Traduzione e creatività: spunti per partecipare al gioco “Parole in cammino”

Torno sulla gara Parole in cammino, che consiste nel proporre traduzioni creative per una lista di parole straniere. Al Festival dell’Italiano e delle Lingue d’Italia di Siena, il 7 aprile, insieme al traduttore Fabio Pedone e a Simona Mambrini, commenterò le soluzioni pervenute all’interno del convegno Traduzioni “creative”. Fra lingua e dialetto (Biblioteca degli Intronati, ore 10,15).

Questo incontro è solo una fase intermedia del concorso che continuerà attraverso altre manifestazioni affiliate per culminare a maggio con la premiazione delle migliori soluzioni durante il festival “ANTICOntemporaneo” a Cassino e a Montecassino.

Rinnovo a tutti l’invito a partecipare a questo concorso in modo giocoso, e per aiutare a partecipare nel modo migliore aggiungo qualche riflessione su cosa significhi tradurre, e su come si potrebbero reinventare creativamente gli anglicismi proposti nella gara.

Festival dell italiano siena 2019


La tradizione della traduzione: c
osa significa “tradurre”?

Un luogo comune ormai inflazionato recita che tradurre è un po’ tradire, e si appoggia all’etimo molto simile delle due parole, condurre qualcuno o qualcosa fisicamente, o in senso figurato nel caso delle parole.

Tradire, letteralmente, significa consegnare (da tradere derivato a sua volta di trans = tra + dare) con riferimento all’episodio evangelico con cui Gesù venne consegnato da Giuda, e quindi tradito.
Tradurre (trans + ducere = condurre, portare) equivale a trasportare un testo da una lingua a un’altra.

Naturalmente, nel loro trasportare da una lingua all’altra, le traduzioni possono essere più o meno fedeli o traditrici.

Dare una definizione di traduzione è però molto difficile, non si può di certo ridurre alla corrispondenza delle singole parole, è un concetto molto complesso, che nei dizionari è definito, in modo un po’ tautologico, nel rendere in una lingua ciò che è espresso in un’altra.
Il punto è: come? E soprattutto: è sempre possibile? Per le parole che corrispondono a oggetti concreti le cose sono più semplici, ma quando si passa ai concetti astratti tutto si complica.

Storicamente, gli approcci prevalenti alla questione sono due: c’è chi ha teorizzato l’intraducibilità e l’irriducibilità di una lingua in un’altra, perché tra parole e pensiero c’è un rapporto di dipendenza profonda, e chi ritiene che le lingue si basino su universali comuni che si differenziano solo superficialmente nelle diverse lingue, e dunque si possono far corrispondere.

torre di babele edoardo bennatoQueste posizioni affondano le loro radici in secolari prese di posizioni filosofiche che hanno coinvolto pensatori di ogni epoca, da Cicerone a san Gerolamo, da Goethe a Von Humboldt, da Paul Ricoeur a Umberto Eco. Heidegger criticava la traduzione intesa come “trasferimento”, la “traduzione letterale”, parola per parola, un modello ingenuo e ingannevole, che non corrisponde necessariamente a una traduzione fedele all’originale come sembra promettere. Per Schleiermacher era possibile solo la parafrasi o il rifacimento. Peirce si soffermava sulle differenze, spesso inconciliabili, tra le lingue e le culture…
Nel caso di traduzioni scientifiche o tecniche, le cose sono più semplici, perché come osservava Benedetto Croce si basano su una terminologia stabilita, mentre a suo dire la traduzione della poesia era impossibile. Le traduzioni di opere letterarie o poetiche possono configurarsi come strumenti per comprendere fedelmente l’opera originale, e in tal caso possono essere “brutte ma fedeli”, oppure essere concepite come ricreazioni pensate per la lingua d’arrivo, ed essere quindi maggiormente “belle ma infedeli”. Tra le traduzioni omeriche in italiano, per esempio, la versione dell’Iliade di Vincenzo Monti (Cantami o Diva, del Pelide Achille l’ira funesta…) è del secondo tipo, anche perché Monti non conosceva il greco ed era partito da altre traduzioni che aveva rimaneggiato puntando al rifacimento e alla resa poetica in italiano.

rosa calzecchi onesti
Rosa Caklzecchi Onesti

Viceversa, la traduzione dell’Odissea di Rosa Calzecchi Onesti (che seguiva quella dell’Iliade curata insieme a Pavese in un rapporto spesso conflittuale) è basata su un testo interlineare con il greco a fronte, in cui a ogni verso corrisponde la linea italiana, e si pone l’obiettivo di essere una guida alla comprensione autentica dell’originale, più che un’opera orientata alla piacevolezza della lettura nella lingua italiana.

