La maledizione della baby sitter (e i composti di baby)

Mary_Poppins_la maledizione di baby sitterNel 1933, nel pieno della politica linguistica del fascismo che metteva al bando i forestierismi, Paolo Monelli aveva raccolto 500 esotismi (perlopiù francesi) che condannava dispensando gli equivalenti italiani attraverso il famigerato libro Barbaro dominio. In quest’opera se la prendeva con il termine inglese nurse e con il francese bonne (che poco dopo era attaccato anche dal linguista Bruno Migliorini), usati al posto di bambinaia.

Per la cronaca, agli inizi del Novecento circolava in proposito anche un’alternativa tedesca, Fräulein, letteralmente signorina, ma con un’accezione di bambinaia o di istruttrice di lingua e formazione teutonica. L’espressione baby sitter, invece, non era ancora stata importata, ma esisteva già una sorta di “maledizione” destinata a far preferire gli equivalenti stranieri alle espressioni italiane di bambinaia, balia, governante o tata.

Bonne è oggi una parola disusata; nurse, al contrario, rimane, e riecheggia in derivati come nursing (in italiano assistenza infermieristica) e nursery, il locale attrezzato per la custodia di neonati e bambini molto piccoli che in italiano si dice nido (es. asilo nido), reparto o ricovero dei neonati o neonatale (per es. la nursery o nido degli ospedali dove si custodiscono i neonati dopo il parto) o in generale locale riservato ai bambini, attrezzato per la loro custodia e vigilanza.

L’espressione babysitter (altre volte baby sitter o anche baby-sitter) è arrivata negli anni Cinquanta, e non da sola, i composti di baby si sono da allora moltiplicati in un modo che vale la pena di analizzare nei dettagli, per comprendere come l’italiano stia evolvendo attraverso un’anglicizzazione sempre più massiccia e incontrollata.

baby sitter tata bambinaia nurse
Le frequenze di baby sitter, tata, bambinaia e nurse nel corpus italiano di GoogleBooks Ngram Viewer (1950-2008)

 

L’esplosione dei baby

Nel 1956, la pellicola di Elia Kazan Baby doll, la bambola viva (letteralmente la bambola-neonata) ha reso popolare questo indumento femminile, e proprio attraverso le espressioni dei film, negli anni Sessanta baby è diventato un modo di dire usato anche in modo autonomo (Hey baby!). Intanto si è cominciato a parlare anche del baby boom, l’incremento delle nascite a cavallo degli anni Cinquanta e Sessanta, e baby sitter ha incrementato la sua frequenza anche durante gli anni Settanta e Ottanta.

Nel 1983, lo Zingarelli annoverava tra i suoi lemmi solo 3 anglicismi di questa famiglia: baby, baby-doll e baby-sitter, oltre al semiadattamento babysitteraggio.

Nel 1990, nel Devoto-Oli, accanto a quest’ultimo adattamento veniva registrata anche la versione non adattata, baby-sitting, e poi si aggiungeva baby boom, un’espressione ormai stabilizzata. Le parole che contenevano baby erano in totale 6: c’era anche baby market, che però è poi scomparso dai dizionari più recenti, perché non ha avuto fortuna.

Ma per un aglicismo uscito, moltissimi altri della famiglia sono entrati, e nel Devoto-Oli 2017 sono 13: baby (che dopo essere stato anticipato dai composti è diventato un lemma autonomo che il Devoto-Oli e il Vocabolario di base di De Mauro annoverano tra le parole fondamentali della nostra lingua), baby bonus, baby boom, baby boomer, baby criminalità, baby doll, baby gang, baby-parking, babysitteraggio, babysitting, baby sitter, baby soldato e baby talk.

Lo Zingarelli 2017 nel complesso è più parco nell’accogliere questi composti, e ne ammette solo 9, ma tra questi ne annovera 2 che mancano sul Devoto-Oli: baby pensionato e baby killer.

E siccome vocabolario che vai e lemma che trovi, nel Gabrielli la famiglia baby sale a 18 componenti, e si trovano anche babycalciatore, babycampione, babyconsumatore, babycriminale, babydelinquente, babydelinquenza, babypensione e babyspacciatore.

Sul vocabolario  Treccani dei neologismi in Rete vengono registrati anche baby-cantante, baby-lavoratore, baby-paziente, baby-divo, baby-modella, baby azzurro (riferito alla nazionale di calcio), calcio-baby (il calcio giovanile), babygiocatore, baby-atleta, baby-consigliere, baby-discoteca, baby-carnevale, baby-consumista, baby fenomeno e baby-lavoro. Tra le varianti criminose ci sono inoltre baby-ladro, baby-bandito, baby-pirata, baby-estorsore, baby-kamikaze, baby-boss, baby scippatore, baby-prostituta e baby-prostituto, baby-escort e anche baby cliente, e poi baby-accattone. E per finire, ma forse non si finisce affatto, nel 2013 ecco comparire il royal baby, l’erede al trono appena nato.

Baby è diventato un suffissoide che si può appiccicare a qualunque cosa. E in tutta questa anglofilia insensata, va detto che l’uso dell’anglicismo nella lingua italiana spesso non corrisponde affatto ai significati che circolano in inglese. Baby significa neonato, ma da noi diventa un modo per indicare una porzione alcolica ridotta, e come sinonimo di piccolo si ricompone in una serie di parole macedonia affiancando termini italiani, ma anche inglesi, che sono una nostra invenzione, come baby-boss o baby-killer, che in inglese sono espressioni sconosciute (si parla di teenager o juvenile gang leader, o di underage killer e juvenile murderer/killer).

Ma chi se ne frega? L’importante è che suoni inglese, non che sia veramente inglese.

baby
La frequenza di baby nel corpus italiano di Ngram Viewer (1900-2008).

 

Perché preferiamo i suoni inglesi?

In questo contesto, l’affermazione di babysitter si è ormai radicata in modo sempre maggiore.

