Fumetti, divagazioni, inglese e itanglese

All’inizio degli anni Settanta il giornalista Nantas Salvalaggio aveva usato la parola “italese”:

“Bisognava prima o poi riconoscerlo. È il linguaggio semicomico – un intruglio di italiano e inglese – che progressivamente invade le nostre case attraverso le riviste e i fumetti dei figli”.

Citazione tratta da: Giuseppe Pittano, Grammatica italiana, Edizioni scolastiche Bruno Mondadori, 1972, p. 516.

Questa denuncia era un po’ moralistica e basata sul fastidio, più che sulla gravità del fenomeno. Del resto il moralismo di Nantas Salvalaggio è rimasto scolpito in una canzone di Vasco Rossi (“Vado al massimo”, 1982: “Meglio rischiare, che diventare come quel tale, quel tale che scrive sul giornale”) che aveva così risposto per le rime alla celebre stroncatura di due anni prima, quando il giornalista lo aveva attaccato dandogli del drogato, alcolizzato, ebete e simili epiteti.
Nel bacchettare “l’italese” la critica era limitata alle onomatopee di derivazione americana che proprio nel 1972 erano approdate addirittura in televisione, sul secondo canale della RAI, con la trasmissione Supergulp. Fumetti in tv che sarebbe in seguito divenuta popolarissima.

Le trascrizioni dei suoni inglesi di questo tipo entrate nella nostra lingua sono molte. Oltre a gulp (il deglutire per spavento o sorpresa), tra le più diffuse ci sono sigh (sospiro, da to sigh), sob (singhiozzo, da to sob), sniff (fiutare), smack (bacio, alternato anche a kiss), roar (ruggito), splash (tuffo), wow (stupore e ammirazione) e molte altre. Talvolta, però, sono state anche adattate come nel caso di bum (boom) e clic (click ), anche se questo tipo di scritte fanno spesso parte delle tavole disegnate e non è facile intervenire, in caso di traduzioni, al contrario delle parole contenute nelle nuvolette, dette anche con la bellissima metafora di nuvole parlanti, benché oggi vada di moda l’inglese balloon, venduto come un tecnicismo.

Nella prefazione di Asterix e i Goti (Goschinny e Uderzo, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1969) il traduttore Marcello Marchesi scherzava sulla traduzione dei rumori nei fumetti:

E i rumori? Quelli, più che assurdi, sono  psichedelici. Bisognerebbe cercare di realizzarli con barattoli incandescenti che rotolano su sassi dipinti di rosso, in una stanza di decompressione. Basterebbe poi unire all’album il disco. E invece no! Noi i rumori li dobbiamo “tradurre in italiano”.

Anche i versi degli animali vanno tradotti, visto che ogni lingua ha i suoi. MIAO in inglese è MEOW, in francese MIAOU,  in spagnolo MIAU, come BAU in inglese è WOOF, in francese WAOUH, in spagnolo GUAU…

BAU asterix
Il cagnolino francese Idefix confronta la sua lingua canina con quella del danese dei vichinghi nella traduzione italiana (Asterix in America, 1976)

Oggi, prendersela con le onomatopee dei fumetti ci fa sorridere, non sono certo queste inezie a rappresentare il pericolo dell’itanglese nella nostra lingua. Però vale la pena di ricordare i bei tempi, quando ancora si traduceva invece di importare le parole americane e di vergognarci di adattarle. E il caso dei Peanuts è esemplare.


Franco Cavallone, mitico traduttore di Charlie Brown

linus torpedone
Linus, settembre 1967, p. 16: Charlie Brown in torpedone.

Negli anni Sessanta la rivista Linus ha reso popolare in Italia le strisce di Charles Schulz (ma oggi è di moda strip, invece di strisce o vignette) e a quei tempi i traduttori avevano un’attenzione per la nostra lingua a cui oggi non siamo più abituati. In una vignetta del 1965 Snoopy aveva a che fare con l’acquaplano, con cui chiamavano la tavola da surf, anche se la parola surf era alternata per indicare l’attività sportiva, e i Peanuts andavano a scuola con il torpedone, non con lo scuolabus come oggi.