Tra il privilegiare la lingua di partenza o quella di arrivo – nonostante viviamo in un’epoca in cui si aggiunge la prospettiva delle traduzioni automatiche che danno per scontata la possibilità di trasposizione e anche la sua automazione – oggi la traduzione è considerata soprattutto come un atto creativo e non come un processo meccanico.

Dunque: traduzione non significa traduzione letterale, né necessariamente funzionale! Tradurre è un’arte e il traduttore è perciò un art-ista e un art-igiano che lavora non solo sulle singole parole, ma anche e soprattutto sulla loro composizione e resa sintattica, e sulla trasposizione dei concetti da una cultura a un’altra, che possono essere sostituibili da metafore equivalenti, ma letteralmente infedeli. In questo tipo di trasposizione, l’operare del traduttore consiste in una scelta, e un buon traduttore produce e inventa soluzioni creative o funzionali a cominciare dal problema delle “parole mancanti”, quelle che non esistono in una delle due lingue.


Le armi del traduttore davanti alle singole parole

Venendo agli anglicismi, il problema è che oggi la soluzione prevalente è di importarli così come sono, e la conseguenza è che il loro numero sta sfuggendo a ogni controllo e ha abbondantemente superato i limiti del buon senso. È invece importante ricordare che esistono storicamente e logicamente anche altre soluzioni oltre a quella di importare esotismi crudi e non adattati.

Per comprendere come operare davanti a una “parola mancante” si può partire da un esempio, smarphone, che qualcuno etichetta ingenuamente come “prestito di necessità” o parola “intraducibile”.

smartphoneIn realtà ci sarebbero tantissimi modi di riproporlo in italiano. Si potrebbe per esempio adattare in smarfono, esattamente come serendipità sul modello di serendipity, o emoticona su quello di emoticon.  Purtroppo questi adattamenti che un tempo erano istintivi e normali, oggi si usano sempre di meno, perché il nostro senso di inferiorità di fronte all’inglese ci porta a non percorrere più questo tipo di scelta (normale nelle lingue sane), e a preferire i vocaboli inglesi anche in presenza degli adattamenti italiani (privacy/privatezza). Questo spesso riguarda non solo la grafia delle parole, ma anche la loro pronuncia. Mentre i francesi non si vergognano di pronunciare alla francese con l’accento finale camping o football, noi al contrario consideriamo l’inglese “sacro, e molti adattamenti fonetici del passato (club, chewingum, puzzle, jumbo…) oggi si pronunciano all’inglese, come se la violazione della pronuncia angloamericana fosse un segno di ignoranza. Per lo stesso motivo anche i calchi o gli adattamenti fonetici (come bistecca da beefsteak) sono sempre meno di moda, eppure non sarebbe una cattiva idea recuperarli e cessare di vergognarcene.

Un’altra soluzione è rappresentata dalla creazione di calchi strutturali che ricalcano parola per parola un’espressione inglese, sono cioè traduzioni letterali, che possono essere perfette – skyscraper = grattacielo (seguono lo stesso ordine) – o invertite per meglio rendere il costrutto secondo la nostra lingua: week-end = fine settimana. In questo modo smartphone potrebbe essere ricalcato per esempio con intellofono, o tecnofonino e con altre ricomposizioni che attingano al patrimonio linguistico endogeno, invece che estero. Oppure si può ricorrere a trasposizioni concettuali e coniare furbofonino o furbofono (furbo non è fedele trasposizione di smart, ma è un equivalente molto efficace). Un’altra alternativa è ricorrere a parole dall’accezione più generale (gli iperonimi), e dire semplicemente un più generico cellulare, visto che ormai quasi tutti questi dispositivi in commercio possiedono le caratteristiche “intelligenti” di navigare in Rete e via dicendo. E ancora si può ricorrere a parafrasi e perifrasi, per esempio telefono intelligente o multifunzionale, come hanno fatto i francesi con “mobile multifunction”.

