Scienza, conoscenza e shaker (il suono “sc” tra italiano e itanglese)

Gli anglicismi che si diffondono nella nostra lingua sono sempre di più, e sempre di più sono quelli che travalicano i significati, le forme o le pronunce che esistono in inglese, ammesso che in inglese esistano e non siano invece nostre reinvenzioni maccheroniche.

Lo scostamento dalla lingua di provenienza – indipendentemente dal fatto che sia una provenienza diretta e reale o un nostro fenomeno emulativo e allucinatorio – è di vari gradi e tipi.
Ci sono parole che, trapiantate in italiano, si ricavano un loro significato peculiare diverso dall’inglese, come lo shopping che non indica il semplice comprare qualcosa (anche al supermercato) ma evoca l’andare per vetrine, il fare acquisti voluttuosi di lusso e per la persona. Oppure il caregiver che evoca qualcosa di diverso dal badante e diventa un assistente familiare che si prende cura di qualcuno non per professione, mentre in inglese ha un significato totalmente generico, come del resto il nostro badare. E così, la retorica dell’evocare porta a funambolismi giustificatori divertenti, per esempio per sostenere la differenza tra selfie e autoscatto, perché il selfie indicherebbe ormai un preciso intraducibile gesto che travalica l’uso storico dell’italiano. Bella scoperta: cambiano le tecnologie dell’autofotografarsi ed è evidente che non siano contemplate nell’italiano storico, il punto è che sempre autoscatti sono. Invece di comprendere l’equivalenza delle due parole, c’è chi vaneggia che oltre al gesto intraducibile l’anglicismo evocherebbe il condividere l’immagine in Rete, anzi sui social (altro itanglismo che in inglese vuol dire solo sociale) il che è falso, in inglese, ma anche in italiano dove ormai selfie tende a diventare quasi un sinonimo di fotografia.

A parte questo “non-è-proprismo” tirato in ballo da ciò che una parola evoca, che spesso non fa parte del suo significato, e ancor più spesso è un evocare soggettivo (a chi?) e passeggero, il discostamento dall’inglese consiste molte volte nel prendere “in prestito” solo una delle tante accezioni della parola che da noi diventa così un tecnicismo insostituibile, per cui il mouse non è un topo ma un aggeggio puntatore, e il tablet non è una tavoletta ma un preciso dispositivo. Gli itanglismi, poi, molto spesso sono decurtazioni della lingua che ricalcano (basket per basketball, spending per spending review…), oppure sono pronunciati all’italiana come il water (closet) e il tunnel (che leggiamo come si scrive), mentre altre come shampoo sono pronunciate metà in inglese e metà in italiano.

Senza entrare nella maniacale tassonomia di tutte le tipologie che si potrebbero classificare, il punto è che davanti a questi scostamenti dall’inglese ortodosso ci sono linguisti che interpretano tutto ciò in modo curioso e affermano che questi fenomeni sono un segno di “adattamento” che renderebbe queste parole “italiane”. Uno strano modo di concepire l’italiano, visto che si tratta di parole che violano le regole dell’ortografia e della fonologia della nostra lingua. Per questo motivo Arrigo Castellani le definiva lucidamente “corpi estranei” all’italiano, ma non c’è bisogno di essere puristi o neopuristi per comprenderlo: filmare o barista sono parole a tutti gli effetti italiane, pur derivando da radici inglesi, mentre chattare e computerizzare no, perché spezzano le regole della nostra pronuncia e scrittura (a meno di non adattarle in ciattare e compiuterizzare).
Questo punto fermo e inconfutabile viene però spesso annacquato da chi, in nome del descrittivismo, considera “italiano” quello che entra nell’uso (soprattutto nei giornali) invece che ciò che rientra nella grammatica italiana. Questi approcci di solito si ritrovano sulla bocca e sulla penna dei negazionisti che affermano che l’italiano non corre alcun pericolo davanti all’inglese, ma dovrebbero essere sviluppati fino in fondo. Se la lingua “non si può stabilire a tavolino”, se l’uso fa la lingua (l’uso imposto dall’alto e dall’egemonia delle classi dirigenti colonizzate, sia chiaro!), se gli anglicismi sono un arricchimento del nostro idioma, e se queste sono parole italiane… va bene. E allora si riscrivano le grammatiche, e si faccia diventare norma questo uso.
E la mia non è affatto solo una provocazione, è semplicemente la conseguenza delle premesse postulate da chi non comprende la differenza tra italiano e itanglese e confonde le due cose.

