Le profonde differenze tra l’interferenza di francese e inglese

Davanti all’odierna anglicizzazione dell’italiano, circola un luogo comune molto in voga tra i “negazionisti” non preoccupati per la sorte della nostra lingua. È un argomento che si sente spesso e qualche giorno fa, davanti alle preoccupazioni che esprimevo, mi è stato riproposto al Tg2 Italia da Dario Salvatori: ciò che oggi accade con l’inglese in passato è già accaduto con il francese.

Fino ai primi del Novecento era infatti il francese a essere la lingua di moda, il modello culturale internazionale di prestigio cui guardavamo e da cui importavamo. Eppure, nonostante gli allarmismi del passato, la lingua italiana è sopravvissuta e ha saputo ben sopportare e superare questa “invasione”. Dunque anche oggi, davanti al massiccio ricorso all’inglese, non c’è da preoccuparsi troppo. Si tratta di una “moda” che passerà: con il tempo l’italiano avrà la meglio e, come è avvenuto in passato, assimilerà o abbandonerà i sempre più numerosi forestierismi non adattati.

Questa tesi non è però fondata sui fatti. Tra il fenomeno accaduto all’epoca del francese e ciò che accade oggi con l’inglese ci sono delle differenze profonde a abissali, e ogni paragone da cui trarre rassicuranti previsioni sul futuro non mi pare fondato.

 

1) Il numero degli anglicismi di oggi non è paragonabile a quello dei francesismi di ieri

La prima importante differenza sta nei numeri, e non è una cosa da poco, né da sottovalutare. Basta sfogliare i dizionari di inizio Novecento per rendersene conto: non registravano affatto migliaia di francesismi.
Naturalmente, i criteri dei vocabolari dell’epoca erano molto più “puristici” e molto meno aperti ad accogliere i forestierismi, rispetto a oggi. Ma anche sfogliando gli elenchi dei “barbarismi” banditi in epoca fascista risulta evidente che il fenomeno non è paragonabile da un punto di vista quantitativo. Nel “Bollettino di informazioni della Reale Accademia d’Italia”, che aveva lo scopo di stilare le parole straniere “vietate” affiancate dai sostitutivi italiani indicati dal regime, le parole bandite erano in totale circa 500 (l’elenco fu anche pubblicato sul Corriere della Sera del 21 giugno 1941), e comprendevano soprattutto francesismi, ma anche anglicismi e parole di altre lingue. Era una questione di principio e di orgoglio nazionale, più che di effettivo pericolo per la nostra lingua.

Andando a scartabellare opere ancora più specialistiche, si può citare la più celebre: Barbaro dominio. Processo a 500 parole esotiche di Paolo Monelli (Hoepli 1933), dove i numeri erano gli stessi. Successivamente questo lavoro fu ampliato in una seconda edizione del 1943: Seicentocinquanta esotismi esaminati, combattuti e banditi dalla lingua. Ma ancora una volta, questi numeri non riguardavano solo il francese, i gallicismi in queste opere erano poco più della metà, e dunque erano circa il 10% delle circa 3.500 parole inglesi accolte nei dizionari monovolume del nuovo Millennio. Perciò c’è una bella differenza, almeno di un ordine grandezza! Lo si può vedere nel grafico che ho provato a ricostruire sulla base delle marche e delle datazioni del Devoto Oli 2017.

Anglicismi entrati storicamente
Le datazioni e il numero di francesismi, ispanismi e anglicismi non adattati nel Devoto Oli 2017.

 

2) La rapidità di penetrazione dell’inglese non ha precedenti storici

In questo confronto tra ciò che è accaduto oggi e ciò che accadeva all’inizio del secolo scorso non bisogna poi trascurare la rapidità dell’aumento delle parole inglesi: tutto è avvenuto nell’arco di 80 anni.

L’interferenza del francese, al contrario, è stato un fenomeno plurisecolare, che ci ha influenzati sin dalle origini del volgare, quando si guardava agli esempi letterari della lingua d’oil, l’antenata dell’odierno francese, che finì per affermarsi a Parigi e avere la meglio su quella d’oc, il provenzale diffuso al sud della Francia che si ritrova anche nel linguaggio di Dante. Di lingua francese erano anche i Normanni che ancor prima si erano stanziati nell’Italia meridionale e in Sicilia. Poi, su questi antichi sostrati si sono innestati migliaia di francesismi successivi (ma perlopiù adattati, non “crudi”), che risalgono sia alle epoche in cui siamo stati invasi militarmente e dominati politicamente, sia al periodo in cui la Francia era la nazione più importante di tutta l’Europa e la sua egemonia culturale e linguistica era un punto di riferimento per tutti: l’Illuminismo, la Rivoluzione, l’età napoleonica e la Belle Époque terminata con lo scoppio della Prima guerra mondiale.

