Come entrano gli anglicismi: dalle locuzioni alle “parole madre”. Il caso “room”

Se l’entrata della parola manager nell’italiano ha preceduto le locuzioni con cui si associa  (top manager, general manager, sales manager… ), non sempre l’entrata degli anglicismi segue questo percorso. Spesso il meccanismo è quello opposto: prima compaiono varie locuzioni che contengono una parola e poi questa finisce per entrare nella disponibilità di tutti, anche se non è registrata come voce a sé nei dizionari, proprio perché veicolata dai tanti composti in circolazione che la contengono.

La storia di “room”

Room, per esempio, non è un lemma registrato autonomamente da dizionari come lo Zingarelli o il Devoto-Oli 2017, ma tutti sanno che significa stanza o camera.

La sua comparsa nella disponibilità degli italiani ha avuto inizio con espressioni come tea room, entrata nei primi del Novecento, ma poi, dagli Quaranta, affiancata e quasi completamente rimpiazzata da sala da tè. Anche grill-room, tutt’ora annoverata nei dizionari per indicare una griglieria, risale a quel periodo e ha avuto una circolazione effimera. La locuzione dining-room è invece arrivata intorno agli anni Sessanta, ma non ce l’ha mai fatta a scalzare la preesistente e consolidata sala da pranzo. Nello stesso periodo circolava il living room, il soggiorno, rimasto un modo di dire elitario (anche se ultimamente circola maggiormente ed è riproposto sui giornali e in qualche pubblicità semplicemente come living), così come room service non si è mai imposto sul ben più gettonato servizio in camera, nel linguaggio alberghiero.

Questi casi di bassa circolazione hanno però preparato il terreno per fare conoscere l’anglicismo “madre” a tutti e hanno così favorito l’entrata di nuove espressioni di maggior successo.

Negli anni Ottanta è comparsa la press room, la sala stampa, e poi gli showroom, che invece hanno preso piede; dal 1995 è decollata la chat room, anche se oggi si parla solo di chat.

Tra le parole del nuovo Millennio sono spuntate altre espressioni come control room, la centrale di controllo degli aeroporti e altre strutture, la green room, sala di attesa per le pause degli artisti nei teatri, la situation room, sala riunioni di carattere politico e militare, la shooting room, struttura dove è possibile il consumo di stupefacenti in modo vigilato, la dark room, dove si consuma sesso al buio con gli sconosciuti, e di recente si sta affermando il rooming in, l’affido in camera del neonato alla neomamma, anziché la sua collocazione nel reparto neonatale (nursery) delle cliniche.

 

room in italiano
La frequenza della parola room (nell’italiano: 1850-2008) nei grafici di Ngram Viewer

 

In conclusione: spesso l’entrata di un anglicismo non è un “prestito” che si aggiunge alle parole italiane in modo isolato. Una buona metà degli anglicismi importati si ramifica in famiglie di parole che si ricombinano tra loro in una rete che si espande nel nostro lessico.

Ogni nuovo forestierismo ridefinisce tutta l’area di significato delle parole autoctone già esistenti, si ricava un suo spazio peculiare che non sempre appartiene all’inglese (per es. shoppping che si riferisce agli acquisiti personali o di lusso invece che fare la spesa in modo generico), a volte fa morire le parole italiane che diventano inutilizzabili (calcolatore/elaboratore davanti a computer). Ma soprattutto: anche se non sono registrate nei dizionari, molte parole inglesi entrano nella disponibilità di tutti, si legano tra loro e aprono la strada all’entrata di un numero di anglicismi sempre più ampio (un altro esempio è quello di new e dei suoi composti).