La grammatica dell’itanglese

Facciamo l’esempio del suono “sc”. In una grammatica “tradizionale” possiamo leggere che si può scrivere e pronunciare in modo duro (sca, sco, scu e rafforzato con l’h nel caso di sche e schi) o dolce. E in questo ultimo caso si scrive quasi sempre senza la “i”: sce (scendere, scemo), tranne in parole come coscienza e derivati (incoscienza), scienza e derivati (fantascienza, scientifico… mentre conoscenza si scrive senza “i” perché deriva da conoscere e non da scienza). Tra le eccezioni ci sono poi usciere e parole come scie (plurale di scia) che mantengono l’accento tonico sulla “i” (al contrario di angoscia/angosce, coscia/cosce, e via dicendo). Questo è l’italiano.

Adesso non resta che passare dalla norma all’uso e consultare un dizionario, per esempio il Gabrielli che si trova in Rete, e contare quante parole iniziano con il suono “sc” dolce ma si scrivono in inglese (sh). La versione gratuita non è aggiornatissima, ma comunque si possono contare almeno:

shake
shaker
shakerare
shakespeariano
shako
shampista
shampoo
shampooing
share
shareware
shearling
shed
sherpa
sherry
shetland
shift
shiftare
shimmy
shoccare
shock
shockare
shocking
shockizzante
shockterapia
shooting
shopaholic
shopper
shopping
shopping center
shopping mall
short
shortino
shorts
short-story
short track
show
show biz
show-boat
show-business
showdown
showgirl
showman
show-room
showview
shrapnel
shuffle
shunt
shuntare
shuttle
.

Contrariamente a quanto si potrebbe concludere a un primo sguardo, questo lemmario non è estratto da un dizionario inglese, ma da uno italiano. Dall’elenco ho tolto qualche parola non inglese come sharia o shintoismo, ma si tratta di pochi lemmi, la verità è che il problema non sono i forestierismi, ma gli anglicismi, il cui numero è tale da travalicare e da schiacciare tutto il resto. Se poi si aggiungono anche le parole inglesi che non cominciano con il grafema “sh” ma lo contengono al suo interno, come minimo si possono annoverare anche:

slash e backslash, blush, i composti di sharing (sharing economy, bike sharing, car sharing, film sharing, home sharing, job sharing…), gold share, cash, crash, dashboard, publisher, publishing (e composti come e-publishing o self-publishing), elettroshock, fashion (fashionable e fashionista), fetish, flash (e derivati come flashback), fotofinish, photoshoppare, i derivati colorati di washing (greenwashing, pinkwashing e whitewashing), hashtag, phishing, tutti i composti di shop (pornoshop, bookshop, beautyshop, coffee shop, free shop, pet shop, sex/sexy shop, temporary shop, workshop…) di shopper (personal shopper, serial shopper) e di shopping (shopping addicted), tutti i composti di ship (leaderdhip, memebership partnership, premiership), marshmallow, milkshake, offshore, T-shirt, tutti i composti di show (air show, cooking show, no-show, one man show, talkshow, peep show, reality show, pornoshow, talent show, road show, slide show, show buisness, showroom, showgirl, show boat…), trash e trash food, splash, smash, yorkshire, rush (finale) e rash (cutaneo) che si pronunciano in modo simile ma hanno diversa grafia, push-up, pusher, refresh, screenshot e screnshottare

Mi fermo, ma si potrebbe continuare. A questo punto è chiaro che non si tratta di qualcosa che avviene one shot! Queste parole “italiane” (che sfuggono ormai alle possibilità di contarle) non lo sono affatto. Sono itanglismi. E sono così tanti da stravolgere la nostra lingua e ibridarla. Davanti al suono “sc”, pensare alle poche eccezioni come scienza e coscienza riportate dalle grammatiche fa ridere di fronte alla creolizzazione lessicale che ci travolge.
Naturalmente, lo stesso discorso si potrebbe fare non solo con il caso del suono “sc”, ma con tutti gli altri grafemi e fonemi che trapiantiamo mutuando le regole dell’inglese.