Negli anni Ottanta il linguista neopurista Arrigo Castellani che proponeva alternative italiane come  fubbia (fumo + nebbia) al posto di smog (smoke + fog), ha coniato guardabimbi al posto di babysitter (cfr. Arrigo Castellani, “Morbus Anglicus”, in Studi linguistici italiani, n. 13, 1987, Salerno Editrice, Roma, pp. 137-153), una parola di immediata comprensibilità e perfetta dal punto di vista della sua struttura, ma che non ha mai attecchito, perché la strada di proporre alternative a tavolino imposte dall’alto nella speranza che i parlanti la utilizzino non è una buona strategia.

“Nel pronunziare o nel sentir pronunziare una lingua straniera, ci piacciono più di tutto quei suoni che non sono propri della nostra”, notava Leopardi.

Giacomo Leopardi, Zibaldone, 17 ottobre 1821, p. [1938].

Anche Ivan Klajn (autore del primo importante studio sugli anglicismi nell’italiano: Influssi inglesi nella lingua italiana, Olschki, Firenze 1972) insisteva sul forte richiamo di ciò che è straniero, soprattutto nelle attività commerciali. E davanti alle proposte di Arrigo Castellani di adattare o tradurre certe espressioni, Anna Laura e Giulio Lepschy osservavano che era proprio per il loro suono e fascino esotico se gli anglicismi erano preferiti (Anna e Giulio Lepschy, “L’italiano visto dall’estero”, in Lettera dall’Italia, anno V, n. 20, ottobre-dicembre 1990, pp. 53-54).

Ed eccola la maledizione di babysitter, simbolo di ciò che succede con moltissimi altri anglicismi: li preferiamo agli equivalenti nostrani anche quando esistono (tata, bambinaia, balia, governante, “guardabimbi”), figuriamoci quando non esistono: l’alibi del prestito di necessità (che ritengo essere una notizia falsa, bufala o fake news, come è di moda dire adesso) apre le porte a ogni genere di anglicismo. Il problema è la quantità eccessiva che ci sta travolgendo e sta completamente ridisegnando il lessico dei nostri sostantivi.

Quando un anglicismo entra nell’italiano si fa posto tra le alternative e ne soffoca alcune accezioni preesistenti, in modo insensato da un punto di vista logico.

“Vi sono delle situazioni in cui un prestito considerato di lusso assume le vesti di un prestito di necessità in quanto il significato denota una differenza simbolica e semantica ormai affermata. È, ad esempio, il caso della baby-sitter. L’anglicismo in questione indica una persona, che custodisce i bambini durante l’assenza dei genitori, con la connotazione verso le persone piuttosto giovani, mentre ‘bambinaia’ connota una persona, di solito avanzata negli anni, che si occupa dei bambini per professione.”

(Anna Grochowska, “La pastasciutta non e più trendy? Anglicismi di lusso nell’italiano contemporaneo” in Annales Univerisitatis Mariae Curie Sklodowska, Lublin, Polonia 2010, Vol. XXVIII. z.2 sectio FF, pp. 49-50).

Ma tutto ciò non ha alcun senso, e in inglese non è affatto così. Questo è il risultato dell’acclimatamento dell’anglicismo che è avvenuto in Italia, perché in inglese non esiste questa accezione. Ed ecco che la maledizione della baby sitter porta a uno strano fenomeno: l’anglicismo assume una connotazione che non ha in inglese, diventa un termine più moderno ed elastico, mentre gli equivalenti italiani vengono considerati come parole rigide e immutabili (e se una lingua non evolve muore): bambinaia evoca, immotivatamente, il “vecchio” e non gode dell’elasticità moderna di baby sitter.

Così come per autoscatto, lo si vuole far diventare immobile e relegato ai vecchi sistemi di fotografia con un dispositivo a tempo o peggio ancora con il filo per l’autoscatto, mentre selfie, etimologicamente identico, si carica di una modernità per cui alcuni studiosi (come Vera Gheno dell’accademia della Crusca) sostengono che sia una parola più ampia e utile dell’equivalente italiano (ma non è di questo parere il Devoto Oli di Serianni e Trifone, per fortuna). Questo è vero solo perché a selfie si concede il diritto di evolvere, mentre si vuole mantenere cristallizzato autoscatto nel suo significato storico, senza la possibilità di allargare il suo uso e di abbracciare le nuove tecnologie, che si preferiscono invece esprimere in inglese.

Questa è la “maledizione di baby sitter”, una mentalità che dilaga e avvolge tutto il nostro accogliere senza criteri circa 3.500 anglicismi nei nostri vocabolari  (sono tanti, sono una lingua nella lingua!). E a chi dice che bisogna guardare alle parole incipienti e che è ridicolo rimettere in discussione termini entrati da decenni e ormai affermati, rispondo che il problema degli anglicismi è nella rete che formano e che si espande nel nostro lessico. Non c’è solo la moltiplicazione dei baby, c’è anche il fatto, nuovissimo, che sul modello di baby sitter sono nate nuove parole per nuove professioni come quella del dog sitter, del cat sitter o del pet sitter. Basta andare sul sito di un’associazione che tenta di creare un albo per queste nuove attività che devono avere certi requisiti formativi e non possono essere lasciate all’improvvisazione, per vedere che la rinuncia a dirlo in italiano è data per scontata. Nessuno sembra nemmeno porsi il problema di dare a queste professioni un nome italiano. Dog, cat e pet sitter si stanno affermando senza alternative. Ma non sono prestiti “di necessità”, sono prestiti “di incapacità” e “di moda”.

Se Arrigo Castellani fosse vivo forse proporrebbe un guardagatti, un governacani o un curapelosi. Ma tanto davanti a queste soluzioni l’italiano medio ride, insieme al linguista medio, anche se forse bisognerebbe piangere davanti alla constatazione del nostro senso di inferiorità verso tutto ciò che americano e che ciò che è nuovo è meglio dirlo in inglese.

