Gioco-concorso: traduzioni creative e dialetti (“Parole in cammino” Siena, 5-7 aprile 2019)

italia
Immagine tratta da RaiPlay

Un tempo i dialetti erano visti come un ostacolo per la lingua italiana. Eppure c’è chi ha definito l’italiano un dialetto che si è imposto su tutti gli altri grazie ai modelli letterari di Dante, Petrarca e Boccaccio. Nella cosiddetta questione della lingua – e cioè: qual è l’italiano? – per secoli i puristi si sono scontrati con autori che rivendicavano invece un italiano più aperto. I primi erano ostili a neologismi, forestierismi e parole dialettali non basate sul toscano e sulla lingua delle “tre corone fiorentine”. Gli altri li ammettevano in nome dell’evoluzione e della modernità, per non cristallizzare l’italiano nella “lingua dei morti”. Ma queste controversie, nate già con Dante, e che si sono protratte fino alla soluzione manzoniana dei Promessi sposi (lo sciacquare i panni in Arno nel fiorentino vivo) e anche dopo, riguardavano l’italiano letterario, la lingua scritta, perché nella vita di tutti i giorni ognuno parlava nel proprio dialetto e l’italiano era una sorta di registro linguistico elevato che si utilizzava per le comunicazioni inter-regionali.

 


Dialetti: da un ostacolo per la lingua italiana a una ricchezza

L’italiano parlato è una conquista nata nel Novecento soprattutto con l’epoca del sonoro, la radio, il cinema e poi la televisione. Solo allora si è posta la questione dell’unificazione della lingua parlata.
L’estromissione dei dialetti dall’insegnamento avvenne già nei primi anni del regime fascista, quando era molto diffuso tra i maestri. Il fascismo tentò di regolamentare fortemente la lingua, vista come uno strumento di coesione del popolo e del nazionalismo e il dialetto, in un’epoca in cui l’italiano doveva essere ancora unificato, era considerato come un ostacolo all’affermazione della lingua nazionale. Questo atteggiamento è durato anche dopo, e ancora ai tempi delle emigrazioni degli anni Cinquanta e Sessanta, parlare il dialetto era percepito come un segno di ignoranza, il modo di esprimersi di chi non sapeva parlare l’italiano. In questo periodo in molti luoghi accadde un nuovo fenomeno: il dialetto usato da sempre in ambito familiare cominciò a cedere il posto all’italiano nel rivolgersi alle nuove generazioni. A Milano, per esempio, ricordo che quando ero bambino i miei genitori parlavano in dialetto con i miei nonni e con gli altri familiari. Ma tutti, nel rivolgersi a noi bambini si esprimevano in italiano. In questo modo il mio bilinguisimo dialettale si è spezzato, e personalmente sono in grado di comprendere il milanese, ma non sono in grado di replicarlo e parlarlo. In questo modo alcuni dialetti sono scomparsi o quasi. Il milanese si è perduto e non è più praticato se non da gruppi molto ristretti. In altre aree geografiche, e anche in Lombardia fuori dalle metropoli, la tradizione del dialetto è invece ancora viva.

Oggi, unificato l’italiano parlato, la questione dei dialetti è completamente cambiata. Non sono più un segno di ignoranza e un ostacolo, non sono più il simbolo del non saper parlare in modo corretto, sono al contrario una ricchezza. In sintesi, sono vissuti come un arricchimento culturale che non sostituisce l’italiano, ma si aggiunge come una seconda lingua e non riguarda più soltanto i ceti bassi e poco alfabetizzati, è un patrimonio culturale di chi cerca di conservare e riscoprire le tradizioni locali.

Le varietà regionali sono attualmente uno degli elementi più vivi della nostra lingua, sempre più policentrica e sempre meno toscana. Già da tempo il mescolamento delle culture ha comportato il confluire di molti termini dialettali nell’italiano. Dal siciliano sono arrivate parole come intrallazzo, picciotto o zagara, dal napoletano vongola, mozzarella, scugnizzo o fesso, dal romanesco abbuffata, abbacchio, sbafo, iella, caciara o borgata, dal lombardo balera, barbone, lavello o panettone, dal piemontese fonduta, gianduia, grissino e ramazza

Visto che ormai la metà dei neologismi è in inglese e che l’italiano sempre meno capace di evolvere con parole autonome, i dialetti costituiscono un patrimonio e un bacino di parole nuove molto interessante. Qualcuno li ha definiti “prestiti interni”.

Fatte queste premesse, ci si può porre una domanda: e se guardassimo ai dialetti come a una risorsa cui attingere davanti alle parole mancanti, spesso importate dall’inglese?

Davanti a una parola che non c’è, oltre a importarla da un’altra lingua in modo crudo, è anche possibile italianizzarla e adattarla, tradurla e ricorrere a un calco, creare un neologismo e reinventarla. Ma c’è anche un’ulteriore soluzione: recuperare i dialetti e provare ad attingere dal patrimonio linguistico regionale.