Acquaplano indicava un tempo la tavola usata per lo sci d’acqua, poi sostituita dagli sci, ma i traduttori hanno recuperato quel termine dandogli un nuovo significato.

acquaplano
Linus, gennaio 1966: Snoopy e il suo acquaplano.

Torpedone è una parola coniata negli anni Trenta, accrescitivo di Torpedo, un modello di carrozzeria usata per varie automobili che ricorre anche in una canzone di Giorgio Gaber (“Vengo a prenderti stasera sulla mia torpedo blu”, 1968). Oggi torpedone è un vocabolo desueto, che ha ceduto il posto a bus, autobus o pullman, molto più in voga di corriera, ma i traduttori di Charlie Brown lo usarono cercando, invano, di farlo rivivere e senza vergognarsene.

Anche la tradizione di Halloween – assolutamente sconosciuta da noi fino agli anni Ottanta, quando è arrivata attraverso i film americani, prima che la festa fosse importata dalle multinazionali negli anni Novanta – comparve in Italia attraverso i Peanuts, insieme all’illusoria alternativa del grande “cocomero” (invece che zucca) in cui  Linus credeva ciecamente. E la traduzione più adatta alle circostanze di “dolcetto o scherzetto”, che allora non avrebbe compreso nessuno, fu resa con “o la borsa o la vita”. I bambini che suonano i campanelli cosa fanno, in fondo? Si comportano come piccoli ricattatori che minacciano danni se non si paga loro la tangente in caramelle…

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Linus, settembre 1966: ad Halloween, Lucy esclama “o la borsa o la vita” invece che “dolcetto o scherzetto” come si è affermato ai nosti giorni.

E, a proposito di caramelle, la traduzione più spettacolare dei Peanuts è quella delle toffolette, per dare un nome italiano o italianizzato ai marshmallow. Un’intera generazione di lettori si è sempre domandata cosa diamine fossero quei misteriosi bocconcini che i Peanuts abbrustolivano sul fuoco infilzati in un legnetto. Perché questi dolcetti, che oggi si chiamano anche cotone dolce, non esistevano da noi fino agli anni Novanta, quando sono apparsi anche nei nostri supermercati.

Personalmente, ricordo di averne sentito parlare per la prima volta nel 1984 attraverso il film Ghostbuster di Ivan Reitman (allora ancora affiancato dalla traduzione Acchiappafantasmi), quando nel finale si materializzava il gigantesco uomo della pubblicità dei marshmallow (figura a sinistra), così sconosciuto che a quei tempi molti pensavano fosse l’omino Michelin (figura a destra).

Perciò, davanti a questa parola all’epoca misteriosa e ancora impronunciabile, il traduttore e notaio Francesco, detto Franco, Cavallone (il responsabile anche delle altre traduzioni di Schulz su Linus) coniò toffoletta, un nome di fantasia che sembra derivato dal vezzeggiativo di toffee, una caramella morbida simile alle mou che un po’ ci somigliava, la stessa radice evocativa che poi si ritrova nella canzone “Toffee”, nome di donna che suscita morbidezza e dolcezza come una caramella, per tornare a Vasco Rossi.

Ma fuori dalle divagazioni, ancora oggi, a distanza di tanti anni, nei siti di ricette e cucina toffoletta compare, insieme a cotone dolce, come la traduzione italiana di marshmallow, e il termine è stato successivamente ripreso nella traduzione italiana del film La fabbrica di cioccolato (Tim Burton, 2005:  “Willy Wonka sa fare le toffolette al gusto di violetta, succulente caramelle che cambiano colore ogni dieci secondi mentre le mangi”), proprio nello stesso anno in cui Franco Cavallone è venuto a mancare. I dizionari purtroppo non riportano la parola toffoletta, ma sbagliano, perché anche nei libri ricorre in modo significativo come la traduzione più diffusa, ed è giusto ricordarla insieme al nome del suo inventore e alla sua capacità di essere un vero traduttore.

