Hai voluto la bike? Adesso rider! (Anglicismi ladri di biciclette)

Di Antonio Zoppetti

Era il 1948 quando uscì il celebre film di De Sica Ladri di biciclette, mentre nel 1951 Delia scala e Silvia Pampanini erano le Bellezze in bicicletta (regia dai Carlo Campogalliani) che mostravano le cosce pedalando e diffondevano uno stereotipo che in tempi moderni si sarebbe consolidato nell’accostamento di donne e motori. A dire il vero il film voleva essere anche un richiamo a una ben diversa rivendicazione femminile, quella di Alfonsina Strada che in epoca fascista, nel 1924, fu la prima donna a partecipare al giro d’Italia.

Bicicletta è una parola di alto uso che fa parte del vocabolario di base della lingua italiana, ed è comparsa a fine Ottocento per indicare i più moderni velocipedi, come erano dette in un primo tempo le bici con la ruota anteriore più grande. È un adattamento del francese bicyclette, che fa riferimento al “biciclo”, cioè a un veicolo a due ruote.

Un secolo dopo la bicicletta da città, strumento di lavoro essenziale nel dramma del neorealismo di De Sica, è detta city bike, l’industria delle biciclette è detta bike economy, i ciclofattorini sono rider che garantiscono il delivery, e sui giornali anche i ciclisti sono spesso definiti biker, un’espressione che alla fine del Novecento era entrata dall’inglese per indicare i motociclisti soprattutto di grossa cilindrata che partecipavano ai motoraduni, ma che oggi sta perdendo questa specificità legata ai motori per estendersi al mondo delle due ruote anche a pedali.
Recentemente al “Cuneo bike festival” la città ha partecipato alla “Fancy Women Bike Ride”, evento che riunisce oltre 50.000 donne in bicicletta.
Ma per tornare alla visione della donna oggetto a uso e consumo delle fantasie erotiche maschili degne di un film con Alvaro Vitali, il 16 settembre scorso sul Corriere si leggeva questo titolo: “Seveso, la Notte bianca e il «sexy bike washing»: «Spettacolo indegno, sessista e umiliante»”

Non avevo mai sentito parlare di un sexy bike washing, e leggendo il pezzo ho scoperto che si tratta di uno spettacolino dove “due giovanissime ragazze in shorts inguinali e top striminzito … con pose sexy lavavano le moto mentre una schiera di uomini guardavano divertiti, scattandosi selfie”. Credo si tratti di un’evoluzione del sexy car whashing, dove le donne procaci da film porno lavano le auto con analoghe modalità.

Come ci siamo ridotti così?
Non parlo del ruolo della donna, problema atavico, parlo della lingua italiana, che tra bike, shorts, top, sexy, selfie e washing è ormai un ibrido che meglio risponde al nome di itanglese.

Bike: l’ennesimo anglicismo prolifico e infestante

A parte l’uso di biker nel senso di motociclista che evoca l’immagine di Marlon Brando-Il selvaggio ricalcata da Alberto Sordi-Nando Mericoni, tutto ha avuto inizio degli anni Ottanta con il diffondersi delle mountain bike, che provenivano dalla California, e che oltre a essere un tipo di bicicletta sono diventate anche il nome dello sport che si pratica con questi mezzi.
In Europa il primo produttore di queste biciclette da montagna, come potremmo dire se non fossimo colonizzati e decerebrati, è stata l’azienda italiana Cinelli che nel 1985 ha lanciato il rampichino, parola italiana che storicamente indicava una macchina in grado di inerpicarsi per le salite.

Naturalmente l’anglicismo ha avuto la meglio. I giustificazionisti dell’inglese avranno sfoderato le solite argomentazioni. La mountain bike non è proprio come un rampichino, parola più generica, ha una sua specificità che indica un preciso nuovo oggetto e sport, e forse l’avranno etichettata come prestito di necessità, come se fosse necessario dirlo in inglese al posto di bici da montagna per loro troppo generico. Questi pseudo-ragionamenti si fondano sempre su un meccanismo basato su un atteggiamento che ho chiamato anglopurismo. Davanti a un nuovo oggetto o concetto espresso in inglese, gli anglopuristi negano all’italiano la possibilità di evolversi e di allargare il significato delle proprie parole. Guardano all’italiano storico, e lo cristallizzano nella sua immobilità come i puristi dei tempi passati, con le solite sciocchezze: “Non vedi che rampichino ha un significato più ampio? Non vedi che bicicletta da montagna è generico mentre la mountain bike è questo nuovo modello ben preciso?”
E voi non vedete che l’italiano, per sopravvivere, si deve evolvere come si è sempre evoluto, e nulla impedisce che davanti alle cose nuove le vecchie parole assumano nuovi significati? Davanti a questo argomento di solito l’anglopurista allarga le braccia e replica: “Del resto mountain bike è entrato nell’uso. Non vorrai mica andare contro l’uso?”
Ma l’uso di chi? L’uso dettato dai produttori statunitensi, dall’espansione delle multinazionali che si impongono sul rampichino della Cinelli, l’uso di chi esporta nella propria lingua i nomi delle innovazioni tecnologiche e dei nuovi sport, l’uso dei giornalisti che ci martellano con l’inglese senza alternative fino a che la gente non può fare altro che ripetere mountain bike, lokdown, fake news e green pass.