Nel caso del’inglese, invece, fino alla seconda metà dell’Ottocento gli anglicismi erano quasi assenti dalla nostra lingua. Solo alla fine del secolo hanno cominciato a penetrare in modo non preoccupante. Se nelle opere come Barbaro dominio erano ancora molto contenuti rispetto al francese, ciò che è avvenuto dopo la Liberazione non ha precedenti, nella storia della nostra lingua.

Di seguito riporto una tabella tratta da Diciamolo in italiano con l’entrata per epoca degli anglicismi non adattati secondo le marche di tre importanti dizionari. Nella prima colonna quelli prima dell’Ottocento, nella seconda quelli del XIX secolo, e nella terza quelli del XX secolo (ma il Sabatini-Coletti, DISC, utilizzato si ferma al 1997).

aumento anglicismi in zingarelli devoto oli sabatini coletti
Gli anglicismi non adattati entrati per epoca (fonte: Diciamolo in italiano, Hoepli 2017, p. 81). Tra parentesi sono riportati i numeri grezzi che si ricavano da ognuna delle tre opere.

In sintesi, nel corso del Novecento sarebbero entrati 2.000/2.300 anglicismi, stando ai vocabolari monovolume, ma i dizionari che si occupano specificatamente di parole straniere indicano cifre ancora più alte. E la gran parte di questi sono entrati nella seconda metà del secolo!


3) Il francese è stato italianizzato, l’inglese non si italianizza

Nel corso dei secoli abbiamo importato e adattato dal francese un numero di parole enorme, per esempio la maggior parte dei calchi che terminano in -ismo, -ista, -aggio (illuminismo, materialista, libertinaggio), -zione (emozione, rifrazione, presunzione), -izzare (razionalizzare, scandalizzare) e -ficare (elettrificare). Persino i colori blu e marrone sono adattamenti di bleu (da noi c’era il celeste o il turchino) e marron (il colore della castagna). I meno di 1.000 francesismi non adattati registrati nei dizionari contemporanei, dunque, sono solo la punta del “banco di ghiaccio” (o dell’iceberg, se preferite), perché tutto il resto è ormai assimilato e italianizzato al punto che l’etimo francese è persino scomparso dai dizionari, in qualche caso, per esempio in quello di “precisazione” che ai tempi di Leopardi “muoveva le risa”, nel suo apparire brutta e barbara.

Il prossimo grafico mostra il rapporto tra forestierismi adattati e non adattati secondo le marche del Devoto Oli 1990, e come si può notare, mentre per il francese (ma anche per lo spagnolo e il tedesco) il rapporto tra parole adattate e non adattate appare “sano”, e cioè per la maggior parte sono state adattate, nel caso dell’inglese è invece assolutamente sbilanciato e “malato”: le parole crude sono molto di più di quelle italianizzate!

forestierismi adattati e non del devoto oli
Le parole straniere adattate e non adattate nel Devoto Oli 1990 (fonte: Diciamolo in italiano, Hoepli 2017, p. 86).

Come si può notare facilmente, nel 1990 l’interferenza del francese era ancora superiore, complessivamente,  a quella dell’inglese, anche se il numero degli anglicismi non adattati era di gran lunga maggiore. Negli anni seguenti, però, i rapporti che si ricavano dalle analisi etimologiche si sono invertiti, e se si guarda il grafico successivo ricostruito sulle marche del Gradit 1999 (il dizionario a volumi curato da Tullio De Mauro), la situazione si è ribaltata: nel 1999 l’interferenza dell’inglese ha superato quella plurisecolare del francese! E i francesismi erano per il 70,5% adattati, contro solo il 31,6% degli anglo-americanismi, che per il 68,4% mantenevano la propria forma inglese.

forestierismi adattati e non nel GRADIT
Le parole straniere adattate e non adattate nel Gradit 1999 (fonte: Diciamolo in italiano, Hoepli 2017, p. 87). In numeri assoluti: 6.292 anglicismi (1.989 adattati + 4.303 non adattati), 4.982 francesismi (3.517 ad. + 1.465 non ad.), 1.055 ispanismi (792 ad. + 263 non ad.), 648 germanismi (360 ad. + 288 non ad.).

La crescita dell’inglese è aumentata ancora di più nell’edizione del Gradit del 2007, tanto che lo stesso De Mauro (a quei tempi ancora fermo sulle sue posizioni “negazioniste”) aveva dovuto ammettere:

Il confronto con i dati registrati nella prima edizione del GRADIT mostra che negli ultimi anni gli anglismi hanno scalzato il tradizionale primato dei francesismi e continuano a crescere con intensità, insediandosi, come più oltre vedremo, anche nel vocabolario fondamentale.