Un gioco e un concorso: “In punta di lingua. Traduzione e creatività”

parole in cammino siena

Durante un incontro a “Più libri più liberi” (Roma, 5-9 dicembre 2018), Massimo Arcangeli buttò lì l’idea di coinvolgere i dialetti nella traduzione di parole apparentemente intraducibili provenienti dalle più diverse lingue. La traduttrice Andreina Lombardi rispose immediatamente a quello stimolo e propose la traduzione di aftselakhis (yiddish) con il napoletano cazzimma.

Oggi questa idea è stata ripresa e trasformata in una nuova iniziativa per il Festival della lingua italiana, “Parole in cammino” (Siena, 5-7 aprile 2019), arricchita da due proposte “collaterali”:

comprendere un certo numero di anglicismi nell’elenco delle parole da tradurre attraverso traducenti dialettali, oltre che italiani;
provare a rendere nell’idioma nazionale alcune parole ed espressioni dei vari dialetti.

Invito tutti a partecipare giocosamente a questo concorso.

Domenica 7 aprile, in un incontro a Siena nell’ambito della manifestazione, commenterò le soluzioni pervenute insieme a Fabio Pedone e Simona Mambrini.
Lo stesso giorno partirà anche la seconda fase dell’iniziativa: la traduzione in italiano di parole ed espressioni dialettali della penisola che non hanno ancora un equivalente. Nel mese di maggio, il progetto culminerà a Cassino e a Montecassino, con la premiazione delle migliori soluzioni nella cornice del festival “ANTICOntemporaneo”.

Partecipa al gioco-concorso!

Per chi vuole partecipare e giocare, queste sono le parole inglesi di cui è possibile proporre un traducente:

avatar
comfort food
coming out
contactless
cool
default
doodle
fake news
flat tax
location
mobbing
mood
must
(to) scroll
smart card
spoiler
stalker
startup
touchpad
.

E queste sono altre parole che provengono da altre lingue:

Aftselakhis (sostantivo, yiddish): l’impulso o il bisogno di fare esattamente la cosa che qualcuno ci proibisce di fare, con lo scopo di farlo arrabbiare.
Fremdschäm (sostantivo, tedesco): la vergogna che si prova per qualcuno.
Fylleangst (sostantivo, norvegese): la paura di aver detto o fatto qualcosa di stupido di cui non ci si ricorda, e che ci assale il giorno dopo una tremenda sbronza.
Geborgenheit (sostantivo, tedesco): la sensazione di essere al sicuro, al calduccio, come in un nido o nel ventre materno.
Gjensynsglede (sostantivo, norvegese): la gioia di rivedere qualcuno dopo molto tempo.
Koselig (aggettivo, norvegese): si usa per descrivere un’atmosfera piacevole, rilassante, e per definire ciò che ci fa sentire bene, che è accogliente, dà calore, in qualche modo ci “coccola”.
Μάγκας (sostantivo, greco moderno): l’uomo del popolo, sicuro di sé fino all’arroganza. Si distingue dagli altri nel comportamento, nelle movenze e nell’abbigliamento. È un uomo con esperienza ed è ammirato dagli altri; è un duro ma è anche un giusto, non approfitta dei deboli e non si fa sopraffare dai prepotenti. Si usa colloquialmente anche come formula di saluto.
Nombrilisme (sostantivo, francese): l’atteggiamento egocentrico di chi pone sempre se stesso al centro dell’attenzione (letteralmente: l’atteggiamento di chi si contempla l’ombelico).
Rubberneck(er) (sostantivo, inglese): il curioso che guarda con morbosità qualcosa di sconveniente o indiscreto, spinto da un impulso irrefrenabile (il termine è diverso da “guardone”, e anche da “curioso”).
Schadenfreude (sostantivo, tedesco): la gioia maligna che si prova per la sfortuna altrui.
Sehnsucht (sostantivo, tedesco): esprime un desiderio doloroso, come la nostalgia, ma di qualcosa che non è stato e forse mai sarà. È il desiderio collegato al doloroso struggimento che si prova nel non poterne raggiungere l’oggetto. “Sehnsucht” viene da “sehnen” (‘anelare’, ‘sognare’, ‘avere voglia’) e “Sucht”, un sostantivo che indica propriamente il desiderio irrefrenabile, la smania, la sete di brama, il vizio (e quindi la dipendenza: dal cibo, dalla droga, dall’alcol). Letteralmente è un “desiderio del desiderio”.
Sisu (sostantivo, finlandese): è il particolare atteggiamento mentale, tipicamente associato al popolo finlandese, connotato da un misto di forza di volontà, coraggio, tenacia e razionalità. La parola deriva da sisus, che significa ‘intimo’ o ‘interiore’.
Sobremesa (sostantivo, spagnolo): le chiacchiere che s’imbastiscono davanti a una tavola ancora imbandita, tirando per le lunghe la fine del pranzo.
Solochvåra (verbo, svedese): è formato dalle parole “sol” (‘sole’) e “vår” (‘primavera’), e significa illudere una donna corteggiandola in modo serrato al solo fine di estorcerle del denaro.

