La frequenza degli anglicismi in italiano, spagnolo (e francese)

La linguista Elena Álvarez Mellado ha elaborato un algoritmo in grado di conteggiare gli anglicismi che compaiono quotidianamente sui giornali, e pubblica questi dati sull’Osservatorio Lázaro, che analizza 8 testate spagnole (quindi i dati si riferiscono solo ai giornali della Spagna, non a quelli ispanoamericani). Stando a un articolo su ElCastellano.org (grazie a Gretel che me l’ha segnalato), da aprile a oggi le parole inglesi sono ricorse circa 70.000 volte, dunque in media 400 al giorno (di cui 90 compaiono su El País). Naturalmente non sono tutte diverse, circa 200 sono anglicismi a bassa frequenza e tendono a non ripetersi, mentre l’altra metà delle occorrenze è fatta da parole che si ripetono spesso.

Che cosa significa che un giornale come El País usa mediamente 90 anglicismi al giorno? Sono pochi? Sono tanti?
Per comprenderlo ho fatto una cosa abbastanza semplice. Sono andato sulla versione del Corriere della Sera in Rete, ho fatto il copia e incolla della pagina principale, e ho contato gli anglicismi.

Il risultato? 111 anglicismi solo nei titoli e nei sottotitoli di ciò che appare in prima pagina! Figuriamoci se il conteggio avvenisse nell’intero giornale! In sostanza non c’è confronto con la situazione spagnola.

Per la cronaca queste sono le 111 occorrenze che ho trovato in ordine di apparizione, compresi i “doppioni” nell’edizione del 26/10/2020 (ore 13): login, news, staff, drive-in, big data, sport, lockdown, smart working, post, reportage. leader, semi-lockdown, online, web, streaming, family, business, streaming, talk, smash, noodles, social, quarterback, cliff diving, XXL, web, smart, app, bar, stop, staff, «superbrain», «superbrain», online, widget, set, look, drive-in, online, tilt, download, killer, test, liberty, newsletter, computer, pc, email, sport, sport, rock, band, stop, shopping, tech, master, master, streaming, fire, smart, action cam, black, «full self-driving», autopilot, post, streaming, streaming, smartphone, cyberpunk, trekking, lockdown,«one pot», first lady, cook awards, star, must, punk, “over anta”, beauty, perennial, star, “over” 50, sponsor, record, newsletter, thriller, lockdown, app, food, gallery, semi-lockdown, round, blog, gay, tech, self-tape, web, trading, post, coding, lockdown, football, touchdown, urban foliage, online energy talk, jolly, blog, lost in galapagos, copyright, cookie policy, privacy, declaration.

Se si aggiungessero altre circa 40 parole come hackerate, un ibrido, chef e festival, che ormai son da considerare anglicismi più che francesismi, e svariati latinismi di importazione dall’inglese come focus, bonus, ecobonus, forum… si arriverebbe a 150.
Di solito la media è questa, non ho notato che l’edizione presa come campione fosse più anglicizzata di quelle che si trovano tutti i giorni.
Il numero totale delle parole presenti era di circa 5.900, e si potrebbe erroneamente concludere che quelle inglesi sono solo il 2%, ma non è affatto così. Il numero dei nomi propri, dei marchi, delle località è altissimo (sono circa 1.500 parole da escludere), e se aggiungiamo che nel conteggio ci sono le preposizioni, le congiunzioni e simili parole ad altissima frequenza… il numero di quelle inglesi comincia a essere davvero pesante. Tutto ciò non è paragonabile a quanto avviene in Spagna.

Passando dal numero degli anglicismi sui giornali alla frequenza delle singole parole, sul sito dell’Osservatorio Làzaro è possibile vedere quali sono stati i 20 anglicismi più ricorrenti da ottobre a oggi, in ordine di frequenza, e cioè rispettivamente:
online, app, look, influencer, reality,
podcast, streaming, marketing, software, ranking,
newsletter, smartphone, shock, coach, boom,
rider, sprint, show, thriller, casting.

Scorrendo la lista viene da sorridere, perché mancano parole che in italiano sono ormai “necessarie” e frequenti come lockdown o smart working, e oltre al caso di sport, in spagnolo deporte, mancano quelle che da noi sono diventate “di base” (secondo Tullio De Mauro) come computer, mouse, killer… e altre molto in voga come news, recovery fund, screening, leader, social…

Comunque sia, ho provato a cercare questi 20 anglicismi più frequenti nei giornali spagnoli anche negli archivi di Ngram Viewer basati sulle frequenze di Google libri, sia nella lingua italiana sia in spagnolo e francese. I due archivi non sono omogenei, ma il senso è di comprendere se anche la frequenza di queste parole inglesi, oltre al numero, in Italia sia maggiore.


