Storia di “leader” (e della casalinga di Voghera)

I primi anglicismi non adattati hanno cominciato ad affacciarsi timidamente nella nostra lingua soltanto nell’Ottocento. A quei tempi la conoscenza dell’inglese non apparteneva nemmeno alle cerchie degli intellettuali, tanto che persino le traduzioni dei libri venivano fatte non direttamente dall’inglese, ma di seconda mano dal francese (Cfr. Anna Benedetti, Le traduzioni italiane da Walter Scott e i loro anglicismi, Leo S. Olschki, Firenze, 1974).

Nella seconda metà dell’Ottocento sono aumentati e, nel corso di tutto il XIX secolo, tra quelli adattati (come rosbiffe, elfo o baronessa) e non adattati, si riducevano a qualche centinaio. Nel dizionario di Sabatini-Coletti quelli non integrati sono 147, il Devoto-Oli ne registra 187 e lo Zingarelli 205.

Tra questi c’è il termine leader (datato 1834 sia dal Devoto-Oli sia dallo Zingarelli), penetrato dal linguaggio politico (insieme a meeting o a premier), che però non era a quell’epoca molto usato né compreso da tutti.

Per ricostruire la storia della penetrazione di questo anglicismo tra i più datati, ci si può appoggiare ai grafici di Ngram che mostrano come leader comincia appena a diffondersi agli inizi del Novecento, per poi regredire tra il 1923 e il 1940. Il fascismo ha infatti sin da subito cercato di regolamentare anche il linguaggio (tra le tante cose), visto come uno strumento fondamentale per la coesione del popolo e per la difesa del nazionalismo. E così, insieme all’abolizione della stretta di mano e all’imposizione del voi al posto del lei (ma per fortuna si poteva ancora parlare di Galileo Galilei e non di Galileo Galivoi, per riportare una battuta dell’epoca), il regime si scagliò contro l’uso dei forestierismi, inizialmente con le tasse sulle insegne delle attività commerciali, e poi con proibizioni sempre più pesanti soprattutto durante gli anni della guerra, quando parlare l’idioma del nemico era considerato una sorta di alto tradimento.

In questo clima, Paolo Monelli, in Barbaro dominio, indicava sinonimi come: capo, campione, capolista, esponente, il primo, il migliore, e venendo alla pronuncia scriveva: “Questa parola inglese, carissima agli scrittori di cronaca sportiva, si pronuncia pressapoco lida (dal verbo to lead, pron. tulìd, da una comune radice germanica; cfr. ted. leiten, pron. làiten). I bolognesi equivocano volentieri con lèder, che vuol dire ladro.”

[Vedi Giovanni Iamartino: http://www.treccani.it/lingua_italiana/speciali/ok/Iamartino.html]

Caduto il fascismo, la parola comincia a diffondersi e la sua frequenza a salire.

leader

Nel 1966, il Servizio opinioni Rai avviò un’indagine per monitorare la comprensione del linguaggio da parte degli italiani condotta su un campione di 1.000 persone, e tra le parole difficili c’era anche leader.

La parola risultò comprensibile per il 55% delle casalinghe di Voghera senza istruzione, per l’89% di quelle di Bari che avevano terminato almeno le scuole medie, per il 37% degli agricoltori di Andria senza istruzione, per il 63% degli operai di Milano con la scuola elementare o media, e per il 97% degli impiegati di Roma diplomati o laureati.

[Sergio Lepri, Medium e messaggio. Il trattamento concettuale il linguaggio dell’informazione, Gutenberg 2000, Torino, 1986, Tabella V, p. 107]

Oggi, è cambiato tutto e una casalinga di Voghera probabilmente è tale perché ha perso il suo posto di lavoro in un call center, mentre dopo l’avvento delle televisioni private la Rai si è sempre più adeguata a rincorrere i modelli della concorrenza commerciale, e in questo processo, come osserva Gabriele Valle (che ci fa notare che in spagnolo il termine è stato adattato in lìder):

“Un numero considerevole di anglicismi viene propagato dai mezzi di comunicazione: la radio, la televisione e la stampa (quelli che ieri contribuirono a unificare la lingua oggi la stanno intaccando).”