Bei tempi, quando qualcuno ancora pensava a far crescere l’italiano, a rendere “good grief” con “santa polenta”, ad adattare e inventare parole e neologismi dal suono italiano, ad allargare il significato di vecchie parole storiche come acquaplano e torpedone per dare loro nuovi significati e una nuova vita. Come accade nelle lingue vispe e sane.

Bei tempi perduti, a quanto pare. Quando eravamo sani chiamavano Mickey Mouse Topolino senza alcun problema (non come nel caso di mouse), ma si sa che ormai hanno ucciso l’Uomo ragno, e si parla sempre di più di Spiderman. Per quanto tempo potremo ancora parlare di fumetti prima che qualche imbecille ci spieghi che è diventata una parola inadatta e obsoleta, perché per essere precisi e tecnici dobbiamo dire di volta in volta comic, strip e graphic novel? E magari, dopo aver “confutato” che non è possibile dire “romanzo grafico” mostrandoci come si chiamano le nuove categorie editoriali nelle librerie Feltrinelli e Mondadori, il suddetto imbecille aggiungerà tronfio che non è solo una questione di essere tecnici e moderni, ma anche internazionali. Ignorando o fingendo di non sapere che novel è entrato in inglese dall’italiano novella, di Boccaccio, con il nuovo significato di romanzo, e che in spagnolo graphic novel si dice novela gráfica e in francese roman graphique.

Buzzati 500

 

PS delle 22 e 47: Carla Crivello mi ha scritto per aggiungere “una buona notizia: ‘toffoletta’ è stata segnalata tra le parole inedite o non registrate nei dizionari e sarà inserita nel vocabolario on line di Treccani”. Grazie Carla, e grazie ai curatori Treccani che finalmente registrano l’alternativa e citano anche Franco Cavallone.

 

16 pensieri su “Fumetti, divagazioni, inglese e itanglese

  1. Amo Peanuts e Astérix da quando ero un ragazzino, e non ho mai smesso 🙂
    Nel mio blog ho dato spazio a varie strisce dei Peanuts: ce ne sono alcune in cui risalta la passione di Schroeder per Beethoven e per la musica in generale, e altre che ho proposto all’attenzione di lettori proprio perché rivelano l’inventiva (e la profonda cultura) del traduttore italiano. Ecco due casi:
    https://clamarcap.com/2015/03/10/changing-rainbows/
    https://clamarcap.com/2018/06/20/quando-i-traduttori-sono-davvero-bravi/
    Ciao!

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    • Meravigliosi, i due casi che hai citato, grazie! Credo che ci sia sempre lo zampino di Cavallone, anche se non è facile capire quanto facesse lui e quanto coordinasse il lavoro di altri, sulle riviste non compaiono spesso i nomi dei traduttori, sui libri talvolta sì.
      Anche dietro ad Asterix ci sono grandissimi traduttori, basti pensare a SPQR diventato Sono Pazzi Questi Romani, un gioco solo italiano visto che nell’originale il motto-tormentone “ils sont fous ces romains” non era legato alla sigla.

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      • Adoro Astérix perché è, fin dal primo episodio, un inesauribile fuoco di fila di meravigliose invenzioni, anche linguistiche (basti pensare ai nomi dei personaggi).
        Il primo albo che mi capitò fra le mani – metà anni ’60, ero un ragazzino e, in Italia, di Astérix si ignorava l’esistenza – è Astérix gladiateur: Astérix e Obélix si recano per la prima volta a Roma e finiscono per essere arruolati da un lanista, ma non combatteranno mai: infatti Astérix convince i gladiatori a deporre le armi e a affrontarsi a colpi di… sciarade. “Il primo apre le porte, il secondo si beve, il terzo custodisce il gregge e l’insieme piace molto a Giulio Cesare”: la soluzione, in francese, è clé-eau-pâtre = Cleopatra (intraducibile; non avendo mai letto l’edizione italiana non so che cosa vi abbiano messo in luogo di questa sciarada).
        Goscinny era un genio. Quando, anni dopo, scoprii le operette di Offenbach, e nel libretto della Belle Hélène trovai una gara di sciarade indetta dai re di Grecia “per favorire la crescita intellettuale del popolo”, capii che era anche un uomo assai colto.
        Fra parentesi, nell’operetta la gara è vinta da Paride, che essendo un troiano è molto più intelligente di tutti gli achei messi insieme; la parola risultante è “locomotiva”.