[Tullio De Mauro, Storia linguistica dell’Italia repubblicana: dal 1946 ai nostri giorni, Laterza, Bari-Roma 2016, p. 136].

Di seguito un grafico che raffronta gli anglicismi del Gradit 1999 e del 2007, da cui si evince sia l’aumento delle parole sia la crescita della sproporzione tra adattati e non adattati.

aumento anglicismi nel Gradit
Le parole straniere adattate e non adattate nel Gradit 1999 (fonte: Diciamolo in italiano, Hoepli 2017, p. 88).

Secondo Arrigo Castellani (cfr. “Morbus anglicus”, 1987) la ragione di questa differenza tra l’adattamento del francese e il non adattamento dell’inglese risiedeva anche nell’affinità strutturale delle due lingue:

L’influsso del francese sull’italiano nel periodo che ha preceduto la valanga anglo-americana è stato indubbiamente forte. Ma le parole ed espressioni francesi sono state per lo più assimilate senza grossi traumi, data la vicinanza tra le due lingue. La maggior parte dei gallicismi moderni dell’italiano sono fusi col resto della lingua, non si riconoscono più.

Questa affinità è indubbia, visto che il francese è lingua neolatina molto più vicina alla nostra, ma non credo sia una ragione sufficiente. Nulla, infatti, ci vieterebbe di italianizzare l’inglese e dire per esempio smarfono anziché smartphone o guglare invece che googlare, né di creare calchi e traduzioni invece che ricorrere all’inglese crudo. Nulla ci vieterebbe anche di pronunciare all’italiana parole come club o summit, come abbiamo sempre fatto, e come fanno normalmente in Francia (dove si dice “futbòl” e “campìng”) o in Spagna (dove si dice “uìfi” al posto di wi-fi e “puzle” al posto di “pasol”). E allora le ragioni dei mancati adattamenti non credo si possano spiegare solo con l’affinità tra le lingue. Il punto è che ci vergogniamo di storpiare l’inglese,  che consideriamo “sacro” e superiore alla nostra lingua, e dobbiamo ostentarlo. Ormai pronunciamo sempre più spesso USA all’americana, mentre in Spagna e Francia si chiamano EU (rispettivamente Estados Unidos e États-Unis), così come avviene per le altre sigle: gli ufo sono ovni (Oggetti Volanti Non Identificati) e l’aids è sida (Sindrome da ImmunoDeficienza Acquisita).

Ma c’è di peggio. Non solo importiamo senza adattare, non solo pronunciamo all’americana, viceversa facciamo diventare inglesi le nostre parole (un adattamento al contrario!), e così diciamo tutor e vision invece di tutore e visione, in televisione passa comedy invece di commedia, nelle pubblicità limited edition invece di edizioni limitate, nell’informatica downloadiamo invece di scaricare, in politica il presidente del consiglio diventa premier, nel linguaggio istituzionale si varano act e si introducono tax, sui giornali killer e pusher sostituiscono assassino e spacciatore, e parole come elaboratore e calcolatore le abbiamo messe in cantina perché ormai si dice solo computer. Tutto questo non dipende dall’affinità delle lingue, le cause sono ben altre. E il risultato è che ormai la metà dei neologismi del nuovo Millennio si esprime in inglese crudo e la nostra lingua non sa più coniare nuove parole sue per esprimere le cose nuove.


4) il francese era un fenomeno elitario, l’inglese è di massa

C’è poi un’altra grande differenza tra l’interferenza ai tempi del francese e quella di oggi dell’inglese, come aveva già osservato acutamente Arrigo Castellani:

“Il francese ha agito sulla lingua della borghesia”, mentre oggi il fenomeno è di massa, “la differenza è principalmente qui”.

Castellani aveva ragione, nel 1987, a scrivere queste cose, ma oggi si deve dire molto di più, alla luce di quanto è accaduto e sta accadendo.

