Dal multilinguismo alla dittatura dell’inglese

In questo periodo non ho molto tempo di scrivere in Rete e di aggiornare le mie iniziative sul fronte degli anglicismi, e mi capita di viaggiare sui treni ad alta velocità dove la comunicazione ai passeggeri è in italiano e in inglese, o forse dovrei dire in itanglese-inglese.

comunicazione

Invece della solita classe “Economy”, questa volta sono su una carrozza “Premium” (sarebbe latino se non fosse importato dall’angloamericano); l’inserviente passa e offre ai viaggiatori qualcosa da bere e uno “snack” – la parola “spuntino” appartiene evidentemente al passato e non esiste più –. Dopo il deragliamento del Frecciarossa di qualche tempo fa ci sono molti disagi e ritardi perché la linea Milano-Bologna è stata deviata. Un messaggino del “Customer Care Frecce e Intercity” mi avverte che il mio treno del ritorno è stato cancellato e mi invita a rivolgermi al personale di “Customer Service” per l’assistenza. Mi spiega anche che posso richiedere un “bonus” (altro anglolatinismo) o un indennizzo “online” seguendo il “link”. “Collegamento” sarebbe forse troppo lungo. “Rimborso” sarebbe forse troppo un’ammissione di colpa, vuoi mettere “bonus”? Evoca un regalo, qualcosa che si vince, non un dovuto risarcimento. Questo è il linguaggio delle Ferrovie dello Stato, ma chi utilizza le linee di Italo non è messo meglio, e ha per esempio a che fare con il “train manager” visto che la parola “capotreno” è stata abolita dalla comunicazione ai passeggeri e persino nei contratti di lavoro. Gli schermi informativi parlano questo semi-italiano che alternano al solo inglese. Ogni altra lingua non esiste.

Ripenso ai treni di una volta. Quando non c’erano gli schermi digitali e sui finestrini erano avvitate le etichette che parlavano ai passeggeri in 4 lingue. “È pericoloso sporgersi”, “Non gettate alcun oggetto dal finestrino”, “Vietato fumare”… erano ripetuti in inglese, francese e tedesco. Ci si rivolgeva a tutti gli stranieri cercando di comunicare nelle lingue principali, in modo che ognuno potesse comprendere la comunicazione nella seconda lingua a lui più affine.

segnaletica treniOggi questi treni sono scivolati nelle linee secondarie e locali, si vedono sempre meno, e in attesa che vengano rottamati e dimenticati, dal multilinguismo si è passati al solo inglese, l’unica lingua della comunicazione internazionale. Se non lo sai ti arrangi, sei ignorante, ti devi adeguare. La dittatura dell’inglese, spacciato per multilinguismo, passa anche da queste cose. La nuova comunicazione è lo specchio della nuova società, ma allo stesso tempo alimenta dall’interno il globalese. Le lingue locali sono un accidente da spazzar via in un processo in cui tutti dovranno diventare bilingui; l’inglese deve essere la lingua globale che si deve usare per la comunicazione internazionale. Il che ha dei vantaggi pratici, e qualcuno sostiene che riduce anche i costi delle traduzioni, dunque è un bene. Certo. Soprattutto per gli anglofoni che non hanno di questi costi e di questi problemi.

E tu, madrelingua anglofono, che seconda lingua impari e studi? In che modo ti rivolgi alle altre popolazioni? Preferisci esprimerti nella tua lingua madre lasciando che il resto del mondo si debba adeguare alla tua cultura superiore? Capisco. Comprensibile. Scusa, se non sono d’accordo.

Questo nuovo assetto che diamo per scontato e non sappiamo nemmeno mettere in discussione è recente. Bisognerebbe ricordarlo e gridarlo forte. Trent’anni fa non era così. Ripenso a quanto scriveva Aldo Gabrielli nel 1977 a proposito della “lingua epistolare”.

“Io per moltissimi anni, per necessità del mio ufficio, ho dovuto rispondere a lettere pervenutemi da ogni parte del mondo: lettere in lingua inglese, francese, tedesca, danese, finlandese, perfino turca. Ricordo benissimo la letterina turca di un diplomatico, tutta ghirigorata da destra a sinistra ch’era una bellezza a vedere e fu un problema a tradurre. Ma la tradussi; e risposi, io Italiano, in italiano, scrivendo da sinistra a destra, come a me si conviene. Il diplomatico mi rispose a tono, e così per qualche tempo, comprendendoci perfettamente. La cosa ci parve a entrambi logicissima: il Turco scrive in turco così come l’Italiano in italiano. Oggi non più. Cioè, tutti i popoli della terra possono scrivere nella loro lingua materna; solo l’italiano deve, dico deve, scrivere non nella propria lingua ma nella lingua del destinatario.

