La cause dell’inglese: anglicismi e anglicizzazione

0Sui motivi per cui l’inglese si espande nell’italiano con tanto successo sono state spese molte riflessioni che provo a sintetizzare. Ognuna non basta, da sola, per spiegare il fenomeno. Ma nemmeno la loro somma mi pare sufficiente. Voglio perciò concludere con qualche nuova considerazione ormai imprescindibile, nel nuovo Millennio.

1) La sinteticità dell’inglese

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Gian Luigi Beccaria, nel 1988, osservava giustamente: “L’anglismo ha oggi a suo favore alcuni elementi strutturali rilevanti: l’economicità sintattica e una certa ‘comodità’ lessicale” che spesso si riduce a semplici e comodi monosillabi: boom, fan, gay, scoop, staff, stress, star, shop, show

[Gian Luigi Beccaria, Italiano. Antico e nuovo, Garzanti, Milano 1988, pp. 226-7].

Questa considerazione è verissima, ma va detto che:
a) spesso questa potente sinteticità è il frutto di un uso all’italiana che non appartiene all’inglese: parliamo di basket, ma in inglese è solo cesto (si dice basketball) così come parliamo di social che è a tutti gli effetti uno pseudoanglicismo, senza specificare network, web, media e simili contestualizzazioni. Lo stesso accade per golf al posto di maglione (in inglese è solo uno sport), e per molte decurtazioni come reality (cioè realtà) al posto di reality show, per non parlare di invenzioni di parole assenti nell’inglese come slip, pile o beauty case (decurtato in beauty che vuole dire solo bellezza).
b) Inoltre, se ricorressimo all’inglese per semplice economicità perché dovremmo dire misunderstanding, lungo e impronunciabile, al posto di un più semplice equivoco? Capo è più breve di leader, sinonimo vissuto come più evocativo. Nomina è più corto di nomination, ma a noi piacciono i suoni in escion, come nella Svalutation di Celentano. E le ragioni della diffusione di mission, vision o competitor in ambito lavorativo al posto di missione, visione o competitore (ancora più corto: rivale) non sono certo nel risparmiare una e finale.
Dunque questa spiegazione piuttosto diffusa non basta e non coglie le vere cause.

 

2) La pigrizia, davanti alla velocità di propagazione della nuova terminologia, impedisce le traduzioni

2Ricorrere alle espressioni originali inglesi può essere una precisa scelta stilistica, un vezzo o anche una comodità per ripetere senza tradurre in modo pigro e facile, si dice. Spesso gli anglicismi entrano così rapidamente che non c’è il tempo di adattarli, perché si attestano nell’uso immediatamente così come vengono riportati. Lo ha sottolineato molto bene Antonio Taglialatela rifacendosi a quanto osservato anche da Reinhard Rudolf Karl Hartmann (The English Language in Europe, Intellect Books, Berlin 1996). Ed ecco allora che entrano parole come brexit o spread, e in poco tempo diventano le uniche espressioni utilizzate, e la loro velocità di attecchimento si rafforza anche con il fatto che suonano nuove, e che sono vendute come tecnicismi dal significato univoco.

[cfr. Antonio Taglialatela, “Le interferenze dell’inglese nella lingua italiana tra protezionismo e descrittivismo linguistico: il caso del lessico della crisi”, in Linguæ &, Rivista di lingue e culture moderne, Vol. 10, Num. 2, p. 69].

Ma anche questo ragionamento non è sempre del tutto vero. Spread significa solo divario, scarto, e gli analoghi tecnicismi utilizzati per esempio in statistica che si sentono anche in televisione durante le maratone elettorali sono forchetta e forbice. Nel suo processo di acclimatamento in italiano, cioè nell’uso sui giornali, successivamente spread si è caricato di un’univocità che non appartiene alla parola, ma all’uso che i mezzi di informazione ne hanno fatto, e cioè la differenza di rendimento (scarto) tra i titoli di Stato italiani e tedeschi. Lo stesso si potrebbe dire di fake news, introdotto nella nostra lingua come una novità dai giornali che hanno preferito virgolettare in inglese e ripetere a pappagallo l’espressione originale di Donald Trump, al posto di notizie false, falsi, contraffazioni, bufale. E allora questi esempi non si spiegano solo con la mancanza di tempo o con la pigrizia di non coniare un neologismo per brexit e per altre centinaia di espressioni in inglese.
C’è qualcosa d’altro e di ben più profondo.

