Il tabù tutto italiano della politica linguistica

Le politiche linguistiche e gli interventi dello Stato per promuovere e tutelare le lingue nazionali sono prassi normali. Esistono in Spagna, in Francia e persino in Cina. Possibile che in Svizzera la lingua italiana sia tutelata e promossa in modo ben più significativo che da noi?

Tra i parametri internazionali che si usano per verificare i fattori di rischio che portano alla scomparsa delle lingue (ne muoiono circa 25 all’anno) c’è proprio il

supporto di politiche linguistiche efficaci: una lingua può essere considerata in un buono stato di salute quando essa sia sostenuta da politiche linguistiche efficaci, promosse sia da governi sia da altre istituzioni (non ultime, le centrali di diffusione di ‘credi’ ideologici o religiosi)”.

Il che dimostra che le politiche linguistiche non solo sono normali in tutto il mondo, ma funzionano. Solo nel nostro Paese aleggia un tabù che affonda le sue radici in motivi storici che sarebbe ora di lasciarci alle spalle.

L’unico esempio di politica linguistica italiana, infatti, è stato quello del fascismo, un intervento molto ampio e complesso che non si può ridurre alla sola guerra contro i “barbarismi”. Questo modello andrebbe studiato in modo critico per poi voltare pagina: riproporlo sarebbe assurdo, anacronistico, antistorico e soprattutto illiberale. Non ci vuole molto a capirlo. Eppure, anche presso molti studiosi importanti, accennare a un intervento dello Stato in tema di lingua evoca assurde reazioni di pancia, e subito si agita lo spauracchio del fascismo come se l’unica soluzione di una politica linguistica fosse quella. Come se le attuali politiche dei Paesi vicini e lontani non esistessero e non fossero gli esempi cui guardare oggi. Come se proteggere l’arte, l’architettura o persino l’eccellenza gastronomica del nostro Paese fosse dato per scontato, ma chiedere la tutela del patrimonio linguistico fosse una presa di posizione oscurantista, arretrata o di chiusura alla modernità.

Tutelare e promuovere la lingua italiana non ha nulla a che fare con la limitazione della libertà di espressione. Riguarda invece la protezione di ciò che è locale davanti alla globalizzazione, riguarda la difesa della nostra storia, perché la lingua è il collante della nostra cultura e del mostro Paese. Lo aveva capito già Dante, nel De vulgari eloquentia, quando lamentava la mancanza di una pubblica amministrazione che omologasse la lingua e servisse da modello unico per i vari dialetti e per affermare la lingua delle “genti del bel paese là dove l sì suona”. E infatti, il passaggio dai dialetti al volgare è passato anche attraverso la scelta di utilizzare l’italiano non solo per la letteratura, ma anche nella pubblica amministrazione e negli atti notarili, che avvenne a partire dal XV secolo per consolidarsi nel corso del XVI.

Oggi, però, il linguaggio della politica, delle istituzioni, dell’amministrazione e persino del Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca (Miur) sta ricorrendo sempre più all’inglese e all’itanglese. E il paradosso è che se da una parte si nega la liceità di un intervento dello Stato a proposito degli anglicismi, dall’altra si interviene imponendo la femminilizzazione delle cariche delle donne, utilizzando in questo modo due pesi e due misure.


Due pesi e due misure per le pari opportunità della lingua e delle donne

Nel 2007, una direttiva della Presidenza del Consiglio dei Ministri (Misure per attuare parità e pari opportunità tra uomini e donne nelle amministrazioni pubbliche) invitava a usare un linguaggio non discriminante nei documenti di lavoro per favorire in questo modo una politica per le pari opportunità. L’Accademia della Crusca, qualche anno dopo, ha affiancato il Comune di Firenze nello stilare le Linee guida per l’uso del genere nel linguaggio amministrativo, per stabilire caso per caso come si potesse rendere il femminile più opportuno. In questo modo, l’uso di termini come ministra, sindaca, poliziotta anziché donna poliziotto e simili (anche se non tutti sono d’accordo nell’impiegarli, donne comprese) ha preso piede non solo nei dizionari, ma anche nel linguaggio dei giornali. Da marzo del 2017, per le donne è possibile richiedere all’Ordine degli Architetti il duplicato del timbro professionale con la dicitura ufficiale di “architetta”.

Perché le istituzioni intervengono su simili questioni ma non sugli anglicismi?

Non ci vorrebbe poi molto per regolamentare anche le alternative per gli anglicismi in nome delle pari opportunità della lingua, oltre che del gentil sesso.

Si parla da anni, e invano, dell’istituzione di un Consiglio Superiore della Lingua Italiana (Csli). Sono state avanzate varie proposte di legge che non hanno avuto nessun seguito e si continuano a tirar fuori dai cassetti per poi rimetterle a dormire senza che nulla sia fatto né legiferato.

Il disegno di legge proposto il 21 dicembre 2001 da alcuni senatori partiva dal presupposto che la lingua italiana è un bene culturale e sociale che non viene tutelato. Nelle intenzioni c’era dunque la diffusione e la promozione dell’italiano nel nostro Paese, attraverso la scuola, i mezzi di informazione, la compilazione di un dizionario dell’uso e di una grammatica ufficiale facilmente aggiornabili. Ma la proposta è caduta nel vuoto. La fondazione del Consiglio è stata poi ripresentata nel 2008, con il Disegno di legge n. 354, rimasto ancora una volta in corso di esame senza esiti; il 22 maggio 2013 è stata presentata una nuova proposta di legge simile a quella del 2001, in cui si faceva riferimento anche al problema degli anglicismi e del loro numero; e ancora, il 17 ottobre 2016, ma a queste proposte non è seguito nulla di concreto.

