Il nome della cosa: itanglese, itangliano, itanglish, italianese, italiaricano…

Il 26 settembre del 1959, in un articolo apparso su France-Soir, “Potins de la grammaire”, firmato da Maurice Rat,  fa la sua comparsa la parola franglais, formata dalla contrazione di français e anglais. Cinque anni dopo, il termine diventa il titolo di uno storico libro di René Étiemble, Parlez-vous franglais? (Gallimard, Parigi 1964) che denuncia esplicitamente la penetrazione delle parole inglesi nella lingua francese. L’anno seguente De Gaulle commissionò a René Étiemble un rapporto sullo stato delle cose, e da questi risultati nel 1972 fu emanato il primo decreto del primo ministro Jacques Chaba-Delmas, che inaugurò la politica linguistica francese nei confronti degli anglicismi.

Italiese e italese

In Italia, la parola italiese circolava sin dagli inizi degli anni Sessanta, ma non indicava la contaminazione con l’inglese, bensì l’uso errato e sgrammaticato della nostra lingua che fu esemplificato nel Prontuario d’italiese di Enno Flaiano (Henry Beyle 1967).

Presto però il termine cominciò a designare anche da noi  l’taliano compromesso soprattutto dalla commistione con l’inglese e a circolare anche nella sua variante di italese, utilizzata per esempio all’inizio degli anni Settanta dal giornalista Nantas Salvalaggio per designare:

“Il linguaggio semicomico – un intruglio di italiano e inglese – che progressivamente invade le nostre case attraverso le riviste e i fumetti dei figli.”

 

Itanglese o itangliano?

Al 1977 risale invece la coniazione di itangliano, che fa la sua comparsa nel libro Parliamo itang’liano (Rizzoli, Milano 1977) firmato da Giacomo Elliot, ma è ormai assodato che dietro lo pseudonimo ci fosse Roberto Vacca (come ha ammesso lui stesso in Roberto Vacca, “Globish o itang’liano?”, Nòva Il Sole 24 Ore, 19 aprile 2007). Oggi ci può far sorridere il sottotitolo della pubblicazione spiritosa: “ovvero le 400 parole inglesi che deve sapere chi vuole fare carriera” visto che gli anglicismi in quarant’anni sono quasi decuplicati e che non c’è più tanto da ridere di fronte al fenomeno.

Nel 2000 itangliano è stato annoverato tra i neologismi della Treccani che considera questa parola “la denominazione prevalente”, e quest’ultimo termine da quest’anno è stato ammesso anche dallo Zingarelli.

L’alternativa itanglese non è invece accolta come una voce a sé dallo Zingarelli e dalla Treccani, anche se mi pare oggi più in voga, ma è stata invece registrata dal Gabrielli già da alcuni anni (che non include itangliano) e anche dal Devoto Oli, che ne data l’apparizione nel 1999.

 

Itanglish, italianese, italiamericano…

Alla voce itangliano, sulla Treccani, si specifica che

“altri termini sono stati coniati a definire il linguaggio che risulta dalla «mescolanza di vocaboli e costrutti italiani e inglesi»: italiaricano, itanglese, italiese, itenglish (Schweickard 2006: 562)”.

A dire il vero itenglish non ha goduto di una fortuna significativa, e caso mai si è diffuso maggiormente itanglish, inoltre il Devoto Oli, per non far torto a nessuno, riporta anche l’alternativa italianese, oltre a italese, italiese, itanglese e itangliano.

Ho provato a fare qualche indagine sulla fortuna e sulle occorrenze di questi neologismi nei dizionari e in Rete, per capire qual è “il nome della cosa” prevalente.

itangliano itanglese.jpg

Le opere utlizzate sono: Zingarelli 2018, Devoto Oli 2017, le versioni in Rete un po’ più datate di Treccani, Gabrielli, Nuovo de Mauro, Sabatini Coletti. La Wikipedia rimanda a itanglese, e in alcuni casi Google non restituisce dati attendibili perché la parola viene accorpata ad altre espressioni.

Franglais, Denglisch, spanglish, englanese…

Naturalmente non c’è un solo modo per chiamare le cose, e per fortuna i sinonimi e la polisemia sono una ricchezza della nostra lingua, anche se la monosemia e gli stereotipi linguistici sono preferiti da alcuni parlanti. Ma comunque lo si chiami, il problema è sempre lo stesso e non riguarda solo il nostro Paese: in Francia c’è il franglais, ma anche il franricain, in Germania si biasima il Denglish (alla tedesca Denglisch) ma anche il Germang, in Spagna tutto ciò si chiama perlopiù spanglish, in Asia c’è l’hinglish per l’hindi, il konglish per il coreano, il tinglish per il thai, e ancora il japish o l’englanese per il giapponese e, nel mondo, le contaminazioni di questo tipo hanno tanti nomi.