3) L’esterofilia storica degli italiani

3“Nel pronunziare o nel sentir pronunziare una lingua straniera, ci piacciono più di tutto quei suoni che non sono propri della nostra”, notava Leopardi.

[Giacomo Leopardi, Zibaldone, 17. Ott. 1821, p. 1938].

Anche Ivan Klajn – autore di un importantissimo studio sull’interferenza dell’inglese che risale al 1972 (Influssi inglesi nella lingua italiana, Olschki, Firenze) – insisteva sul forte richiamo di ciò che è straniero, soprattutto nelle attività commerciali.

A questo proposito posso aggiungere che, sfogliando le pubblicità dei giornali di fine Ottocento, mi sono divertito a leggere i tanti nomi di prodotti che terminano in consonante, come il “Forman contro la corizza” (e cioè il raffreddore), il ricostituente Proton, il sapone Sapol, il depilatorio Apelon, l’Appetitolin e simili (solo per citare la categoria parafarmacistica), perché “più una parola contiene h, k, w, y più fa colpo” (per dirla con Ioan Gutia, Contatti interlinguistici e mass media, La Goliardica, Roma 1981, p. 15). Un tempo questi nomi erano di fantasia, oppure attingevano al fascino del francese, ma oggi questa esigenza trova un nuovo modello di “modernità evocatrice” nell’inglese.

Le differenze tra l’esterofilia all’epoca del francese e quella di oggi

Arrigo Castellani, nel suo “Morbus anglicus” (in Studi linguistici italiani, n. 13, Salerno Editrice, Roma, pp. 137-153), aveva già evidenziato la grande differenza tra quanto accadde sino ai primi del Novecento con l’attingere dal francese e quanto accadeva nel Novecento con l’inglese:
a) per prima cosa il francese è una lingua neolatina affine alla nostra, e dunque la maggior parte dei prestiti sono stati adattati e assimilati attraverso l’italianizzazione senza troppi problemi, mentre oggi dall’inglese non si adatta quasi nulla.
b) In secondo luogo i francesismi riguardavano soprattutto la lingua dell’élite, mentre l’inglese è un fenomeno di massa e di ben altra portata.
c) Vorrei anche aggiungere che l’attingere alle due lingue non è comunque paragonabile neanche lontanamente nei numeri: nessun dizionario storico ha mai registrato migliaia e migliaia di parole francesi crude come avviene oggi. Un’opera come il famigerato Barbaro Dominio di Monelli di epoca fascista annoverava 500 esotismi nella prima edizione, arrivando a raccoglierne in tutto 1.500 nell’ultima, che comprendevano soprattutto il francese, ma anche l’inglese e altre lingue.

Davanti alle proposte di Arrigo Castellani di adattare o tradurre certe espressioni, Anna Laura e Giulio Lepschy osservavano che era proprio per il loro suono e fascino esotico se gli anglicismi erano preferiti.

[Anna e Giulio Lepschy, “L’italiano visto dall’estero”, in Lettera dall’Italia, anno V, n. 20, ott-dic 1990, 53-54].


4) Fascino, moda e prestigio

4Tra i tanti motivi del ricorso all’inglese, allora, c’è di sicuro il fatto che sia di moda e, con un certo snobismo, molti sono convinti che costituisca una tendenza innovativa, cui ricorrere per non sentirsi esclusi. Nell’usare gli anglicismi, scrive Gloria Italiano, non c’è in gioco solo un fattore linguistico, ma anche sociologico e psicologico: i termini si caricano di “un potere socio-psico-linguistico che va al di là del significato nudo e crudo”.

[Gloria Italiano, Parole a buon rendere, ovvero: l’invasione dei termini anglo-americani, Cadmo, Fiesole 1999, p. 33].

Gian Luigi Beccaria osservava che manager porta con sé l’efficienza e il prestigio americano, rispetto a dirigente o responsabile, mentre jet set è più cool di società.

[Gian Luigi Beccaria, Italiano. Antico e nuovo, Garzanti, Milano 1988, p. 242-243].

E anche Laura Pinnavaia scrive:

“Al prestito inglese non si ricorre più solo per ‘tappare un buco’ lessicale e semantico, ma proprio per creare un nuovo tipo di testo, che è poco impegnativo a livello superficiale, ma a livello comunicativo è invece più denso di significato.

