Puristi, neopuristi e anglopuristi

Ogni volta che mi trovo a spiegare e difendere le mie tesi su anglicismi e itanglese è sempre la stessa storia: devo affannarmi a precisare che non sono affatto un “purista”.

Difendere la lingua italiana davanti all’eccesso di anglicismi che caratterizza il nuovo Millennio non ha niente a che vedere con il purismo, riguarda invece la tutela di ciò che è locale davanti alla globalizzazione. È un problema di ecologia linguistica di fronte all’espansione delle multinazionali americane che, come effetto collaterale, insieme ai loro prodotti impongono in tutto il mondo anche il loro linguaggio. Quello che è in gioco è il pluralismo linguistico internazionale, che come la biodiversità è una ricchezza, non un segno di arretratezza; ma è minacciato da una fortissima mentalità monolinguista basata sull’angloamericano.

L’epoca del purismo è morta e sepolta, e oggi le cose vanno lette con ben altre categorie che devono rendere conto del presente e del futuro invece di guardare al passato.

Che cos’è il purismo?

Il purismo si può fare risalire alle posizioni di Pietro Bembo (XVI secolo), un esponente di spicco dei cosiddetti “ciceroniani” che, impregnato del mito dell’età dell’oro, considerava il latino la massima perfezione della lingua: i modelli più alti e irraggiungibili erano per lui Virgilio per la poesia e Cicerone per la prosa. Il punto di partenza delle Prose nelle quali si ragiona della volgar lingua era che il latino si fosse corrotto nel volgare a contatto gli idiomi degli stranieri arrivati con le invasioni, e che il modello dell’italiano ideale si dovesse rintracciare nella letteratura del Trecento più vicina al latino e cioè la poesia di Francesco Petrarca e la prosa di Giovanni Boccaccio (Dante era invece considerato come un poeta privo di “decoro”).
Alla fine del Cinquecento, sorse a Firenze l’accademia della Crusca che sposava questo principio e aveva come scopo quello di separare il “fior di farina”, cioè la buona lingua costituita dal fiorentino trecentesco, dalla “crusca” in senso dispregiativo, le male parole impure e poco digeribili che proliferavano: il lessico dialettale, i neologismi e i forestierismi. Nel 1612 vide così la luce il Vocabolario degli Accademici della Crusca, un’opera senza precedenti nelle altre lingue europee, che pur possedevano già la loro precisa identità. Va detto che al di là degli intenti puristici stretti, il vocabolario fu nei fatti molto più aperto, soprattutto nelle successive edizioni. Infatti Dante fu rivalutato e la prima edizione dell’opera partì proprio dallo spoglio degli scritti delle “tre corone”: le parole “lecite” della lingua italiana erano dunque quelle usate da Dante, Petrarca e Boccaccio.

Gli oppositori al purismo aperti agli internazionalismi

Molti autori si opposero alle posizioni di Bembo e della Crusca, e rivendicarono la dignità degli altri dialetti e i contributi di altre lingue. L’obiezione più forte era che, staccandosi dal linguaggio vivo, il rischio era quello di parlare la “lingua dei morti” del Trecento. Intanto, nel corso del Cinquecento e del Seicento, sia davanti alle importazioni di nuove “cose” che arrivavano dal Nuovo mondo e dall’epoca delle grandi esplorazioni, sia davanti ai progressi tecnici e scientifici, le parole “nuove” erano sempre di più. E così, nel Settecento, Alessandro Verri, dalle pagine del Caffè, lanciò la celebre “Rinunzia al Vocabolario della Crusca”, un vero e proprio manifesto contro il purismo e il conservatorismo linguistico in nome della modernità:

“Se il Mondo fosse stato sempre regolato dai Grammatici” non avremmo né case, né carrozze, né industria.

La conclusione fu la “solenne rinunzia” alla pretesa purezza della toscana favella:

“Se italianizzando le parole francesi, tedesche, inglesi, turche, greche, arabe, sclavone, noi potremo rendere meglio le nostre idee, non ci asterremo di farlo.”

