Il “waning” e il metodo scientifico di distruzione dell’italiano

In che modo il nostro lessico viene distrutto sistematicamente attraverso i trapianti di parole inglesi e pseudo-inglesi che prendono il sopravvento e si trasformano in “prestiti sterminatori”?

Un articolo come quello pubblicato ieri sul Corriere, firmato da Paolo Giordano, è molto utile per svelare uno dei meccanismi più diffusi: “Waning, la parola chiave per capire quanto dura la protezione del vaccino”.

Gli anglicismi nei titoli: l’inglese al vertice della gerarchia concettuale

La prima fase coinvolge il titolista. La sua specialità è quella di creare titoli acchiapponi, sensazionalistici, concepiti per spingere alla lettura. Poco importa se spesso non sono affatto fedeli all’articolo. Nel fare ciò la strategia di puntare sulle parole inglesi incomprensibili è una delle più gettonate: sbatti il monster in prima pagina (ne ho parlato più volte, per esempio nel caso del South working). Il titolo introduce un nuovo anglicismo che – volutamente – non viene spiegato. Dalle buone prassi del vecchio giornalismo che puntavano alla chiarezza ed erano improntate all’uso di un linguaggio adatto al destinatario, siamo passati al linguaggio cialtrone che attraverso le parole vuole educare il popolino, e punta a farlo sentire ignorante. Il pezzo serve a indottrinare, ti spiega come sono le cose e come si dicono, e nella sua catechizzazione anglomane prepara il terreno per rendere il lettore suddito e succubo, un terreno dove è molto più facile trasformare chi non è d’accordo in chi non ha capito.

Inutile dire che l’impatto degli anglicismi urlati in questo modo nei titoloni è devastante. Tutti leggono i titoli, pochi entrano nel merito dell’articolo, e in questo modo si abituano agli anglicismi a caratteri cubitali che vengono assorbiti per osmosi, come è avvento con il lockdown o lo smart working.
Mentre c’è chi delira sulla presunta “ossessione” dei giornalisti a ricorrere ai sinonimi, tutti gli studi sul linguaggio giornalistico mostrano al contrario come sia caratterizzato dalle espressioni stereotipate e dai “picchi di stereotipia” che in certi periodi diffondono solo ed esclusivamente parole e frasi fatte che in questo modo finiscono inevitabilmente per entrare nell’uso senza alternative.

Gli anglicismi spacciati come tecnicismi necessari

Se si legge l’articolo di Giordano tutto si ribalta. Ciò che occorre capire riguarda come viene misurata la “graduale perdita di efficacia nel tempo (waning)” dei vaccini. Così scrive inizialmente l’autore nel suo pezzo. Il punto che il titolista ha stravolto non sta certo in una parola inglese, bensì in un concetto vecchio come il cucco che però si preferisce dire in inglese invece che in italiano, come fosse qualcosa di nuovo.

Ma nonostante la buona partenza che introduce una nozione molto semplice e in italiano – lo scemare dell’efficacia, e non del waning di cui possiamo tranquillamente fare a meno – Giordano si rivela il solito “untore” dell’inglese che procede alla sua diffusione con un’altra modalità più graduale e subdola.

Il concetto viene introdotto in un italiano che ne spiega il significato ma l’autore si guarda bene dal sostituirlo con un equivalente. L’anglicismo è posto all’inizio tra parentesi, ma subito dopo prende il sopravvento, è il figlio di una lingua superiore. Dopo una definizione in italiano sommaria, l’anglicismo esce dalle sue parentesi e, riga dopo riga, diventa il protagonista, è spacciato in modo sempre più prepotente come un tecnicismo che implica il “si dice così”, e l’italiano sparisce e gli cede il posto in un cresendo che culmina con l’incoronazione dell’anglicismo. Se lo dicono gli “americani”, cos’altro possiamo fare noi coloni se non ripeterlo con le loro parole? E alla fine dell’articolo il lettore che cosa trae da un pezzo che parte da un titolone con waning in primo piano e continua con un articolo che lo ripete come la parola più appropriata e normale? Ne ricava che sia il termine più adeguato. Apprende la nuova parola che la prossima volta che incontrerà sarà in grado di comprendere e viene educato e usare l’inglese, non l’italiano. E se i giornali continueranno a martellarci con questo termine anche in futuro, cominceremo non solo ad assorbirlo passivamente, ma anche a ripeterlo attivamente. Perché c’è solo quello e le alternative non esistono. È in questo modo che l’italiano muore.