[Laura Pinnavaia, “I prestiti inglesi nella stampa italiana: una riflessione semantico-testuale” in MPW. Mots Palabras Words, Studi Linguisti a cura di Elisabetta Lonati, Edizioni Universitarie di Lettere, Economia, Diritto del dipartimento di Scienze del linguaggio e letterature straniere comparate, Università degli studi di Milano, n. 6/2005, p. 54].

 

5) Il nostro complesso di inferiorità

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Gabriele Valle aggiunge che “c’è una spiegazione che non è incompatibile con le precedenti e che forse ne ingloba più di una: un complesso d’inferiorità, che è segno di autostima povera verso la propria cultura”, come nota anche Maurizio Dardano per cui in queste preferenze gioca il suo ruolo un certo senso di inferiorità nei riguardi dell’inglese, “dimostrato da vari aneddoti riguardanti la pretesa ‘incapacità’ della nostra lingua di rendere taluni significati, che l’inglese esprimerebbe con disinvolta naturalezza”.

[Gabriele Valle, “Lʼesempio della sorella minore. Sulla questione degli anglicismi: lʼitaliano e lo spagnolo a confronto”, in Studium. Saperi e pratiche della speranza tra teologia e filosofia, a cura di Vincenzo Rosito, Anno 109°, settembre/ottobre 2013, n. 5, p. 24].

Ho più volte ripreso questo tema del complesso di inferiorità che, ancora una volta, non è solo linguistico (il linguaggio è una spia dell’inconscio per parafrase Freud) ma più generale. Basta pensare alla politica e all’avvento della cosiddetta seconda Repubblica che ha cercato, fallendo, di importare il modello del bipartitismo tipico degli schieramenti americani in un realtà fatta di una miriade di partiti e di pluralismo di posizioni. Un modello che si è inevitabilmente frantumato perché la nostra cultura e storia è diversa, e non si può americanizzare a tavolino. O ancora, basta pensare ai modelli di formazione tipicamente americani basati sul pragmatismo spicciolo e sul “problem solving” superficiale, che sempre più importiamo infaustamente in una tradizione culturale europea che ha decisamente una profondità superiore, perché è basata sul pensiero critico e l’analisi storica. Un approccio che, purtroppo, sta venendo sempre meno.

 

6) L’univocità dei significati e la stereotipia del monolinguismo che portano al depauperamento semantico

6Tornando dalla cultura all’italiano, questo pragmatismo dell’inglese si sposa perfettamente con una concezione della lingua basata sull’univocità dei significati, una parola per ogni concetto, come piace ai traduttori e ai correttori automatici che diffondono una lingua stereotipata. Gli anglicismi si inseriscono benissimo in questo depauperamento lessicale ricco di frasi fatte, che esiste anche in italiano ovviamente (cauto ottimismo, tragica fatalità, gesto inconsulto, il giusto mix…), ma che trova negli anglicismi una formulazione percepita a torto come moderna o internazionale. Un esempio tra mille? Ormai rifacimento, riammodernamento o ristrutturazione non si dicono più, c’è solo il restyling, nella stereotipia imperante. In questo terreno, perciò, non bisogna trascurare la scarsa cultura. Come ha evidenziato Claudio Marazzini:

“Molti italiani parlano un italiano fragile, che impedisce loro di capire che cosa significhi il possesso vero di una lingua”.


Il lessico dell’univocità contro quello della varietà e dei sinonimi

La questione dell’univocità lessicale è antica. Si ritrova per esempio nell’approccio manzoniano che, nel preoccuparsi di unificare l’italiano sul modello del fiorentino vivo, davanti al proliferare dei dialetti puntava all’eliminazione delle parole e delle forme che creavano varietà e doppioni (gli allotropi). Una concezione cui si contrapponeva negli stessi anni Niccolò Tommaseo che invece dava vita al Dizionario dei sinonimi (1830) e che si ritrova nel Novecento in Emilio Gadda:

“I doppioni li voglio, tutti, per mania di possesso e per cupidigia di ricchezze: e voglio anche i triploni, e i quadruploni”. Infatti il plurilinguismo, come scrive Massimo Arcangeli, “è patrimonio costitutivo stesso della storia della nostra penisola; nel doppio senso, indicato da Tullio De Mauro, di una «pluralità di norme, […] come variabilità interna a ciascuna lingua», e di una «diversità e pluralità di diverse lingue».

