Nasce la comunità “Attivisti dell’italiano” contro l’abuso dell’inglese

attvisti per l'italianoGli Attivisti dell’italiano sono una libera associazione di persone – apolitica e apartitica – che si oppone all’abuso dell’inglese e contrasta l’anglicizzazione della nostra lingua impegnandosi concretamente a utilizzare un lessico italiano nel linguaggio e nella comunicazione di tutti giorni. Davanti al numero sempre più crescente di parole inglesi utilizzate dai mezzi di informazione, fare circolare i sostitutivi italiani è fondamentale per la salvaguardia della nostra lingua e per il suo futuro.

Perché gli apparati mediatici, nel 2017, ci hanno imposto le fake news invece delle notizie false, bufale, mistificazioni o “notizie pacco”? Perché ripetono ossessivamente e senza alternative espressioni come spending review o flat tax invece di quelle che abbiamo come taglio (o revisione) della spesa e di tassa forfettaria, unica o piatta?

E soprattutto, quali sono le conseguenze di questa strategia comunicativa basata sul ricorso all’inglese sistematico  e vissuto come più evocativo e moderno?

La risposta è semplice: la regressione dell’italiano. Se le nostre parole vengono usate sempre meno, giorno dopo giorno suonano più obsolete e insolite, per finire con il diventare inutilizzabili. Quelle inglesi, al contrario, si acclimatano e si sedimentano come più precise e attuali trasformandosi in “prestiti sterminatori” che fanno morire gli equivalenti del bel paese dove il sì suona.

giornali2Se i titoli dei giornali non fanno altro che urlare pusher o killer, la gente li ripeterà sempre più frequentemente fino a quando spacciatore e assassino non ci verranno più spontanei o suoneranno antiquati. Come è accaduto a calcolatore ed elaboratore, in vita e normali sino agli anni ’90, ma oggi inutilizzabili e morti davanti a computer.
Se cessiamo di dire parrucchiere davanti al moltiplicarsi delle insegne con scritto hair stylist, o se trucco ci suona più svilente di makeup, per quanto tempo i nostri equivalenti potranno sopravvivere senza apparire un linguaggio da “vecchie signore cotonate”, come ha osservato Luisa Carrada?

Ecco perché gli Attivisti dell’italiano considerano fondamentale non abbandonare le nostre parole. Se vogliamo che rimangano vive, e che evolvano insieme all’evoluzione del mondo, le dobbiamo utilizzare.

etichettario antonio zoppetti cesati editore
Una pagina tratta da L’etichettario. Dzionario di alternative italiane a 1800 parole inglesi, Franco Cesati Editore, 2018.

Noi “attivisti” non ci vergogniamo dell’italiano e ne siamo orgogliosi!
A chi dice che i nostri equivalenti suonano come “vecchi” o “non tecnici” rispondiamo che, proprio utilizzandoli, ci battiamo per svecchiarli e renderli attuali, in nome della libertà di espressione di ogni individuo.
A chi, in malafede, associa le nostre libere scelte alle epurazioni dei barbarismi di epoca fascista rispondiamo che ognuno è libero di parlare come vuole, e che nessuno – a proposito di libertà – ha il diritto di imporre agli altri il monolinguismo stereotipato basato sull’inglese contrabbandato come la scelta più appropriata o come l’unica forma di comunicazione possibile.

“La nostra lingua è un bene comune. È un patrimonio di cultura, di bellezza, di storia e di storie, di idee e di parole che appartiene a tutti noi, che vale, che ci identifica come individui, come cittadini e come Paese. Dovremmo averne cura”, ha scritto Annamaria Testa. Ma ormai non viene più spontaneo parlare di tetto di spesa al posto di budget a disposizione, dire trasferimento invece di download, personale invece di staff, abbiamo dimenticato l’esistenza del verbo compitare al posto di fare lo spelling e di tanti altri nostri vocaboli. Stiamo insomma smettendo di “pensare” in italiano, prima ancora che di parlarlo! E allora, di fronte al dilagare dell’inglese, usare il lessico italiano in modo attivo è un atto civico, un dovere morale, perché è solo l’uso che fa la lingua:

L’assuefazione e l’uso ci rende naturale, bella ec. una parola che se è nuova, o da noi non mai intesa ci parrà bruttissima deforme, sconveniente in se stessa e riguardo alla lingua, mostruosa, durissima, asprissima e barbara.