Davanti a una parola che manca, inoltre, non bisogna dimenticare che è sempre possibile allargare il significato di parole vecchie oppure ricorrere a metafore.

toffoletteE poi c’è la strategia più bella: inventare un neologismo creativo, non importa quale, sta nell’abilità del traduttore coniarlo, come è accaduto con marshmallow che nella traduzione dei Peanuts di Franco Cavallone è diventato toffoletta, una parola di fantasia che si è imposta e oggi ricorre nei libri e nei siti di ricette (insieme alla metafora cotone dolce), nel film La fabbrica di cioccolato (Tim Burton, 2005:  “Willy Wonka sa fare le toffolette al gusto di violetta, succulente caramelle che cambiano colore ogni dieci secondi mentre le mangi”), e da poco tempo è stata inserita anche tra i neologismi della Treccani.

Infine, oltre a queste strategie, l’idea del concorso di Massimo Arcangeli propone di attingere, oltre che dall’italiano, anche dal patrimonio dialettale, che è ormai considerato come una ricchezza ed è fonte di molte neologie (dopo secoli di ostracismi per cui i dialetti erano visti come un ostacolo all’affermazione dell’italiano).

parole in cammino siena

In conclusione, dire che una parola è intraducibile o necessaria è solo una “dichiarazione di impotenza” del traduttore, una rinuncia, significa non sapere operare in modo creativo e attingere dal patrimonio della propria lingua. Un alibi per mascherare scelte frettolose, pigre o frutto di incapacità del traduttore. Ricorrere a un forestierismo, al contrario, è sempre una scelta, magari in nome dell’aderenza alla lingua di partenza, o nel caso dell’inglese più spesso è una precisa scelta “sociolinguistica”, perché l’inglese suona più evocativo o di prestigio in un certo registro o contesto.


Riflessioni creative sugli anglicismi in concorso

Alla luce di queste considerazioni, concludo con le mie riflessioni sugli anglicismi inseriti nel concorso e con qualche proposta creativa in italiano, e vi invito a partecipare con le vostre soluzioni creative, italiane o dialettali.

avatar
è una parola che arriva dal sanscrito, e significa “discesa”: nell’induismo è la discesa e l’incarnazione di una divinità. Ma attraverso l’inglese, la parola ci è arrivata con una nuova accezione legata all’informatica, per indicare la rappresentazione virtuale e grafica di un utente in Rete. Poiché è un alter ego virtuale trasformato anche in un’icona rappresentativa, ricalcando l’espressione latina si potrebbe forse riproporre come alter imago, ego-icona, l’io virtuale…

comfort food
è il cibo consolatorio, quello (solitamente ipercalorico) che suscita benessere, richiama l’infanzia o soddisfa bisogni emotivi. Produce endorfine e per creare una parola macedonia si potrebbe proporre un neologismo come endorcibo

coming out
è una pubblica dichiarazione (ammissione, rivelazione, esternazione, confessione) della propria omosessualità (anche se spesso è confuso con outing che è invece la dichiarazione pubblica dell’omosessualità altrui) e in senso lato può significare anche uscire allo scoperto. Si potrebbe inventare sessuammissione

contactless
letteralmente: senza contatto, come si dice ufficialmente nella Svizzera italiana, al contrario di quanto avviene per esempio nell’azienda dei trasporti milanese che riporta solo l’espressione inglese. Tra le alternative non molto diffuse ci sono pagamento a sfioramento o pagamento con appoggio. Non sarebbe male coniare un bel pagasfioro

cool
letteralmente significa freddo, ma ha ormai assunto il significato di alla moda, di tendenza e per estensione  è usato anche come sinonimo di fantastico, meraviglioso, bello o forte. Per ovvi motivi, un adattamento dell’anglicismo al suono italiano sarebbe poco elegante… L’alternativa italiana di moda esiste, solo che è percepita meno evocativa e quindi risulta meno cool. Corrisponde al francese chic, ed è interessante notare come l’italiano sia carente di parole sue per indicare  qualcosa di moda, si preferiscono gli esotismi evidentemente, un tempo il francese e oggi l’inglese (è il sintomo del nostro complesso di inferiorità?). Per fortuna ci sono i regionalismi che ci vengono in aiuto, come ganzo, oppure le voci gergali e colloquiali di registro più basso ma efficaci, come fico. Qualche altra idea?