Passando dalle varietà locali interne alla pluralità delle lingue nel mondo, il monolinguismo stereotipato basato sull’inglese che vende molti anglicismi come necessari o intraducibili (invece che intradotti) è un fenomeno internazionale: è la globalizzazione che uccide le lingue locali, le impoverisce con termini univoci e privi di ambiguità, ma anche sempre più privi di sinonimi e traduzioni. Con riferimento a 1984 di Orwell, Diego Fusaro chiama questo fenomeno la “neolingua anglofila dei mercati” e del pensiero unico, che non è certo quella di Shakespeare, rivendicando con orgoglio da dissidente di praticare una “veterolingua” che però è italiana e fondata sulla nostra storia, sulle nostre radici e sulla nostra identità.

7) La non-reattività degli italiani davanti alla globalizzazione e all’espansione delle multinazionali

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Dopo aver passato in rassegna le tante concause che aprono la strada a un italiano del presente, e del futuro, che sempre più si sta configurando come itanglese, bisogna spendere qualche parola in più sulla globalizzazione.

 

Dalla “lingua dell’okay” all’inglese imposto dall’alto

Gli anglicismi hanno cominciato a penetrare nell’italiano in maniera consistente a partire dal secondo Dopoguerra, quando la Liberazione dal fascismo si è portata con sé anche la liberazione dalle restrizioni linguistiche di una guerra ai barbarismi forzata e sbagliata. In un primo tempo questa apertura a quella che è stata chiamata “la lingua dell’okay” ha riguardato le masse, si trattava di un’anglicizzazione “dal basso”, nell’era del jazz e dei jeans, dei jukebox e del rock, quando la gente comune vedeva nei modelli culturali angloamericani (l’american dream) la libertà. Sugli abusi dell’inglese si poteva solo scherzare attraverso le macchiette di “Tu vuò fa l’ americano” di Renato Carosone e di “Un americano a Roma” con Alberto Sordi. C’era poco da preoccuparsi, in fondo. Ma con il tempo il fenomeno si è accentuato in modo esponenziale, e oggi non è più un vezzo innocente.

L’espansione delle multinazionali impone a livello globale le merci che esporta con la propria nomenclatura in inglese, dai fast food con gli hamburger, i cheesburger o i milkshake ai titoli dei film che non vengono più tradotti. Oggi l’inglese non arriva più dal basso, ma viene imposto dall’alto (spesso non viene nemmeno compreso), ed è ben più grave. Nel mondo aziendale non è più possibile essere italiani, dalle mansioni riportate sui biglietti da visita agli annunci di lavoro. L’itanglese è il linguaggio del nuovo aziendalese. Nel mondo del digitale e della Rete il 50% dei termini marcati come informatici nel Devoto Oli è in inglese crudo. L’inglese avanza nei nomi degli sport, nel linguaggio della moda (un tempo appannaggio del francese), nella pubblicità, in televisione, sta colonizzando i linguaggi di settore uno dopo l’altro per straripare sempre più inevitabilmente nel linguaggio comune e persino in quello istituzionale, delle leggi, della politica, nel cuore dello Stato, a scapito della comprensibilità, oltre che del rispetto che sarebbe dovuto agli italiani e all’italiano.

E qui arriviamo al punto cruciale: un’anomalia tutta italiana.

L’alberto-sordità degli italiani che aiutano l’espansione dell’inglese dall’interno

L’espansione dell’inglese planetario dell’economia, delle merci, della tecno-scienza coinvolge tutto il pianeta, e non è certo facilmente arginabile. Questa forte pressione esterna su cui non è possibile intervenire, però, non è contrastata da alcuna spinta interna contraria, come avviene all’estero. Non solo non mostriamo alcuna reattività di fronte a questa colonizzazione linguistica e culturale, ma anzi ci prostriamo e facciamo di tutto per amplificarla ed emularla con entusiasmo.

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La nostra classe dirigente, dai giornalisti agli imprenditori, dagli scienziati ai politici, ricorre autonomamente all’inglese a costo di inventarlo (da jobs act a navigator). All’estero l’inglese si argina con le politiche linguistiche, la traduzione, l’adattamento in qualche caso almeno fonetico, noi abbiamo spalancato le porte e aiutiamo a diffonderlo anche dall’interno con una strategia suicida. La strategia degli Etruschi che si sono sottomessi alla romanità, che evidentemente consideravano una cultura superiore, fino ad esserne assimilati.

