Interferenza linguistica dell’inglese: dal prestito all’emulazione

L’interferenza linguistica è il risultato della pressione di una lingua nei confronti di un’altra. Quando è intensa e prolungata nel tempo può portare a cambiamenti profondi del sistema linguistico che la subisce, soprattutto se l’influenza è esercitata da una lingua dominante, più forte, che gode di un prestigio economico-sociale maggiore e internazionale.

Questi cambiamenti si possono limitare al lessico, cioè alle parole straniere che entrano nel vocabolario, oppure possono essere più profondi e coinvolgere anche la sintassi (cioè la struttura delle frasi). Nei casi più gravi la lingua più debole si può ibridare sempre più fino a scomparire ed essere rimpiazzata dalla lingua dominante.

Questo è il quadro che bisogna tenere presente per comprendere e misurare l’interferenza dell’inglese sull’italiano.

interferenza linguistica
Immagine tratta da: https://www.lavocedeltrentino.it/2018/03/14/cunevo-tre-incontri-con-gsh-sulla-comunicazione-aumentativa/

La buona notizia è che, attualmente, l’influsso dell’inglese sulla nostra sintassi è ben poca cosa. Alcuni linguisti hanno notato per esempio il diffondersi di espressioni come vota per il tal partito invece di vota il tal partito, per l’influenza dell’inglese vote for. Si può registrare anche la tendenza a usare frasi come pensa positivo invece di positivamente (gli aggettivi riferiti al verbo invece dell’avverbio) oppure l’accostamento di due nomi come aereo spia, batterio-killer, l’inversione all’inglese di qualche accostamento tra aggettivo e nome: baby-spacciatore invece di spacciatore baby, il papa pensiero, o le espressioni con il no anteposto, per esempio no panico invece di no al panico. Ma esempi come questi non rappresentano un segnale di mutamento significativo del nostro modo di parlare.

Lo stesso non si può invece dire del lessico, dove le cose appaiono molto più preoccupanti. Negli ultimi decenni, la quantità di anglicismi che abbiamo importato ha superato abbondantemente i livelli di guardia, per il numero di parole in circolazione e per la frequenza d’uso sempre più alta non solo negli ambiti settoriali, ma anche nel linguaggio comune.

Il prestito linguistico: una categoria vecchia, debole e contestata

Le parole straniere, i forestierismi (o esotismi, xenismi e stranierismi), in linguistica vengono anche definiti prestiti, un concetto che in tanti hanno criticato – compreso il Devoto Oli: “il termine è improprio perché ne esula qualsiasi riferimento a una presunta restituzione” –, ma che nessuno vuole abbandonare.

“Curiosa parola in uso tra i linguisti: la lingua che presta il vocabolo non ne rimane priva, e la lingua che riceve non è obbligata a restituirlo” notava Gian Luigi Beccaria già negli anni Ottanta.

[Gian Luigi Beccaria, Italiano. Antico e nuovo, Garzanti, Milano 1988, p. 241].

Marcello Aprile ha osservato che “quando una parola entra, può fare di tutto – radicarsi, cambiare significato, estinguersi – ma non viene ‘restituita’” (Dalle parole ai dizionari, il Mulino, 2005,p. 83).
Paolo Zolli scriveva: “Vocabolo infelice e impreciso, ma ormai comunemente accettato nella terminologia linguistica internazionale” (Le parole straniere, Zanichelli, 1976, p. 1).
Salvatore Sgroi ha parlato di “doni”, rifacendosi a un’osservazione di Mario Alinei per cui al massimo si tratterebbe “di acquisizioni, o di veri e propri regali”, e ha suggerito di parlare di “voci importate”.

prestiti linguistici a senso unico

Credo, però, che il “prestito” non sia solo un “vocabolo infelice e impreciso”, ma una vera e propria categoria, cioè un modo non innocente di interpretare le cose all’interno di una teoria. Questo modello esplicativo non basta per rendere conto dell’interferenza dell’inglese del nuovo Millennio. Non siamo di fronte a una manciata di “prestiti” come avviene per esempio nel caso dello spagnolo, del tedesco, del giapponese o delle altre lingue. Non siamo di fronte all’interferenza del francese che ci ha influenzati per secoli ma che è stato assimilato e adattato, non ci ha snaturati con migliaia e migliaia di parole “crude” e non adattate, le sole di cui valga la pena di preoccuparsi. Siamo di fronte a un fenomeno ben più profondo, rapido e grave dove le radici inglesi prendono vita e si ricombinano tra loro in tutti i modi, e dove il tutto non è più semplicemente riconducibile alla somma delle parti.