Mentre davanti all’interferenza dell’inglese la maggior parte dei linguisti cerca di spiegare tutto con l’ingenua e ridicola teoria dei “prestiti”, quello che accade nella realtà è qualcosa di profondamente e strutturalmente diverso. Se mountain bike poteva ancora essere interpretato come un prestito isolato, quello che è accaduto nei successivi trent’anni rivela benissimo che le cose non vanno affatto a questo modo. Prestiti del genere non sono importazioni isolate, si radicano nella nostra lingua e danno vita a una miriade di altri anglicismi che si appoggiano su questi “prestiti”, che prendono vita e si allargano in una rete di parole interconnesse a base inglese che si espande nel nostro lessico.
E infatti dal 1983, l’anno in cui, stando ai dizionari, mountain bike è entrato nell’italiano, la frequenza di bike è centuplicata perché si è accostata a decine e decine di altre parole inglesi che a loro volta si ricombinano con le altre che si innestano.


L’allargamento di bike che esce dalla teoria del prestito

Nel 2008 è arrivato il bike sharing (le bici a nolo: una grande novità concettuale!), proposto con questo nome in ogni città, perché a sua volta si appoggia a espressioni come car sharing, file sharing, video sharing o sharing economy.
Perciò l’industria delle biciclette si dice bike economy (sul modello di new economy, green economy, blue economy…) e sull’Ansa si legge: “Turismo: arriva ‘made in Bike‘, eccellenze viste dalla bici. Un percorso attraverso Nord, Centro e Sud Italia costruito grazie alle testimonianze di aziende del territorio attive nella bike economy”. Negli ultimi quindici anni accanto ai negozi di biciclette si è cominciato a parlare di bike shop e bike store (visto che tutti i negozi si stanno trasformando in inglese, tra showroom e megastore). Le biciclette d’acqua sono dette hydrobike e persino acquabike, che ancora una volta indica sia il mezzo sia un nuovo sport; sui giornali le biciclette “normali”, da città, sono diventate city bike (come le utilitarie sono city car), e quelle da sterrato sono dette gravel bike; dal francese cyclette si è passati all’inglese spin bike, le bici a motore (ennesima non-novità che risale alla fine dell’Otttocento) non sono elettriche, ma e-bike, le bici a mano per disabili sono hand bike, le bici a tre ruote sono cargo bike, mentre un albergo attrezzato per le bici è detto bike friendly, visto che ci sono quelli gay friendly, pet friendly, family friendly, le interfacce amichevoli sono dette user friendly e l’ecologico diventa eco friendly

Il Corriere Romagna spiega che i bike hotels sono nati a Riccione (“Riccione, i 25 anni del Dory, capostipite dei bike hotels”), mentre un posto bici diventa bike room (“Da Hotel a Bike Hotel: come accogliere una bicicletta. L’ideale è creare una Bike Room, un luogo…”)
Andare al lavoro in bicicletta si trasforma nel bike to work (“Torna la giornata nazionale del ‘bike to work’”, GenovaToday) e per la settimana europea della mobilità si parla di “Cargo bike e Parking day”.
Intanto le gare ciclistiche assumono denominazioni anglicizzate, e sui giornali si leggono notizie come queste: “Durante il secondo weekend di settembre a Misano si è svolta la quinta edizione dell’Italian Bike Festival”; “A Italian Bike Festival venerdì, sabato e domenica abbiamo visto biciclette da gravel in tutte le salse”; “Attorno a Morbegno va in scena il Valtellina e-Bike”; “Bike art Capalbio: un percorso che coniuga cultura e ciclismo. Tutto pronto per la prima edizione di ‘Bike art‘”; “Giretto d’Italia – bike to work 2022, al via la XII edizione”.
C’è il “Cuneo Bike Festival”, “l’eco bike park in Valle Stura … ‘Alla scoperta del Bike park Tajarè‘”, il “Bike Pride Bologna 2022”. Le piste ciclabili sono dette bike lane, almeno quelle disegnate sulle strade, senza barriere divisorie. Qualcuno straparla di cycling influencer (Lungomare Bike Hotel, arriva il Lady Weekend: … Partecipa al Lady Bike Weekend del Lungomare Bike Hotel in collaborazione con la cycling influencer, Elena Martinello”), la Gazzetta dello Sport scrive che “Arriva ‘Made in Bike‘: la web-serie per promuovere il turismo… in bicicletta”. Le industrie si denominano in inglese: “Quello di Cingolani Bike è un nome molto conosciuto nel mondo delle due ruote, molto aldilà dei confini regionali marchigiani” e a Spoleto sorge “il Bike Terminal Le mattonelle … Una struttura poliedrica con l’hub per il noleggio delle biciclette”.