 

Vorrei fare notare la parola “italianizzando”, una parola chiave per comprendere la natura di queste critiche. Se i puristi condannavano i neologismi e le parole di origine straniera in nome del toscano, va detto che tutti i più aperti sostenitori della modernità, da Machiavelli a Muratori, da Leopardi a Verri, non pensavano affatto di importare migliaia di parole straniere senza italianizzarle!

E allora cosa accomuna le posizioni dei più accesi puristi fustigatori dei barbarismi e quelle dei più aperti e moderni sostenitori di francesismi, anglicismi e internazionalismi di ogni epoca?

Il fatto che nessuno si sognava di fare entrare nel nostro lessico migliaia di forestierismi non adattati.


Dal purismo all’anglopurismo

Nel corso del Novecento, caduta la supremazia del toscano e raggiunta l’unità linguistica dell’italiano parlato, oltre a quello letterario, si è diffuso un atteggiamento moderato definito neopurista, rappresentato per esempio da Bruno Migliorini, che non respingeva a priori i forestierismi, ma valutava caso per caso cercando di adattare le innovazioni alla struttura fonologica e morfologica della nostra lingua con molta tolleranza. E il criterio di sostituire gli esotismi solo quando è possibile o di adattarli (regista invece di regisseur, clic invece di click) sarebbe un criterio auspicabile anche oggi. Ma le soluzioni avanzate ancora negli anni Ottanta da Arrigo Castellani, che proponeva invano adattamenti come fubbia (fumo + nebbia) al posto di smog (smoke + fog) o di guardabimbi per baby sitter appartengono ormai al passato e ci fanno sorridere.

Se un tempo i puristi, nel loro difendere e conservare la lingua italiana classica, rappresentavano contemporaneamente un ostacolo all’evoluzione linguistica, oggi chi sta portando l’italiano a chiudersi in sé stesso per diventare la lingua dei morti è rappresentato proprio dai più aperti sostenitori degli anglicismi che vedono come un segno di modernità e di internazionalizzazione.

Vorrei chiamare questa posizione “anglopurismo”.

Gli anglopuristi si vergognano di italianizzare le parole inglesi, come fosse un segno di ignoranza verso la lingua originale di cui siamo ormai succubi, dunque sono ostili di fronte a soluzioni come rosbif al posto di roast beef, surfista al posto di surfer, blogghista/bloggatore per blogger, scaut per scout o sciampo per shampoo. E in questo modo si apre la strada a migliaia di parole che entrano senza adattamenti violando il nostro sistema ortografico e morfologico con termini che si scrivono e leggono con altre modalità, e dunque rimangono corpi estranei. Il che non è un male in sé, lo diventa quando il loro numero è tale da costituire una rete di parole sempre più fitta che si espande nel nostro lessico portando addirittura all’interiorizzazione di nuove regole estranee alla nostra lingua.

Con il falso alibi dei prestiti di necessità, gli anglopuristi non perdono occasione di introdurre parole inglesi con la scusa che non esisterebbero equivalenti italiani. Questi signori non concepiscono che, quando anche un corrispondente non esistesse, un forestierismo si può anche adattare, tradurre o sostituire con neologismi e nuove creazioni italiane, l’unica soluzione che renderebbe la nostra lingua nuovamente una lingua viva. Gli anglopuristi storcono il naso davanti alle pochissime soluzioni di questo tipo che si stanno diffondendo, come apericena al posto di happy hour, o colanzo al posto di brunch. E davanti a cinguettio invece di tweet si oppongono dicendo che la soluzione italiana non è rispettosa del significato inglese! E più in generale considerano queste parole “brutte” rispetto a quelle inglesi.

Tra gli anglopuristi si annidano anche coloro che sostengono che gli anglicismi spesso non hanno proprio il medesimo significato degli equivalenti italiani: shopping non è proprio come fare compere, dicono, confondendo il risultato dell’acclimatamento della parola che ha assunto in italiano (= fare acquisiti di lusso o per la persona) con il significato inglese, dove anche andare al supermercato è considerato shopping. Curiosamente, questi angloentusiasti non hanno nulla da dire nei confronti di parole come mobbing, che considerano qualcosa di “necessario” e di insostituibile anche se in inglese si usa poco e si ricorre quasi sempre ad altre espressioni come victimization, persecution, harassment, workplace bullying (bullismo sul lavoro), oppure si parla meno tecnicamente di abuse e intimidation.