Come notava Paolo Zolli,

il prestito “è legato a fattori extralinguistici: rapporti culturali (nel senso più ampio del termine), scambi economici, invasioni militari sono all’origine di esso ed è quindi ovvio che il passaggio da una lingua all’altra sarà tanto più facile e frequente quanto più stretti saranno i rapporti tra le popolazioni parlanti quelle lingue”.

[Le parole straniere, Zanichelli, 1976, p. 1].

Oggi, in Italia, l’inglese è considerato di prestigio, superiore, è un modello culturale da emulare, un tratto distintivo sociolinguistico della nostra classe dirigente (cfr. Le cause dell’inglese) che sempre più spesso viene emulato dalle masse. Non ricorriamo all’inglese perché ci manca una parola, ma perché non vogliamo più tradurre, adattare o coniarne di nostre. Siamo soggiogati dall’angloamericano, e affascinati dal farci soggiogare, per motivi extralinguistici.

E allora più che di singoli prestiti bisognerebbe parlare di emulazioni.

Dal prestito all’emulazione

lingua inglese
Immagine tratta da: http://www.giornaletrentino.it/cultura-e-spettacoli/l-itanglish-uccide-la-lingua-italiana-bisogna-reagire-1.1216584

Quando un politico introduce il jobs act o il navigator, che in inglese esistono ma non hanno prevalentemente il significato attribuito in Italia, non prende in prestito qualcosa, esprime cose nuove con neologismi che suonano in inglese, in altre parole ricorre a emulazioni o reinvenzioni dal forte potere evocativo-connotativo.
Quando nel mondo del lavoro si parla di mission e di vision lo si fa per distinguersi ed elevarsi attraverso l’inglese vissuto come modello superiore, e missione e visione  vengono volutamente estromesse dalla comunicazione.
Quando i marchi italiani assumono denominazioni anglofone come Autogrill, Slow Food o Eataly lo fanno nella convinzione che essere internazionali significhi sottostare al monolinguisimo basato sull’inglese (esattamente come Walkman è un marchio della giapponese Sony) invece che puntare a esportare la nostra lingua insieme alle  nostre eccellenze, come è accaduto per esempio a parole come espresso e cappuccino.
Quando parliamo di mobbing dobbiamo tenere presente che nei Paesi anglofoni non ha il significato che gli diamo noi: è stato coniato negli anni Settanta dall’etologo Konrad Lorenz per descrivere l’atteggiamento aggressivo con cui alcuni animali escludono un membro dal gruppo, ed è questo il significato prevalente.

E allora come si spiegano questi esempi all’interno della teoria del prestito?

Davanti al pullulare di pseudoanglicismi come pile, slip, footing, autostop, smoking, beauty case e tanti altri siamo davanti a emulazioni, a parole che suonano inglesi, anche se non lo sono. È questo l’importante. In questo suono si esaurisce tutto lo spirito che le origina e le diffonde: l’apparire inglesi – quindi di prestigio e di moda, nuove e internazionali – anche se non lo sono affatto.

Ha  senso liquidare la faccenda con l’etichetta di “prestiti apparenti”?

Parlare di emulazioni mi pare molto più proficuo anche per rendere conto delle numerosissime decurtazioni all’italiana: diciamo basket (cesto) invece di basketball (pallacanestro), social (sociale) invece di social network, e spending invece di spending review, con il curioso risultato di dire il contrario di quel che vorremmo (cioè spesa invece di revisione o taglio).
Spesso importiamo solo uno dei tanti significati, e gli attribuiamo un senso che non esiste necessariamente in inglese. Fare shopping, per esempio, da noi diventa l’andar per vetrine alla ricerca di beni di lusso o per la persona, ma in inglese indica l’acquistare qualunque cosa, anche il fare la spesa al supermercato. Tablet in italiano diventa un tecnicismo monosignificato per indicare un dispositivo portatile, ma in inglese è più genericamente una tavoletta, una lastra, persino una pastiglia. In questi processi di reinvenzione, come ha osservato Roberto Gusmani, i “prestiti” non sono semplici aggiunte di parole al nostro vocabolario, e ogni entrata ridefinisce tutta l’area semantica delle parole collegate in un processo di acclimatamento o di sedimentazione in cui la parola straniera assume un nuovo significato, con un nuovo valore sia nei confronti della lingua di provenienza, sia nei confronti delle parole autoctone già esistenti (cfr. Saggi sull’interferenza linguistica, seconda edizione accresciuta, Le Lettere, 1993).