E così assistiamo al collasso degli ambiti della lingua italiana, altro che prestiti…
Davanti a tutto ciò i negazionisti che ci spiegano che è tutta un’illusione ottica se ne escono con le loro assurdità onnicomprensive che sono solo alibi ideologizzati non supportati dai fatti.
Per loro gli anglicismi sono soggetti a rapida obsolescenza. Certo, per molte di queste espressioni è così, ma complessivamente l’allargamento dell’inglese è sempre più ampio e poco discutibile. Per loro la lingua dei giornali non corrisponde a come parla la gente che continuerebbe a usare l’italiano. Peccato che i neologismi introdotti nei dizionari si basano proprio sullo spoglio dei giornali, peccato che come la gente parli è un’ipotesi priva di riscontri quantitativi e dimostrabili (dove? chi? in che contesto?). Peccato che trascurare il ruolo dei mezzi di informazione nel fare la lingua è una visione antistorica e miope. Peccato che l’italiano è una lingua letteraria vissuta per secoli solo nei libri e che è stata unificata nel Novecento proprio anche grazie ai giornali e alla televisione, e che prima, di come parlassero gli italiani, cioè ognuno nel proprio dialetto, non importasse nulla a nessuno.

10 pensieri su “Hai voluto la bike? Adesso rider! (Anglicismi ladri di biciclette)

  1. Oltre tutto, certi termini inglesi sono ambigui e cominciano a creare ambiguità anche in “itanglese”, visto che “bike” può essere sia la moto che la bici, “rider” è chiunque cavalchi qualcosa (anche in senso sessuale…). In Italia “rider” l’ho visto usato anche per “fantino”, che invece perlomeno in Inghilterra è “jockey”. Anche “fancy” è uno di quei termini un po’ vaghi che indicano qualcosa di divertente, un costume di carnevale, ma anche qualcosa esageratamente complicato. Chissà se gli organizzatori di quella pedalata al femminile lo sanno. “Prodotto nella bici” è poi ridicolo e scommetto che gli anglofoni nativi non lo capirebbero.

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  2. Non tanto mi stupisce l’uso corrivo e mercantile e servile degli americanismi, che sembra un morbo inestirpabile, quanto la difesa ostinata che continuano a farne gli ortopolitici filologi, per meglio dire misologi.

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  3. Salve segnalo che il tema del mese della Crusca è dedicato all’invadenza dell’inglese. Lo trovate qui https://accademiadellacrusca.it/it/contenuti/la-xxi-giornata-europea-delle-lingue-26-settembre-2022-unoccasione-per-riflettere-sullinvadenza-dell/26976. Ne ho approfittato per ribadire alla Crusca di fare di più per difendere l’Italiano da questa invasione anglica, e invito a chiunque legga il messaggio di fare altrettanto.

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  4. Forse vado fuori tema ma con il globish e l’itanglese dilaga la babelizzazione della società (italiana). Copio e incollo la formazione del Milan che oggi, sabato 8 ott ha battuto la Juventus…Milan: Tatarusanu; Kalulu, Gabbia, Tomori, Theo Hernandez; Pobega (59′ Krunic), Tonali, Bennacer (84′ Vranckx); Diaz (65′ De Ketelaere), Giroud (65′ Rebic), Leao (84′ Origi)

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    • Fuori tema e fuori dal vaso, direi.
      Tra le persone e le parole non è possibile alcun paragone. Abito a Milano e basta prendere la metropolitana la sera per trovarsi in un ambiente multietnico pieno di cinesi, albanesi, ispanici, musulmani, africani… la nostra lingua è assolutamente impermeabile a questi idiomi, e fuor da qualche rara parola gastronomica – sushi, zighinì, falafel, kebab… – in italiano non c’è alcuna traccia di parole straniere di questa gente che anzi cerca di imparare l’italiano e di integrarsi, benché siano tutti abbastanza emarginati. Del calcio non so nulla, né mi frega molto, ma dubito che questi emigranti milionari interferiscano con la nostra lingua che risente invece di una colonizzazione culturale ed economica che non è presente sul territorio con le persone, ma con le emanazioni di cinema, tv, internet, pubblicità, aziende e merci. Questo ci schiaccia e ci assoggetta. Il problema linguistico non è negli stranieri, è nella nostra classe dirigente succuba e provinciale, servile e ridicola. E paradossalmente gli emigrati e gli extracomunitari dimostrano una volontà di parlare l’italiano ben superiore a quella dei nostri politici o giornalisti. E forse sono più utili – e persino più italiani – i primi, rispetto a quelli che vogliono fare gli americani come scimmiette. E non mi stupirebbe se l’italiano venisse maggiormente amato e salvato da chi viene da fuori, visto il patetico atteggiamento del fior fiore dei nativi,

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