default
nel linguaggio economico è l’impossibilità di pagare i debiti, e si può dire benissimo bancarotta, fallimento, stato di insolvenza; in informatica, l’espressione di default (l’opzione proposta da un sistema in assenza di specifiche da parte dell’utente) si può rendere con (impostazioni) di sistema, di base, automatiche, cioè ciò che è proposto in modo predefinito o preordinato (es. l’impostazione di default cioè automaticamente prevista dal sistema). Non vi basta? E allora scatenatevi…

doodle
in inglese significa scarabocchio, a dire il vero un tempo significava anche sciocco o babbeo (come nella canzone Yankee Doodle), ma oggi l’anglicismo ci arriva da Google che, giocando sull’assonanza con il proprio nome commerciale, l’ha utilizzato per definire gli scarabocchi che variano il proprio logo in occasione delle ricorrenze o delle circostanze. Per giocare su queste variazioni scarabocchiate con ghirigori grafici del logotipo propongo: logorigoro.

fake news
in italiano sono più chiaramente le notizie (o informazioni) false, fasulle, inventate, prive di autenticità, manipolate, contraffatte, quindi contraffazionimanipolazioni, mistificazioni, bufale, frottole, bugie o menzogne spacciate per notizie: un imbroglio costruito in modo consapevole per manipolare la realtà, orientare l’opinione pubblica o semplicemente per aumentare il traffico di certi siti in Rete che campano su questo tipo di informazione. Se si volesse coniare una nuova espressione per inseguire l’acclimatamento dell’anglicismo che si riferisce alle fase notizie in Rete si potrebbe proporre notizia pacco.
L’uso gergale e giovanile di “pacco” come equivalente di inganno è diffuso al Nord, ma affonda le sue radici anche nel dialetto napoletano dove il n. 58 (o’ paccotto) può anche significare “trovarsi con il pacco vuoto”, collegato alla truffa del “pacco napoletano”. “Tirare il pacco”, “fare il pacco” e il gergale “paccare” sono espressioni dialettali/gergali ormai registrate dai dizionari che hanno il vantaggio di arrivare ed essere comprese da tutti (es. Pacco doppio pacco e contropacco, film di Nanni Loy, 1993).

flat tax
in italiano è l’aliquota unica o tassa forfettaria ma da qualche tempo i mezzi di informazione hanno cominciato anche a far circolare nella sua traduzione letterale: tassa piatta, che si sta diffondendo ed è sempre più documentata. Oppure?

location
anglicismo che trovo piuttosto inutile, a parte il fatto che va di moda. Letteralmente designerebbe il luogo scelto per l’ambientazione di una ripresa cinematografica, quindi la scena, lo sfondo, l’ambientazione, scelta o ricostruita, ma la parola ha valicato l’ambito cinematografico per designare in modo più esteso un luogo, un ambiente, un posto, una sede, un’ubicazione, una collocazione, una zona, un’area dove ambientare qualunque cosa, per es. la location di un ristorante = la posizione (per es. vista mare), ma anche l’architettura (come si presenta) e l’arredamento (quindi l’arredamento, lo stile). Le alternative non mancano, ma evidentemente si preferisce l’inglese, soprattutto in certe trasmissioni televisive legate ai ristoranti… In qualche dialetto si trova di meglio?

mobbing
è un termine coniato da K. Lorenz nell’ambito dell’etologia per descrivere l’atteggiamento aggressivo (un assalto collettivo) con cui alcuni animali escludono un membro dal gruppo, dunque un’emarginazione, un allontanamento. Per estensione, nel linguaggio comune e anche in quello delle sentenze, l’anglicismo ha assunto il significato di comportamento vessatorio soprattutto nell’ambiente del lavoro, anche se nei Paesi anglofoni è poco usato in questo senso. Dunque indica le angherie, le persecuzioni sul posto di lavoro, l’ostracismo, le violenze psicologiche, le vessazioni, i dispetti, il rendere invivibile l’ambiente lavorativo, l’ostacolare e l’isolamento di un dipendente o di un membro di un gruppo, l’emarginazione, la mortificazione, lo scredito e ogni tentativo di allontanarlo (su questo modello sono poi nati bossing, le vessazioni da parte di un superiore, che ricorda tanto il nonnismo dell’epoca della naia, e straining, definito nelle sentenze come una forma di mobbing leggero o attenuato). E se molto semplicemente si utilizzasse un suffisso italiano applicato alla radice inglese? Mobbismo