La tabula rasa dei sinonimi e delle alternative italiane

Come si potrebbe rendere lo stesso concetto nella nostra lingua dimenticata? I sinonimi sono il tesoro della nostra lingua, la varietà delle espressioni e dello stile in cui sta la libertà espressiva, la ricchezza e la molteplicità del pensiero. Ma tutto ciò viene giorno dopo giorno appiattito dalla pochezza di una lingua anglicizzata e stereotipata che prevede una terminologia che per molti versi ricorda l’antilingua di Calvino e la neolingua di 1984 di Orwell che punta proprio alla distruzione delle parole.

Invece di waning il giornalista avrebbe potuto dire il calo dell’efficacia del vaccino, l’indebolimento, l’attenuazione, la riduzione, l’affievolimento, l’abbassamento, l’esaurimento, la flessione, la decrescita o il decremento… O anche lo scemare, il venir meno, l’esaurirsi, lo smorzarsi, l’attenuarsi… per ricorre ai verbi sostantivati.

La parola chiave per capire quanto dura la protezione del vaccino non è il waning, ma il calo, che è anche più corto, per chi starnazza che la causa del preferire gli anglicismi starebbe nella loro brevità.

Attribuire all’inglese una portata superiore

Davanti allo strano vezzo di usare la lingua di Dante, gli anglopuristi scuotono la testa. Sono quelli che vogliono ingessare l’italiano ai soli significati storici, quelli che negano la sua elasticità e argomentano che ciò che è nuovo si dice in inglese perché l’equivalente italiano “non è proprio come l’anglicismo”. L’indebolimento non è proprio come il waning… Questa schiera di anglomani “non-è-propristi” è incapace di cogliere che il lessico si allarga ed evolve per abbracciare ciò che è nuovo, nelle lingue vive. Sono gli stessi che stanno riscrivendo tutto con concetti e parole in inglese, perché dell’italiano si vergognano e fondamentalmente sono servi che vogliono ostentare la lingua superiore dei padroni in una gara a chi le spara più in inglese.

Waning in inglese indica solo un generico calare. Non è un tecnicismo che indica “il calo dell’efficacia di un vaccino”, e potremmo esprimere lo stesso uso estensivo in italiano. Invece non lo facciamo e ci aggrappiamo all’inglese attribuendogli un significato specifico e tecnico figlio della nostra alberto-sordità da provinciali colonizzati diffusa da giornalisti e scrittori collaborazionisti che uccidono la nostra lingua madre, perché non la vogliono usare e spesso ne sono incapaci. In questa solitudine del lessico primitivo, waning non è un segno di cultura, è al contrario l’espressione dell’ignoranza della nostra lingua. La nostra classe dirigente guarda solo ai modelli che arrivano dall’anglosfera e i nostri scienziati e tecnocrati che parlano l’inglese internazionale non sanno fare altro che ripetere a pappagallo ciò che sentono, incapaci di tradurlo, di rielaborarlo, di farlo nostro. Se la scienza si esprime in inglese e l’inglese diventa persino la lingua della formazione, gli anglicismi come waning sono le conseguenze. E lo stesso meccanismo si riscontra nell’informatica, nel modo del lavoro, nell’economia e in sempre più ambiti.