Venni a parlare una sera di questo argomento con un grande industriale lombardo. Questo premuroso signore mi informò, con non celato orgoglio, di aver organizzato nella sua modernissima azienda un ufficio di corrispondenza capace di rispondere in tutte le lingue del mondo, russo compreso. Una schiera di traduttori stenografi era sempre lì, pronta agli ordini di un capufficio poliglotto. Alla mia domanda: «Si è mai domandato perché il Francese scrive in francese, l’Inglese in inglese, lo Svedese in svedese, e lo stesso Russo in russo, e lei, che è italiano, scrive invece in tutte le lingue della terra fuorché la sua?» l’industriale rispose, dopo un attimo di esitazione: «Ma, io penso, per una superiorità organizzativa». «No» risposi io «per un antico complesso di inferiorità che è divenuto per di più inconscio».

[Aldo Gabrielli, Il museo degli errori, Mondadori 1977, pp. 219-220]

Oggi la lingua epistolare è diventata quella della scrittura digitale, si esprime in inglese perché è imposta da multinazionali che pensano e comunicano in inglese a tutti gli altri. La lingua extracomunitaria della globalizzazione si diffonde nella Comunità europea e in tutto il mondo come fosse la cosa più naturale e la sola soluzione possibile. Il nostro complesso di inferiorità è stato esteso agli altri popoli attraverso il nuovo imperialismo economico basato sul globalese. In Italia siamo messi così male che l’inglese è ostentato con orgoglio, si è riversato ormai anche sul fronte interno ben più che altrove, e si parla in itanglese in sempre più ambiti, dal lavoro all’informatica.

Il dramma è che tutto ciò è sempre più accettato come fosse una cosa normale e sempre più “inconscio”. Deve diventare l’unica soluzione possibile.

Riflettere sulla questione, e ricordare com’era il mondo prima della globalizzazione non cambierà le cose, ma può essere se non altro utile per acquisire consapevolezza di ciò che sta accadendo, e per interrogarsi – senza passare per retrogradi – se non era più giusto ciò che accadeva in passato, e se la dittatura dell’inglese che schiaccia la dignità di tutte le altre lingue ci convenga davvero.

 

PS
Ho almeno un centinaio di segnalazioni di anglicismi, commenti e domande che si sono accumulati e a cui non ho ancora potuto rispondere, sul sito AAA e su questo. Chiedo scusa per il ritardo, appena potrò risponderò a tutti.

20 pensieri su “Dal multilinguismo alla dittatura dell’inglese

  1. Potremmo infarcire i nostri discorsi di termini italiani arcaici, di regionalismi, e nel momento in cui qualcuno si lamenta di non capire, dargli dell’ignorante ed intimargli di studiare. Magari in risposta ad una pappetta di itanglese, appunto.
    (Chiedo scusa, non sempre so essere diplomatica).

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    • I termini diventano arcaici nel momento in cui si smette di usarli, come calcolatore davanti a computer, e se la convinzione di essere moderni si esprime attraverso l’ostentazione dell’inglese direi che il destino dell’italiano è quello di evolvere (o involvere? dipende dai punti di vista) nell’itanglese. Al momento sono soprattutto gli anglicismi a costituire elementi estranei alla nostra identità e storia linguistica e a essere poco compresi dalla gente comune. Invece i regionalismi sono una bella risorsa, ritengo, e attualmente costituiscono un elemento di innovazione linguistica (qualcuno li ha definiti prestiti interni) che guardo in modo positivo.