[Giacomo Leopardi, Zibaldone, 2 luglio 1821, pag autogr. 1263, alla p. 1207. marg.]

Due secoli fa questa riflessione era volta ad aprire la nostra lingua all’italianizzazione delle parole straniere, come “precisazione”, all’epoca considerata un francesismo sconveniente. Ma oggi è la nostra lingua madre ad apparire “sconveniente” o “bruttissima”, davanti all’anglomania sempre più scriteriata. E le osservazioni di Leopardi si sono rovesciate e vanno applicate, tristemente, al nostro lessico storico, se lo vogliamo conservare.


Denuncia, alternative e attivismo

La costituzione della comunità degli Attivisti dell’italiano è la terza fondamentale tappa di un progetto culturale ben più ampio.

Attraverso il sito e il libro Diciamolo in italiano ho provato a dimostrare con i fatti e con i numeri che l’anglicizzazione è un’evidenza incontrovertibile, da troppo tempo negata e sottovalutata dai linguisti. Ma il fenomeno non è solo un fatto linguistico, bensì sociale. Per questo, dopo la denuncia di quanto sta accadendo, banner rosso 250la seconda tappa è stata la costituzione del dizionario AAA delle Alternative Agli Anglicismi affiancato dal libro L’etichettario. Dizionario di alternative italiane a 1.800 parole inglesi. In Francia e in Spagna, progetti come questi sono realizzati dalle accademie e dalle istituzioni, ma poiché in Italia nulla di tutto ciò è mai stato fatto, era necessario realizzarlo “dal basso” in modo indipendente. Oltre 3.600 anglicismi che circolano nella nostra lingua sono oggi affiancati dalle alternative e dai sinonimi italiani in uso o possibili. AAA è in questo modo diventato una comunità che vive e si alimenta delle segnalazioni dei lettori, e gli equivalenti italiani sono oggi finalmente accessibili a tutti. Ma anche questo non è sufficiente.
Perché le alternative entrino in uso, vengano utilizzate e praticate è necessaria una terza tappa. Occorre promuoverle, occorre sensibilizzare tutti sulla regressione dell’italiano, occorre dare vita a una vera e propria rivoluzione culturale per riappropriarci della nostra lingua in modo attivo e senza vergognarcene.

Non vogliamo fare alcuna “crociata”, vogliamo al contrario organizzare la resistenza di fronte alla colonizzazione della nostra bella lingua che rischia di soccombere davanti all’inglese globalizzato che si espande insieme alla lingua delle multinazionali e dei mercati.
Praticare l’italiano in modo attivo non significa essere ostili ai contributi delle altre lingue (di tutte le lingue, però), né essere retrogradi, conservatori, autarchici o sovranisti. Significa al contrario amare la nostra lingua e andarne fieri. Ricorrere esclusivamente all’inglese, e abusarne, è il sintomo di un complesso di inferiorità che colpisce soprattutto la nostra classe dirigente che preferisce “elevarsi” attraverso gli anglicismi, ma così facendo fa morire l’italiano, e di giorno in giorno lo sta trasformando nell’itanglese.

Alberto Sordi Un Americano a RomaCome si legge nel nostro Manifesto, noi non abbiamo alcun complesso di inferiorità nei confronti dell’inglese, anzi, consideriamo sciocchi e ridicoli coloro che vi ricorrono per darsi un tono. Sono solo gli epigoni dell’Alberto Sordi di Un americano a Roma o di macchiette come quella della canzone di Renato Carosone, ma hanno  perso di vista la natura parodistica del voler “fare gli americani” e l’hanno elevata tragicamente a strategia comunicativa.