E così, parola dopo parola, la metà dei neologismi del nuovo Millennio è ormai in inglese. E l’italiano, incapace di creare nuove parole in modo autonomo, è destinato a diventare la lingua dell’arcaico, sempre più inadatto a esprimere il quotidiano e il futuro.

 

PS
In Spagna, al posto di baby-sitter si dice niñera e anche canguro, una parola che richiama attraverso una metafora un senso di protezione e un’ironia meravigliose, che non hanno bisogno di spiegazioni. Se la maledizione di baby sitter implica dirlo in una lingua straniera, mi piacerebbe imparare dagli spagnoli.

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L’itanglese è la lingua di moda nella moda

Il linguaggio della moda un tempo era dominato dal francese, ma ormai questa lingua è sempre più démodé e il settore ha subito un totale restyling anglicizzato. Nel Duemila è l’inglese a essere trendy e cool. Quelli che un tempo si chiamavano fuseaux adesso sono i leggins, dalle paillette si passa al glitter, dalle culottes a slip, boxer e push-up. I colori: dal blue e dal marron di derivazione francese al green ecologico, al red carpet, al total white e al total black. Agli indumenti ormai storici come cardigan, montgomery, pullover, golf (di cashmire, shetland e via dicendo), bluejeans, t-shirt e moonboot, si aggiungono shorts, bag e tutta una serie di outfit nelle taglie obbligatoriamente small, medium, large o extralarge, mentre le scarpe da ginnastica sono diventate le sneaker. Il settore intero si colorisce sempre più di fashion e di glamour. I parrucchieri sono hair stylist, la bellezza è beauty, fatta di makeup, lipgloss, peeling, lifting e fitness. Non importa se alcune di queste parole non siano inglesi (per es. lifting si dice face lift), ciò che più importa è che suonino inglesi.

Il settore della moda è sempre stato infarcito di esotismi, perché per evocare ciò che è nuovo e di moda non c’è niente di meglio di qualche parola straniera che nasconda dietro il suo suono spesso poco comprensibile chissà quali novità. E i primi anglicismi del settore sono arrivati proprio attraverso il francese. In un articolo de La Stampa del 1914 che riferiva delle mode di Parigi, all’epoca il modello culturale più forte, si può leggere:

“Una partita di polo (…) o almeno di footing o di tennis è necessaria. Beninteso, occorre prima passare da Strom a provvedersi del costume di circostanza: i tacchi alti per il footing, lo sweater col taschino visibile a distanza per il tennis, il golf per il golf, e via di seguito”.

La Stampa, martedì 10 febbraio 1914, “Lettere da Parigi Il Galanteo”, p. 3.

In queste righe si vede come dalla Francia abbiamo importato pseudoanglicismi come footing (in inglese jogging) o come golf, cioè la maglia che si usava per giocare a golf (“il golf per il golf”) che in seguito si sono ampliati di molte parole dal suono inglese ma che non sono in uso nei Paesi anglosassoni, come slip o pile. Ma questo articolo centenario aveva un tono ironico che adesso non c’è più. Il nuovo linguaggio della moda si prende terriblmente sul serio, e suona comico – anzi ridicolo – solo alle orecchie di un profano:

Ormai sta sostituendo tracolle, hand bag e clutch, dopo decenni in cui è stato annoverato tra i fashion horribilia, retaggio degli anni ’90, oggi la waist bag torna protagonista sulle passerelle delle collezioni primavera-estate 18, conquista star (…) e invade le gallery dedicate allo street style. Versione vintage per Gucci che punta su pelle e tessuti logati. In nappa con lunghe frange per Alexander Wang. Colorata e sporty per Marc Jacobs. (…) Insomma ormai sdoganata come accessorio casual e sportivo, la waist bag conquista per la sua praticità e non si indossa solo ed esclusivamente alla cintola.

Tratto da Vogue

Il senso di questo pezzo, per chi come me fatica a comprenderlo, è che il marsupio è tornato di moda, purché lo si chiami waist bag, naturalmente, altrimenti rimane qualcosa di cafone. Tolte le preposizioni, le congiunzioni e i verbi, la metà dei sostantivi e degli aggettivi, in questa lingua della vergogna, è in inglese. L’intero sito di Vogue è in inglese o itanglese (come è facile constatare), dagli articoli all’interfaccia. E quando il marsupio tornerà a essere out, di sicuro sarà sostituito con qualcosa di nuovo, ma sempre espresso in inglese.

“I look così realizzati presentano uno stile gentleman all’americana tra elementi preppy e dandy, attraverso una scala di grigi che abbraccia texture a contrasto e trame materiche (MF Fashion-7 feb 2018).

Questa è la lingua dei giornali di settore e delle fashion blogger.

Se un giornalista finisce a lavorare nel settore deve usare questo linguaggio suo malgrado. Perché questa è LA lingua imposta dall’alto delle strategie editoriali che puntano a un destinatario, anzi target,  per cui non è più possibile usare l’italiano.

“Ieri sono impazzita per capire se la clutch è una borsetta a mano o con la chiusura a scatto – mi ha detto avvilita un’amica che è finita a scrivere per una rivista del genere – “Qui è un orrore: il rosa è immancabilmente pink, una cosa luminosa è sunny, la tracolla è saddle bag e così via…”

Per la cronaca: clutch in italiano è una borsetta senza manici, fino al secolo scorso indicata preferibilmente con il francesismo pochette. L’etimo indicato dai dizionari è: ellissi di clutch (bag) “borsetta senza manici”.

Un ultimo esempio eclatante:

La pink obsession nel mondo food sta raggiungendo livelli altissimi. Prima il purple bread in stile mossa di avvicinamento, poi le rape rosse assurte a livello di superfood senza rivali (per i dolci e anche per i salati). Il picco con il cioccolato rosa che ha mandato in tilt tutte le foodies del mondo, instagrammabilissimo, perfetto in ogni sua sfumatura, derivato da una speciale fava di cacao coltivata in Costa D’Avorio e sopratutto poco zuccherato

da MarieClaire: La limited edition del Kit-Kat rosa vi farà desiderare tantissimo di vivere in Giappone (eeeeh!)