Quando pronunciamo all’inglese la parola stage, che è francese, stiamo compiendo un’emulazione fonetica. Jobs act e navigator sono emulazioni evocative, beauty case o footing (pseudoanglicismi) sono emulazioni creative, che pescano da radici inglesi reinventate. Altre volte le emulazioni sono più ortodosse e corrispondono effettivamente a espressioni importate, come il question time preso “in prestito” dalla tradizione inglese senza tradurlo e senza adattarlo, per emulazione, scegliendo di dirlo in inglese, invece di chiamarlo per esempio “l’ora delle domande” come fanno in Svizzera. E poi ci possono essere emulazioni tecniche, come lo smartphone, che non abbiamo voluto tradurre né adattare (avremmo potuto anche chiamarlo smarfono, teoricamente). Altre volte ci sono emulazioni culturali, che consistono nell’importare senza adattamenti la terminologia contenuta nelle teorizzazioni di area angloamericana, come il brainstorming, che in spagnolo è invece stato tradotto con pioggia di idee (lluvia de ideas), e in francese con spremi-meningi (remue-méninges) o come la token economy (economia dei gettoni) utilizzata come strumento motivazionale all’interno di teorie psicologiche o dell’apprendimento, che entra nella lingua degli addetti ai lavori insieme alla teoria che la contiene.

E poi ci sono le emulazioni forzate o indotte, che consistono nel recepire l’inglese esportato dalle multinazionali che si espandono, per cui siamo costretti a utilizzare leasing invece di locazione finanziaria, perché questo è il termine basato sul diritto internazionale che ci impongono i colossi del mercato. O più semplicemente ripetiamo download invece di scaricamento perché è ciò che leggiamo nei programmi maltradotti che ci passa il convento o sulle scatole dei prodotti che ci vendono. Da queste parole poi creiamo downloadare, computerizzare o chattare, dai nomi dei prodotti e delle aziende nascono googlare, whatsappare, twittare, youtuber e altre centinaia di derivazioni dalle radici inglesi: fashionista, clownesco, gangsterismo, killeraggio. Questi non sono “prestiti”, sono un fenomeno di ibridazione lessicale dove la struttura italiana si mescola alle radici inglesi in neologie semiadattate. Sono nostre emulazioni mistilingui che non appartengono ai linguaggi settoriali, sono nella lingua di tutti i giorni. Così, l’emulazione, sempre più massiccia, travalica le parole singole, i singoli prestiti, e riguarda ormai una rete di radici che si ricombinano tra loro autonomamente e si estendono nel nostro lessico come qualcosa di vivo e di estraneo.

Dall’emulazione delle singole parole a una rete sempre più fitta di anglicismi interconessi

rete di parole inglesi

L’emulazione sta portando la nostra lingua a esprimere tutto ciò che è nuovo in un inglese vero o reinventato, e le conseguenze sono che gli anglicismi si identificano sempre più con i neologismi: il 50% dei neologismi del nuovo Millennio è in inglese e l’italiano è sempre meno capace di evolvere senza ibridarsi e mantenendo la propria identità morfologica. Questa colonizzazione lessicale non ha precedenti nella nostra storia, per dimensioni e per rapidità, ed è dovuta a una nostra interna strategia di emulazione. La “strategia degli etruschi” che si sono sottomessi alla romanità fino ad esserne assorbiti.