 

4 pensieri su “Come entrano gli anglicismi: dalle locuzioni alle “parole madre”. Il caso “room”

  1. Nei cinema doppiato in italiano è avvenuto qualcosa di strano: malgrado la familiarità dell’italiano medio, il termine “room” (molto usato dal cinema) da noi è stato sempre doppiato almeno fino ai ’90. Ricordo ancora la curiosità che destò l’arrivo del frizzante film australiano “Ballroom – Gara di ballo” (1992), che aveva bisogno ovviamente del sottotitolo. Visto che invece Tarantino da noi è una divinità, il suo chiacchierone “Four Rooms” (1995) è probabilmente il primo “room” non tradotto in Italia. La pratica continua fino a “Panic Room” (2002) il cui titolo non viene tradotto ma nel film l’espressione viene sempre resa in italiano. Malgrado il termine venga usato abbondantemente dal cinema, ogni anno, raramente lo si lascia in originale da noi, come nella deliziosa serie del mistero “The Lost Room” (2006) o nel recente splendido noir “Green Room” (2015).
    Per finire, ricordo il mio sgomento – guardando film coi sottotitoli – quando scoprii che “room” ha anche il significato alternativo più esteso di “spazio”. Finché nei film agli amanti focosi gridano get a room (“prendetevi una stanza”) ci arrivavo, ma davanti a give a man some room rimanevo di stucco: perché ‘sto tizio chiede che gli diano “un po’ di stanza”? 😀

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    • Interessante considerazione, Four rooms l’avevo anche visto ai tempi, dovrei controllare se ci sono precedenti non tradotti, ma credo che, a parte Tarantino, la tendenza a non tradurre più i titoli dei film americani compare appunto tra gli anni ’80 e ’90, e oggi il titolo in inglese se è tradotto al massimo precede (più raramente segue) quello in italiano.

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      • Qui infatti sta lo strano. Ci sta che nel 1967 The Shuttered Room con Oliver Reed diventi “La porta sbarrata” così come nel 1962 The L-Shaped Room diventi “La stanza a forma di L”, così come nel 1987 The Room Upstairs diventi “La pensione”, e ancora bene o male si sapeva che la fortunata serie “E.R.” voleva dire “Emergency Room”, ma nessuno lo diceva. Nei ’90 Leonardo Di Caprio era amato da eserciti di ragazzine che non avrebbero avuto problemi ad andare a vedere il suo Marvin’s Room (1996), ma si preferì renderlo “La stanza di Marvin”, così come il giovane Jude Law di Music from Another Room nel 1998 diventa protagonista da noi di “Musica da un’altra stanza”.
        Ancora nel 2000 probabilmente non si sarebbe capito cosa fosse una Boiler Room così si preferì “1 km da Wall Street”, sebbene i protagonisti (fra cui Vin Diesel) non stessero a Wall Street. A parte i titoli citati – Panic Room e Green Room – sembra che la parola si cerchi di evitarla nei titoli di film usciti in Italia. Addirittura il documentario slinguazzone Room 237, per paura che tutti i grandi estimatori di Kubrick lo siano in realtà solo a chiacchiere (com’è facile) e non avessero capito il riferimento, si è preferito ribattezzarlo “Overlook Hotel – Stanza 237”.
        Possibile che malgrado la sua innegabile penetrazione nella nostra vita quotidiana, room sia una parola che non piace ai distributori cinematografici? 😛

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        • Non lo so, la mia impresssione in generale su “room” è che si scontri con alternative storiche della nostra lingua molto radicate per porsi come una parola di successo. E in questo caso all’anglicismo manca l’elemento di “novità” che spesso veicola e caratterizza le espressioni inglesi. Fuori dal cinema, come si vede anche dal grafico Ngram Viewer, le locuzioni con “room” non hanno avuto troppo successo fino al secolo scorso, e attualmente l’anglicismo ha un circolazione bassa e (sembrerebbe) anche in calo negli ultimi anni, al contrario della maggior parte degli altri. In sintesi, mentre l’esplosione di parole come “job” al posto dell’altrettanto radicato “lavoro” (ne parlerò dati alla mano prossimamente) è connesso a una NUOVA concezione del lavoro che ben si presta a essere mascherata con l’anglicismo, nel caso delle stanze e della camere c’è poco da rinnovare o mascherare eufemisticamente. Forse è per questo che la parola non decolla troppo nemmeno nel cinema.

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