Se dalla moda si passa ad altri linguaggi di settore come quello dell’informatica, del marketing o dell’aziendalese le cose non sono molte diverse.

L’itanglese sta colonizzando settore dopo settore moltissimi ambiti dove non è più possibile dirlo in italiano, e non perché ci manchino le parole, ma perché dell’italiano ci si vergogna e l’inglese è trendy, o forse è un po’ troppo incool!

Interferenza linguistica [5] Una classificazione dei forestierismi misurabile

L’interferenza linguistica dell’inglese sulla sintassi italiana

L’interferenza linguistica è un concetto più ampio della semplice presenza dei forestierismi. Alcuni studiosi hanno analizzato l’impatto dell’inglese sulla nostra sintassi, che ha portato per esempio al diffondersi di espressioni come vota per il tal partito invece di vota il tal partito, per l’influenza dell’inglese vote for. Anche frasi come chi ha comprato cosa?, chi è andato dove? (le interrogative con il doppio referente) non appartengono all’italiano storico ma sorgono sul modello di who’s who? E ancora, i costrutti come: fatto da e per donne, pronto a, ma ancora lontano da, venire, e la forma congiunzione/disgiunzione e/o (libri e/o riviste) derivano dall’interferenza dell’angloamericano. Così come la tendenza a usare frasi come pensa positivo invece di positivamente (gli aggettivi riferiti al verbo invece dell’avverbio) e l’accostamento di due nomi come aereo spia, batterio-killer, oppure l’inversione all’inglese di qualche accostamento tra aggettivo e nome: baby-spacciatore invece di spacciatore baby, il papa-pensiero, o le espressioni con il no anteposto sul modello di non profit e no global.
Si può ricondurre all’inglese il diffondersi di stare seguito dal gerundio per indicare qualcosa che “sta per avvenire” e non qualcosa di statico che perdura in un certo periodo di tempo. In altre parole, se in passato si trovavano espressioni come sto mangiando, che esprime un’azione statica che si svolge nel presente, in tempi recenti si sono diffusi modi dire come non mi sto ricordando se o sta succedendo che per esprimere una trasformazione e un processo, come nella progressive form inglese.

Ma a parte questi e altri simili fenomeni, va detto forte e chiaro che l’influenza dell’inglese sulla sintassi è ben poca cosa, e non scalfisce l’impianto della nostra lingua.

L’interferenza linguistica dell’inglese sul lessico italiano

Il problema dell’eccesso dell’inglese riguarda solo il lessico, e cioè il nostro vocabolario, e per essere più precisi ha intaccato l’insieme di nomi e aggettivi, mentre i verbi e le altre parti del discorso non ne risentono in modo preoccupante.

Se accanto alle nostre preposizioni semplici di, a, da, in, con, su, per, tra, fra si aggiungono for, from e by, per esempio, non significa affatto che un quarto delle preposizioni sono ormai in inglese e l’invasione è proclamata, perché se in un libro quelle italiane ricorrono migliaia di volte, quelle inglesi hanno un’occorrenza magari di una volta sola o poco più, dunque la loro presenza è assolutamente trascurabile.

Anche i verbi sono in buona sostanza al riparo da ogni conclusione catastrofista, perché vista la differente struttura di italiano e inglese, non possiamo includere e utilizzare forme come to drink, per esempio, che infatti sostantivizziamo in drink. A parte casi rarissimi (come vote for o enjoy), l’interferenza dell’inglese sui verbi passa per una parziale italianizzazione, prendiamo cioè la radice alloglotta e la trasformiamo in verbo applicando le regole della coniugazione in –are, per es. filmare o speakerare.

Mentre filmare è un anglicismo invisibile, perfettamente integrato e indistinguibile dai verbi italiani (se non nella sua storia che deriva da film), speakerare è invece un semiadattamento che, nella radice, viola il nostro sistema ortografico e di dizione. I verbi come downloadare, googleare, whatsappare, spoilerare e via dicendo possono risultare o meno fastidiosi, ma non costituiscono un pericolo per la nostra lingua per il semplice fatto che il loro numero è limitato e sopportabile: se ne contano 2 o 300 nei vocabolari, e poiché i verbi registrati mediamente da un dizionario monovolume come il Devoto Oli sono all’incirca 10.000, la percentuale è bassa, anche se il loro uso è frequente e anche se molti di essi sono neologismi di cui non abbiamo alternative.

Lo stesso non si può dire dei sostantivi, visto che il 90% degli anglicismi sono nomi (e in misura minore locuzioni e aggettivi): ammettere circa 3.000 sostantivi inglesi non adattati, su circa 60.000 sostantivi presenti in un dizionario (escluse le parole arcaiche, rare o desuete) comincia a rappresentare una percentuale che porta conseguenze significative: quasi il 5% dei nomi è in inglese non adattato, e soprattutto la loro frequenza è mediamente alta, non sono più prevalentemente tecnicismi come 30 o 40 anni fa, sono molto spesso parole entrate nel linguaggio comune che si ritrovano sui giornali e nell’uso quotidiano.

Forestierismi “invisibili” e “corpi estranei”

Se le classificazioni dei forestierismi in prestiti di lusso e di necessità, e prestiti insostituibili, utili e superflui presentano molti limiti concettuali, non sono proficue e soprattutto sono soggettive e non misurabili, un criterio di classificazione più oggettivo e utile per misurare l’interferenza dell’inglese può essere quello di distinguere i termini stranieri in invisibili e in corpi estranei.

I forestierismi invisibili sono quelli che, pur non avendo un etimo e una provenienza autoctona, non violano il nostro sistema morfosintattico né nella grafia né nella pronuncia, e dunque (visto che l’epoca del purismo è una storia chiusa) non costituiscono alcun problema per la nostra lingua. Per es. l’allargamento di significato di realizzare = “rendersi conto” (per l’interferenza di to realize) anziché di “costruire qualcosa” fa parte della normale evoluzione di una lingua viva, anche se può piacere o non piacere.