Nel mio saggio sull’argomento e in tanti articoli ho provato a comparare l’anglicizzazione dell’italiano con quella di spagnolo, francese e tedesco mostrando le abissali differenze.
italiano meraviglioso claudio marazzini cruscaSono le stesse conclusioni che denuncia anche il presidente della Crusca Claudio Marazzini nel suo ultimo libro L’italiano è meraviglioso. Come è perché dobbiamo salvare la nostra lingua (Rizzoli 2018) che spiega come in Francia e in Spagna “i cedimenti sono minori”, non solo per il “consenso di gran parte della popolazione attorno ai valori di cui la lingua nazionale è portatrice”, ma anche per la sensibilità della politica. È significativa in proposito la citazione della polemica tra Marine Le Pen ed Emmanuel Macron proprio nello scontro finale per la campagna elettorale alla presidenza: si sono scontrati sulle accuse di non voler proteggere il francese, qualcosa di inaudito in Italia (per saperne di più rimando alla recensione).

Qualche esempio su cui riflettere

Davanti alla nostra accettazione entusiastica di dire le cose in inglese, ormai anche le multinazionali della Rete che si chiamano Google, Facebook o YouTube impongono i propri nomi alle cose che esportano senza porsi il problema di “localizzare” in italiano, e con fare da colonizzatori ci impongono l’inglese che noi accettiamo con gioia, invece di pensare con la nostra testa. Un esempio, tra i tantissimi, che mi pare la cartina di tornasole della vergognosa sudditanza dell’italiano si può vedere sul sito di Airbnb. Come si chiama chi offre la propria casa nel loro circuito? In inglese è host. Mi segnala Gabriele Valle che sul sito spagnolo è tradotto con anfitrión, su quello catalano è amfitrió, in portoghese anfitrião, in tedesco Gastgeber, in francese hôte, in greco οικοδεσπότης… E in italiano? Chi non indovina può controllare: https://www.airbnb.it/host/homes.
Forse host è destinato a diventare un “prestito sterminatore” che ucciderà definitivamente una parola come locatore, che presto farà la fine di calcolatore o elaboratore davanti a computer, di svizzera o medaglione davanti ad hamburger, di (pluri)omicida seriale davanti a serial killer e di altre migliaia di parole che abbiamo perso o stiamo per perdere perché non le usiamo più accecati dall’anglofilia. Tra queste c’è capotreno, visto che un’azienda come Italo, alla faccia del nome italofono (o italian sounding?), lo chiama train manager, negli annunci ai passeggeri e nella denominazione ufficiale dei contratti collettivi di lavoro! Non che le Ferrovie dello Stato utlizzino un linguaggio migliore, ma quest’ultimo esempio è particolarmente illuminante: in Francia la legge Toubon impone che i documenti istituzionali siano in francese e sanziona pesantemente le multinazionali che non traducono il software, anzi il logiciel (come dicono) e i contratti di lavoro. Noi invece stiamo aiutando dall’interno la pressione esterna della globalizzazione affinché ci colonizzi prima, più intensamente e più facilmente. Sarebbe ora di reagire. Io ci sto provando.

PS
Per i milanesi interessati: con la giornalista Valeria Palumbo, parlerò di anglicismi, alternative italiane ed Etichettario martedì 15 gennaio, alle 18,30, nella biblioteca Valvassori Peroni.

Per chi volesse ascoltare la mia recente discussione con Felice Cimatti del 2 gennaio su Radio3 Fahrenheit segnalo l’archiviazione digitale (o podcast, visto che l’italiano è lingua obsoleta).

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15 pensieri su “La cause dell’inglese: anglicismi e anglicizzazione

  1. Sempre d’accordo con te. Ho viaggiato con Italo recentemente e c’era il messaggio che citavi: mi ha seccato sul serio.

    Oggi, durante una riunione plenaria aziendale, mi sono forzato di usare solo termini italiani ed ha funzionato bene.
    Alcuni colleghi usavano termini inglesi e non ti dico la noia, senza mettere in conto la pochezza del loro linguaggio.
    Poi vado fuori tema: invece di usare il futuro c’era il presente per azioni che di per sé saranno attività future.