[Gabriele Valle, “L’esempio della sorella minore. Sulla questione degli anglicismi: l’italiano e lo spagnolo a confronto”, in Studium. Saperi e pratiche della speranza tra teologia e filosofia, a cura di Vincenzo Rosito, Anno 109, settembre/ottobre 2013, n. 5, p. 761]

 

Mentre adesso i canali di mamma Rai si chiamano Rai movie, Rai news, Rai premium, Rai Gulp e via dicendo, leader è diventato un termine praticamente insostituibile, annoverato tra le parole ad alto uso della nostra lingua nell’aggiornamento 2016 del Vocabolario di base della lingua italiana di Tullio De Mauro (che raccoglie circa 7.500 parole), e tra le 10.000 parole fondamentali del Devoto-Oli.

Inoltre è diventato un termine che, come un suffissoide, genera una nuvola di altri anglicismi registrati dai dizionari come leaderboard (riquadro pubblicitario dal forte impatto visivo che compare nella parte superiore delle pagine in rete), leadership, market leader, opinion leader, price leader, project leader, tour leader e tutta un’altra serie di espressioni che circolano anche fuori dai dizionari, tra cui la più gettonata è “azienda leader”: ricorre su Google più di 900.000 volte, e sembrerebbe che tutte le aziende si definiscano ormai così.

In un bar-libreria di Milano che espone annunci finti e spassosissimi, ho letto: “Azienda leader cerca settore in cui operare”.

 

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5 pensieri su “Storia di “leader” (e della casalinga di Voghera)

  1. Ad avercene, di casalinghe di Voghera così informate: purtroppo oggi sono molti laureati ben informati a non avere più alcuna cultura, né italiana né inglese. Se esistesse ancora la RAI dovrebbe fare un’inchiesta fra i giovani rampanti: penso che le casalinghe d’Italia li batterebbero senza problemi 😀
    Scherzi a parte, splendido pezzo ^_^

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  2. Grazie 🙂 Quello che mi lascia perplesso di “leader” non è tanto che sia ormai una delle parole fondamentali, quanto il suo uso, frequentissimo sui giornali, quasi come fosse una parola insostituibile, anche se i sinonimi esistono, e si potrebbero usare maggiormente: azienda all’avanguardia, guida, di spicco, di punta, di primo piano, modello, di riferimento… suonerebbero forse meno inflazionati di uno stereotipo come azienda leader, che proprio per il suo abuso finisce per non significare niente e confondersi nella massa dell’autoreferenzialità millantata.

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  3. Stavo proprio scrivendo un racconto e per trovare un termine che rendesse meglio che un personaggio è il probabilmente il capo di un gruppo, ho pensato che il termine “leader” fosse il più adatto per indicare una “guida” non nominata, non esplicitamente espressa da alcuno. Non so se è errato, ma potrebbe essere usato in questo senso, che ne pensi?
    Mi ripeto: sempre interessanti questi tuoi post!

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  4. No che non è errato “leader”, anzi è attualmente la scelta più impiegata nell’uso, mi pare. Poi sta all’autore preferire sinonimie, o scegliere il linguaggio più adatto al destinatario, allo stile o al contesto della storia. Gli aglicismi hanno di sicuro un forte potere evocativo e fanno presa, anche se poi certe sfumature che si acclimatano in Italia non è detto che corrispondano all’uso della parola in inglese. Insomma non è che sono “vietati”, caso mai è un problema di stile o semplicemente di non abusarne fino a cadere nel ridicolo. Puoi usare “boss” se preferisci eheheheheh

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  5. Certo, il termine “leader” l’ho usato non per la corrispondenza esatta in inglese, ma per il suo potere – come lo hai perfettamente definito – “evocativo”. Non conosciamo spesso le sfumature sottili di un’altra lingua, quanto quelle della madrelingua, perciò mi sembra – questione di stile personale – che renda meglio la “precarietà” di certi concetti e la sfocatura di certe immagini.
    “Boss” non è adatto all’ambientazione del mio racconto, mi comunica “mafia, camorra, malavita organizzata”.
    Grazie mille per il parere

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