Soprattutto, gli anglopuristi si rifiutano di allargare il significato di parole storiche e farle evolvere, ampliandole, alla realtà di oggi. E così dichiarano che selfie non è esattamente come autoscatto, è un’altra cosa. Sul sito dell’accademia della Crusca, per esempio, questa tesi è divulgata con una presa di posizione ideologica molto discutibile. Si dice che selfie non è un “prestito di lusso” (come si possano nel nuovo Millennio usare ancora queste categorie obsolete rimane per me un mistero) e che non è “un sinonimo perfetto di autoscatto”.
Però, gli esempi tratti dai giornali a chiusura dell’articolo mostrano chiaramente che non è affatto così: i giornali usano autoscatto con la stessa accezione, esattamente come, nel Devoto Oli 2018, selfie è indicato come termine sostituibile da autoscatto.

I nuovi puristi dell’inglese uccidono l’italiano

Eccolo il nocciolo dell’anglopurismo: si vuole relegare l’italiano alla lingua dei morti, autoscatto viene classificato come parola storica, nei suoi significati del passato, quando esisteva il filo per l’autoscatto o il comando a tempo. Non si vuole allargare il significato di autoscatto in senso moderno e farne una parola adatta per le nuove tecnologie, la si vuole far morire! È in questo modo che gli anglopuristi uccidono l’italiano.

Calcolatore o elaboratore? Roba vecchia! Oggi c’è il computer e basta.

E cat sitter? È un prestito di necessità, evidentemente, dicono. Certo, esiste la parola gattaro, un neologismo degli anni Ottanta, ma si riferisce a chi cura i gatti randagi per passione, non a chi intraprende questa nuova professione che si può dire solo in inglese!

Quello che vorrei chiedere agli anglopuristi è perché la parola gattaro non può evolvere in senso moderno anche per designare una nuova professione.

Perché volete relegare l’italiano alla sua storia invece di farlo evolvere? Perché la metà dei neologismi del nuovo millennio è in inglese? Cose ne sarà della nostra lingua, fra trent’anni, se continuiamo a questo modo?

L’italiano si ridurrà a esprimere il vecchio, e tutto ciò che è nuovo si dirà in inglese.
Quando, nel 1962, durante la crisi tra Cuba e Stati Uniti, si coniò l’espressione hawks e doves, in italiano è stata tradotta con falchi e colombe. Oggi, se Trump parla di fake news, tutti gli apparati mediatici ripetono l’espressione in lingua originale, e le notizie false o le bufale sembra che abbiano un altro significato o un’altra sfumatura.

E allora, è più “purista” chi spera in un italiano che si sappia reinventare e arricchirsi di neologismi, nuove creazioni e adattamenti, visto che è una lingua viva, o chi lo vuole ingessare nel vocabolario storico preferendo ricorrere a parole tecniche in lingua originale senza alterarlo?

Da quale delle due prospettive ne uscirà un italiano che rischia di risultare presto la lingua dei morti?

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22 pensieri su “Puristi, neopuristi e anglopuristi

  1. Splendido ed esauriente come sempre. E temo che fra trent’anni avremo un popolo di smozzicatori di itanglese stentato: altro che contrapposizione fra “latino” e “volgare”! Avendo dimenticato l’italiano ed ignorando l’inglese, gli itanglesi parleranno davvero una lingua modaiola fatta di sbofonchiamenti…

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  2. Ma la parola “selfie” in inglese, quando è stata coniata? Credo sia una cosa recente, dei tempi dello smartphone. Non mi sembra che abbia l’accezione di autoscatto in senso vecchio. Quindi forse bisognerebbe inventare ex-novo una parola in italiano anzichè adoperare autoscatto.
    Comunque se si va a guardare le sfumature non si finisce più. In inglese, la maggior parte dei termini ha tantissime sfumature, anche molto diverse tra loro, quindi parlerei di significati più che sfumature.
    Bellissima la parola “fubbia”, io l’adotterei. Ha inventiva, è breve e nasce con lo stesso spirito di smog. Anche “guardabimbi” mi piace, devo dire.