 

Le istituzioni introducono l’inglese invece di proteggere l’italiano

Invece di costituire il Csli e di tutelare la nostra lingua, gli apparati dello Stato ricorrono sempre più all’inglese, contribuendo in questo modo al depauperamento dell’italiano e al prosperare dell’itanglese.

Da tempo denuncio che il linguaggio della politica è sempre più infarcito di job, act, tax, spending review, question time, quantitative easing, stepchild adoption, ticket, privacy, premier, welfare… Gli anglicismi si stanno diffondendo persino nel linguaggio delle leggi e del fisco oltre che sempre più sui giornali.

Di recente, l’Accademia della Crusca ha preso una netta posizione contro un documento del Miur, il famigerato “sillabo”, scritto in itanglese. Un documento che il ministro Valeria Fedeli (che chiamerò “ministra” solo quando farà qualcosa anche per l’inglese oltre che per la femminilizzazione della sua poltrona) ha giustificato con affermazioni ridicole, invece di porgere le sue scuse agli italiani. Sulla questione del Miur (Licia Corbolante ne ha fatto un resoconto tra i più interessanti) e del linguaggio della politica è recentemente intervenuto anche Michele Cortelazzo in uno speciale sul sito Treccani: “Perché nelle nostre istituzioni si rema contro la lingua italiana”.

Ma davanti a queste riflessioni la risposta del Miur, come ha denunciato Alberto Asor Rosa dalle pagine de La Repubblica è che da quest’anno le domande di finanziamento per i “Progetti di ricerca di rilevante interesse nazionale” (Prin) dovranno essere presentati in lingua inglese! Si tratta di quelle proposte di ricerca scientifica “che il Miur (il ministero dell’Università e della Ricerca scientifica) s’impegna a finanziare dietro accurato esame da parte di apposite commissioni” e che sono una cosa estremamente importante, perché “senza i Prin la ricerca scientifica universitaria sarebbe pressoché agonizzante”. E quindi è sconcertante apprendere che:

All’articolo 4 del bando sono elencate le modalità di «presentazione della domanda». E cosa troviamo, per la prima volta nella storia dei Prin? Troviamo che «la domanda è redatta in lingua inglese»; e che, soltanto se il proponente decide di farlo, «può essere fornita anche una ulteriore ( ulteriore!) versione in lingua italiana». E cioè: l’immensa mole della ricerca scientifica universitaria italiana, per esprimersi ed essere riconosciuta nelle sua validità, deve esprimersi, per farsi riconoscere, in lingua inglese. Solo se lo si desidera — è una specificazione chiaramente di secondo ordine e piano —, può tentare di spiegarsi anche nella ormai antiquata e inappropriata lingua italiana. E cioè: l’interesse nazionale dei Prin deve essere «rilevante»: e però, nonostante l’altisonante autocertificazione, la nazione non entra più, nei modi che le sono propri, nella definizione della richiesta.”

[Alberto Asor Rosa “L’università, la ricerca e gli eccessi dell’inglese”, La Repubblica 27 Aprile 2018]

Si tratta dell’ennesimo sfregio alla lingua italiana, che si inserisce nel problema dell’abbandono dell’italiano nell’università e nella scienza e in una più generale anglicizzazione che penetra nella nostra lingua in ogni settore, da quello del lavoro a quello della tecnica, dall’informatica alla moda

Se la “politica linguistica” italiana continuerà a essere questa, il futuro non potrà che essere l’itanglese.

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Anglicismi in Francia e in Italia: non c’è partita

A Milano, la capitale dell’itanglese, il servizio delle biciclette condivise si chiama BikeMi, e sul sito dedicato la parola bicicletta è assente (si parla solo di bici come sinonimo secondario in fondo, nell’ultima riga) dando per scontato che si chiami servizio di bike sharing. La stessa filosofia adottata sul sito del comune sulla pagina intitolata Bike sharing.

Sulla Wikipedia francese, al contrario di quella italiana, se si cerca bike sharing si viene dirottati alla pagina vélos en libre-service, come si dice in francese, e lo stesso accade per il car sharing che rimanda ad autopartage, così come internet provider è una voce inesistente, perché in francese si dice fournisseur d’accès à Internet.

Ma per fare un confronto tra la situazione degli anglicismi in Francia e in Italia non basta fare qualche esempio, perché si possono scegliere gli esempi favorevoli alle proprie tesi in qualunque direzione, occorre invece fare confronti più sistematici.

Gli anglicismi sono più frequenti in Francia solo in pochi casi

In un curioso articolo dell’Accademia francese, Dominique Fernandez esalta la creatività linguistica italiana e scrive che, anche se siamo un Paese sottomesso agli Stati Uniti (a proposito: in Francia si chiamano EU = États-Unis e non USA come in originale e in italiano), noi diciamo calcio invece di football, campeggio invece di camping (che però in Francia si pronuncia alla francese), panino imbottito invece di sandwich e giro della morte invece di looping.

Queste osservazioni riguardano la frequenza delle parole. Ed è vero: si tratta di esempi in cui gli anglicismi sono preferiti dai francesi, come si evince anche dai grafici Ngram Viewer che, alla faccia di chi nega siano affidabili, funzionano anche nei (non frequenti) casi in cui l’Italia è messa meglio dei Paesi vicini:

football e camping in italiano e francese
La frequenza di football in Francia è estremamente più alta che in Italia, e anche camping è molto più utilizzato che da noi.