In modo analogo, l’entrata di parole come spa, lo stabilimento termale (dal nome della città termale belga Spa), gringo (dallo spagnolo), sauna (dal finnico), mascara (un anglicismo di ritorno: dall’italiano maschera la parola ci è ritornata con il significato di trucco per “mascherare”) non è un problema: si scrivono come si leggono e non rappresentano alcuna violazione “del bel paese là dove ‘l sì suona”.

Per non passare per puristi né per intransigenti, tra questi forestierismi invisibili si possono annoverare anche quelli come bar, film, sport, che pur terminando in consonante (e quindi rappresentando una discontinuità rispetto alla tendenza di terminare le parole in vocale, come notava Arrigo Castellani), non costituiscono un problema troppo preoccupante. Negli ultimi anni, infatti, queste parole sono molto aumentate, soprattutto a causa degli anglicismi, ma non solo, in fondo i suoni in consonante finale appartengono anche alle voci poetiche storiche (“Nel mezzo del cammin di nostra vita) e a molti dialetti soprattutto del Nord. Anche parole come tsunami (giapponese) o glasnost (russo) e simili si possono considerare abbastanza invisibili, nonostante la loro combinazione ortografica fuori dai nostri canoni, visto che si leggono e scrivono all’italiana. E volendo essere aperti, tra i forestierismi invisibili (o quasi) si possono includere anche parole che contengono le cosiddette lettere straniere come k, y o j, se non violano la nostra pronuncia, per es. sudoku, yoyo o kaputt. Anche se in questi casi siamo al confine con i corpi estranei: una parola come curvy è ancora ammissibile tra i “quasi invisibili”, se pronunciata con la u, mentre diventa un corpo estraneo se si pronuncia con la a, all’inglese. Esattamente come computer, mouse, abat-jour, leitmotiv… e tutti gli esotismi che si scrivono e leggono con regole estranee all’italiano.

Venendo perciò ai corpi estranei, va premesso che queste parole non sono un male in sé: la loro presenza è un fenomeno normale in ogni epoca e in ogni lingua. Il punto è la loro quantità. Un centinaio di ispanismi o di germanismi registrati nei dizionari, e persino quasi un migliaio di francesismi non integrati, non sono pericolosi per il nostro lessico.

Al contrario, l’attuale presenza di circa 3.500 anglicismi, entrati nell’italiano non attraverso substrati linguistici secolari, ma negli ultimi 70 anni, e con una tendenza di crescita in aumento come numero e come frequenza, sta snaturando la nostra lingua.

Dai casi isolati a una rete di anglicismi interconessi che si espande nel nostro lessico e porta all’interiorizzazione di regole estranee

Questa penetrazione lessicale (anche se non ha intaccato le strutture fondamentali dell’italiano = la sintassi)  è così estesa che ha portato ormai all’interiorizzazione di nuove regole lessicali nei parlanti: per es. preferiamo dire blogger, anziché bloggatore (seguendo la nostra consuetudine lessicale), sul modello di stalker, stopper e le altre centinaia di parole con questa desinenza inglese a cui ormai ci siamo assuefatti, come ci siamo abituati  alle desinenze in –ing (advertising, mobbing, jogging…).

Ma c’è di più, il numero incontrollato di anglicismi forma ormai una rete di radici inglesi e di parole “appicicose” che si ricombinano tra di loro con un effetto domino:

day si ricombina con gli altri elementi alloglotti e genera open day, day after, election day, day by day, day hospital…

act si diffonde in jobs act, student act, Africa act, food act, green act….

Questa rete sempre più fitta di corpi estranei si allarga di giorno in giorno e si espande nel nostro lessico autonomamente ricombinandosi non solo in locuzioni inglesi ortodosse, ma addirittura in pseudoanglicismi e ricombinazioni all’italiana che sono vere e proprie nostre reinvenzioni dal suono inglese: il beauty case, le baby gang, la barwoman

Esistono centinaia di queste “famiglie” di parole “appiccicose” che si concatenano tra loro formando più di un migliaio di espressioni anglicizzate di uso comune che si espandono sempre più, per es.:

back è presente in anglicismi diffusi nella nostra lingua come backup, background, backgammon, backdoor, backstage flashback o playback… -> play a sua volta si ritrova in player, playlist, playoff, playstation, long play, playboy… -> boy circola in cowboy, boyfriend, boy scout, game boy, toy boy, teddy boy, golden boy… e così via.

In conclusione: quando il numero di forestierismi in una lingua supera i livelli di guardia, ecco che nasce sia un’interiorizzazione di regole estranee alla lingua che le ospita, sia una interconnessione autonoma  tra le parole alloglotte che sfugge a ogni controllo. Questo processo sta portando l’italiano verso l’itanglese, ed è il primo passo che, con il tempo, può portare verso la creolizzazione. Se non si spezza questa moda assurda e deleteria di preferire gli anglicismi ai termini italiani, se non si ricomincia a tradurre e ad adattare, se la nostra lingua non si riappropria della capacità di evolvere autonomamente attraverso la coniazione di neologismi, il futuro dell’italiano è seriamente a rischio.

Interferenza linguistica [1]: forestierismi, esotismi, xenismi, stranierismi, barbarismi o prestiti linguistici?

Ci sono tanti nomi per indicare i termini stranieri che circolano nella lingua italiana, nel gergo dei linguisti si parla per esempio di forestierismi o di esotismi, ma anche di xenismi e stranierismi.