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    • Selfie è arrivato in Italia intorno al 2012, certo che non ha il significato di “autoscatto” nel sensio storico, il problema è l’opposto, perché “autoscatto” non dovrebbe allargare il proprio significato nell’era delle nuove tecnologie, e si dovrebbe invece usare l’anglicismo? Per il solito motivo: è di moda, fa figo, e l’inglese viene percepito come veicolo delle novità. Dunque nessuno pensa di “inventare nuove parole” e questo è il dramma dell’italiano di fronte agli anglicismi. Guardabimbi e fubbia sono certamente proposte sensate e perfette nella loro coniazione, ma nessuno le ha mai usate e dunque rimangono esercizi di stile privi di applicazione. In Spagna invece chiamano la baby sitter “canguro” una metafora stupenda, e se dovessi scegliere di importare un forestierismo preferirei canguro, che oltretutto è come in italiano.

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      • L’altro giorno parlando di un film del 1984 che pubblicizzava occultamente (neanche tanto) un videogioco dell’epoca, ho parlato di “marchetta”, al che un mio lettore ha fatto notare che era una scelta infelice, visto che il ragazzino protagonista della scena in seguito avrebbe denunciato molestie sessuali. Il lettore quindi era rimasto al significato di inizio Novecento del termine “marchetta”, cioè l’unità di misura monetaria delle prestazioni sessuali a pagamento, invece gli ho fatto notare che il termine italiano si è modificato, e non esistendo più il suo ambiente originario si è in pratica evoluto in qualcos’altro: è in definitiva la traduzione italiana di product placement, espressione molto usata dagli youtuber itanglesi. La parola quindi ha perso qualsiasi connotazione sessuale e secondo me è diventata valida alternativa italiana – essendo peraltro una parola radicata nella nostra storia – all’invasione di un’espressione inglese.
        Le parole italiane possono cambiare e lo fanno tranquillamente: tutto sta ad informare i modaioli itanglesi 😛

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        • Be certo il linguaggio è metafora e “marchetta” in senso figurato è perfetto, nei registri colloquiali, o “pubblicità occulta” più adatto per quelli formali, a proposito di product placement. Ci sono molti alargamenti di significato per l’influsso dell’inglese, per es. realizzare (=comprendere invece di costruire), singolo (=single invece di unico) e via dicendo. Sono esempi di interferenza dell’inglese “invisibile” e non costituiscono un problema (se non forse per i puristi legati appunto alla storicità delle parole che vedono male le innovazioni) perché non violano il nostro sistema morfologico e ortografico. L’evoluzione della lingua avviene proprio attraverso queste cose, il problema è quando non avvengono più… allora la lingua si cristallizza in sé stessa e non può più evolvere.

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  3. Mi pare che qui i commenti su selfie siano da parte di chi non ha forse molta familiarità con questa la pratica e quindi rifiuta il concetto prima ancora che la parola, probabilmente senza avere conoscenze dirette e aggiornate di come viene usata attivamente dai parlanti.

    Mi permetto di ribadire quanto già affermato in Interferenza linguistica [2] – Prestiti di lusso e di necessità: una distinzione che non sta in piedi: da tempo ormai selfie non ha più solamente il significato “foto di sé stessi” ma prevale invece l’accezione “foto di qualcuno fatta con un dispositivo mobile [per essere] condivisa su un social”. Nel selfie possono figurare anche altre persone (o cose) e la foto può essere scattata da chi non ci compare, quindi non è un autoscatto né nel senso di autoritratto né di foto automatica.