Il centro di irradiazione della lingua non è più fatto dai nativi

Ogni volta che riaffiora la questione della lingua – aveva ben compreso Gramsci – “si sta imponendo una serie di altri problemi: la formazione e l’allargamento della classe dirigente, la necessità di stabilire rapporti più intimi e sicuri tra i gruppi dirigenti e la massa popolare-nazionale, cioè di riorganizzare l’egemonia culturale” (Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, Quaderno 29, § 3). Nel nuovo cambio di paradigma e nell’attuale riorganizzazione dell’egemonia culturale, il nuovo principale centro di irradiazione della lingua – per usare le categorie di Pasolini – non è più fatto da nativi italiani. Tutto arriva dall’anglomondo e i nativi italiani che occupano le posizioni dominanti – la nostra classe dirigente – non fanno che ripeterlo, sottoscriverlo, diffonderlo e farlo entrare nell’uso. Queste scimmie scopiazzatrici hanno ormai perso ogni legame con le nostre radici, e sono coloro che diffondono la lingua-pensiero del nuovo colonialismo globalizzato che arriva d’oltreoceano e praticano una lingua bastarda chiamata itanglese. È così che i centri ospedalieri diventano hub, i focolai cluster, gli ospedali covid covid hospital, i tamponi in macchina drive through… e mentre il richiamo del vaccino – la terza dose aggiuntiva – sta diventando booster, davanti a questo tsunami anglicus l’italiano non ha più anticorpi.

8 pensieri su “Il “waning” e il metodo scientifico di distruzione dell’italiano

  1. Hai centrato la questione, come sempre, Antonio.
    “Waning” da solo rimane vago e impreciso. Non aggiunge nulla, linguisticamente. Non specifica, non arricchisce, non illumina. Ha il solo effetto di indebolire l’italiano forzando una sostituzione e di confondere i milioni di lettori/utenti che non lo conoscono.

    Qualche mese fa la sociolinguista Vera Gheno giustificava i prestiti integrali con il fatto che “noi prendiamo i concetti dall’inglese”, che è come dire che è un giorno di sole estivo mentre la pioggia ti sta inzuppando d’acqua. Lo direbbe anche di “waning”? Di “hub”? Di “green”? Di “cluster”? Di migliaia di altri esempi?

    In questo, la reponsabilità dei mezzi di comunicazione è enorme. Quando poi si mischia giornalismo e mondo politico, il risultato è – per l’italiano – linguisticamente letale.

    “Campagna per salvare l’italiano” sta conducendo uno studio scientifico, contando gli anglicismi su 4 quotidiani europei di simile impostazione e tiratura (più potenziali “italianismi” sul Guardian). Ogni giorno il quotidiano italiano che abbiamo scelto (ma sono TUTTI così, destra, centro e sinistra, locali e nazionali) vince con un distacco enorme. Pubblicheremo i risultati alla fine dell’anno.

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    • Molto interessante lo studio! Tienimi al corrente. Da qualche ricerca che ho letto tra le lingue romanze solo il rumeno sembra contenere più anglicismi di noi, dall’analisi dei giornali (ti lascio le indicazioni bibliografiche che ho trovato in proposito: Dana-Maria Feurdeand, “Due nazioni neolatine di fronte alla globalizzazione. Aspetti linguistici”, in Transylvanian Review, 2017 Supplement 2, Vol. 26, pp. 147-160; Rodica Zafiu, “Sui prestiti recenti dall’inglese: condizionamenti morfologici e scelte culturali”, in Romania e Romània: lingua e cultura romena di fronte all’Occidente, atti del Convegno internazionale di studi Udine, 11-14 settembre 2002, p. 83-959).

      Se ti può essere utile ti segnalo ache una tesina pregevole di Cinzia Filannino su un confronto tra Corriere, Le Monde e El Pais (https://italyisalwaysagoodidea.files.wordpress.com/2018/11/tesi.pdf e qui una sintesi video: https://www.youtube.com/watch?v=cpYTWmmR1Kc).