Stranierismo è un termine ottocentesco che a dire il vero oggi non è molto utilizzato; xenismo (la sua occorrenza è così rara che non è documentata da Ngram) contiene la radice greca xénos = straniero e anche ospite, ma il termine arriva dal francese xenisme, non è registrato in alcun dizionario monovolume (Devoto Oli, Zingarelli, Gabrielli, Sabatini Coletti, Nuovo De Mauro), e compare solo nel vocabolario Treccani secondo il quale il significato denoterebbe i forestierismi di natura passeggera: gli xenismi sono parole straniere che circolano per brevi periodi ma non sono destinati a entrare stabilmente nell’uso, sono dunque occasionalismi o addirittura quelli che i linguisti chiamano hapax (legomena) e cioè parole che compaiono una sola volta, documentate da un solo esempio.

Forestierismi ed esotismi sono invece le definizioni che vanno per la maggiore.

In passato c’e chi ha questionato sulle sottili differenze tra esotismo, l’importazione di un “corpo estraneo” esotico che arriva da lontano, e forestierismo, che implicherebbe invece una continuità culturale e un reale scambio di popoli vicini, ma sono distinzioni cervellotiche poco proficue, e si può andare avanti a discutere sulla classificazione di ogni singolo caso senza mai giungere a una conclusione condivisa. Come per il sesso degli angeli. Naturalmente esotismo ha un’accezione non solo linguistica, per cui il suo uso si riferisce anche ad altri ambiti (le cose esotiche in generale).

forestierismi_esotismi_barbarismi_stranierismi
La frequenza delle parole esotismo, forestierismo, barbarismo e stranierismo secondo Ngram (periodo di riferimento: 1900-2008, al singolare e al plurale).

Le parole – e le classificazioni – non sono mai innocenti. Parlare per esempio di barbarismi, come si faceva in passato, oggi implica un giudizio purista intriso di xenofobia, e si riallaccia a certe prese di posizione antiche come quelle del Barbaro dominio di Paolo Monelli o di Mussolini che, volendo dire la sua, nel 1941 dichiarò di preferire barbarismo ed esotismo a forestierismo.

 

I limiti della definizione di “prestito linguistico”

Un’altra delle definizioni attualmente più in voga e quella di prestito linguistico.

Curiosa parola in uso tra i linguisti: la lingua che presta il vocabolo non ne rimane priva, e la lingua che riceve non e obbligata a restituirlo” notava Gian Luigi Beccaria già negli anni Ottanta.

Gian Luigi Beccaria, Italiano. Antico e nuovo, Garzanti, Milano 1988, p. 241.

Se fossero davvero prestiti si potrebbero anche restituire, è stato osservato ironicamente da tanti, e il problema del numero spropositato di anglicismi che sta portando il nostro lessico verso l’itanglese si potrebbe arginare facilmente.
La definizione di voci importate forse è più ragionevole, ma sia la teoria del prestito sia il concetto di importazione hanno qualche limite, visto il gran numero di eccezioni, pseudoesotismi, prestiti apparenti, o comunque li si voglia chiamare.

Un’espressione come vitel tonné, per esempio, suona come francese ma non lo è affatto, il vitello tonnato è una ricetta e un’espressione piemontese: in Francia non esiste né il vitel né il concetto di “tonnare” qualcosa. Il grammelot è un altro esempio di pseudogallicismo, si tratta di una parola che evoca il francese attraverso il suo suono, e Dario Fo, nel suo teatro, usava proprio il potere evocativo dei suoni al posto delle parole.

Venendo all’inglese, gli pseudoanglicismi sono davvero tanti, per esempio slip, pile, smoking… talvolta sono reinvenzioni o coniazioni autoctone che partono da parole inglesi ricombinate in modi che in inglese non esistono, e sono fenomeni internazionali, come autostop (al posto di hitch-hiking), footing (per jogging), recordman (record-holder) e tanti altri. Altre volte sono di matrice italiana come beauty case o autogrill (nome commerciale della Pavesi). Spesso usiamo parole inglesi con significati che non esistono nei Paesi anglosassoni, come mister con il significato di allenatore di calcio, o bomber nel senso di cannoniere. Oppure tronchiamo i termini inglesi (in nome del fatto che l’inglese dovrebbe essere una lingua dalla maggiore sinteticità) e diciamo basket (= cesto) per basketball cioè pallacanestro, spending invece di spending review, strip per striptease o toast anziché toasty, toastie o toasted sandwich; relaxing si trasforma in relax, bisexual in bisex, flirt in inglese è flirtation (o love affair) e un sexy shop sarebbe un sex shop. Molto spesso importiamo solo uno dei tanti significati delle parole in inglese e talvolta gli diamo una valenza che non ha in origine, e così usiamo shopping non come sinonimo di fare la spesa (anche al supermercato, come in inglese) ma come l’andar per vetrine alla ricerca di oggetti di lusso o di abbigliamento, mentre flipper diventa il biliardino elettronico, ma in inglese si dice pinball e i “flippers” sono soltanto le alette che servono a colpire la pallina.

E allora come si spiegano questi fenomeni all’interno della teoria del prestito? Sono prestiti errati? O forse il fenomeno dell’interferenza linguistica è qualcosa di ben più complesso?

Di certo, classificare i forestierismi attraverso le categorie di prestiti di lusso e di necessità, ancora molto in voga anche presso studiosi seri, è ormai improponibile e ridicolo…

(continua)

Befana days

Ieri, passeggiando per le vie del centro di Milano, notavo la prevalenza delle scritte in inglese nelle vetrine e all’interno dei negozi (best price, promotion, gift, wine bar e wine store… prima o poi dovrò produrre una documentazione fotografica e un calcolo delle percentuali degli anglicismi nelle insegne e nella cartellonistica dei negozi meneghini), ma passando davanti alla catena Kasanova, la cosa che più mi ha colpito è stato: Befana days.

befana days

L’uso di day al posto di giornata o giorno circola ormai in innumerevoli locuzioni (l’election day, il memorial day, il family day, l’open day delle scuole…) e dopo il recente dilagare del black friday ecco l’epifania di un nuovo e mostruoso accostamento di ricorrenze e di sconti.