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    • Mi è capitato diverse volte di usare termini italiani semplicissimi che l’interlocutore ha dimostrato di non capire, mentre non è mai successo con quelli inglesi: anzi, lì si sentono tutti così sicuri da correggere la pronuncia (ovviamente sbagliando della grossa). Visto che il grado di comprensione dei termini inglesi pronunciati ogni giorno è tendente allo zero, abbiamo italiani che parlano una lingua imposta loro che è sconosciuta ai più, al posto di un’altra (l’italiano) a loro ignota perché non l’hanno mai studiata. Vedo un futuro molto buio per quei quattro stracci che ancora chiamano “cultura italiana”… (neanch’io so essere diplomatico 😛 )

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      • Molte parole angloamericane, però, non sono comprensibili a tutti, e si radicano come tecnicismi tra gli addetti ai lavori che usano l’inglesorum come il latinorum manzoniano. Sembra incredibile, visto che ormai l’espressione si è radicata nel linguaggio delle aziende, ma la comprensione di “customer care” tra la popolazione non è alta, rispetto ad “assistenza clienti”. Lo stesso si può dire di parole come quantitative easing, e molte altre. Avevo già citato l’aneddoto di un consumatore che chiede informazioni su un sito su come comprare un certo modello di scarpe. L’addetto gli risponde: “Ciao, sono sold out”, e il cliente replica: “Ciao sold out, allora come posso fare?”. Non so se l’aneddoto sia vero, ma rende bene l’idea.

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  2. Non so se ricordi un vecchio film, “Facciamo l’amore” (1960), dove il ricco Yves Montand si fingeva timido e spiantato per conquistare Marilyn Monroe. Ricordi in che modalità avviene la scoperta finale che invece di un povero comico era un ricco industriale? Davanti alla stupefatta Monroe d’un tratto Montand fa entrare tipo cinque segretarie a cui dètta lettere commerciali in cinque lingue diverse, tutte parlate fluentemente. Al di là della credibilità della scena, resta il fatto che l’americano si stupisce davanti a persone che parlino altre lingue dalla sua 😀
    A me è capitato spesso di contattare autori inglesi per intervistarli, in anni di siti e blog, e ti lascio immaginare la qualità dell’inglese con cui mi sono rivolto loro: roba scolastica, da corso base, e infatti mi scuso sempre con loro specificando che non è la mia lingua. Tutti, e dico tutti, mi hanno risposto facendomi i complimenti (ovviamente falsi ma gentili ed apprezzati) e specificando che loro invece non conoscono altre lingue. Per questo sposo in pieno il tuo notare che gli americani chiedono al mondo di fare ciò che loro non hanno alcuna intenzione di fare. Per questo ha valore una vecchia battuta, purtroppo verissima e confermata da tutti i film americani ambientati a Parigi (cioè un numero impressionante), in cui un americano dice: “Vivo a Parigi da anni… e qui ancora non hanno imparato l’inglese”
    Sul senso di inferiorità italiano la dice lunga il fatto che da decenni battiamo le mani ai film americani che ci ritraggono mentecatti gesticolatori e mafiosi da operetta, e più ci prendono in giro, più ci umiliano, più ci sputano addosso, più siamo contenti. E’ come la rockstar che dà uno schiaffo alla fan, e la fan dice: “Si è accorto di me!”

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    • Hai rispolverato una scenetta che non ricordavo… forse Gabrielli non l’aveva presente quando scriveva che solo gli italiani usavano la lingua del destinatario, o più probabilmente si riferiva alle epistole di natura non commerciale. Comunque sia, c’è chi ha calcolato quanto costa usare l’inglese, tra studi, libri, tempo, traduttori… e sembrerebbe che costi circa 900 euro all’anno pro-capite. Credo che questi conti non tengano conto del fatto che comunque queste spese andrebbero girate per lo studio di una seconda lingua, che anche se non fosse l’inglese, sarebbe comunque necessaria. Sta di fatto che gli anglofoni non hanno di questi costi, oltre al vantaggio di usare la loro lingua naturale con superiorità; ma soprattutto l’inglese globale sposta tutti gli investimenti nell’imparare una seconda lingua solo sull’inglese. Questo, oltre ai risvolti economici a vantaggio dell’anglofonia, porta a imparare sempre meno le altre lingue (francese, tedesco, spagnolo…) come se fossero un vezzo culturale di nessuna rilevanza pratica. Ed ecco che che dal multilinguismo, inteso come ricchezza e comprensione delle altre culture, si passa al globalese che va verso la praticità del pensiero unico e dominante che rimpiazza ogni altra cosa.