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      • Tre riflessioni:

        1. è bene distinguersi con l’italiano in azienda, anche se alcune volte il rischio è di non essere capito. La settimana scorsa usai “collegamento” al posto di “link”. Mi chiesero: per collegamento intendi “link”?

        2. Oggi ero a pranzo con un’amica portoghese la quale, parlando della loro bimba che voleva andare da sola in bagno, ha detto al marito che la piccola aveva bisogno della sua “privacidade”. In Italia “privacy” si è radicato tanto che credo sia arduo diffondere l’utilizzo del suo equivalente nella nostra lingua. L’esempio “vivo” della lingue sorelle mi rasserena e rattrista allo stesso tempo.

        3. Non solo l’italiano è meraviglioso; lo è anche il libro di Marazzini. Spero sia l’inizio di un cambio di rotta dell’Accademia della Crusca sul tema degli anglicismi.

        Grazie della riflessione e dell’articolo.

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        • Condivido tutte e tre le riflessioni. “Collegamento” è utilizzabile come sinonmia secondaria, o in un contesto già contestualizzato all’interno della rete, il che non è contenuto nell’anglicismo (link significa collegamento) ma deriva dall’acclimatamento di questa parola in italia. La maggior parte degli anglicismi venduti come tecnicismi, lo sono diventati in italiano, non lo sono in inglese. Su “privacy” credo che “privatezza” renda bene, non porta a fraintendimenti, anche se si usa poco (lo scriveva anche Umberto Eco) chissà poi perché… 🙂 Saluti

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  2. Io abito all’estero ormai da molti anni, essendo venuto negli Stati Uniti all’età di sei anni, fortunatamente cresciuto da genitori orgogliosi della propria terra e della propria lingua. Suscita molto fastidio vedere come i nostri connazionali in patria continuano ad adottare termini inglesi laddove ci sono equivalenti perfettamente utilizzabili nella nostra lingua. Il dilagarsi degli anglismi è già molto diffuso tra le comunità italo-americane, continuamente assediati dall’inglese, ma lo trovo intollerabile quando li sento su programmi televisivi. Anch’io a volte fatico a trovare la parola giusta in italiano, ma quando la scopro, sopratutto attraverso siti come questo, Achyra, o Italiano Urgente, abbandano immediatamente l’anglismo.

    L’ironia poi è constatare gli americani diventare sempre più affascinati dalla nostra lingua; qui diventa sempre più comune sentire gli americani dire “ciao” o di desiderare uscire per un “espresso.” Peccato che gli italiani si vergognino della propria lingua.

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    • Grazie Dario di questa bella testimonianza che tocca tanti punti importantissimi. Se le comunità italo-americane usano tanti anglicismi, mi pare un fenomeno comprensibile e fisiologico (tra l’altro sono sempre stato affascinato dai fenomeni come l’italiano “broccolino” ai tempi delle grandi migrazioni degli italiani in USA, a proposito di ibridamenti), Però mi colpisce l’orgoglio di usare l’italiano che è spesso più presente nelle comunità di italiani all’estero che da noi, non sei il primo che mi fa notare questo fatto. Italiano urgente e Achyra sono lavori di grande rispetto per fare circolare le alternative che spesso sono ignorate, peccato che queste iniziative in Italia arrivino dal basso, non dalle istituzioni. Quanto al fatto che gli angloamericani dicano sempre più spesso “ciao” o “espresso” è l’ennesimo esempio di come l’italiano abbia il suo potere evocativo all’estero, mentre all’interno lo sta perdendo. Sul sito di Annamaria Testa (Nuovo e utile) leggevo di come l’aggiunta della parola “Toscana” su prodotti della San Pellegrino abbia aumentato le vendite, e la pubblicitaria ha notato che mentre da noi si moltiplicano le insegne con “wine bar”, nei ristoranti di New York di lusso si dice “vino”, che è la parola che evoca maggiormente la nostra eccellenza. Invece da noi c’è la tendenza a esprimere le nostre eccellenze in inglese: Slow Food, Eataly, italian design… Insomma stiamo davvero rinunciando a utilizzare la nostra ligua. Un saluto.