E allora se queste sono parole “italiane” che si vada fino in fondo e che si sia coerenti. Invece di blaterare che le lingue “evolvono” ed è normale che lo facciano, si studi meglio come si sta evolvendo l’italiano; e invece di dire che non dovremmo preoccuparci degli anglicismi, certi linguisti dovrebbero preoccuparsi di riscrivere i libri e di legittimare finalmente la nuova grammatica dell’italiano 2.0 basata sull’uso: l’itanglese.

11 pensieri su “Scienza, conoscenza e shaker (il suono “sc” tra italiano e itanglese)

  1. Pensando allo “sh” e simili mi vengono in mente i titoli dei cartoni animati attuali che, come spesso quelli dei film, non sono tradotti o non sono traslitterati. Dovrebbero essere “Mascia e Orso”, “Alice e Luis” (e non “Elis e Liuis”) o Paw Patrol che in spagnolo e portoghese è chiamato più simpaticamente con l’equivalente di “Pattuglia canina”. Mi chiedo che confusione insorge o insorgerà nelle menti dei nostri figli.

    E in questi giorni, le telecronache olimpiche sono, quale più quale meno, disperanti. Alla fine assegnerò le medaglie dell’itanglese (se non ci stai pensando già tu).

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    • Sui nomi propri è meno grave, anche se l’Uomo ragno è diventato Spiderman e il Monpoli Monopoly… fa parte della mentalità “colonizzatrice” esterna che esporta la propria nomeclatura e che noi dall’interno emuliamo felici fino a quando anche Topolino diverrà forse Mickey Mouse… in questo modo i bambini si abituano e da grandi rinominano Alitalia come ITA Airways che insieme al fallimento imprenditoriale si posrta con sé il fallimento dell’italiano… e a questo proposito il premio itanglese per il nuovo nome della compagnia aerea “di bandiera” è arrivato proprio dagli USA che le hanno assegnato il peggior rifacimento del marchionimo, che in Italia si dice ormai il restyling del brand. Se vuoi ti segnalo la notizia del premio ignobel: https://italofonia.info/un-sito-specializzato-giudica-ita-airways-il-peggior-cambio-di-marchio-dellanno/

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      • Fantozziano…. nel tentativo di emulare (compiacere?) i padroni, si viene invece umiliati dal megadirettore galattico (e stavolta ha pure ragione). Hai visto il titolo dell’articolo originale? “That’s not amore” infatti manca l’amore per la propria identità. O forse Ita diventerà una compagnia a basso costo (se non lo è già). E la livrea: è saggio mimetizzarla con il cielo? Mah
        L’unica cosa da eccepire, è che Ita non è l’unica compagnia da bandiera ad avere un nome non in lingua nativa, ci sono Olympic e Jal, per esempio, ma questo è un particolare treascurabile

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    • Almeno il titolo di “Masha e Orso” lo possiamo perdonare, perché il cartone in questione è russo, non angloamericano. Stesso discorso anche per i personaggi giapponesi degli anime.

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  2. A proposito di translitterazioni: quando in occasione delle Gionata della Memoria della Scioà / שואה , ebbi durante la mia lezione di tedesco l’occasione di scrivere alla lavagna la parola, ovviamente nella sua translitterazione tedesca, e cioè Schoa (oppure Schoah), qualche allievo mi fece notare il mio presunto errore d’ortografia: “Man non si scrive con Sh-?”. Dovetti spiegare che “sh” è la resa inglese della lettera “scin”, che in tedesco si trascrive, logicamente, con “sch”, mentre la trascrizione scientifica (questa davvero internazionale) è con “š”.
    Ma evidentemente si suppone che la grafia inglese sia automaticamente quella internazionale e quindi quella più corretta.
    Ma se si trattasse solo di translitterazioni, poco male.
    Qualche giorno fa m’è capitato, leggendo sul cellulare l’articolo d’una rivista in lingua italiana, di “scoprire” che una delle chiese storiche di Berlino è “St.Mary” (o “St. Mary’s”, non ricordo esattamente). Ovviamente si trattava della “Marienkirche” (così tuttora si chiama, come conferma il sito web della parrocchia evangelica).
    Vabbe’, l’articolo era tradotto dall’inglese, ma possibile che al traduttore non sia passato per la mente che “St. Mary” sia traduzione dal tedesco e non il nome originale? Oppure si deve supporre che valga la nuova regola per cui tutto ciò ch’è all’estero in italiano debba avere un nome inglese?
    Chissà, quando i restauri dopo il drammatico incendio saranno terminati, a Parigi gl’italiani potranno visitare la “Our Lady’s Cathedral”?? Gl’inglesi no, perché per loro è pur sempre “Notre-Dame”.