Di seguito riporto le tabelle con i risultati, nel periodo 1990-2019.
Primi 5:

In francese influencer coincide con il verbo influenzare, dunque il risultato non fa testo, ed è questa la ragione della frequenza altissima. Dunque gli anglicismi sono molto più frequenti in italiano in tutti i casi.


Dal 5° al 10° posto:

Con l’eccezione di podcast e ranking, molto gettonati in Spagna, le altre frequenze degli anglicismi sono più alte in italiano.

Dal 11° al 15° posto:

A parte il caso di coach, in Francia molto in uso, l’italiano è la lingua più propensa a ricorrere all’inglese anche in questa tabella.

Dal 15° al 20° posto:

Sprint e casting sono più usati in francese, per il resto l’italiano è la lingua che ricorre all’inglese più spesso.

Questi nuovi dati si aggiungono a quelli che ho pubblicato nel libro Diciamolo in italiano (Hoepli 2017) e in tanti altri articoli (cfr.: Italiano, francese, spagnolo e tedesco davanti agli anglicismi, La terminologia della colonia Italia, Appelli alla Crusca e traducibilità di anglicismi come know how…) che mostrano come nello spagnolo e nel francese le cose sono molto diverse che da noi.

Per tentare di fare qualcosa di concreto e arginare il fenomeno rivolgo a tutti l’ultimo appello per firmare la petizione #l’italianoviva, in cui chiediamo di avviare una campagna contro l’abuso dell’inglese proprio come si fa in Francia e in Spagna.

Tra pochi giorni verrà chiusa e le firme saranno inviate al presidente Mattarella.

10 pensieri su “La frequenza degli anglicismi in italiano, spagnolo (e francese)

  1. Ormai stiamo a dirci sempre la stessa cosa, ma la ribadisco: io personalmente non so come faccia la gente ad adottare degli anglicismi come “endorsement” (invece di commento favorevole, ad es.) o “slang” (invece di “modo di dire”). E ce ne sono altri anche di pronuncia più difficile, quindi proprio ingiustificabili.
    E non so quale senso di alienazione possa provare (eventulamente) chi alla radio sente in una pubblicità “midsisonseil”. Io lo becco perché ho l’orecchio abituato all’inglese, ma gli altri?
    Personalmente provo un senso di fastidio quando in un discorso qualcuno infila (succede di rado, in verità) espressioni francesi o tedesche che non capisco. E alla fine la comunicazione viene svuotata dall’interno, si parla senza capire veramente quello che si dice, secondo me.
    Quando leggo “drive in” per i tamponi mi vengono in mente, nell’ordine, Tinì Cansino e i veri e propri drive in americani, dove entri con la macchina (e ti fermi), mentre in realtà i “tamponi dall’auto” (che così si capirebbe) sono un “drive through” (pronuncia per altro ostica). Tutto nasce dai “cattivi maestri”, cioè chi importa tutte queste cose dagli Stati Uniti come se fossero nuove e le insegna agli altri. E se anche sono cose nuove, come forse “story map”, bisogna dargli un nome italiano, che tra l’altro esuli dalle metafore semplicistiche e (per me) irritanti (basti pensare che l’ombelico viene anche chiamato “bottone della pancia”).

    Una nota sulla petizione: vuoi davvero chiuderla? Non siamo neanche a 4000 firme…

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    • Grazie Marco, la petizione a Mattarella è proprio rivolta concretamente alle istituzioni; mentre il dizionario AAA è un tentativo capillare di lavoro sul campo. Su questo sito più che l’indignazione (che non manca) opero invece attraverso un lavoro di ricerca, denuncia, divulgazione e sensibilizzazione. Il tuo libro mi pare molto interessante, lo scaricherò, e ti ringrazio di avermelo segnalato.

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  2. Complimenti per l’analisi: puntuale e oggettiva perché basata su numeri e fatti. Repubblica e Corriere ormai non li leggo più, perché il ricorso smodato agli anglicismi mi dà estremo fastidio 😒 sono proprio loro a introdurre e promuovere anglicismi, facendoli così entrare, spesso con il silenzio o l’avallo della Crusca, nella lingua generale. Trovo inoltre grave il ricorso ad anglicismi in articoli riguardanti il corona virus: in situazioni come queste i media dovrebbero esprimere le cose in modo chiaro e in italiano per tutti. Come attivista, oltre a seguire e promuovere varie iniziative, tra cui le tue Antonio, commento i post che promuovono articoli di giornale pieni di anglicismi, cercando di mettere in luce, con ironia e in modo costruttivo, quanto siano ridicoli. Aiuterà? Boh 😐! Io però le provo tutte.

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