Anglicismi nei giornali: le statistiche “drogate”

Ho spulciato vari studi che hanno conteggiato il numero di anglicismi presenti nei giornali e, anche a seconda delle testate prese in considerazione, le conclusioni indicano perlopiù che la loro percentuale è compresa tra lo 0,5% e il 2% delle parole. Se le cose stessero davvero così non si tratterebbe di numeri troppo allarmanti. Peccato che questi dati grezzi, presentati a questo modo, non hanno un gran valore, e le cose sono molto diverse da come appaiono: bisogna innazitutto interpretarle.

Cito un paio di esempi tra tanti altri non dissimili:

– Nel 1996 , dallo spoglio delle riviste Chi e Panorama, risultava l’1% di anglicismi nel primo giornale e il 2,3% nel secondo.

[Cfr. Marja Komu, “Anglicismi nella stampa italiana”, tesi di laurea in Filologia romanza, Università di Jyväskylä, maggio 1998, p. 26]

– Nel 2011, l’analisi di 7 differenti giornali rilevava percentuali di anglicismi tra lo 0,65% e l’1,87.

[Paola Deriu, “Gli anglicismi nella stampa italiana del XXI secolo”, in Letterature Straniere &. Quaderni della Facoltà di Lingue e Letterature Straniere, Università degli Studi di Cagliari, 2011, n. 13, pp. 165-190]

A pagina 173, l’autrice confrontava i suoi dati con quelli ottenuti da H. Moss nel 1992, sugli stessi giornali, calcolando un aumento che andava dal +0,22% di Panorama, al +0,88% di Sorrisi e canzoni TV.

[Cfr. H. Moss, “The incidence of anglicism in modern Italian: considerations on its overall effect on the language”, in The Italianist: Journal of the Department of Italian Studies, University of Reading, 1992, pp. 129-136]

Questi numeri, di per sé verissimi, sono ottenuti conteggiando tutti gli anglicismi presenti e comparati con il numero totale delle parole prese in analisi, il che non fornisce dati significativi per almeno due motivi, uno metodologico e uno qualitativo.

Il metodo
Chiunque abbia un po’ di dimestichezza con le basi della linguistica computazionale sa che se si analizza la frequenza delle parole all’interno di un determinato corpus letterario, alcune (per esempio le congiunzioni, le preposizioni o agli articoli) ricorrono un’infinità di volte, mentre i sostantivi o gli aggettivi occorrono in modo di gran lunga inferiore. Il numero totale delle parole è insomma un dato grezzo che include forme flesse, numeri, parole straniere di altre lingue e quindi non italiane, nomi propri di persona o aziende che andrebbero tolti dai conteggi… e tutto questo viene comparato con il numero lavorato e pulito degli anglicismi (invariabili, al 90% sostantivi). Se analizziamo per esempio il lessico della Divina Commedia (composta da 13.770 singole parole che, ripetute, compongono un’opera che ne ha in totale 101.499) e lo ordiniamo per frequenza, la parola più usata è e (che ricorre 3.884 volte), seguita da che (2.292), la (2.254) e così via.

[Cfr. Carlo Tagliavini, La Divina Commedia. Testo, concordanze, lessici, rimario, indici, IBM Italia, 1965, p. XX]

Il primo sostantivo che si incontra, invece, è occhi, il più utilizzato, che ricorre solo 213 volte.
In sintesi: un conteggio automatico include migliaia e migliaia di occorrenze di parole come di, perché… che sono necessariamente italiane. Allo stesso modo conteggia le altre forme strutturali della nostra lingua che si ripetono più spesso perché ne sono gli elementi portanti (come gli ausiliari essere e avere, i verbi più diffusi come fare, andare in tutte le loro flessioni….) e sono frequentissime. La presenza di un sostantivo, italiano o straniero, è destinata ad avere percentuali bassissime in questi confronti, e dire che gli anglicismi sono l’1% significa poco. Per capirci, immaginiamo un elenco di 10 anglicismi separati dalla congiunzione e: avrebbe senso concludere che il risultato statistico dell’analisi di questo testo è che grosso modo il 50% dei termini è in inglese e il 50% in italiano? No. In realtà si è in presenza di un testo fatto interamente di termini inglesi separati da una congiunzione italiana, al di là delle percentuali grezze e non significative. Un altro esempio? Un cartello apposto su una vetrina di un negozio chiuso per restaurazione che recitava: “Work in progress per un look ancora più fashion” (lo rubo a Licia Corbolante). E ancora, l’osservazione di Annamaria Testa che riporta la considerazione di un collega: “Ho appena spedito un messaggio a un cliente. Quando l’ho riletto prima di inviarlo, mi sono accorto che di italiano c’erano solo le congiunzioni.”