Uno dei dati più interessanti che emergono dalla classificazione degli oltre 3.600 anglicismi che circolano nella nostra lingua inclusi nel dizionario AAA è che ci sono circa 1.400 locuzioni, e se si aggiungono anche le tantissime parole composte – back si ritrova in backup, background, playback, flashback, quarterback, backgammon, backdoor, backstage… – circa i 2/3 degli anglicismi in circolazione sono formati da radici che abbiamo assimilato e che si ricombinano tra loro in tutti i modi con un effetto domino. La maggior parte di questi composti formativi è ormai nella nostra disponibilità ed è a sua volta prolifico. Le radici inglesi sono diventate i nuovi modelli per la coniazione dei neologismi che un tempo si formavano dalle radici greche e latine (termosifone, calorifero…). Ho già analizzato i casi come le formazioni che derivano da baby che dà origine a una quantità di parole che non è più possibile contare, è diventato un suffissoide. Lo stesso avviene per manager, per food e per tantissime altre parole.
Le mie analisi trovano conferma anche nelle preoccupazioni di Valeria della Valle che nel suo recentissimo lavoro sui neologismi dell’ultimo decennio (realizzato con Giovanni Adamo) ha denunciato che sui giornali “sono apparse 15 nuove parole composte da ‘food’ e solo 2 da ‘cibo’; hanno fatto il loro ingresso 17 termini con ‘gender’ contro 13 con ‘genere’, stessa cosa per ‘smart’, che ha la meglio sulla sua traduzione italiana, ‘intelligente’.”

Questo è il nuovo fenomeno del nuovo Millennio. Questa è oggi l’interferenza dell’inglese: dai singoli prestiti siamo passati a modelli generativi basati sull’emulazione. La rete degli anglicismi interconessi è sempre più fitta e si espande nel nostro lessico che si ibrida e regredisce scivolando giorno dopo giorno verso l’itanglese. Questo fenomeno non ha nulla a che fare con gli anglicismi effimeri che scompaiono dopo essere passati di moda, sta portando a neoformazioni che utilizziamo ogni giorno, le radici inglesi diventano modelli prolifici che si moltiplicano e che si trasmettono sempre più alle generazioni successive.

Rimanere fermi alle categorie ingenue del “prestito” significa non comprendere cosa sta accadendo, e non avere gli strumenti e le categorie culturali per interpretare l’italiano di oggi e dove stiamo andando.

8 pensieri su “Interferenza linguistica dell’inglese: dal prestito all’emulazione

  1. Mi resta un dubbio: noi siamo blogger o che altro? Curatori di diari diffusi nella rete informatica? 😉

    La mia pagina continuerà a chiamarsi Cap’s Blog. Al momento di avviarla, sei anni fa, avevo pensato di battezzarla MusiCap, ma quel nome era già in uso.

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    • Siamo blogger o bloggatori (che preferisco perché è un’italianizzazione), dipende da noi e da come ci definiamo. Il Devoto Oli riporta anche bloggisti e la Treccani blogghisti, a dire il vero non troppo in uso. E se qualcuno ha da eccepire su “bloggatore” io l’ho usato in alternativa a blogger nel primo libro sull’argomento nel lontano 2003 (Blog. PerQueneau? La scrittura cambia con internet, Luca Sossella), e comunque non sono l’unico ad avere costituito un precedente che rimane nella storia tatuato sulla carta:
      https://www.google.com/search?client=firefox-b&biw=1366&bih=613&tbm=bks&ei=JVB1XOWVK6PkkgWytbKgDw&q=bloggatori&oq=bloggatori&gs_l=psy-ab.3

      In ogni caso “blog” (fusione di web log, dove log era il diario di bordo, per cavalcare la metafora della navigazione in rete) fa parte degli anglicismi che non violano le nostre regole di scrittura e di pronuncia (a parte che non termina in vocale) e genera anche anglicismi perfettamente integrati e invisibili come bloggare. Curiosamente, quella che una volta si chiamava “blogosfera” contiene una vocale “o” anche nell’inglese (https://en.wikipedia.org/wiki/Blogosphere), ma a nessuno è mai venuto in mente di utilizzare un’italianizzazione come “blogo” che suggerisce Gabriele Valle.

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  2. L’osservazione (purtroppo vera) del Devoto-Oli mi ha fatto sorridere, sembra quasi umoristica. Mi ricorda un po’ la vecchia battuta:”Quel film è la risposta italiana di…” “Sì, ma qual era la domanda?”
    Con tutte le volte che ho visto utilizzata la parola “prestito” non mi era mai venuto in mente che è proprio un termine utilizzato a sproposito. In effetti che cavolo restituisci poi? Forse solo nel caso delle parole che vanno di moda per un periodo, ma non so se nemmeno in quel caso sarebbe corretto l’utilizzo del termine.

