhial House (che inaugurò 20 anni fa la rubrica di Cuore “L’insegna più stronza) ai vari Very Bello, PolentOne e via dicendo.

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  8. Sia lode a Cesara Buonamici che ,sia nelle anticipazioni dell’edizione delle ore 20 del TG 5 di oggi,sia nel corso del telegiornale stesso,ha più volte utilizzato il termine “certificato verde”(vedere il sopra riportato articolo”Il lessico dell’anglonuovismo”).

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    • Ma dai non lo sapevo. E poi grande lode a Mario Draghi che, durante il suo ultimo discorso, ha anch’esso parlato correttamente di “certificazione verde” ( alla faccia di quelli che insistono a chiamarlo “green pass”).

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