È risaputo che in Francia si dica preferibilmente football, e la conferma dei dati del servizio di GoogleBooks arriva anche dalla comparazione tra le frequenze della parola su Le Monde (ricorreva 18.655 volte al 30/5/2017) e su La Stampa (7.846 volte).

Gli esempi fatti dall’Accademia francese sono perciò veri, ma non dimostrano che la situazione da noi sia più rosea, e soprattutto sono vecchi: appartengono al passato. Football, e in generale molta della terminologia calcistica e sportiva (non tutta però) era stata già italianizzata con un certo successo ai tempi del fascismo (la cui politica linguistica fu molto più complessa della semplice messa al bando dei forestierismi, e rappresenta un modello da studiare, oltre che da biasimare in modo chiaro e forte come una via da non ripercorrere). A quell’epoca d’Annunzio inventò la parola tramezzino come alternativa a sandwich, ma purtroppo la creatività linguistica italiana oggi non esiste più e invece di creare alternative alle parole inglesi le importiamo in modo succubo. Infatti, la metà dei neologismi del Nuovo millennio di Zingarelli e Devoto Oli sono in inglese (più precisamente: dalle ricerche grezze sono meno della metà, ma se si aggiungono i derivati semiadattati come whatsappare, downoladare, googleare… superano il 50%). E davanti a questo dato viene da chiedersi quale sia il futuro dell’italiano, se non cambia il vento.


Un confronto all’americana

Ho già pubblicato una comparazione tra francese e italiano, a proposito degli anglicismi, ma voglio aggiungere qualche dato inedito, visto che c’è chi continua a negare che l’italiano sia messo peggio.

Basta cercare sulla Wikipedia francese e italiana gli anglicismi con la lettera A.

VOCE

ITALIANO

FRANCESE

abstract

voce esistente

voce non esistente

ace (tennis)

voce esistente
NOTA: riportata senza alternative italiane

voce esistente
NOTA: esiste l’alternativa as

access point

voce esistente
NOTA: senza alternative italiane

voce non esistente, esiste invece: point d’accès sans fil

account

voce esistente

voce non esistente

account manager

voce esistente  senza alternative

voce non esistente

advergame

 

voce esistente
NOTA: non è riportata l’alternativa per es. di videogioco promozionale o gioco pubblicitario

voce esistente
NOTA: è riportata l’alternativa francese jeu vidéo publicitaire

adware

voce esistente
NOTA: il corrispondente indicato  (“software sovvenzionato da pubblicità”) non è in italiano né adeguato

voce esistente
NOTA: ci sono ben 2 alternative: logiciel publicitaire o publiciel

aids

voce esistente

voce non esistente
NOTA: si è reinderizzati automaticamente alla voce francese sida

airbag

voce esistente
NOTA: viene indicata l’alternativa di cuscino salvavita che però non è in uso

voce esistente
NOTA: vengono indicate le alternative di coussin gonflable (o coussin gonflable de sécurité) in uso

aka

voce esistente

voce esistente

all inclusive

voce esistente
(con traduzione)

voce non esistente
si è reinderizzati automaticamente alla voce fancese tout inclus

angel investor

voce esistente

si rimanda all’espressione inglese equivalente business angel (dunque come fosse una voce esistente)

antidoping

 

si è reindirizzati all’anglicismo doping
NOTA: si riporta l’alternativa drogaggio ma non dopaggio

voce non esistente (in francese antidoping è il nome di un complesso musicale) e la voce doping non esiste: si è reindirizzati a dopage

antitrust

voce esistente
NOTA: è riportata l’alternativa anti-monopolio, che non è una voce (l’alternativa italiana è reindirizzata sull’anglicismo)

voce definita come anglicismo con rimando alla voce francese droit de la concurrence

apartheid

voce esistente

voce esistente

assist

voce esistente
senza alternativa

voce non esistente

autofocus

voce esistente

voce esistente

 

In sintesi: su 17 anglicismi con la A presenti nella Wikipedia italiana, solo 8 esistono anche in quella francese. In generale, a parte il caso di apartheid, tutti gli anglicismi in francese hanno un corrispettivo autoctono, mentre solo 8 di quelli in italiano riportano equivalenti o traduzioni utilizzabili.

Queste percentuali non cambiano se si procede a cercare gli anglicismi con le altre lettere dell’alfabeto. Ma se qualcuno volesse ancora negare l’evidenza e sostenere il contrario, lo invito a fornire un elenco di anglicismi in francese con la A che non esistono in italiano.

 

Perché queste differenze oggettive?

A fare la differenza non c’è solo la politica linguistica francese e la legge Toubon, c’è anche il fatto che in Francia, come in Spagna, le accademie creano le alternative agli anglicismi, che raccomandano e pubblicizzano.

È interessante dare uno sguardo alle proposte francesi del 2018 (e vedere il video promozionale in proposito):

smartphone (che da noi è a volte spacciato per “prestito di necessità”) è affiancato da mobile multifunction;
net neutralityneutralité de l’internet;
smart tvtéleviseur connecté;
blockchainchaîne de blocs;
deep webtoile profonde;
peer-to-peerpair à pair;
back officearrière-guichet;
thumbnailimagette;
e le fake news che da noi circolano come fosse l’unica espressione possibile (notizie false o bufale? Che vergogna! Che parole antiche!) in Francia si sono trasformate anche in infox (info = informazione + faux = falso).