        In Astérix et le bouclier arverne incontriamo gli alverniati, che parlano in modo strano (un po’ come gli “ch’tis” di Giù al Nord): pronunciano ch (cioè sc) la s sorda e j la s sonora (Chéjar = César). Astérix chiede a un anziano: ma qui parlate tutti così? L’altro risponde: no, purtroppo presso le nuove generazioni l’accento va perdendosi. In quel momento passa un ragazzo e dice: salve a tutti! Astérix: in effetti vedo che l’accento si perde. Il vecchio alverniate: ah no, quello ha un difetto di pronuncia, il jojote (zozoter = pronunciare difettosamente la s e la z spingendo la lingua troppo avanti). Di questo episodio vidi l’edizione italiana diversi anni fa, e rimasi perplesso: non sapendo evidentemente come rendere la cosa, avevano “tradotto” il jojote con fa il bullo (che non è esattamente un “difetto di pronuncia”).

        Scusa, mi sono dilungato, Ciao!

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  2. Com’è che mi fomenti ogni volta che ti leggo? Da rapace lettore e collezionista di fumetti mi sento tirato in ballo: sono curioso di vedere se trovo qualche chicca di traduzione in fumetti d’annata!
    Ricordo con vivida precisione quando alle elementari (primi anni Ottanta) usavo orgoglioso il verbo “sniffare”, che avevo preso da quel “sniff sniff” che tutti i personaggi a fumetti che leggevo emettevano odorando qualcosa. (Leggevo principalmente Topolino, ogni santa settimana, ma ero ben fornito anche di strisce, di cui ancora oggi vado ghiotto.) Ignoravo fosse un verbo inglese, per me era solo una scritta onomatopeica che io furbamente avevo trasformato in verbo: nessuno mi seguì e quel mio tentativo di contagio culturale andò fallito. Quando anni dopo scoprii che il verbo veniva usato tranquillamente, ci rimasi malissimo: era chiaro che quell’usanza non proveniva da me, non ne ero stato il motore primo 😀
    Qualche anno fa ho provato un altro contagio, con la parola “misobiblìa”, cioè l’odio per i libri. Un altro, secoli prima di me, ci ha provato a sdoganare il termine senza successo, e lo stesso insuccesso è toccato a me. Non ho proprio futuro come untore di parole 😛

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    • Sniffare è datato 1979 nel Devoto Oli, dunque qualcuno ti ha preceduto di poco 🙂 Comunque hai semplicemente fatto un’estensione verbale comune e istintiva che porta se non altro all’adattamento. Oggi per es. nel gergo dei preadolescenti che giocano in rete a Fortnite si sentono neoconiazioni spontanee che si stanno diffondendo a partire dagli anglicismi che si leggono sull’interfaccia come “shieldini” da Shield (in inglese scudo, alternato anche con scudini) oppure ho “killato” e simili…

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      • Ah, battuto per un soffio! Però posso assicurare che all’epoca nessuno diceva “sniffare”, quindi nel mio mondo ero un innovatore 😀
        Per gli stessi motivi ignoti che hanno portato la YouTube Generation a considerare femminile i memi (e a dire “le meme”), anche “kill” è diventato femminile e così i gamer dicono “le kill” («Quante kill hai fatto?», cioè quanti nemici hai ucciso?). Forse traducono “kill” con uccisioni, per giustificare il femminile?
        Quello che mi fa morir dal ridere è “skillato” per indicare un giocatore capace, che cioè ha “skill”. Ops, volevo dire le skill 😛

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        • Infatti secondo me il genere degli anglicismi crudi viene assegnato in base alla parola italiana che (purtroppo) sostituiscono o a cui assomigliano. Es. meme – memoria e kill – uccisione, come hai detto tu).