    Guardando dei pennarelli profumati ho da poco fatto una scoperta e cioè che il marshmallow in francese è guimauve e in spagnolo malvavisco. Che termini fantastici! Nessuno che se ne sia uscito con qualche brillante idea in italiano?

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    • Ciao Kuku, se fossero prestiti si potrebbe procedere con la restituzione di massa e l’italiano sarebbe salvo! 🙂
      Su marshmallow ho dedicato una metà di un articolo: https://diciamoloinitaliano.wordpress.com/2018/11/13/fumetti-divagazioni-inglese-e-itanglese/
      Sui siti di ricette si trova l’alternativa “cotone dolce” ma la genialata di un equivalente coniato ex novo si deve ai traduttori di Charlie Brown che lo hanno chiamato “toffoletta”, probabilmente ispirato a toffee, caramella gommosa. La cosa sorprendente è che questa traduzione creata in un’epoca in cui questi prodotti non esistevano né erano conosciuti in Italia si è diffusa, si trova nei libri ed è stata utilizzata nel doppiaggio di “La fabbrica di cioccolato” (Tim Burton, 2005: “Willy Wonka sa fare le toffolette al gusto di violetta, succulente caramelle che cambiano colore ogni dieci secondi mentre le mangi”). I dizionari non riportano la parola, ma si sbagliano, e infatti… colpo di scena! La Treccani l’ha inserita da pochissimo tra i suoi neologismi 2018 (quando ho scritto il mio pezzo non era ancora presente): http://www.treccani.it/vocabolario/toffoletta_%28Neologismi%29/

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      • Ah ma allora c’è speranza! Ora ricordo della toffoletta, lo avevo letto quell’articolo. In effetti toffoletta è molto bello, ricorda anche la dimensione. Sono contenta che il Treccani l’abbia inserita nel suo dizionario. Vedo anche che ne fanno riferimento su Wikipedia e ora capisco che malvavisco indica la derivazione malvacea della pianta. Toffoletta sa più di dolcetto però, per cui lo preferisco.

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  3. Come ben sai, io sono in piena crisi d’ibridazione linguistica. Ormai il mio italiano è compromesso troppo per poterlo utilizzare in modo efficiente ed efficace a livello professionale (ossia perché qualcuno paghi per il mio italiano). Mi è stato detto di leggere più testi in italiano di alto livello, ma anche sulle testate giornalistiche che in passato si consideravano capisaldi linguistici adesso passano strafalcioni, traduzioni letterali di articoli presi da giornali esteri e di notizie di seconda mano. Più una persona viaggia, più è esposta ad altre lingue, più è a rischio di contagio. Dovrei cercare scrittori italiani che non escono dai confini nazionali e che navigano poco su internet. Ma ha senso resistere al cambio? O forse dovrei attivarmi per resistere a questo fiume in piena che mi ha travolto senza che me ne accorgessi? Potrò resistere per i 50 anni di vita che (si spera) mi restano?

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    • Ciao Isa, non so se ho compreso bene il problema, ma comunque in epoca internettiana anche gli italiani all’estero hanno grande accessibilità a ciò che avviene in Italia, dai giornali alla televisione, non credo che questo ti penalizzi troppo rispetto a chi è qui; forse ti penalizza il fatto che non usi l’italiano tutti i giorni per mancanza di occasioni o interlocutori e che se parli abitualmente altre lingue poi è normale essere più “esposta al contagio”. Saprai meglio di me che 30 anni fa le comunità all’estero erano decisamente più isolate e faticavano molto di più a mantenere i legami, per cui sii ottimista! 🙂

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      • Ero convinta che avessi letto il mio post in merito (https://versioneargentina.wordpress.com/2019/02/14/sequia/). Ovviamente il lessico si infiltra più facilmente ma lo sapevo tenere a bada, ero perfettamente consapevole di stare utilizzando a proposito un termine straniero, quasi per gioco. Il problema è stato quando ho iniziato con le contaminazioni della sintassi, perché quelle non le ho MAI sapute riconoscere e ora ho preso una secchiata gelata anche per quanto riguarda il lessico (quante cose che mi scappano!).

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