mood
in italiano è semplicemente uno stato d’animo, umore, (pre)disposizione (mentale), spirito, modalità (non sono nel mood per andare a una festa) e anche clima, atmosfera (il mood natalizio = spirito, clima, atmosfera), oppure stile (un vestito dal mood premaman = stile da futura mamma). Mi pare così inessenziale davanti alle tante alternative italiane, a cui si può aggiungere aria: non sono nel mood, non è aria…

must
(da to must = dovere) in italiano si può dire d’obbligo, (qualcosa di) indispensabile, necessario (= che è e non può non essere), un imperativo, quindi anche irrinunciabile, imperdibile, imprescindibile… possibile che must sia davvero un must?

(to) scroll
è un’abbreviazione di scrolling (fare lo scroll o lo scrolling) cioè scorrere un testo a schermo. Ha generato il verbo scrollare che si può ormai utilizzare nel significato di scorrere una pagina a schermo, in senso lato anche sfogliare. In informatica il menu per lo scorrimento della pagina (detto anche scrollbar) si chiama anche più semplicemente ascensore. Qui forse i dialetti possono produrre cose buone…

smart card
è una tessera (tesserino o carta) di riconoscimento, personale, elettronica o magnetica per l’accesso a vari servizi (dunque anche un abbonamento) per es. quella da inserire in un decodificatore per accedere alla tv a pagamento. In certi contesti è molto simile anche a badge, e neoconiazioni come smartotessera, raziocarta o raziotessera sarebbero divertenti, anche se rischierebbero di non prendere piede, davanti al fascino di voler dirlo in inglese. A meno che qualcuno non trovi qualcosa di ancora più fascinoso…

spoiler
(da to spoil = rovinare, guastare) nel linguaggio televisivo o cinematografico è l’anticipazione (rivelazione o anteprima) di un finale (per es. in una recensione) che ne rovina i colpi di scena, quindi in italiano si può dire anche spifferata, il guastare o rovinare la sorpresa, l’anticipare, svelare (o rivelare) il finale o il dire come va a finire. Ricordo una scenetta di Raimondo Vianello, di fine anni ’70, in cui per godersi la partita della domenica trasmessa in differita alla televisione, si isolava per non avere “anticipazioni” sul risultato e viversela come fosse in diretta. Ma puntualmente Sandra Mondaini…
Un tempo non sentivamo l’esigenza di coniare una parola per questo tipo di cose. Oggi, in epoca di serie televisive,  l’anglicismo ha ormai raggiunto una notevole circolazione e popolarità ed è usato in senso figurato in vari ambiti, ha anche generato spoilerare: non spoilerarmi la sorpresa; gli ho spoilerato il regalo di compleanno = guastarmi! Ormai spoiler significa soprattutto questo, ma non dimentichiamo che:
2) in aeronautica è un diruttore o disruttore, cioè un elemento aerodinamico dell’ala che riduce la portanza;
3) nelle automobili è un elemento aerodinamico che si può dire anche alettone o deflettore e serve per una migliore tenuta di strada e aderenza al suolo.

stalker
è un molestatore (assillante), persecutore, tormentatore, spesso e soprattutto attraverso le nuove tecnologie. Ha generato una nuvola di parole come stalkerare, stalkizzare, stalkerizzare, stalkeraggio… Poiché indica chi sta col fiato sul collo, chi non molla la presa, sta addosso, in senso lato potrebbe essere un mastino (perché non allargare il significato?), un addossatore? un calcagnatore? Sono vittima di un addossamento, sono mastinato, non mi calcagnare… Qualcosa di meglio non lo trovate?