Naturalmente, va detto che non tutte le alternative prodotte hanno successo, alcune funzionano, altre meno. Ma complessivamente il numero e la frequenza degli anglicismi sono arginati, rispetto all’Italia, e anche quando una proposta sostitutiva non entra nell’uso esiste almeno la possibilità dei parlanti di scegliere, che da noi manca.

E allora la libertà è più tutelata dalla legge Toubon, che alcuni vendono come qualcosa che impedisce ai francesi di parlare come vogliono, ma che offre la possibilità di dirlo in francese, o in Italia, dove si fanno circolare solo gli anglicismi?

La politica linguistica francese: impariamo dalla legge Toubon [2]

L’argomentazione  preferita di chi è contrario ai provvedimenti sulla lingua è che la legge Toubon non funziona.

L’altro giorno, nella trasmissione Tutta la città ne parla, mi è stato fatto notare che ormai anche i francesi dicono pc invece di ordinateur, come a dire che “ormai” anche la Francia cede all’inglese. Da quello che si ricava da Ngram Viewer,  però, risulta che fino al 2008 la frequenza della parola computer è irrisoria, e anche quella di pc (la frequenza di pc sale, ma rimane molto al di sotto di ordinateur, solo se si includono le occorrenze in maiuscolo, ma queste comprendono molte altre accezioni oltre a quella informatica: partiti politici, sigle tecno-scientifiche…):

pc_ordinateur_computer in Francia
La frequenza di ordinateur, pc e computer in Francia.

E allora queste impressioni su come parla la gente non mi pare siano dimostrabili. Se si ragiona sulle impressioni si può dire un po’ quel che si vuole. E comunque, tirare fuori qualche esempio che non ha attecchito non dimostra che la legge Toubon non ha funzionato, bisogna vedere le cose complessivamente e in modo più articolato.

L’altro argomento più frequente degli “anti-toubonisti” è che ci sarebbe una certa spaccatura tra la lingua ufficiale e quella che parlano i cittadini, dunque la legge sarebbe un provvedimento restrittivo di facciata, esattamente come da noi i giornali si son messi a scrivere ministra e avvocata per seguire le prescrizioni ministeriali – che adottano due pesi e due misure: intervengono sulla femminilizzazione delle cariche, mentre negano che la politica linguistica debba essere fatta per gli anglicismi – ma tanto le donne avvocato si definiscono “avvocato” e la gente parla in un altro modo.

Valeria della Valle, per esempio, in un articolo sul sito dell’accademia della Crusca scrive:

Del resto anche la lingua francese, pur difesa da una legge apposita (la legge Toubon del 1994) è ‘inquinata’ dall’inglese: nelle strade  di Parigi i nomi dei negozi e le pubblicità affisse ai muri parlano inglese, e il franglais è diffusissimo.

Su quali basi e su quali numeri si basano queste affermazioni? A quali studi si fa riferimento?
Non si sa. Non ci sono fonti. Solo impressioni. E invece di guardare alle politiche linguistiche della Spagna, della Francia o della Svizzera, si guarda al passato come se l’unica possibilità di una politica linguistica fosse quella (deprecabile) del fascismo.

Se chi dice che la legge Toubon non ha funzionato ha dati seri in proposito (io non ne ho trovati e anzi ne ho prodotti molti che dimostrano che funziona egregiamente) li tiri fuori, altrimenti è solo propaganda.


La legge Toubon funziona

Nel 1988, a proposito del modello francese, Gian Luigi Beccaria scriveva:

Il suggerimento assai bello di prêt-à-manger, sul modello di prêt-à-porter, non ha sostituito fast food. L’Accademia di Francia ha proposto inutilmente di sostituire dopage a doping”.

Gian Luigi Beccaria, Italiano. Antico e nuovo, Garzanti, Milano, 1988, p. 220.

A quell’epoca, questa impressione di Beccaria era difficile da dimostrare o da confutare.

Oggi abbiamo gli strumenti per vedere se è davvero così.  Invece di esprimere giudizi basati sul “secondo me”, bisogna andare a vedere come stanno le cose. È vero: prêt-à-manger non ha avuto successo. Tuttavia, cercando fast food negli archivi di Ngram Viewer di italiano e francese, da noi ha una frequenza di sei volte superiore a quella che si registra in Francia, e lo stesso divario risulta dal confronto con il corpus spagnolo. In altre parole, all’estero usano l’anglicismo in modo sensibilmente più sporadico. Quindi, se anche una sostituzione proposta non diventa popolare, intanto c’è, al contrario di quanto accade in Italia. In secondo luogo la frequenza degli anglicismi si riduce ed è arginata, anche se non di certo eliminata.

Quanto a doping e dopage, Beccaria si sbagliava, doping era già stato arginato quando scriveva. E dopo la legge Toubon del 1994 è stato praticamente sbaragliato da dopage.

dopage e doping
La frequenza di dopage e doping.

In Francia ci sono molti precedenti di anglicismi che regredisono, diversamente da quanto avviene in Italia.

Nel 2010, Tullio De Mauro sosteneva: “Non mi pare che la legge Toubon abbia dato grandi risultati”, anche se ammetteva di non avere statistiche precise.
Nel 2016 ribadiva che i risultati sulla stampa non erano

“brillanti come può vedersi ad esempio leggendo un giornale dallo stile sorvegliato come Le Monde (…) si trovano nei titoli e negli articoli anglismi presenti anche in italiano e altre lingue” come “boom, budget, meeting, football, marketing, match” e persino termini “non usati” in Italia come “biopic”.