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  3. Ma che bellezza! Sono una lettrice avida di fumetti sia in lingua inglese sia in lingua italiana e mi capita spesso di chiedermi “Chissà come l’avranno reso in traduzione”. A questo proposito ho due amici traduttori professionisti (specializzati nel fumetto) e hanno due approcci opposti: uno traduce a ogni costo, l’altro afferma di preferire talvolta mantenere la parola originale con un pretesto di comprensibilità e maggior adesione alla lingua.
    Io sto in mezzo beandomi dei ragionamenti dietro entrambi gli approcci. 🙂

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  4. Dopo averti ammorbato con il mio commento sulla trasmissione Fahrenheit, passo anche qui per una curiosità. Non ricordo se ti ho detto che sono un fan malato dell’universo alieno, e per questo da circa tre anni in un blog apposito studio e “indago” su tutti i media di questo universo, compresi i fumetti. Su consiglio di un lettore, fan malato quanto me, ho confrontato una recente ristampa di un fumetto alieno e ho notato con tristezza la perdita di qualità delle traduzioni in italiano.
    Il fumetto è “Superman vs Aliens”, il cui titolo ti fa capire si tratti di un prodotto molto sbarazzino e che non ha certo testi pregni e difficili da tradurre. La prima edizione italiana è del 1998 e poi nel 2017 è stato ri-tradotto: mettendo a confronto queste due traduzioni si nota chiaramente il nuovo “trend” (o andazzo): roba da Google Translator…
    La prima traduzione si prendeva molte licenze, semplicemente perché il testo è pieno di giochi di parole intraducibili in italiano e il bravo traduttore ha fatto la sua scelta: cambiare parole (tradire) per rispettare il senso (tradurre). Così il fumetto del ’98 è spumeggiante, con parole diverse dall’originale ma perfettamente in grado di ricrearne il senso. La ri-traduzione del 2017 è arida, asettica, con le parole tradotte fedelmente e quindi totalmente prive di spessore, in più punti anzi ridicole. E, non c’è bisogno di dirlo, con parole inglesi lasciate non tradotte. E’ una traduzione che chiunque potrebbe fare, con GoogleTranslator alla mano: invece nel 1998 il traduttore ha in pratica riscritto il testo per restituire non le parole ma il senso delle parole.
    Ti faccio un esempio. Arriva il personaggio che salva tutti e, stringendo in mano un lanciafiamme, grida alla volta di un gruppo di alieni: «Slinky ugly well done! Get it while it’s Hot!» Nessuno degli alieni può capirlo, è ovviamente una frase ad effetto per creare l’atmosfera, e secondo me il traduttore del 1998 fa un ottimo lavoro: «È arrivato il rancio, scarafaggi schifosi! Sotto, finché è caldo!» L’uso di “rancio” rimanda ad ambienti militari perché in fondo queste battutacce al cinema erano soldati alla Rambo che le dicevano: la traduzione non è letterale ma rende lo spirito che anima la frase. Nel 2017 arriva l’aridità totale: «Un mostro furtivo ben cotto! Mangialo finché è caldo!» Mostro “furtivo”? Questa è proprio roba da GoogleTranslator… E poi “Mangialo”? Il personaggio si sta rivolgendo ad un gruppo di mostri: chi mai sta incitando a mangiare cosa?
    Insomma, anche se si tratta di fumetti, quindi non certo testi di chissà che importanza, la perdita di spessore della traduzione in italiano si fa sentire.

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  5. Bellissimo articolo, sarà un caso, ma anch’io sono un appassionato di fumetti. Leggo tutt’ora Zagor e Martyn Mistere, ma da poco ho riacquistato un fumetto Disney dopo più di 30 anni. Ah, l’età…

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