Ecco perché nelle statistiche non si possono mettere sullo stesso piano parole che appartengono a generi grammaticali differenti: le loro frequenze ricorrono in modo differente e, senza le opportune distinzioni, le percentuali si diluiscono e perdono di senso. Tutti gli studi linguistici concordano sul fatto che gli anglicismi non adattati sono per il 90% sostantivi, e per il resto aggettivi (verbi e altre parti del discorso hanno delle incidenze trascurabili, sono dunque salvi e l’itanglese non li intaccati più di tanto), e allora la percentuale interessante da calcolare è quella di quanti anglicismi si trovano tra i sostantivi o gli aggettivi.

Corriere_4_10_2017
Particolare della prima pagina in rete del Corriere della sera del 4 ottobre 2017 (gli anglicismi sono stati evidenziati).

 

L’analisi qualitativa e la rilevanza delle parole
Se si passa dai conteggi automatici alle analisi più raffinate, non solo si deve contare in modo differente, ma oltre alla frequenza, bisogna anche considerare la posizione di rilevanza dei termini inglesi, che compaiono soprattutto in grande e urlati in bella evidenza nei titoli e nei sottotitoli, come ha ben sottolineato Laura Pinnavaia.

[“I prestiti inglesi nella stampa italiana: una riflessione semantico-testuale”, in MPW. Mots Palabras Words, Studi Linguistici a cura di Elisabetta Lonati, Edizioni Universitarie di Lettere, Economia, Diritto del dipartimento di Scienze del linguaggio e letterature straniere comparate, Università degli studi di Milano, n. 6/2005, p. 52]

Insomma, se gli anglicismi sono il monster da sbattere in prima pagina, nei titoloni e nei sottotitoli, è evidente che li leggeranno tutti e che il loro impatto sui lettori sarà enorme, rispetto a quelli che si possono incontrare nei testi degli articoli.

E allora come stanno le cose?
Fatte queste precisazioni, è meglio fare un esempio concreto per dimostrare in modo pratico che le percentuali degli anglicismi nei giornali non sono affatto l’1% o il 2% delle parole impiegate, il loro numero e la loro rilevanza sono al contrario un fenomeno ben più massiccio e allarmante. Ho provato ad analizzare la prima pagina del Televideo Rai del 4 ottobre 2017, chiamata NEWS FLASH, dove sono riportati i titoli delle notizie:

televideo_4ottobre2017
Si possono trascurare la prima riga della schermata (che contiene solo numeri e date), i numeri di pagina a cui rimandano i titoli, e la pubblicità di una banca in alto a sinistra, che non sono elementi utili e significativi. Il testo che rimane è formato da 69 parole, di cui 10 sono anglicismi (in corsivo) che tradotti in percentuale costituiscono il 14,49% delle parole utilizzate:

Prima news flash
Mafia, 37 arresti nel clan Rinzivillo
Maxi operazione in Italia e Germania
Sequestrati 11 milioni di euro
Filipe IV: garantiremo unità Spagna
Catalogna sleale e irresponsabile
Puigdemont: indipendenza a giorni
Strappo di Mdp: non voteremo DEF
Difesa, sottosegretario Rossi si dimette
dopo notizia su favori al figlio
USA, rientrata compagna killer Las Vegas
accolta da Fbi e subito interrogata
Marsiglia, killer visse in Italia
politica sport

Si può discutere nel considerare euro, USA, Fbi e sport come anglicismi. Eppure, sport è una parola inglese, anche se ormai assimilata senza alternativa al punto che non ce ne rendiamo più conto. Anche euro è di fatto un anglicismo, e ai tempi della sua introduzione c’è stata una battaglia (persa) per italianizzarlo e fare in modo che, come le lire o i dollari, al plurale diventasse gli euri, all’italiana (oggi solo scherzoso e popolare) come in Spagna si dice los euros. Nel 1998 ci fu una presa di posizione dell’accademia della Crusca per questo adattamento e anche Beppe Severgnini si schierò con vigore nello stesso senso, prima di dover rinunciare a ogni ragionamento logico e razionale davanti all’uso che si è imposto in seguito.
Venendo alle sigle, ricordo vecchissimi film in cui Fbi era pronunciato all’italiana, come ancora oggi pronunciamo Cia (qui un aneddoto divertente in proposito), ma da tempo la sua pronuncia ne fa una parola inglese a tutti gli effetti. E lo stesso vale per USA che, al di là della pronuncia oscillante, è una sigla che mantiene le iniziali all’inglese, mentre in spagnolo si dice EE.UU. (Estados Unidos) e in francese EU (États-Unis), così come ISIS è EI (Estado Islámico e État Islamique), UFO è OVNI (Oggetti Volanti Non Identificati), AIDS è SIDA e in generale tutte le sigle si adattano all’ordine delle parole delle rispettive lingue, e non rimangono all’americana come da noi.