Fonte: È irresitibile l’ascesa degli anglicismi?

Ma queste impressioni sono vere?
No. Basta confrontare gli archivi di Le Monde con quelli di un giornale italiano come per esempio La Stampa (che ha reso i suoi archivi storici disponibili gratuitamente).  Con le dovute cautele che derivano dalla comparazione di archivi molto diversi tra loro:

la presenza dei termini boom, meeting, marketing e match è estremamente superiore da noi, e solo budget e football sono più usate in Francia. Persino il termine biopic è utilizzato 9 volte da Le Monde e 18 volte da La Stampa.

Antonio Zoppetti Diciamolo in italiano. Gli abusi dell’inglese nel lessico dell’Italia e incolla, Hoepli, Milano 2017, p. 17.

 

Aggiungo qualche altro esempio sulla grande differenza della frequenza degli anglicismi tra Francia e Italia. Da noi, la parola killer nei titoli di giornale rimpiazza quasi sempre le possibilità italiane di assassino, omicida e simili. In Francia killer si usa, ma con moderazione e buon senso, non in modo stereotipato come fosse l’unica parola possibile:

 

killer
La frequenza di killer in italiano e francese.

E chi nega che Ngram Viewer sia uno strumento affidabile dovrebbe tenere presente che per prima cosa dipende da come si usa e da che tipo di ricerche si fanno: in questi esempi si dimostra piuttosto affidabile, perché se si incrociano questi risultati con quelli che emergono dallo spoglio dei giornali sono molto coerenti.

Cercando sugli archivi del Corriere della Sera (al 19 aprile 2018) ci sono 2.732 risultati per assassino e 2.679 per assassini che messi insieme non arrivano a 7.947 occorrenze di killer (per la cronaca: ci sono 1.419 risultati per omicida e anche includendo questa variante la somma delle parole italiane è inferiore a quella dell’anglicismo). Le stesse ricerche su Le monde confermano i dati di Ngram: dal 1998 a oggi ci sono 4.944 documenti per tueur, 4.212 per assassin e 1.473 per killer.

Passando a un altro parametro ancora, se si cerca doping sulla Wikipedia francese (che cito come un indicatore di popolarità e non di autorevolezza) si viene rimbalzati alla voce dopage, e questo avviene per moltissimi altri anglicismi: conteneur e non container, cadreur e non cameraman… e così il computer è ordinateur, il software è logiciel… Persino le sigle, noi preferiamo tenercele così come ci arrivano dagli Stati Uniti, invece di adattarle alla nostra lingua. In Francia si parla di SIDA (Sindrome di ImmunoDeficienza Acquisita, come si dice in spagnolo e in portoghese)  e non di AIDS, di OVNI (Oggetti Volanti Non Identificati) e non di UFO, e il DNA è ADN (Acido DesossiriboNucleico).

Quando invece gli anglicismi sono in circolazione, la loro frequenza è mediamente più bassa in Francia che in Italia, come nel caso di playback.

 

playback
La frequenza di playback in Italia e in Francia.

Di esempi di questo tipo se ne possono fare a centinaia.

Questa è la realtà.

Poi ci sono anche i casi in cui le sostituzioni non sono diventate popolari, come fouineur invece di hacker o frimousse invece di smile, ma se non altro esistono, si producono alternative non inglesi e i parlanti sono liberi di scegliere. Mi pare già un buon risultato, visto che in italiano ci mancano le parole e la possibilità di scegliere, a proposito di “imposizioni” e di democrazia.

In conclusione:  l’opinione diffusa che la politica linguistica francese non ha funzionato è una notizia falsa, una bufala. L’anglicizzazione in Francia non è certo assente, ma non è assolutamente paragonabile a quella dell’Italia.

Dovremmo imparare dai francesi invece di sostenere la politica dell’Italia e incolla e di vergognarci di usare l’italiano. Stiamo depauperando il nostro patrimonio linguistico e la nostra storia credendo in questo  modo di essere moderni e internazionali, ma siamo semplicemente stupidi.

Abuso di anglicismi: ne ho parlato su radio 3 e su “Libreriamo”

Rassegna stampa

Segnalo la puntata di “Tutta la città ne parla” su radio 3, andata in onda questa mattina e dedicata alla controversia tra il Miur e l’accademia della Crusca, a proposito del linguaggio anglicizzato del Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca (conduttore: Pietro Del Soldà).

Ho partecipato insieme al presidente della Crusca Claudio Marazzini, al linguista Salvatore Claudio Sgroi, a Carmela Palumbo del Ministero dell’istruzione e al professore di Storia della lingua italiana nell’Università di Napoli Nicola De Blasi.

Per chi la volesse ascoltare è disponibile sul sito della trasmissione (il secondo documento del 19/04/2018).

 

Per chi preferisce leggere, invece che ascoltare, segnalo anche l’intervista “Perché l’abuso dell’inglese rischia di uccidere la lingua italiana” che mi ha fatto da Tokyo Laura Imai Messina scrittrice, docente universitaria e ricercatrice.

 

E infine un pezzo su Ultima Voce che riprende i temi della trasmissione in radio e di Diciamolo in italiano.

La politica linguistica francese: impariamo dalla legge Toubon [1]

Se in Svizzera si investe sulla tutela e la promozione dell’italiano, e se da loro si dice l’ora delle domande al posto di question time, la lezione che ci arriva dalla Francia è ancora più significativa, per comprendere cosa significhi avere una politica linguistica e a cosa possa servire.