      Le tesi di Vera Gheno sono molto distanti e diverse dalle mie, e non le condivido affatto. Certo noi prendiamo molti nuovi concetti dall’inglese, il che non significa che si debbano esprimere nella lingua inglese in modo crudo. La riconcettualizzazione delle nostre categorie storiche nella lingua inglese ci sta portando a buttar via le nostre parole e i nostri concetti e questo è un problema, che Vera Gheno sembra non riconoscere, e non una normale evoluzione della lingua. In proposito ha scritto per esempio che sullo Zingarelli gli anglicismi sono solo 3.000 contro 145.00 lemmi. Il Devoto Oli ne annovera però 4.000 su 100.000 lemmi, ma non ci sono tante differenze: più o meno sono gli stessi e quello che cambia è il criterio di classificazione. Il Devoto Oli tende a fare di ogni espressione un lemma, lo Zingarelli inserisce sotto la voce principale anche i derivati dunque il lemma smart contiene al suo interno smart-watch mentre per il Devoto Oli sono lemmi diversi: per questo ne risultano di più. Peccato che la Gheno non dica che proprio nella prima edizione dello Zingarelli digitale del 1995 gli anglicismi erano 1.800, e dunque in meno di 30 anni ne sono entrati ben 1.200! Il tema è questo, non i conteggi dei numeri assoluti che non significano nulla. Questo diluire gli anglicismi sul nostro intero patrimonio storico ultracentenario, senza tenere conto delle datazioni, è un argomento vecchio che risale agli anni ’80 e non è più sostenibile. Proprio Tullio De Mauro lo aveva opposto agli allarmi di Arrigo Castellani del Morbus Anglicus, ma nel 2016 ha cambiato idea e ha capito che siamo in presenza di uno tsunami anglicus. Non si può fare una fotografia del presente senza tenere conto dell’ondata che cresce. Non si può ignorare che l’italiano non è più in grado di produrre neologismi e importa solo dall’inglese. Non si possono ripetere le argomentazioni trite e ritrite che avevano un senso 40 anni fa e che oggi non stanno in piedi.

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  2. Ad un certo punto mi viene in mente un’altra idea : sarebbe bello se in futuro alcuni buoni giornalisti di fiducia (magari dopo aver abbandonato le testate di origine per cui lavoravano) potessero fondare una nuova testata giornalistica (magari indipendente) realizzata stavolta con un linguaggio alternativo scritto il più italiano possibile, senza inutili anglicismi crudi o supercazzole varie. Ovviamente non sono il primo a suggerire una cosa del genere, però sarebbe comunque il sogno di tutti noi.

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      • Ed infatti io mi riferisco esattamente a quelle mosche bianche. Sono loro quei giornalisti di fiducia che dovrebbero fare una testata alternativa che io intendevo.

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        • Inoltre Antonio ho un altro dubbio: secondo te questa attuale prassi giornalistica cialtrona che tratta i lettori come capre da addomesticare mica si tratta di un’altra pratica a stelle e strisce importata o scimmiottata oltre oceano ? Eppure anche nel mondo anglosassone dovrebbe esserci le buone regole giornalistiche basate sulla chiarezza (come ci insegna pure Orwell).

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          • Nei consigli di stile di Orwell c’è anche specificato chiaramente di non usare mai un parola straniera, se ce n’è una in inglese, e comunque gli anglofoni tendono ad adattare ciò che importano, compreso il parmesan, mica si vergognano della loro lingua. Il mio “cialtrone” era riferito al linguaggio più che allo stile giornalistico. Sergio Lepri è un ultracentenario che fu a capo dell’Ansa sino agli anni ’90, e scrisse manuali di giornalismo che non avevano nulla da invidiare rispetto a quelli americani; aveva un’attenzione maniacale per il lessico comprensibile, lo prescriveva insieme alla buona pratica di evitare forestierismi inutili o poco trasparenti. Da allora tutto è cambiato, soprattutto il mondo…

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