    Suggerirei di provare ad allargare le ricerche delle parole della lingua quotidiana come selfie al di fuori di Google Ngram Viewer e dei giornali e analizzare invece la lingua dei social, che rispecchia meglio l’uso “attivo” degli anglicismi da parte dei parlanti (opposto a quello “passivo” che subiamo da media ed istituzioni). Nello specifico i social sono il vero ambito d’uso non solo della parola selfie ma anche di tutti i suoi numerosi derivati. Si troverà ad esempio che il verbo selfare è usato anche per foto di cibo dove non appare nessuna persona (ad es. “cotto, selfato e mangiato”), uno dei tanti casi in cui autoscatto non avrebbe alcun senso proprio perché selfato vuole dire “fotografato e condiviso>ì”. E l’enorme produttività di selfie è essa stessa una prova che a tutti gli effetti si tratta ormai di una parola perfettamente integrata nella lingua italiana. Ma ne abbiamo già discusso ampiamente anche in Da selfie a selfone (e megaselfie). 🙂

    Aggiungo comunque che l’analisi degli anglicismi non andrebbe limitata all’aspetto di ciascuna parola e alla sua etimologia (self auto) perché non sempre c’è un collegamento diretto oppure c’è stata un’evoluzione rapida del significato e dell’uso (il concetto che rappresenta) per cui l’etimologia diventa abbastanza irrilevante. Attenzione anche a non banalizzare i meccanismi di risemantizzazione, un processo molto produttivo anche in italiano ma condizionato da vari fattori e aspetti non prettamente linguistici e che quindi non può essere imposto artificiosamente sulla base di “traducenti” letterali.

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  4. Licia ancora con sta storia? Quello che vai affermando NON è registrato dai dizionari che parlano tutti di autoscatto:

    ZINGARELLI: “foto di sé stessi scattata con uno smartphone, tablet o altro apparecchio digitale: condividere un selfie con gli amici CFR. autoscatto”;
    DEVOTO OLI: “Autoritratto fotografico realizzato con uno smartphone o con una webcam e pubblicato su un social network”;
    TRECCANI: “Autoritratto fotografico generalmente fatto con uno smartphone o una webcam e poi condiviso nei siti di relazione sociale.”

    In attesa che i dizionari registrino quanto da te asserito, tieni presente che le analisi sull’uso delle parole sulle reti sociali portano anche al proliferare di “qual’è” con l’apostrofo o di “piuttosto che” alla “milanese” con valore di “oppure”, o parlano di “dressing” con il significato di modo di vestire (anziché di condimento per l’insalata). Credo che restare su quanto dicono i dizionari sia un po’ più scientifico, per il momento, invece di dire che l’etimologia è irrilevante.
    Se poi selfie evolverà in “fotografia”, va bene, chi preferisce parlare in italiano parlerà di fotografie, allora. Il fatto che selfie ha generato i selfoni, il selfare e altri derivati non significa certo che sia “perfettamente integrato nella nostra lingua” come non lo è “downloadare”, l’integrazione è altra cosa e passa per l’adattamento al nostro sistema grafo-morfologico, oltre che richiedere un arco di tempo un po’ superiore a quello di cui stiamo parlando. Entrambi gli esempi derivano dal fatto che si usano paole inglesi a sproposito al posto di quelle italiane: se al suo comparire “selfie” fosse stato sostituito da “autoscatto” e “donwload” (grazie ai terminologi!) da “scaricamento”, non ci sarebero derivati. E poi basta con sta cosa che evolvono solo i significati delle parole inglesi, faccamo evolvere anche quelle italiane. Mi rendo conto che voi anglopuristi peferite parlare l’itanglese, ingessare l’italiano a lingua dei morti e spacciare per prestito di necessità tutto quel che potete, c’è anche chi non è d’accordo né gradisce questa vostra visione del mondo.
    Tra l’altro questo non è un pezzo sui selfie, questo era un esempio per un discorso di ben altra portata, mi meraviglia tutto questo interesse su questo unico punto.