La storia della politica linguistica  francese

Nel 1965, De Gaulle commissionò a René Étiemble (autore di Parlez-vous franglais?) un rapporto sullo stato della situazione e fu così istituita una commissione per la terminologia dell’amministrazione per individuare le lacune del vocabolario e proporre nuove parole da sostituire ai termini stranieri.
Dopo questo passo arrivarono i primi provvedimenti legislativi: il decreto del primo ministro Jacques Chaba-Delmas, nel 1972, seguito durante il governo Chirac, nel 1975, da una legge firmata Valérie Giscard d’Estaing. Nel 1984 furono invece i socialisti, visto che la difesa della lingua non è né di destra né di sinistra, a presentare un progetto di legge per vietare i forestierismi nelle pubblicità o nelle denominazioni dei contratti di lavoro, e non certo per sciovinismo, ma per “difendere l’integrità della lingua francese” sancita dalla loro Costituzione: l’articolo 2 recita che “la lingua della Repubblica è il francese”. Nel 1985, dopo l’istituzione di una nuova commissione (attraverso un decreto del primo ministro Pierre Mauroy) fu pubblicato un arricchimento ufficiale del vocabolario con una lista di termini proposti da utilizzare nell’amministrazione e nelle professioni, per esempio cadreur (cameraman), distribution artistique (cast), contrôle (check out), conteneur ( container).

La legge Toubon

Nel 1994 è arrivata la legge Toubon, che rende obbligatorio l’uso del francese non solo in ogni atto governativo, ma anche nelle scuole di Stato, nei luoghi di lavoro e nelle contrattazioni commerciali. Per rispetto alla lingua francese e ai francesi, oltre che per la trasparenza della comunicazione, nel linguaggio istituzionale non si possono introdurre anglicismi al posto di termini francesi, e nessun politico può – né si sognerebbe mai – di introdurre act al posto di leggi, tax al posto di tasse, né di riempirsi la bocca di anglicismi ostentati come question time, spending review, stepchild adoption, voluntary disclosure e tutte queste simili porcherie.

Inoltre, sul lavoro è vietato usare termini stranieri, proprio in nome della trasparenza. Non appena un’azienda si stabilisce nel territorio francese, tutti, i contratti e i documenti, inclusi i programmi informatici, in francese logiciel (e non software), devono essere disponibili in francese. Alcune aziende come la General Electric Medical Systems sono state condannate e multate per non aver tradotto in francese le istruzioni dei propri prodotti.

E “Alcune società sono state severamente sanzionate negli ultimi anni dai tribunali per l’uso illegale dell’inglese. Ad esempio, la società americana GEMS, nel marzo 2006, è stata multata di 570.000 euro per aver trasmesso documenti in inglese senza traduzione ai suoi impiegati francesi. Allo stesso modo per Danone”.

Cfr. Itanglese: due punti di vista dall’estero.

 

Le false opinioni dei linguisti italiani

I provvedimenti francesi da noi hanno sempre suscitato perplessità, perché il nostro unico esempio di politica linguistica è stato quello del fascismo, e parlare di queste cose rischia di scatenare reazioni emotive e di pancia, come se l’unica politica linguistica possibile fosse quella del passato.

Nel 1993 Tullio De Mauro così salutava la notizia della legge Toubon:

Mi si chiede di commentare la legge del Toubon. La prima reazione è che si tratti di uno scherzo. Ma fonti autorevoli dicono di no. Il Toubon fa sul serio. Bisogna rassegnarsi (…) Monsieur Toubon crede di potere arrestare ciò impedendo ai francesi di dire jeans o Chinatown.

Tullio De Mauro, “La legge del Toubon…”, La Repubblica, 22 ottobre 1993.

Naturalmente la legge in questione non proibisce ai francesi di dire jeans, questa è un’affermazione falsa e tendenziosa, e usare la lingua francese nei contesti istituzionali è un segno di civiltà che dovremmo imitare invece che schernire. Ognuno parla come vuole, naturalmente, ma per poter esercitare una scelta bisogna che le alternative esistano e circolino. Da noi nessuno le propone e le fa circolare.

Le posizioni di questo tipo di “liberismo linguistico” di De Mauro si basano su quanto diceva anche Gian Carlo Oli: la lingua non va difesa va studiata. Il che è verissimo per un linguista, ma presuppone che una lingua sia in salute. Invece le lingue si possono ammalare e anche morire. Secondo Claude Hagège, ne muoiono ben 25 all’anno, nel mondo, e se oggi quelle vive sono circa 5.000, fra un secolo saranno la metà, se non cambia qualcosa. E la principale minaccia è proprio l’inglese, che

svolge un ruolo di primo piano tra i fattori della morte delle lingue.”

Claude Hagège, Morte e rinascita delle lingue. Diversità linguistica come patrimonio dell’umanità, Feltrinelli, Milano 2002, p. 7.

E allora cosa succede se, studiando, si scopre che l’italiano è in pericolo?

Quando ho cominciato a occuparmi di anglicismi la pensavo come De Mauro e Oli, non credevo che l’inglese rappresentasse un problema. Ma poi, andando a studiare e a contare ciò che sta accadendo, mi sono accorto che non era così. E se l’italiano è ammalato bisogna intervenire, come cittadini più che come linguisti.

Da tempo si sta facendo strada il concetto di ecologia linguistica. Da tempo la globalizzazione e il monolinguismo stereotipato che conduce all’inglese rappresenta un pericolo per le lingue locali. In Francia e in Spagna lo hanno capito e hanno adottato provvedimenti. In Italia no. E quel che è peggio, importanti linguisti fanno circolare in proposito notizie false, che è ora di smontare, numeri alla mano…

[continua]

L’italiano degli svizzeri: “question time”? No grazie.