startup
è un’impresa nascente, nuova impresa, neoimpresa o società (azienda) di nuova costituzione, ma indica anche la fase di lancio di un’azienda, quindi il debutto, il lancio, l’avvio, il decollo, la fase iniziale di un’attività, di un’impresa o di un progetto. In inglese quell’up suggerisce (ipocritamente) che l’impresa sia destinata ad andare in alto, a salire verso le stelle (in realtà la maggior parte delle imprese nascenti sono statisticamente destinate a fallire e a rivelarsi start down o start spalsh). E se rendessimo questa metafora con azienda/impresa razzo?

touchpad
in italiano è la tavoletta tattile, la zona capacitiva o area sensibile al tocco del dito dei portatili che sostituisce il topo, anzi si dice mouse e basta (purtroppo) e che serve a imprimere i comandi. Forse, anche un bel toccatoio non sarebbe male.

 

Stretta la foglia larga la via… scrivete la vostra (indirizzo: inpuntadilingua@gmail.com), in italiano ma soprattutto attingendo dai dialetti della vostra regione, io ho scritto la mia.

A parte la premiazione, partecipare significa contribuire a migliorare la lingua italiana. E oltre agli anglicismi… ci sono molte altre bellissime parole che arrivano da altre bellissime lingue!

7 pensieri su “Traduzione e creatività: spunti per partecipare al gioco “Parole in cammino”

  1. Concordo appieno sulla possibilità di scegliere alternative e per quello che posso cerco sempre di sostituire l’inglese che sento in giro, ma è davvero pervasivo e spesso la correzione è vista come un rallentamento o un’interruzione della discussione, se non superflua in genere, come se non interessasse a nessuno cercare di parlare in modo aderente alle regole della propria lingua madre.
    Anche se non è sempre una fonte attendibile, spesso uso wikipedia per confrontare le soluzioni di altre lingue per anglicismi nostrani.

    Solo due refusi: serendipty -> serendipity e beafsteak -> beefsteak.

    Piace a 1 persona

    • Grazie Paolo. Hai ragione, spesso la pervasività dell’inglese è tale che in certi ambiti parlare in italiano è considerato un “rallentamento” o una scelta eccentrica, è capitato anche a me di imbattermi in questo problema in ambienti lavorativi. Questa è l’ennesima prova dell’anglicizzazione dell’italiano che qualcuno ancora nega. Per questo mi batto per la diffusione delle alternative italiane, per fare in modo che risultino più naturali: se continuiamo a usare solo termini inglesi le nostre parole diventano obsolete e sempre meno utilizzabili. Per es., e questa è la buona notizia di ieri, a Roma il consorzio nazionale degli imballaggi e la Confcommercio hanno lanciato un nuovo contenitore (qualcuno direbbe packaging) per l’asporto degli avanzi dei ristoranti, ma invece di chiamarlo DOGGY BAG, hanno scelto di chiamarlo RIMPIATTINO, neologismo nato proprio all’interno di un concorso. In questo modo si crea un’alternativa italiana che può esistere ufficialmente e sostituire l’inglese (fonte: https://roma.corriere.it/notizie/cronaca/19_aprile_02/roma-dice-basta-doggy-bag-suo-posto-arriva-rimpiattino-b5e0c064-555e-11e9-ac1d-631b8415241b.shtml).
      Quanto alla Wikipedia, anche io apprezzo lo sforzo di riportare spessissimo le alternative italiane delle parole, consuetudine che deriva, credo, dalle linee guida internazionali: all’estero ciò è normale, al contrario che da noi dove risulta insolito, ma si seguono appunto le indicazioni valide per tutti i paesi.
      (Grazie per i refusi, ho corretto).

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  2. Scusa per l’OT ma questa te la devo anticipare. In un film che recensirò domani, tradotto in esclusiva per il canale televisivo Cielo la settimana scorsa, il doppiatore evidentemente non trovava la parola italiana “survivalista” sufficientemente valida per rendere l’americano survivalist, così ha optato per un… neoitanglesismo! Ha creato l’ibrido «survaivalista», mezzo inglese, mezzo italiano…
    Va be’ che tanto è uno di quei filmacci che vanno via un tanto al chilo, ma temo sia sintomatico del successivo passo dell’evoluzione linguistica: parole italiane pronunciate all’inglese 😀

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