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    • Mi spiace zoppaz di aver scatenato un putiferio, ho continuato la discussione su selfie perché trovavo intrigante l’accezione “autoritratto”.
      Malgrado Licia mi abbia in pratica dato del vecchio, che non ho pratica di selfie e quindi non capisco cosa siano e come i gggiovani li usino, mi fregio di aver usato i selfie già all’inizio del loro esplodere, diversi anni fa, e di aver postato all’epoca una bella rassegna di foto sui social, che mi ritraevano al fianco dei più grandi pittori della storia. (Per fortuna a Roma in alcuni musei si può fotografare!) Ovviamente per “bella” non intendo la mia faccia bensì la serie di selfie con me a pochi centimetri da capolavori dell’arte, da Van Gogh a Monet, da Klimt ad Escher, che poi ho commentato con i miei amici di facebook. In effetti ha ragione Licia: l’aver pensato di usare una tecnica gggiovane per roba ammuffita come i capolavori dell’arte mi qualifica come vecchio 😀 In fondo io facevo selfie anche quando non si chiamavano selfie ma “Dài, facciamoci una fotto tutti insieme con l’autoscatto!”, pensa quanto sono Matusa 😛
      Ah, ed è curioso come chi voglia tutelare la propria lingua e divertirsi a cercare alternative venga tacciato di rifiutare a priori prima il concetto e poi la parola. Questo mi aiuta a capire l’inarrestabile invasione dell’intaglese dei gggiovani: se cerchi di capire la roba strana che ti piove addosso sei un testone che “rifiuta” le novità…

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      • ma non hai scatenato nulla, Lucius, gli scambi che ho con Licia sono sempre molto accesi, perché partiamo da punti di vista a da visioni del mondo agli antipodi.

        tra l’altro possiedo delle fotografie di epoca predigitale, anni 90, in cui al mare o in vacanza era consuetudine farsi degli autoscatti ricordo con gente conosciuta in loco, fatti al buio all’epoca, perché non si poteva vedere ciò che si inquadrava e si andava a occhio. la sopresa poi arrivava dal fotografo quando si faceva sviluppare il rullino. una volta sviluppate, le foto si mandavano via posta ordinaria ai soggetti interessati, di cui ci si scambiava l’indirizzo con la promessa di rivedersi, anche se poi non ci si rivedeva mai più…
        mi è capitato più di una volta, in contesti diversi, per cui era una pratica già diffusa, solo che nessuno aveva mai dato un nome alla cosa, era un trucchetto che si era affermato prima dell’avvento dei cellulari con fotocamera alternatvo a quello di chiedere a un terzo il favore di fare una foto.
        Negli anni 80 invece avevo fatto lo stesso giochetto con qualche amica nelle macchinette delle fototessere della metropolitana, come foto ricordo estemporanea che poi ci si divideva, talvolta con boccacce, .

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        • Conservo ancora come caro ricordo quelle foto scattate con le macchinette per strada, o sotto la metro, e la “sorpresa dal fotografo” era l’aspetto migliore del portare a sviluppare i rullini ^_^ Spesso era negativa, ma quando scoprivi che per puro caso avevi azzeccato una bella foto era sempre un piacere.
          Io poi avevo trovato un negozio di fotografia che faceva sconti se si sviluppavano già doppie o triple le foto, quindi ad ogni occasione sociale in cui ci si faceva foto mi occupavo io dell’aspetto “social”, consegnando i duplicati agli amici delle foto. Facebook ha solo accorciato i tempi di una pratica molto comune, ma – e questo lo dimenticano in troppi – ha reso tutto pubblico. (e itanglese!)

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  5. Ma in “voi anglopuristi peferite parlare l’itanglese, ingessare l’italiano a lingua dei morti e spacciare per prestito di necessità tutto quel che potete” sarei inclusa anch’io? 😀

    Allora mi permetto di dirlo più esplicitamente: non mi convincono queste riflessioni sugli anglicismi fatte artificiosamente a tavolino, senza esempi di contesto d’uso, senza considerare l’uso reale che ne fanno i parlanti in produzioni spontanee, escludendo qualsiasi tipo di variabile sociolinguistica.

    Sono perplessa perché qui gli anglicismi vengono messi tutti sullo stesso piano, senza distinzione alcuna di frequenza, distribuzione, specializzazione, visibilità, riconoscibilità, entrata in uso e altri aspetti diacronici.

    Ho insistito su selfie perché è solo uno dei tanti esempi possibili, però è più efficace di altri perché il suo uso è facilmente verificabile da chiunque, indipendentemente dalle definizioni dei dizionari che non sempre sono aggiornate. La lingua infatti è in continua evoluzione ma nonostante gli enormi progressi della linguistica dei corpora alcuni slittamenti di significato e risemantizzazioni possono sfuggire al controllo dei lessicografi. Ad esempio, provate a confrontare le definizioni di visionario e controllate quanti dizionari riportano l’accezione positiva prevalente ormai da anni, calco di visionary, e quanti invece sono rimasti ancorati alle “vecchie” definizioni che non riflettono più l’uso contemporaneo (a proposito, le interferenze di calchi e falsi amici sono molto più subdole, non andrebbero ignorate!).