La varietà delle lingue è un valore e una ricchezza che va preservata esattamente come va tutelata la biodiversità, visto che le lingue sono vive, e dunque possono anche ammalarsi e morire.

La confederazione Svizzera rappresenta un modello di plurilinguismo molto avanzato cui guardare come esempio, davanti al monolinguismo internazionale imperante basato sull’inglese. Questo Paese ha quattro lingue ufficiali e un ricco patrimonio di dialetti. Poiché l’italiano è parlato solo dall’8,1% della popolazione (nel canton Ticino e in quattro valli del canton Grigioni: Mesolcina, Calanca, Poschiavo e Bregaglia) ed è in minoranza rispetto al tedesco (63.5 %) e al francese (22.5 %), il Consiglio Federale ha fatto della promozione dell’italiano una priorità. Nel progetto sulla cultura 2016-2020 ha stanziato fondi per rafforzare la presenza della lingua e cultura italiana nell’insegnamento, nella formazione bilingue e attraverso una serie di manifestazioni culturali.

E così, paradossalmente, la lingua italiana è più tutelata in Svizzera che da noi, dove non esiste alcuna politica linguistica, anzi, il  linguaggio della politica, nel nuovo Milllennio si è anglicizzato sempre di più introducendo le parole inglesi nelle leggi, nelle istituzioni e nel cuore dello Stato.

La politica dell’Italia e incolla

Dopo i primi anglicismi come il ticket ospedaliero, la privacy e il welfare, e dopo la tendenza a chiamare premier il presidente del Consiglio, come indicato nella Costituzione, ormai le imposte sono tax (minimum tax, carbon tax, flat tax, city tax, local tax, web tax, Robin tax…) e dopo il jobs act le leggi tendono a esser act e il lavoro è job, tra spending review, quantitative easing, spoils system, flexicurity, devolution, deregulation, election day, government, establishment, stepchild adoption, voluntary disclosure, question time

Parole di cui vergognarsi, queste, più che da sbandierare, anche perché per molti cittadini sono poco chiare, quando non sono incomprensibili, e spesso sono impiegate dai politici proprio per mascherare ed edulcorare come stanno le cose. I centri di collocamento si ribattezzano job center per far finta di introdurre innovazioni moderne che non esistono se non nel suono. E chiamare jobs act l’abolizione dell’articolo 18 è puro marketing nella sua accezione più negativa.

 

Question time un esempio che la dice lunga

Question time è un’espressione copiata dal linguaggio politico inglese e introdotta senza alternative nel Parlamento italiano.

Si tratta più semplicemente dell’ora delle domande in cui, durante una seduta, i parlamentari rivolgono le loro interrogazioni ai ministri in merito al loro dicastero. E allora perché si chiama in inglese?
I perché vanno ricercati nel considerare l’inglese un modello culturale superiore a quello italiano e nel vergognarci di usare la nostra lingua.

Ci sono state in passato proteste e petizioni degli stessi parlamentari, per dirlo in italiano, ma sono rimaste inascoltate e nulla è cambiato, né nel parlamento, né nel linguaggio dei giornali.

In Svizzera invece, molto semplicemente, si è chiamata l’ora delle domande, e sui giornali del Ticino si chiama così, in modo che lo capisca anche un bambino (vedi Ticinonews o Tio).

question time
La frequenza di question time in italiano, francese e spagnolo nei grafici di Ngram Viewer (1965-2008). L’espressione si è diffusa negli anni ’80; nei Paesi con una politica linguistica è stata fermata ed è regredita, da noi è decollata.

In Spagna si dice il turno de preguntas (= turno delle domande), e in Francia – dove la lingua è il francese (come scritto nella loro Costituzione), obbligatorio nel linguaggio istituzionale, perché esiste una politica linguistica sancita in varie leggi tra cui la legge Toubon (1994) – si dice  période de questions (= periodo delle domande).

Dovremmo imparare da questi  Paesi, invece di andare verso il depauperamento del nostro patrimonio linguistico per sposare il monolinguismo basato sull’inglese.

Dovremmo introdurre anche noi una “guardia svizzera” per proteggere la nostra lingua, che fa buchi da tutte le parti come una forma di groviera.

Dovremmo mangiare più bistecche svizzere e meno hamburger, visto che parlare come si mangia può diventare pericoloso, nell’era dei master chef televisivi all’americana.

Dai cantoni svizzeri ci arriva un esempio da seguire e una grande lezione, perché question time è una “cantonata” e dovremmo cominciare anche noi a usare l’italiano: l’ora delle domande. La Svizzera ci ha regalato un precedente in italiano che adesso esiste ed è in circolazione!

Come entrano gli anglicismi: avvistata una “trap-cam”

L’altro giorno mi sono imbattuto nella notizia dell’avvistamento di un gatto selvatico nel Trentino, ma soprattutto nell’avvistamento di un nuovo anglicismo: la trap-cam.

 

TRAP-CAM corriere della sera 5_4_2018

Il Corriere della Sera in rete riportava così la notizia, nella sua prima pagina. E seguendo il collegamento si può leggere la spiegazione:

Il gatto selvatico arriva a Trento: per la prima volta sul monte Bondone

Un esemplare di Felis silvestris «catturato» da una trap-cam piazzata per monitorare gli spostamenti degli orsi. E’ una specie tutelata a livello nazionale e europeo

di Redazione Online

 

Ma cos’è una trap-cam?

