Anglismi o anglicismi? Come è meglio dire?

Meglio parlare di anglismi o di anglicismi?

Tullio De Mauro ha sempre contestato il termine anglicismo, preferiva parlare di anglismi, una derivazione per lui più corretta, perché il prefisso di derivazione è anglo-, e infatti si parla per esempio di anglistica (lo studio della lingua, della letteratura e della storia dei popoli di lingua inglese) e non di “anglicistica”, e di anglisti (e non di “anglicisti”). Dunque, per lo studioso anglicismo sarebbe a sua volta un anglicismo, ricavato dall’inglese invece che dal suffisso italiano, visto che oltremanica si dice anglicism.

Anche se qualche linguista preferisce questa versione, va detto che la forma più diffusa tra gli studiosi (e non solo), che si ritrova anche sul sito dell’Accademia della Crusca o sulla Treccani, è invece la seconda. Lo Zingarelli definisce anglismo (datato 1970) una forma rara per anglicismo (datato 1747), e il Devoto Oli lo considera una variante (datata ugualmente nel 1970) della seconda forma (datata invece nel 1829) che deriva a sua volta dal francese anglicisme e questo dal latino medievale anglicus, “anglico”.

I grafici di Ngram mostrano che la forma più diffusa è anglicismo, e personalmente ho sempre preferito questa variante che non solo è la più ricorrente, ma corrisponde anche a come si dice prevalentemente in Francia o in Spagna (rispettivamente anglicismes e anglicismos) ed è attestata sin dal Settecento proprio da uno dei più intransigenti puristi della lingua italiana.

anglismi_anglicismi

Nel 1764, la parola anglicismo fa la sua comparsa nella rivista la Frusta letteraria, quando il purista “fondamentalista” Aristarco Scannabue, pseudonimo di Giuseppe Baretti, si scagliava “con implacabile severità” contro quanti favorivano l’imbarbarimento della nostra lingua, mosso dallo “sdegno” nel vedere “la nostra penisola infettata” da scritti e libri “sguaiati” e “ribaldi” che si permettevano di utilizzare parole non toscane o, peggio ancora, di derivazione straniera. A quei tempi la battaglia era prevalentemente contro il francese, e ancora nell’Ottocento i puristi come Rigutini bollavano come gallicismi parole come emozione, mentre Leopardi difendeva l’uso di un francesismo italianizzato come precisazione, benché il termnine movesse “le risa”.

[Cfr. I neologismi buoni e cattivi più frequenti nell’uso odierno, libro compilato pei giovani italiani da Giuseppe Rigutini, Roma, Libreria Editrice Carlo Verdesi, 1886, p. 88]

Nel secolo precedente, Scannabue prefigurava in modo provocatorio e quasi paradossale che insieme alla condanna dei gallicismi ci sarebbe mancato solo l’arrivo degli “anglicismi”:

“Oh che bella cosa, se mi venisse fatto di svegliare in qualche nostro scrittore la voglia di saper bene anche l’inglese! Allora sì che si potrebbero sperare de’ pasticci sempre più meravigliosi di vocaboli e di modi nostrani e stranieri ne’ moderni libri d’Italia! E quanto non crescerebbono questi libri di pregio, se oltre a que tanti francesismi di cui già riboccano, contenessero anche qualche dozzina d’anglicismi in ogni pagina!”

[Cfr. Frusta letteraria di Aristarco Scannabue: opera Di Giuseppe Marco Antonio Baretti, Bologna, 1839, Tipografia Governativa della Volpe al Sassi, pp.72-73].

Ma tra i due litiganti (anglismo e anglicismo), esiste anche una terza via: il sinonimo inglesismo (attestato dal XVIII secolo).

In sintesi, si può dire come si vuole. Queste sinonimie sono la testimonianza di quanto la nostra lingua sia ricca e varia. È la grande bellezza dell’italiano. Perciò difendiamolo: che siano anglismi, anglicismi o inglesismi, il più delle volte si possono meglio esprimere con termini italiani.

 

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9 pensieri su “Anglismi o anglicismi? Come è meglio dire?

  1. Che emozione trovare citato il mitico Scannabue! L’ho scoperto anni fa, nelle mie ricerche su libri veri e falsi e in vari altri argomenti, librari o bibliofili: su qualsiasi tema Scannabue ha la parola giusta, con la giusta dose di sarcasmo e saggezza.
    Questi tempi bui avrebbero tanto bisogno di una frusta letteraria di quel livello, che desse sferzate irresistibili 😉