Gli Attivisti dell’italiano ridono della classe dirigente anglofila, “zerbinata” di fronte alla cultura angloamericana. Disprezzano il linguaggio anglicizzato dei mezzi di informazione e plaudono invece a nuovi modelli culturali che considerano decisamente superiori. Nella sezione “Hanno detto” sono raccolte le dichiarazioni di personaggi pubblici che si sono espressi contro l’abuso dell’inglese. Questi sono i nostri modelli di riferimento: linguisti come Tullio De Mauro, giornalisti come Corrado Augias, registi come Nanni Moretti, cantanti come Elio (delle Storie Tese), scrittori come Dacia Maraini, artisti come Riccardo Muti, personaggi di spicco come Annamaria Testa, scienziati come Maria Luisa Villa…


Dai lamenti all’azione: diventa Attivista dell’italiano e sostienici!

Per aderire al movimento non c’è da pagare alcuna quota né sbrigare alcuna formalità. Lo si può fare in modo spontaneo e “interiore”. Per diventare Attivisti dell’italiano è sufficiente impegnarsi anche solo simbolicamente, e mettere in pratica almeno uno dei punti del nostro Manifesto, attraverso piccoli gesti quotidiani che sono però quelli che contribuiscono a preservare la nostra lingua.

Per rimanere in contatto con la comunità  è sufficiente registrarsi in Rete lasciando il proprio indirizzo di posta elettronica, per ricevere un bollettino mensile sulle iniziative del gruppo e sui temi legati all’abuso dell’inglese.

Per esternare l’adesione al movimento ognuno può esporre il nostro “gagliardino” dalle proprie pagine personali e dalle piattaforme sociali che frequenta.

attvisti per l'italiano
Il logo che tutti gli Attivisti dell’italiano possono esporre possibilmente con un collegamento al sito: https://attivisti.italofonia.info/

Infine, per partecipare ancora più attivamente, in futuro sarà possibile sostenere gruppi di pressione collettivi e firmare petizioni. Come cittadini, oltre che come consumatori, possiamo infatti protestare unitamente per esempio contro il linguaggio anglicizzato dei giornali o delle istituzioni. Possiamo scrivere e manifestare il nostro dissenso nei confronti delle aziende che pubblicizzano i propri prodotti in inglese (limited edition, all inclusive…), come invitano a fare alcune associazioni di consumatori tedesche. Possiamo lamentarci con le Ferrovie dello Stato che hanno introdotto le tariffe economy o premium o le aree kiss&ride, o con l’azienda Italo che ha sostituito la figura del capotreno con quella del train manager, negli annunci a passeggeri e persino nei contratti di lavoro. Come elettori possiamo protestare contro l’introduzione di appellativi come navigator o jobs act, invece di corrispettivi italiani più trasparenti e onesti. In questo modo i politici, le aziende e i giornali forse rifletterebbero maggiormente sul linguaggio che conviene loro adottare, davanti allo spauracchio di perdere consensi e clienti.

Invito tutti coloro che hanno a cuore la nostra lingua a proclamarsi Attivisti dell’italiano, ad aderire al movimento, a iscriversi al nostro bollettino, a sottoscrivere il nostro manifesto e a diffondere in ogni modo l’esistenza di questa battaglia che ha come obiettivo quello di creare una nuova cultura.

Questa iniziativa è un punto di partenza per passare dai lamenti all’azione, è un modo per aggregarci in una comunità che tanto più sarà estesa e tanto più avrà la forza di farsi ascoltare.

24 pensieri su “Nasce la comunità “Attivisti dell’italiano” contro l’abuso dell’inglese

  1. “Noi “attivisti” non ci vergognamo dell’italiano e ne siamo orgogliosi!”.

    Noi non attivisti invece ci vergogniamo di un italiano che scrive *vergognamo.

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    • Ciao Emanuela Siano, mi sa che l’unica cosa di cui ti vergogni è firmarti con il tuo nome, visto che continui a importunarmi mascherandoti ogni volta dietro nomignoli. Questa è l’ultima volta che do spazio alle tue maleducatissime incursioni e ti invito a frequentare altri siti, non ho capito perché continui a venire qui (forse hai qualche problemino). L’uso della “i” nelle forme verbali con il gn è un punto aperto, ti consiglio di leggere qualcosa di diverso dai tuoi schemini semplicistici da maestrina con la penna rossa e blu, per es. questo:
      http://www.accademiadellacrusca.it/it/lingua-italiana/consulenza-linguistica/domande-risposte/digramma-gn-presenza-forme-verbali-guadagnia
      Ciò premesso sono della scuola di mantenere la “i” nelle forme come “sogniamo”, anche se non mi permetterei mai uscite come la tua nei confronti di chi non segue questa regola, e nel caso di vergognamo si tratta semplicemente di un mio refuso, ce ne saranno probabilmente anche altri. Addio.