Questa espressione non esiste in alcun dizionario italiano, nemmeno tra gli infiniti neologismi della Treccani o sulla Wikipedia. In rete è di bassissima frequenza e quasi non si trova. Non compare nei dizionari di inglese, e la Wikipedia britannica parla invece di camera trap, cioè una telecamera che si attiva attraverso sensori ottici.

L’articolo in questione è italiano, non si tratta dei soliti casi di scopiazzamenti dalle fonti americane che producono una gran quantità di anglicismi inutili per prigrizia e incapacità. E allora da dove viene?

Viene dalla “redazione online” del Corriere della Sera, che probabilmente significa gente sottopagata che fa quel che può. E il giornalista anonimo che ha scritto questo titolo deficiente (deficiente di una spiegazione che sarebbe dovuta, per rispetto verso i lettori) usa un’espressione del genere che non è nemmeno virgolettata, come fosse una cosa comune. In questo grande pezzo di giornalismo le virgolette sono invece apposte sulla parola “catturato”, una scelta davvero  strategica.

Non c’è alcuna esigenza di fornire alternative a questa parola. Si battezza in questo modo con un anglicismo un oggetto che si sforzerà eventualmente il lettore di far corrispondere a una parola italiana equivalente. Ma che cosa può fare un lettore, a questo punto, se non ripetere trap-cam o pensare che si dica così? Forse può fare come me e non comparare più il Corriere della Sera. Ma a parte questo, quali sono le alternative che un articolo del genere ci offre per parlare?

Leggendo l’articolo si parla in modo impreciso di foto-trappola, che però non è un sinonimo equivalente, e confonde lo strumento (una telecamera a sensori) con il risultato (la fotografia).

È in questo modo che entrano gli anglicismi. È in questo modo che oggi si fa giornalismo. Senza nessuna cura per la lingua italiana e per gli italiani, e tanto meno per le buone regole della comunicazione. Con una buona dose di ignoranza, pressapochismo, fretta e tutto purché suoni inglese.

Quando il Titanic affondò, nel 1912, la parola iceberg circolava, nell’italiano e anche nell’articolo che ne parlava. Ma il titolo de La Stampa parlava di un banco di ghiaccio, in modo da arrivare a tutti. In modo da usare la lingua italiana. Quale giornalista oggi farebbe una scelta del genere?

Titanic 16 aprile 1912

I giornali stanno depauperando la lingua italiana

Il punto non è la trap-cam, questo è solo un esempio di quello che avviene quotidianamente nel Titanic linguistico del giornalismo. E in questa trascuratezza, in questa sempre più frequente ignoranza lessicale e rinuncia a parlare l’italiano a cui ormai ci siamo assuefatti, va rintracciata una delle principali cause della moltiplicazione degli anglicismi in questi ultimi 30 anni.

Mi auguro che trap-cam sia solo  un occasionalismo destinato a scomparire. Ma comunque è un precedente. Che si aggiunge a qualcun altro e che rimarrà in rete, nella speranza che dopo un periodo di latenza non ritorni e non si diffonda. Come è avvenuto per migliaia di altre parole arrivate in avanscoperta timidamente, magari come questa che si appoggia a un anglicismo ormai nella disponibilità di tutti, cam, che ricorre in webcam, webcamgirl e camgirl, cameracar, cameramen… una rete di anglicismi che si sta espandendo nel nostro lessico, che è ormai una lingua nella lingua.

E pensare che camera è un anglicismo di ritorno: l’italiano camera ci è ritornato con il nuovo significato di telecamera.

In Spagna esiste il Dizionario panispanico dei dubbi (Diccionario panhispánico de dudas, 2005) che riporta le alternative agli anglicismi e rappresenta un punto di riferimento che mantiene l’omogeneità della lingua di tutti i Paesi. E la sua presentazione, a Madrid, avvenne alla presenza dei responsabili di quasi tutti i giornali più importanti di lingua spagnola, che sottoscrissero un accordo:

Consci della responsabilità che nell’uso della lingua ci impone il potere di influenza dei mezzi di comunicazione, ci impegniamo ad adottare come norma fondamentale di riferimento quella che è stata fissata da tutte le accademie nel Dizionario panispanico dei dubbi, e incoraggiamo altri mezzi affinché aderiscano a questa iniziativa.

Gabriele Valle, “L’esempio della sorella minore. Sulla questione degli anglicismi: l’italiano e lo spagnolo a confronto”, in Studium. Saperi e pratiche della speranza tra teologia e filosofia, a cura di Vincenzo Rosito, Anno 109, settembre/ottobre 2013, n. 5, p. 757.

 

Da noi non ci sono molte opere che fanno circolare le alternative agli anglicismi e il gruppo Incipt dell’accademia della Crusca, a 3 anni dalla sua costituzione, si è limitato a diramare 9 comunicati stampa con una ventina di parole.

Intanto i giornali usano un linguaggio sempre più anglicizzato soprattutto nei titoli, con le parole inglesi urlate in bella vista. Eppure godono di finanziamenti pubblici, che sono poi i soldi di noi cittadini, che li fanno sopravvivere. Personalmente legherei questi finanziamenti anche all’uso corretto della nostra lingua. Che è un parimonio da salvaguardare, non da distruggere. Almeno come va tutelato il gatto selvatico.

Toglierei un euro di finanziamento pubblico per ogni anglicismo utilizzato. Alla fine dell’anno probabilmente la maggior parte dei giornali sarebbe in debito verso lo Stato, e di molto.