La Befana, come è risaputo, è una festività tipicamente italiana e la bella idea di rinominarla così è l’ennesimo segnale di un’esigenza di anglicizzazione che non ha altri motivi se non quello di un complesso di inferiorità verso la lingua e la cultura americana. Una consuetudine che rasenta ormai il ridicolo, anche se in fondo ci si abitua in fretta e ogni americanata entra così nell’uso come fosse una cosa normale, e spesso soppianta e rende obsolete e inutilizzabili le parole italiane. Si tratta di una moda che, quando non si può esprimere con “prestiti” reali, sfocia in reinvenzioni e neoconiazioni dal suono anglicizzato. Tutto va bene, purché suoni angloamericano.

 

La Befana vien by night
con un footwear tutto patch
con il look da americana
viva viva la Befana!

 

PS: a quando il Liberation day invece della festa del 25 aprile e della Liberazione? Ai posteri (che per la cronaca non è un derivato da to post) l’ardua sentenza.

 

 

 

Il mito della sinteticità dell’inglese (competitor e giveaway)

Uno dei motivi per cui i giornalisti preferiscono ricorrere all’inglese, soprattutto nei titoli e nei sottotitoli, è legato alla maggiore sinteticità di questa lingua che permette di comporre strilli di impatto con un minor numero di lettere rispetto all’italiano. Spesso gli anglicismi si riducono a comodi monosillabi, come boss, box, club, cast, fan, flirt, gay, quiz, star, show, tweet, vip, zoom

Ma è davvero questa la ragione della preferenza dei termini inglesi?

Non credo proprio. Premesso che la lingua non è matematica – e se il cinese fosse ancora più sintetico dell’inglese non mi sembra una buona ragione per adottarlo al posto dell’italiano – la sinteticità dell’inglese è solo un alibi. La verità è che lo preferiamo per altri motivi: perché è di moda, suona moderno e internazionale e perché abbiamo un complesso di inferiorità culturale che ci induce a utilizzare le parole inglesi, o i loro suoni, invece di adattarle o tradurle, per sentirci più americani, come nella canzone di Renato Carosone e nel film con Alberto Sordi Un americano a Roma.

Per prima cosa: la preferenza dell’inglese avviene anche quando questa sinteticità viene meno. Misunderstanding è lungo e impronunciabile rispetto a equivoco, malinteso o fraintendimento, eppure si sente spesso, perché suona più “figo”. Che dire della preferenza dei giornali per il termine leader rispetto a capo? Dov’è il risparmio? E nomination o location invece di nomina e luogo (posto o sede)? In realtà queste parole ci piacciono per il loro suono (abbiamo un debole per i suoni in scion, come nella Svalutation di Celentano) e non è certo per risparmiare una “e” finale se sempre più spesso si sente dire mission, vision o competitor al posto dei nostri equivalenti.

Competitor o competitore?

Competitore non è una parola di alta frequenza rispetto a sinonimi come rivale, concorrente e simili, ma si è sempre usata, in italiano, senza vergognarcene. Almeno fino agli anni Novanta, quando si è cominciato sempre più a usare il corrispondente inglese. Dagli anni Duemila c’è stato il sorpasso: oggi il termine inglese ha una frequenza che è più del doppio di quella dell’italiano (stando alle occorrenze dei libri in italiano indicizzati da Google).

competitor

Seconda considerazione, tornando alla sinteticità dell’inglese: in linea di massima è innegabile, ma non è questa la causa dell’abuso degli angloamericanismi. Già Leopardi, nello Zibaldone, appuntava che “nel pronunziare o nel sentir pronunziare una lingua straniera, ci piacciono più di tutti quei suoni che non sono propri della nostra” e se questa lingua è poi considerata superiore, di moda o maggiormente evocativa, come nel caso dell’inglese, è qui che vanno ritrovate le ragioni dell’abbandono dell’italiano.

E infatti la lista degli pseudoanglicismi – quelle parole che suonano come inglesi ma che non lo sono affatto nel significato o nell’uso – è molto lunga. In inglese non esistono gli slip né i pile. Beauty è bellezza, non il diminutivo di beauty case, basket è cesto, non la pallacanestro (basketball). Spesso siamo noi che accorciamo le espressioni inglesi e diamo loro un significato particolare e una sinteticità che esistono solo in Italia: la spending review viene introdotta nella nostra lingua al posto di taglio o revisione della spesa e diventa semplicemente spending, i wafer biscuit o (wafer cookie) sono wafer, il trolley course (trolley bag, trolley case o trolley suitcase) è il trolley; lo striptease diventa strip e il toasty, toastie o toasted sandwich, si contraggono semplicemente in toast.

Giveaway: Diciamolo in italiano!

Tra gli pseudoanglicismi incipienti c’è anche giveaway che in inglese indica un omaggio, qualcosa di “dato via” per fini promozionali, spesso di scarso valore, ma che in italiano è usato erroneamente come sinonimo di gara a premi, competizione con in palio un omaggio, ma come ha osservato Licia Corbolante in inglese si dice giveaway contest o giveaway competition.

diciamolo in italianoE allora chi vuole partecipare a un sorteggio per vincere una copia omaggio del mio libro… può collegarsi al Free Book #Giveaway: Diciamolo in italiano!

Buona fortuna e W le contraddizioni!

Per partecipare al commenta e vinci basta lasciare un commento entro il 27 novembre sul sito Liberi di scrivere. Tra tutti quelli pervenuti sarà estratto un nominativo a caso che riceverà a casa gratuitamente una copia del libro.

Partecipa numeroso, lettore!

All’origine degli pseudoanglicismi: footing e autostop

Pseudoanglicimi
A dimostrazione dei limiti delle definizioni come quella di “prestito linguistico”, va detto che circolano in Italia tantissimi pseudoanglicismi, quelle parole che suonano come inglesi, ma che non si usano né nel Regno Unito né negli Sati Uniti. Per esempio autogrill, beauty case, golf (nel senso di maglia), pile, slip o smoking. Nel 2010, Cristiano Furiassi ne ha raccolti 286, ma i criteri che ha applicato per definirli in questo modo sono tutti dal punto di vista della mancata corrispondenza con la lingua madre, e la maggior parte sono infatti forme abbreviate come wafer (invece di wafer biscuit o wafer cookie), strip (striptease) o toast (anziché toasty, toastie o toasted sandwich).