    Nella lingua ci sono molte zone grigie e invece qui e nel libro è tutto o nero o bianco: si ha l’impressione che ogni parola che arriva dall’inglese sia il male assoluto perché finisce per consonante o ha combinazioni di grafemi insolite in italiano, senza eccezioni. Ne consegue che l’anglicismo drone va bene perché ha l’aspetto di una parola italiana e si pronuncia con la e finale ma se si dicesse “dron”, come si faceva inizialmente e come ancora riportano alcuni dizionari, allora andrebbe rifiutato a favore della traduzione letterale fuco. La lingua però non funziona così!

    Con questo approccio intransigente e poco realistico temo ci sia il rischio di farsi ascoltare solo da chi è già acerrimo nemico degli anglicismi – come si direbbe in inglese, preaching to the converted 😉 – ed essere ignorato da chi invece ne abusa.

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    • Certo Licia, ti considero un esponente esemplare degli “anglopuristi”, del resto sul tuo (pregevole) sito le prese di posizione contro l’itanglese riguardano soprattutto “l’inglese farlocco” e cioè quando si introducono pseudoanglicismi che non rispettano il significato dell’inglese, ed è questo che suscita le tue critiche: il rispetto verso la lingua madre e non verso la lingua di destinazione = l’italiano. Per il resto ti affanni a giustificare l’utilità e la necessità di importare gli anglicismi di cui non avremmo corrispondenti, e ti prodighi nel diffonderli e nel sostenere che nel tuo metodo di terminologa non bisogna “tradurre” e tanto meno inventare nuove parole. Le tue numerose citazioni inglesi (grazie per il “preaching to the converted”, molto figo!!!) sono un altro elemento significativo dei tuoi modelli culturali. Io non condivido, non apprezzo e respingo il tuo metodo e il tuo punto di partenza. Sono consapevole (e contento) che le mie considerazioni non ti convincano, del resto nemmeno le tue convincono me.
      Mi sembra che tu ti sia fossilizzata sulla parola/esempio “selfie” senza comprendere, prima di condividere, il significato del mio pezzo che ha per tema il purismo. I falsi amici non sono affatto subdoli, lo sono per te che sei interessata solo al rispetto religioso del significato inglese, ma se nel ‘700 alcune riviste si chiamarono magazzini (sul calco di magazine) o se parliamo di compagnia area o telefonica sul modello di company, questa è un’evoluzione dell’italiano che non presenta problemi (il purismo basato sul toscano è finito) perché genera parole italiane, come cinguettio al posto di tweet, e se non sono rispettose dell’inglese, chissenefrega!
      Per la cronaca: la parola “drone”è stata italianizzata e assimilata il che significa che si è aggiunta la vocale finale, che si pronuncia come le altre parole italiane e soprattutto al plurale si declina in “droni”: è ben diverso da importare “dron” o parole che violano anche le regole di pronuncia e di ortografia. Non considero dunque l’esempio un anglicismo, magari tutti gli anglicismi subissero questo percorso, la lingua italiana sarebbe salva. Evidente ti sfugge questa importante differenza: l’interferenza dell’inglese non è condannabile in sé, non ho nulla da eccepire su parole che hanno subito interferenze dall’inglese come “visionario”, “realizzare”, “radicale” né su calchi imperfetti come baco per bug.
      A proposito dell’aggiornamento dei dizionari, lo Zingarelli include il significato derivato dall’inglese di “visionario” (4 (fig.) chi (o che) dimostra grande fantasia e creatività: un regista, uno scrittore visionario | (fig.) chi (o che) si rivela lungimirante e quasi profetico: calco sull’ingl. visionary). Tieni presente che alcune parole ci impiegano anche 10 anni prima di essere registrate e non solo per problemi di “tempestività”, ma perché in lessicografia l’arco temporale e la stabilità di una parola ha la sua importanza.

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