Comunque sia, eliminiamo anche le sigle (sia straniere come USA e Fbi, sia italiane come Mdp e DEF) e per fare le cose fatte bene escludiamo dai conteggi anche i numeri (37, 11) che non sono né italiani né stranieri e i nomi propri (Rinzivillo, Las Vegas…), questi sono dei filtri che nelle statistiche sui giornali vengono ignorati, ma senza queste accortezze i dati finiscono per essere annacquati. Eliminiamo anche l’ultima riga che è solo un indice che porta a politica e a sport, le parole prese in esame si riducono così a 49 di cui 7 anglicismi, e cioè il 14,28%. Alla fine le cose non cambiano poi molto:

prima news flash
mafia, arresti nel clan
maxi operazione in e
sequestrati milioni di euro
garantiremo unità spagna
sleale e irresponsabile indipendenza a giorni
strappo di non voteremo
difesa, sottosegretario si dimette
dopo notizia su favori al figlio
rientrata compagna killer
accolta da e subito interrogata
killer visse in

Infine, limitiamoci all’analisi dei solo nomi e aggettivi presenti, le categorie grammaticali dove gli anglicismi effettivamente penetrano e ridefiniscono gli equivalenti italiani:

prima news flash mafia arresti clan maxi operazione milioni euro unità sleale irresponsabile indipendenza giorni strappo difesa sottosegretario notizia favori figlio compagna killer killer

Sono 24 parole, e i 7 anglicismi inclusi rappresentano il 29,16%.

In conclusione
L’ esempio qui sopra è casuale e senza una validità scientifica, ma queste percentuali non sono casi eccezionali o infrequenti. Comunque, gli anglicismi in questa pagina di televideo costituiscono quasi un terzo dei nomi e degli aggettivi utilizzati. La comparazione grammaticale dei termini omologhi – invece della loro diluzione che “salva” la nostra lingua attraverso il conteggio delle congiunzioni o dei nomi propri – mostra che in questi titoli, la penetrazione dell’inglese non riguarda affatto l’1% o il 2% delle parole, ma è di almeno un ordine di grandezza superiore.

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6 pensieri su “Anglicismi nei giornali: le statistiche “drogate”

  1. Incredibile, e mi sa che sono dato anche ottimistici: non credo che esistano più notizie o testi in generale che non grondino iglesismi, mentre ogni anno sempre più parole italiane cade in disuso. (L’altro giorno mi è stato chiesto se esista davvero la parola italiana “coorte”, con due “o”. Io ho riso, perché era ovviamente una battuta. DOVEVA essere una battuta. Quando invece ho scoperto che era una domanda seria, ho pianto…)

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  2. Grazie Cristian.

    L’inno nazionale (stringiamci a coorte) in effetti non è poi così conosciuto, e soprattutto poco apprezzato per il suo testo dallo stile piuttosto arcaico. Mi chiedo se chi ignora l’esistenza di “coorte” comprenda invece il significato di molti anglicismi.

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  3. Articolo molto interessante. Nella mia esperienza di lavoro in una multinazionale americana (in Italia, con personale interamente italiano) ho sofferto per mostri come “schedulare”, “switchare” (o forse dovrei scrivere “suicciare”?) o “sbadgiare” (o “sbeggiare”?): tutti verbi che avrebbero avuto facili e comunissimi corrispondenti in italiano che però erano totalmente rimossi dal discorso. Quindi, al fastidio dei sostantivi e degli aggettivi presi tal quali in inglese, si aggiungeva l’orrore dei verbi Frankenstein!

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    • Hai perfettamente ragione sui verbi. Tra i neologismi degli ultimi decenni si sono moltiplicati i verbi in -are che spesso sono per metà pronunciati all’inglese e per metà adattati alle flessioni italiane: googlare, whatsappare che seguono i più antichi filmare o zoomare… ma per non barare (che non viene da bar) non ho mai conteggiato queste “parole Frankestein” tra gli anglicismi non adattati: li considero un adattamento (a volte parziale e solo nelle flessioni più che nella pronuncia) che tende all’italianizzazione. E’ dovuto però non all’orgoglio linguistico nazionale, ma all’impossibilità di prendere “in prestito” strutture troppo differenti dalla nostra. Dunque non possiamo importare verbi come to drink, che sostantivizziamo infatti in drink. L’insofferenza di natura estetica la condivido, ma alla fine non sono così purista da condannarli sempre. Negli anni Novanta con la diffusione degli scanner, ho combattuto, nel mio picccolo mondo, per dire scansire o scansionare al posto di scannerizzare (o addirittura al posto del calco semantico “scannare” che per fortuna non ha mai preso piede). Ma scannerizzare ha vinto e si è infine attestato nei dizionari.

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      • Abbiamo condiviso la battaglia su “scannerizzare” (ah, quando una ventina di anni fa lavoravo per un’altra azienda americana dicevamo davvero “scannare” per indicare l’uso del lettore di codici a barre, ma lo facevamo per scherzo).
        Io amo la lingua inglese, figuriamoci, la studio da più di trent’anni e la insegno da quindici! Quello che mi infastidisce è l’abuso di anglicismi o di anglo-mostri al posto di parole italiane di uso comune. E se poi a questo si aggiungono pronunce inglesi approssimative o addirittura sbagliate, mi viene l’orticaria.

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