Nulla è intraducibile, tutt’al più è intradotto, e cioè non lo si vuole o riesce a tradurre!

Le proposte vanno inviate a questo indirizzo: inpuntadilingua@gmail.com.

Questa iniziativa è realizzata in collaborazione con l’associazione di traduttori StradeLab e con l’associazione Twitteratura e Betwyll.

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8 pensieri su “Gioco-concorso: traduzioni creative e dialetti (“Parole in cammino” Siena, 5-7 aprile 2019)

  1. Spettacolare iniziativa! Cerco di condividerla nei social, ma dubito di avere abbastana follower da coinvolgere 😛
    P.S.
    Ho avuto un’educazione linguistica simile, ma la definirei di “seconda generazione”. I miei genitori capivano i loro familiari più grandi, che parlavano dialetti strettissimi per me totalmente incomprensibili, e poi parlavano italiano con me: però dubito che loro stessi sapessero ripetere quei dialetti.

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  2. Io uso da tempo “spaparanzato” per indicare qualcuno che siede in pose scomposte, per esempio scivolando giù sullo schienale con le gambe divaricate. Poi ho letto “Italiano Urgente” di Gabriele Valle che ha proposto “spaparanzamento” come equivalente di “manspreading”. E niente, da napoletano orgoglioso del suo dialetto, mi sono quasi emozionato 😉 condivido sulle reti social(i) e partecipo volentieri! Grazie.

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  3. Personalmente credo che sia necessaria una certa cautela coi prestiti dialettali, giacché essi, pur in misura differente dagli anglismi, pure possono risultare foneticamente incompatibili con l’italiano.

    E poi io penso che i dialetti – o meglio le “lingue collaterali” all’italiano – siano la “faccia nascosta” del patrimonio linguistico del nostro Paese, e quindi meritino “rispetto e protezione” (come si direbbe in Ispagna: “La riqueza de las distintas modalidades lingüísticas de España es un patrimonio cultural que será objeto de especial respeto y protección” Cost. 3.3.) anche in quanto tali, e non debbano ridursi a cave di pietre di riporto per la lingua italiana.

    Infine proporrei un’idea: perché non guardiamo, per trar ispirazione nella creazione dei neologismi, a quella sorella gemella dell’italiano che è il corso: forse a causa del modello meno anglofilo del francese con cui la lingua corsa condivide lo spazio comuncativo, quest’ultima riesce a rendere parole come “home page” (“accolta”, certo sul modello del francese “accueil”, ma d’aspetto pienamente atutoctono) o “software” (“lugizziali”, anch’esso su “logiciel”, ma foneticamente integrato). Che se ne direbbe di *accoglienza e *logiziale”?

    Piace a 1 persona

    • Caro Giovanni, credo ci sia un equivoco. Nessuno vorrebbe ridurre i dialetti, un patrimonio linguistico a mio avviso da tutelare soprattutto quando in via di estinzione come nel caso del milanese, a serbatoi utili solo per l’italiano. Viceversa, poiché proprio le parole dialettali e regionali che si mescolano ed entrano nell’italiano costituiscono uno dei materiali neologistici più vivi, mi pare che l’idea di Arcangeli sia al contrario quella di valorizzarli, dopo tanti secoli di purismi e di condanne. Quindi leggo l’iniziativa come un’apertura e non una chiusura. Detto questo hai perfettamente ragione: spesso sono foneticamente incompatibili con l’italiano, ma non sempre. Per es. il milanese, che conosco un po’, ha forti punti di contatto con l’inglese (ma anche con il francese in altri casi) e parole come negher (nero) o veder (vetro) suonano quasi come computer, e in una parodia musicale da osteria “Let’s twist again Like you did last summer” diventava “T’ho vist i gamb sino all’orlo d’i mutand” suonando quasi identica, foneticamente. Castellani osservava infatti che se la nostra lingua derivasse da dialetti del nord sarebbe oggi compatibile con molti anglicismi, ma derivando dal toscano non lo è anche per la consuetudine di terminare in vocale. Ciò premesso non vale per tutti i dialetti e dipende dalle parole e da caso per caso. Il gioco consiste, a mio avviso, proprio nello scegliere e nel selezionare cose adatte di volta in volta.
      Quanto al corso, ne sono a digiuno e confesso la mia totale ignoranza. Però la tua idea mi pare bellissima e anche compatibile/inseribile nell’iniziativa. Se ci fossero soluzioni corse utili, efficaci e da emulare perché non provare a proporle? Pagina di accoglienza, o anche pagina iniziale (come ho scelto di usare in questo sito), mi pare che già siano proponibili, anche se per molti ragioni sono poco in uso. Logiziale mi pare un po’ una traduzione funzionale più che creativa, ma è solo la mia opinione, però sono sicuro che anche dal corso potrebbero uscire soluzioni interessanti. Ti invito a partecipare con questa prospettiva! Poi non sono io a scegliere le soluzioni pervenute. Un saluto.

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