Sia il francese di ieri sia l’inglese di oggi hanno una comune radice sociolinguistica elitaria, sono cioè un modo di esprimersi che distingue la nostra classe dirigente che si pone attraverso i forestierismi su un altro piano, rispetto alle masse. Ma con l’avvento della Rete la distinzione tra masse e professionisti ha cessato di essere nettamente separabile. Se da una parte il ricorso all’inglese, e il suo abuso scriteriato, oggi caratterizza il linguaggio dei mezzi di informazione o della politica, dall’altra parte le masse si sono appropriate della Rete e hanno prodotto milioni di pagine scritte dalla gente comune che imita e prosegue gli stessi modelli attraverso siti personali che funzionano da “ripetitori” (blog, riviste in rete e giornalettismi, reti sociali, tronisti virtuali e persone comuni che diventano influenti/influencer). Questo fenomeno sociale si basa sull’emulazione dello stesso stile e linguaggio dei mezzi di informazione ufficiali, che a loro volta ricalcano il linguaggio della Rete in un circolo vizioso. Tutto ciò contribuisce all’emergere di una nuova lingua, ormai diventata itanglese, in cui i modelli dall’alto si fondono con quelli dal basso. Mentre dall’alto accade che si anglicizzi il linguaggio istituzionale, quello del lavoro, della scienza, della tecnica, dell’economia, dell’informatica (e questo nel caso del francese non è mai accaduto), dal basso arriva la “lingua dell’ok”, quella popolare, del rock e della musica, dei fumetti (oggi sempre più comic, strip, cartoon, graphic novel), dei videogiochi, dei film i cui titoli non si traducono più, dei prodotti di largo consumo… E su questo terreno si innesta anche la forte pressione dell’espansione delle multinazionali e dei mercati che esportano la propria nomenclatura insieme alle loro merci in un nuovo colonialismo, anche linguistico, basato sull’angloamericano.

Tutto ciò non è liquidabile come una semplice moda passeggera, e non è paragonabile nemmeno lontanamente a quanto avveniva nei primi del Novecento. A quei tempi il francese aveva raggiunto il clou, era chic e à la page, con il suo particolare charme. Era la lingua d’élite, del bon ton, del savoire-faire, e tra i tantissimi vocaboli non adattati ci ha trasmesso molti di quelli legati al costume (da toilette a bidet), alla gastronomia (bignè, ragù, omelette) o alla moda (collant, décolleté, foulard, gilet, papillon, tailleur). Ma fuori dalla moda (che però oggi si esprime sempre più in inglese) il francese non ha mai colonizzato interi settori come oggi accade con l’inglese nell’informatica, nel lavoro, nell’economia, nella scienza, nella tecnologia, nella musica…

Quello che sta accadendo alla nostra lingua non è un fenomeno superficiale e di moda, è una strategia dell’evoluzione dell’italiano che ci sta portando verso l’itanglese.

Chi pensa che se siamo sopravvissuti alla moda del francese sopravvivremo anche alla moda dell’inglese lo fa senza cognizione di causa e racconta una favola che non si fonda sui fatti. Chi si basa su questi ragionamenti induttivi rischia di fare la fine del tacchino di Russell, che poiché ogni giorno riceveva da mangiare all’ora di pranzo, era convinto che sarebbe avvenuto sempre così. Ma il giorno del Ringraziamento, all’ora di pranzo,  fu il tacchino a trovarsi sul desco di chi lo aveva sempre nutrito.

10 pensieri su “Le profonde differenze tra l’interferenza di francese e inglese

  1. Complimenti per l’ospitata in TV e per la ricerca.
    Intanto la moda dei doppiatori italiani che non traducono più ha avuto un guizzo contrario: il film “Alita”, al cinema in questi giorni, è pieno di traduzioni italiane di termini che di solito nel linguaggio colloquiale vengono lasciati intradotti: che il responsabile del doppiaggio sia un tuo lettore e abbia cercato di invertire la marea di film doppiati in itanglese? 😛

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  2. Complimenti per l’intervento. “Favorire la libertà di scelta delle persone facendo circolare anche le nostre parole” mi sembra il nocciolo della questione, perché fa capire che ogni singola persona può contribuire, sia come parlante, sia scegliendo (o ignorando!) letture e contenuti.

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  3. Poi mi viene nervoso quando anche persone che scrivono e parlano bene e non sono nel settore affari se ne escono con cose tipo:”vi do dei tips per fare..” ma tips de che??? è veramente assurdo.

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  4. Comunque, non è che basti adattare le parole alla fonologia e alla morfologia dell’italiano per risolvere il problema: c’è bisogno di VERE alternative in italiano, perché altrimenti resta lo stesso inglese.

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    • Sono d’accordo. Però storicamente la lingua italiana è evoluta, oltre che con le neologie e l’allargamento di significato di parole preesistenti, anche con calchi, traduzioni e adattamenti, soprattutto dal francese o dallo spagnolo. Se si importa solo l’inglese crudo siamo finiti. Diciamo che quando una parola si italianizza può anche essere perfettamente assimilata, come per esempio “drone” che pronunciamo come si scrive e variamo al plurale, dunque non è più inglese. Lo stesso vale per il finnico “sauna” o per molti adattamenti dal francese come rivoluzione, marrone, blu..,

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