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  3. Sono appena tornato dall’ufficio, sia all’andata che al ritorno in auto ho ascoltato l’intera puntata di Fahrenheit del 2 gennaio… e sono furioso!
    Era una vita che non ascoltavo la trasmissione e oggi all’andata ero felicissimo, perché sono un pendolare da auto e sono costantemente alla ricerca di audio scaricabili (che oggi chiamano podcast) da poter sentire con calma. La prima parte politica è stata molto interessante e la seconda su Dostoesvkij l’ho adorata, essendo poi un mio autore-mito personale. Poi però per motivi a me misteriosi e che trovo del tutto inspiegabili il presentatore si è trasformato in qualcuno altro, appena sei arrivato tu!
    Non conosco il presentatore e magari in quel momento ha deciso che doveva per forza fare il contraddittorio – quando l’intera trasmissione ne è stata priva – e quindi doveva contrapporsi a te con maleducazione e prepotenza – quando invece è stato perfettamente amabile con tutti gli ospiti precedenti – oppure, come mi è sembrato “a pelle”, trovava così odiosa la tua oscena idea di difendere l’italiano che ha voluto ostacolarti con tutta la tua forza, permettendosi interventi sgradevoli che mai ho sentito in alcun tipo di “ospitata”, in radio o in TV: per l’intera trasmissione non ha usato un solo inglesismo, perché quindi mettersi la cotta di maglia e lanciarsi in quella ridicola crociata solo quando sei arrivato tu?
    Al di là del fastidio urticante di un comportamento non molto educato, di un tono di voce molto paternalistico e del continuo interromperti con obiezioni totalmente astruse, le quali hanno dimostrato perfettamente che il presentatore non ha capito una sola virgola di quanto gli hai spiegato con grande semplicità, le sue obiezioni sono così incredibili che mi rifiuto di accettare si trattasse dello stesso presentatore che fino a quel momento aveva condotto un’amabilissima trasmissione culturale assolutamente piacevole.
    Computer vuol dire di più di calcolatore? Ma quando? E l’apice della follia è stato quando ha spiegato che va cambiata parola perché in “2001” il computer era grande quanto una stanza e ora invece sono miniaturizzati… ma in quale lingua sta parlando? O meglio, in quale sta ragionando? Ma che c’entra? Visto che gli inglesi chiamavano computer sia quello di 2001 che quelli di oggi, su quale base ha sollevato la sua obiezione?
    Guarda, m’ha fatto venire un nervoso e ti devo fare milioni di complimenti per l’assoluta calma che hai mantenuto: io gli avrei tirato un dizionario addosso! 😀
    Non parliamo dei geni che sono intervenuti con whatsappi e SMS – come mai nelle precedenti sezioni della trasmissione non si è letto nulla di questi messaggi? – come quel premio Nobel che ti ha chiesto “Quindi prima l’italiano?” Quando sento questi italiani sono quasi contento che la lingua stia estinguendosi: si meritano l’itanglese!
    Ti rinnovo i complimenti perché sei riuscito a spiegarti mantenendo calma e lucidità, sebbene dall’altra parte avessi un muro di ottusità che ancora non riesco a capire, visto che è lo stesso presentatore di una trasmissione godibilissima e tutt’altro che ottusa. Ha voluto anche chiudere lamentandosi che oggi si dice “evidenze” per “prove”: ma come, ci ha ammorbati per tutto il tempo che la lingua evolve e che non bisogna intestardirsi e se tutti dicono una cosa allora la cosa è vera… e ora si stupisce di “evidenze”, che è davvero il male minore? Oltre a dimostrare di non aver capito nulla di quanto hai spiegato – anche perché non ti ascoltava, impegnato a fare le sue battutine sul guarda-bimbi – ha dimostrato una totale incoerenza. Spero di cuore che nelle tue prossime presentazioni non ti capiti più gente del genere…

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    • ma io amo il contraddittorio… poi essendo in diretta non mi aspettavo certe sue affermazioni, e riascoltando con il senno di poi avrei potuto rispondere diversamente e confutare maggiormente alcune cose… ma direi che me la sono cavata, e che alla fine la discussione è stata proficua. 🙂

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      • Assolutamente, sei stato un signore e hai spiegato benissimo le tue ragioni: il problema è che dall’altra parte c’era un muro! Ogni volta il presentatore ha dato prova di non aver capito nulla e quindi ribatteva con affermazioni del tutto fuori luogo, quando invece per l’intera trasmissione non ha dato la minima prova di una chiusura mentale così accentuata.

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