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  2. Devo dire che la prima volta che ho sentito “train manager”, viaggiando su un Italo, mi è venuta la pelle d’oca. Suona così tanto ridicolo!
    In ufficio, l’abuso è quotidiano. La mia capa non chiama, ma “fa call”. E come faccio io a convincere loro
    (almeno a liberarci dell’inglese forzato e a tutti i costi nei materiali di comunicazione!), io che sono la signora nessuno? è un dramma, tutti i giorni.

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    • Sfondi una porta aperta, Denise, visto che mi capita di insegnare in corsi di storytelling o in master e scuole di digital art & communication, dove i compiti si chiamano homework, e i corsi di recitazione sono stati ribattezzati di acting. Mi è stato persino fatto osservare che le mie scelte “eccentriche” di usare parole italiane non sono appropriate al mondo del lavoro… però vorrei combattere lo stesso la mia battaglia forse persa in partenza. E credo che uscire dall’isolamento e costituire un’associazione che ha come scopo quello di porre al centro ciò che sta accadendo all’italiano e tentare una rivoluzione culturale sia un dovere morale. Diciamo che l’unione fa la forza, almeno questa è la speranza, e ci voglio provare.

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      • E che dire della scelta didattica ormai diffusa nelle università di tenere i corsi in inglese, anche se il docente è italiano (e magari quella lingua non la conosce a sufficienza per poterla parlare bene) e sono tutti italiani anche gli studenti? Sicuramente ha degli aspetti positivi, ma altri sono un po’ paradossali.

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        • La scelta di erogare corsi in inglese (vedi la nota vicenda del Politecnico di Milano e le code giudiziarire finite con la sentenza del TAR che li permette ma introducendo il criterio della giusta misura) è una cosa diversa dal mischiare italiano e inglese nella comunicazione italiana. Faccio però fatica a ravvisarne gli aspetti positivi, non si può confondere l’apprendimento dell’inglese con la didattica madrelingua, e non bisogna mescolare questi due aspetti. A meno di non dire chiaramente, come qualcuno fa, che si rinuncia per esempio a parlare in italiano nella scienza per passare all’inglese. Con uno schiaffo a Galileo che ha scelto di rompere con il latino e di usare l’italiano proprio nella fondazione di quello che è diventato il metodo scientifico.

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    • L’avevo visto, ma è anche divertente. Il punto è che non mi pare che Salvini, che giustamente è stato deriso da Crozza per aver parlato del “derby” del 25 aprile, sia portatore di un linguaggio non anglicizzato, come non lo è quasi nessuno nel governo e a sinistra. In sostanza la macchietta salviniana è invenzione comica. Certo che schernire chi parla in italiano, come sottofondo culturale, è un ulteriore sintomo dell’anglicizzazione endogena che fa rabbrividire… questa idiozia autolesionista per cui in certi ambiti si dovrebbe usare l’inglese è vergognosa e da combattere. Quanto a Crozza ha un linguaggio molto anglicizzato, però per esempio alterna “odiatore” a “hater” con una propensione per l’italiano che ho anche elogiato in un vecchio articolo.

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    • Grazie Marco, conosco le posizioni di Fusaro che con riferimento a 1984 di Orwell, si è espresso contro la “neolingua anglofila dei mercati” e del pensiero unico, che non è certo quella di Shakespeare, rivendicando con orgoglio da dissidente di praticare una “veterolingua” che però è italiana e fondata sulla nostra storia, sulle nostre radici e sulla nostra identità. L’avevo anche citato in un vecchio articolo: https://diciamoloinitaliano.wordpress.com/2019/01/10/la-cause-dellinglese-anglicismi-e-anglicizzazione/ Aggiungerò anche lui, insieme a molti altri, nella sezione “Hannp detto”. Grazie, un saluto.