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    • “Si deve supporre che valga la nuova regola per cui tutto ciò ch’è all’estero in italiano debba avere un nome inglese?”
      Temo di sì, questa è la tendenza per l’interferenza dell’inglese internazionale e soprattutto usato come la fonte principale delle agenzie di stampa che pescano perlopiù dall’anglosfera. In questi giorni si parla molto dello spostamento dell’ambasciata Usa da Kiev a Leopoli, e sto notando il salire della frequenza di Lviv al posto di Leopoli (per es. qui: “Ucraina: Usa chiudono ambasciata a Kiev, personale diplomatico trasferito a Lviv”,
      https://www.agenzianova.com/a/620ae195980ab2.73355231/3793621/2022-02-14/ucraina-usa-chiudono-ambasciata-a-kiev-personale-diplomatico-trasferito-a-lviv) e persino di Kyiv al posto di Kiev (per es. su un giornale italiano che però si chiama “ParmaToDay: “‘Mi vedo costretto a trasfermi a Lviv, ma in Italia non tornerò: la mia vita è in Ucraina e lì non ho più nulla’. Si apre così la testimonianza di Fabio, che da cinque anni vive in centro a Kyiv (Kiev)”,
      https://www.parmatoday.it/attualita/ucraina-guerra-russia-intervista-italiano.html).
      In un libro di geografia per la scuola, tempo fa, avevo già notato la scomparsa della parola Cisgiordania perché tutto si esprimeva nel solo inglese con West Bank…

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      • Per curiosità ho fatto un esperimento con i traduttori automatici ed ho notato che in inglese il nome di Kiev rimane Kiev, non certo Kyiv come mostrato nell’articolo. Com’è possibile?

        Poi, sempre a proposito di toponimi, le cosiddette isole Falkland (ex colonia inglese) non erano anche conosciute come Malvine?

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        • Se guardi le notizie della Cnn vedi che parlano di Kyiv (https://edition.cnn.com/2022/01/29/europe/ukraine-kyiv-tensions-russia-intl/index.html). I traduttori automatici non sono molto affidabili, mi pare.
          Quanto alla vicenda delle Malvine/Falkland è una controversia molto dolorosa per un argentino, e il nome in inglese è prevalso appunto dopo la cosiddetta guerra delle Falkland, in spagnolo delle Malvinas, che riguardava apppunto la proprietà dei territori. Il Regno Unito ha vinto, ma già ai tempi del conflitto i giornali usavano la nomenclatura inglese, che non era certo una scelta neutrale, e sotto la controversia della proprietà si cela anche quella per “il nome della cosa”.

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          • Poi aggiungiamo il fatto che Kyiv è semplicemente il nome “nativo” di Kiev in lingua ucraina. Tuttavia, siccome Kyiv viene usato anche nelle fonti statunitensi (come mostrato nelle fonte di CNN che mi hai appena passato), allora significa che quei giornali italiani hanno cominciato ad inserire Kyiv solo perché hanno copiato le fonti angloamericane più che a quelle ucraine. Quindi è un discorso simile a “triage”, che pur essendo un francesismo lo abbiamo cominciato ad introdurlo solo per influsso dell’anglosfera.

            Tornando al discorso di Kiev ho appena fatto un altro esperimento: su Google notizie Kiev compare in 61.300.000 risultati (soprattutto in articoli italiani), mentre Kyiv compare invece in 32.400.000 risultati (la maggior parte dei quali provengono da articoli di giornali anglofoni, mentre le fonti italiane che usano il nome Kyiv sono pochissime, almeno per il momento).

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            • L’abbeverarsi prevalentemente dalle fonti dell’anglosfera spalanca le porte agli anglicismi e all’interferenza dell’inglese nelle lingue locali. Lo si vede nell’informazioone ma è ancora più evidente negli ambiti dove l’inglese è diventata la lingua internazionale, dalla scienza al lavoro.

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