Cristiano Furiassi, False Anglicisms in Italian, Polimetrica International Scientific Publisher, Milano 2010.

Queste reinvenzioni dal suono anglicizzante che includono molte unioni miste di radici inglesi come autostop (in inglese è  hitch-hiking) o footing (in inglese esiste ma non nell’accezione sportiva che gli diamo noi) non sono i soliti “matrimoni all’italiana”, si celebrano anche all’estero e molti sono internazionali.

Cfr.: Cristiano Furiassi, Henrik Gottlie (a cura di), Pseudo-English: Studies on False Anglicisms in Europe, De Gruyter, Berlin/Boston/Munich 2001.

La cosa che più mi incuriosisce di questo fenomeno è provare a ricostruirne l’origine.
Con l’avvento del digitale è possibile un nuovo modo di fare ricerche linguistiche che non ha paragoni con il passato, e con questi strumenti ho provato a indagare sulla comparsa di footing e autostop.

Footing
Il Devoto Oi 2017 e il Nuovo De Mauro datano questa parola 1921, mentre lo Zingarelli 2017 spiega che in Francia ha assunto il significato corrente che gli diamo in italiano nel 1936.

Per andare a vedere come stanno le cose ho provato a scartabellare l’archivio storico de La Stampa, che ha reso accessibili le sue pubblicazioni dal 1867 ed è uno degli strumenti più utili in rete, visto che permette l’accesso per parole chiave. Cercando il termine, si può facilmente verificare che era impiegato in alcuni articoli già nell’Ottocento, ma con un significato diverso da quello odierno: si riferiva a un avanzamento di carriera dei militari inglesi per cui pagavano un footing. Proseguendo con pazienza nella lettura dei risultati, ecco che, nel 1914, compare anche l’accezione sportiva moderna in un articolo che riferisce delle mode di Parigi:

“Una partita di polo (…) o almeno di footing o di tennis è necessaria. Beninteso, occorre prima passare da Strom a provvedersi del costume di circostanza: i tacchi alti per il footing, lo sweater col taschino visibile a distanza per il tennis, il golf per il golf, e via di seguito”.

[La Stampa, martedì 10 febbraio 1914, “Lettere da Parigi Il Galanteo”, p. 3]

A quel tempo la Francia rappresentava ancora il modello culturale più forte in Italia e dal francese importavamo molti termini, che però sono stati quasi tutti adattati. La Francia, invece, attingeva dall’inglese, e poiché da noi l’inglese non era conosciuto nemmeno tra gli intellettuali, abbiamo cominciato a importare anglicismi, veri e falsi, di seconda mano attraverso il francese (anche il “golf” per giocare a golf in inglese è pullover e forse anche questo pseudoanglicismo ci arriva dalla Francia).

Dunque, sembra che l’origine dello pseudoanglicismo in Italia provenga dall’importazione di uno storpiamento che arriva dalla Francia: la radice foot (piede) è stata unita a –ing (sul modello per esempio di jogging). Per la cronca: il corrispondente italiano, con lo stesso etimo, sarebbe podismo, ormai considerato un vocabolo antiquato, come la gran parte dei nostri equivalenti dopo l’entrata dei cosiddetti “prestiti”. Di fatto, negli anni Venti e Trenta footing compare sempre più anche nell’italiano con il significato sportivo.

A questo punto non resta che provare a incrociare questi dati con quelli di un’altra strabiliante risorsa: Ngram Viewer. Si tratta di uno strumento di Google che permette di visualizzare i grafici con la frequenza delle parole presenti negli archivi di Google Books, il progetto di digitalizzazione dei libri che conta almeno 5 milioni di volumi in molte lingue. Queste frequenze sono calcolate con gli stessi algoritmi utilizzati per il servizio di ricerca delle parole. Il progetto è stato realizzato in collaborazione con l’Università di Harvard e permette non solo l’analisi delle frequenze storiche di una singola parola dal 1500 al 2008, ma anche il confronto tra più parole, in un solo corpus o anche nelle differenti lingue, oltre a una serie di altre ricerche più complesse. Il limite del servizio è che per il momento si ferma al 2008, e che non è chiaro quanti libri, e di che tipo, siano presenti nel corpus italiano, ma si tratta comunque di numeri molto alti che coinvolgono un numero di parole che ha un ordine di grandezza decisamente superiore a qualunque studio mai realizzato.

footing_ita_fra_spa

Cercando footing nei corpus italiano, francese e spagnolo tra il 1800 e il 2008, si vede che a fine Ottocento il termine registra un’impennata in Francia, quando presumibilmente acquista il nuovo significato sportivo, mentre in Italia compare una frequenza significativa solo verso gli anni Sessanta, come anche in Spagna, dove però è un po’ meno diffuso.

Se invece si compara la parola footing con jogging nel corpus italiano, si vede come solo dagli anni Settanta appare il termine inglese corretto (il Devoto Oli data jogging 1978) che poi si diffonde e supera lo pseudoanglicismo (lo stesso accade in Francia e in Spagna, ma in questo ultimo paese la frequenza è molto più bassa).

footing_jogging

Autostop

Dalla Francia, stando a Ngram, sembra che arrivi anche autostop (in inglese è  hitch-hiking), che compare prima in Francia intorno al 1938,  poi in Italia verso il 1947, e infine in Spagna nel 1953. La frequenza della parola in Francia è però rimasta molto bassa, in Spagna è oggi più o meno il doppio, mentre in Italia si impenna già negli anni Cinquanta e oggi è circa 5 o 6 volte superiore a quella degli altri  Paesi.

autostop