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    • Mi fai sorridere Etruscus… le bacchettate di Baretti-Scannabue sono divertenti da leggere, ma oggi il suo purismo intransigente è fuori luogo e improponibile, e lo era anche allora! Ho posizioni molto più morbide a riguardo e preferisco la celebre e solenne rinunzia del vocabolario della Crusca di Alessandro Verri, lanciata dalle pagine del Caffè, che proponeva di ricorrere a ogni tipo di “barbarismo” purché “italianizzato” servisse a fare evolvere la nostra lingua che se fosse rimasta ingessata al lessico delle tre corone sarebbe finita per risultare la lingua dei morti.
      A questo proposito, per allacciarmi anche ai libri falsi, ti segnalo per esempio le beffe di Francesco Redi all’Accademia della Crusca. La più pesante fu quella di inventare un trattato inesistente, datato 1299, che sosteneva di possedere in unica copia nella sua sterminata biblioteca, di un certo Sandro di Pippozzo, di Sandro cittadino fiorentino, in cui si riferiva dell’esistenza di “vetri apellati okiali” per leggere e scrivere nonostante l’affievolirsi della vista dovuta all’età. In questo modo il neologismo veniva forse avvalorato dall’esempio di un classico e poteva perciò entrare nel lessico italiano, invece di esserne escluso. La fantomatica citazione fu poi ripresa in seguito da molti altri autori che si appoggiavano tutti all’autorità di Redi, generando false idee a proposito dell’invenzione degli occhiali, che si ritrovano ancora adesso cercando su GoogleBooks. Solo agli inizi del Novecento gli stessi cruscanti si sono resi conto della mistificazione che hanno così definitivamente smascherato.

      Sulla letterattura dell’inganno e i falsi d’autore mi inviti a nozze, un’altra chicca è per esempio la falsa biografia scritta da Max Aub su un pittore Catalano inesistente, Jusep Torres Campalans, che però si rivelò una bufala solo dopo vari anni (http://www.skira.net/books/jusep-torres-campalans). Un saluto!

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      • Abbiamo molte più passioni in comune di quanto pensassi, visto che sono un grandissimo amante degli pseudobiblia e ne cerco in ogni dove, anche nelle fonti più impensate. (Tipo nei fumetti o nei filmetti.)
        Finora non avevo trovato esempi prima del Cinquecento, invece mi regali questa super-chicca meravigliosa! A dimostrazione che dopo tanti anni a sguazzare nei falsi c’è sempre una pista nuova da seguire ^_^
        Parto a caccia e ti farò sapere…

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  2. La beffa di Redi è una chicca davvero poco nota. Ho ricostruito la vicenda a pag, 260 di “Storia della lingua italiana”, in “Italiano nella scuola secondaria”, Edises, Napoli 2016 (a cura di Francesca de Robertis), Parte terza, pp. 211-320. Ma è un accenno non diverso da quanto ho riportato nel commento qui sopra, non c’è di più.

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    • Mi cogli impreparato sui dischi. Al massimo arrivo alla circolazione, ai tempi del fascismo, di dischi di Beniamino Buonuomo o di Luigi Braccioforte, calchi di Benny Goodman e Luois Armostrong… ma questi adattamenti erano dovuti al problema di aggirare la censura e le proibizioni di ripodurre la musica americana, per cui venivani dichiarati così, e si suonava il jazz ma lo si dichiarava mazurca, per evitare grane.

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  3. No, quelli cui mi riferivo io sono tutt’altra cosa. In Italia il primo a recensire dischi inesistenti spacciandoli per veri dovrebbe essere stato Riccardo Bertoncelli (sì, quello della canzone di Guccini: http://www.francescoguccini.net/curiosita/553-la-vera-storia-dellavvelenata-raccontata-da-bertoncelli), che in un suo libro ha rievocato così alcune di quelle burle: «Nella primavera 1972 scrissi sulla mia originale fanzine, Freak, la recensione di un disco che non esisteva, Smiles of Heaven, realizzato da una stellare compagnia di rockisti fra i miei preferiti. Per metà era un sogno e per metà una polpetta avvelenata, destinata all’amico Paolo Carù. A onor suo, va detto che non ci cascò ma, in compenso, la bevvero in molti, con effetti di intossicazione generale. Un paio d’anni dopo replicai il gioco, inventandomi il quarto album di Crosby, Stills, Nash & Young e pubblicando lo scoop sulla gloriosa rivista su cui scrivevo allora, Gong. I risultati furono grandi. I fans si agitarono molto, i “completisti” si dannarono per procurarsi quel disco imprendibile e i negozianti tempestarono di richieste la casa discografica; giuro di aver visto con i miei occhi una circolare agli agenti dell’ufficio commerciale della WEA Records dove si chiariva una volta per tutte “che il disco Red Woods di Crosby, Stills, Nash & Young NON ESISTE!” (le maiuscole sono originali). La fonte originaria dello scherzo, va detto, è una celebre recensione di Rolling Stone sui Masked Marauders, un supergruppo che si lasciava intendere fossero Dylan, Jagger, Lennon e altre rock star in incognito. Il bello di quella volta fu che una intraprendente casa discografica, la Reprise, pubblicò un equivoco album basato sulla recensione e intitolato proprio Masked Marauders: primo caso nella storia, credo, di un disco che segue un commento giornalistico e non viceversa. Mi sarebbe piaciuto qualcosa del genere anche qui, ma niente. Credo comunque che il titolo abbia ispirato qualche bootleg italiano di CSN&Y».

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