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      • Crozza è un comico! In questo caso, fa solo una parodia dei “puristi della lingua”, come altre volte – per dire – ne ha fatte sui vegani, sul linguaggio rozzo di alcuni politici, sugli atteggiamenti da snob di certi personaggi pubblici, ecc. Non credo ci si debba aspettare da lui che contribuisca a dibattiti di tipo linguistico.
        Ben più grave è il caso di Fusaro, ormai diventato proverbiale per il suo linguaggio oscuro e fumoso, arzigogolato e involuto: non mi pare che si possa annoverare tra i “modelli” di un buon italiano (quello descritto dalla brava Annamaria Testa citata sopra), solo perché usa parole italiane.
        Sono d’accordo su tutte le alternative che hai proposto (che, come traduttrice e editor cerco di usare sempre), tranne su “computer” e “spelling”, ma solo perché lo scopo di una lingua è anche quello di comunicare. Per esempio, il moderno computer (o “pc”) non è più un calcolatore. Inoltre, se volessi comunicare con una persona giovane e usassi il termine “elaboratore”, mi capirebbe? Se, ancora, per prenotare una visita medica al telefono con l’impiegato di un CUP che non capisce bene la grafia del mio cognome gli dicessi “ora glielo compito”?
        Infine, per quanto riguarda “vergogn(i)amo” e simili, devo ammettere che è una regola di cui io stessa mi sono accorta non troppi anni fa. Di certo non ne ho alcun ricordo scolastico.
        Spiega la Crusca, nella sezione “consulenza linguistica” che quella ‘i’ ha una giustificazione morfologica: “Ogni tempo e modo verbale si forma, infatti, unendo il morfema lessicale del verbo, o radice, al giusto morfema flessivo, o desinenza: si ha così, per un verbo regolare come amare, … am-iamo… Per il caso in esame, la desinenza della prima persona dell’indicativo presente plurale di tutti i verbi è -iamo: quindi, come si ha am-iamo, così si ha sogn-iamo, bagn-iamo ecc.: omettere quella i significa “tagliare” una parte del morfema flessivo per quel tempo, modo e persona.” Poi però cita Patota che, nell’appendice alla grammatica di Serianni, scrive “La norma grammaticale è comunque tollerante in proposito, sicché forme come bagnamo o bagnate non potrebbero essere considerati errori”.
        Dopodiché, non vergogniamoci di niente e di nessuno, perché – refusi a parte – abbiamo sempre qualcosa da imparare, tutti, e quasi tutto può essere oggetto di “sano dibattito”.

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        • Ciao Francesca, a dire il vero io non “propongo” alternative, mi limito a registrare quelle in uso e in circolazione nella lingua italiana insieme ai sinonimi possibili, sta poi ai parlanti scegliere come esprimersi.

          Calcolatore/elaboratore, come ho scritto, erano in uso fino agli anni ’90, ma oggi sono inutilizzabili, se non come sinonimie secondarie. Ti faccio però presente che questo è un problema solo italiano, dire che oggi i pc non sono più calcolatori, non è infatti vero né per l’inglese, né per il francese, né per lo spagnolo né in altre lingue: nessuno ha cambiato parola per esprimere l’evoluzione del computer/ordniateur/computador. Il problema dell’italiano è che non solo non conia neoologismi suoi, ma ha anche cessato di evolvere per allargamento di significato delle parole storiche, che vengono ingessate all’uso storico, e le nuove accezioni si dicono in inglese.

          “Compitare” è un verbo che abbiamo domenticato, ma che forse varrebbe la pena riscoprire, ricordare e diffondere (così come “spranghetta” utilizzata da Redi a Manzoni, anche se oggi crediamo di non possedere parolae storiiche davanti ad “hangover”, e via dicendo).
          Naturalmente parlare di sostitutivi non può prescindere dai contesti, e rivolgendoci al Cup è anche possibile dire scandire o sillabare invece di spelling, visto che compitare è non di uso comune.

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