Bisogna precisare che se il proliferare dell’inglese è un fenomeno mondiale connesso con la globalizzazione e l’espansione delle multinazionali americane non significa che la quantità e la frequenza degli anglicismi sia uguale in ogni lingua.

Nei Paesi dove esiste una politica linguistica come la Francia le cose vanno meglio, così come accade per la lingua spagnola (cfr. Gabriele Valle: “L’esempio della sorella minore. Sulla questione degli anglicismi: l’italiano e lo spagnolo a confronto”, in Studium. Saperi e pratiche della speranza tra teologia e filosofia, a cura di Vincenzo Rosito, Anno 109, settembre/ottobre 2013, n. 5, p. 742-767), per la Svizzera, e persino per il tedesco dove gli anglicismi dilagano come in Italia, con la differenza che si tratta di due lingue affini per cui non sempre sono percepiti come corpi estranei e passano più inosservati.

 

 

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7 pensieri su “Il nome della cosa: itanglese, itangliano, itanglish, italianese, italiaricano…

    • Sì Lucius, l’Agenzia per gli Affari Culturali Giapponesi denuncia da tempo l’uso crescente delle parole straniere che intaccano la bellezza della lingua tradizionale e creano un ostacolo per la comunicazione tra giovani e anziani e una parola come “walkman” è un marchio registrato nel 1979 dalla giapponese Sony. Ti lascio un riferimento a un pezzo che racconta di un settantunenne giapponese che ha intentato una causa contro l’emittente di Stato NHK per il continuo uso di “prestiti” linguistici trascritti nell’alfabeto del katakana:

      https://it.globalvoices.org/2013/07/giappone-linvasione-delle-parole-straniere

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      • Incredibile…
        Ricordo “Rapsodia d’agosto” di Kurosawa in cui la vecchietta protagonista incarnava la memoria storica del Paese, e si vede arrivare gli amati nipotini che però la definiscono “tartaruga ninja”! (Che per di più è un marchio americano)
        Se già la cultura e la tradizione sono messi a dura prova da contaminazioni costanti – un antico personaggio drammatico del folklore locale recentemente è stato portato al cinema come fosse un divo da videoclip! – l’invasione dei termini inglesi rischia di seppellire il Giappone: ci rimarranno solo i suoi tanti echi nei prodotti occidentali, e non è che brillino per rigore…

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        • Non conosco il giapponese e non saprei di preciso quantificare la situazione. Però ti riporto una corrispondenza che ho avuto in proposito con Laura Imai Messina, insegnante di italiano in Giappone, che mi ha intervistato tempo fa, e che in uno scambio sul giapponese mi ha scritto:

          “È vero che le parole adottate sono molte ma, se non altro, di buono ci sta che nella lingua giapponese, il katakana, alfabeto sillabico dedicato alle parole straniere (tuttavia sempre più sfruttato per farvi convogliare parole “pop”, del gergo giovanili o, in letteratura, attribuire sfumature legate alla disamina sonora dei lemmi) segnala chiaramente il prestito e tendenzialmente non lo mischia graficamente al resto della scrittura giapponese (che come lei sa sfrutta i kanji, ideogrammi di origine cinese, e lo hiragana).
          Come insegnante di lingua italiana all’estero mi trovo spesso ad utilizzare la scappatoia dell’inglese, e la trovo dal punto di vista lessicale assai efficace proprio perché l’abbondanza dei nostri prestiti e quella dei loro per molti versi coincide. Il suo libro mi ha dato modo di riflettere ulteriormente sulla legittimità di questa operazione.
          Tuttavia in giapponese, a livello di opinione diffusa, più che un pericolo per la lingua locale, quello che viene definito katakana-eigo o wasei-eigo「カタカナ英語」「和製英語」 (dove “eigo” sta per “lingua inglese”) lo si avverte come un intralcio per il corretto apprendimento della lingua straniera. Si creano veri e propri “mostri”, termini che un madrelingua fatica anche solo ad abbinare al termine originario.”

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          • Molto interessante! E forse loro hanno iniziato prima di noi a venir “contagiati”.
            Da ragazzino adoravo il cartone animato “L’Uomo Tigre”, il cui titolo era italianissimo, mentre i giovani giapponesi erano costretti a vedere Taigara Masuku, cioè l’equivalente giapponese di Tiger Mask! (E’ divertente sentire questo strano nome pronunciato dal cantante dalla voce impostata e “tradizionale” della sigla originale!)

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  1. ciao Tiziana. un po’ tutte queste coniazioni sono poco orecchiabili… io uso prevalentemente itanglese perché mi pare che oggi sia più diffusa, e perché è in linea con franglais, poi la “bruttezza” dei termini dipende anche dall’uso, ci si abitua. comunque questo è il panorama dei neologismi circolanti. 🙂 un saluto.

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