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      • Credo che proprio l’atmosfera di stupore che avvolge quella scena la renda inusuale, senza poi dimenticare che Montand è appunto non americano: dubito fortemente che i dirigenti d’azienda americani conoscano tutte le lingue dei paesi con cui fanno affari 😛
        Così come nel genere spionistico è luogo comune che l’agente protagonista sappia parlare fluentemente le lingue dei posti in cui agisce, cosa che nel caso dei film si infrange con spettacolini imbarazzanti, tipo Tom Cruise Agente Hunt che parla italiano in una scenetta che meritava pernacchie….

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        • Certo mi riferivo alle lettere commerciali in francese, in un’azienda americana la vedrei improbabile… Quanto agli “agenti”, bisogna tenere presente che ci sono stati “incidenti” mortali in certi Paesi dove l’occupazione militare e il rivolgersi alle popolazioni locali in inglese ha prodotto incomprensioni sfociate in sparatorie, confondendo semplici passanti che non conoscevano la lingua con potenzali terroristi che non obbedivano agli ordini dei militari. Nel mondo dei film invece… be’ anche gli extraterrestri dei film di serie B spesso parlano in inglese in modo del tutto naturale 🙂

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          • Ad un certo punto mi chiedo: ma negli Stati Uniti ci saranno almeno una metà della sua popolazione (tra cittadini, intellettuali, politici o personaggi famosi) che rispetto all’elite si dimostrano contrari all’idea di conquistare il mondo ? Mi pare troppo generalizzato pensare che “tutti” gli americani sia solo e soltanto composti da colonizzatori ed anti-democratici, dovrebbero almeno esserci delle eccezioni di essi che invece si preoccupano del rispetto della diversità linguistica-culturale contro ogni imposizione (magari quelle stesse persone che per esempio non sopportano personaggi come Trump e Bush) .

            Nel frattempo, presso l’Unione Europea, l’inglese verrà ora trattato come una lingua “neutrale” (visto che la Gran Bretagna se ne è uscita) e stanno pure cercando di favorire il più possibile il plurilinguismo in Europa (anche per la nostra lingua). https://italofonia.info/brexit-linglese-resta-ufficiale-nellue-lo-dicono-il-regolamento-e-il-buon-senso/

            A proposito, anch’io ho firmato la petizione per l’italiano come lingua di lavoro presso l’UE e sta procedendo con successo! 😉

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            • Non amo le generalizzazioni, e ci tengo molto a precisare che non ce l’ho affatto con “tutti gli americani”; gli Stati Uniti poi hanno da sempre due anime, quella conservatrice e “imperialista” ma anche quella libertaria dei movimenti più fricchettoni degli anni ’60. Anche il “colonialismo linguistico” non è necessariamente una strategia “antidemocratica” è semplicemente una prassi. Diciamo che mediamente non mi pare che lo studio di altre lingue rientri nella prassi scolastica statunitense, e anche nel Regno Unito le lingue straniere sono teoricamente obbligatorie nella scuola secondaria sino ai 16 anni, ma di fatto si studiano pochissimo e malissimo. Le nuove misure per l’accoglimento degli stranieri poi prevedono la conoscenza dell’inglese per ci richiede la residenza (notizia di pochi giorni fa), e il poliglottismo non è considerato come un valore nemmeno in ambito aziendale. A livello internazionale si parla l’inglese, dovrebbero essere gli altri popoli a rivendicare la propria dignità linguistica e a chiedere l’adozione di lingue neutrali. Ma poi un conto è la teoria e un’altra la pratica: l’esperanto per es. è da sempre stato osteggiato, e l’adozione di lingue neutrali non conviene di certo all’apparato politico economico statuntense che, a prescindere dall’apertura o meno della popolazione, persegue consapevolmente la strategia di esportare l’inglese globale attraverso la politica e l’economia. Personalmente mi auguro che l’uscita del Regno Unito dell’Europa ponga alla luce il problema e segni una retrocessione dell’inglese in favore del plurilinguismo. Ma ciò è sentito soprattutto in Francia (storicamente da sempre attiva per la difesa della propria lingua anche a livello internazionale) e della Germania. In Italia manco ci viene in mente, e solo dirlo suona come folle. Almeno per ora…

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              • In Germania? Nooo, paradossalmente, e nonostante tutto il peso in vari ambiti e il fatto che il tedesco sia la lingua madre col maggior numero di parlanti in Europa, presto saranno più gli stranieri a promuoverla rispetto i tedeschi (Berlino poi è quasi diventata invivibile da quel punto di vista)… di certo più in Italia.

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                • Grazie della tua testimonianza, non conosco bene la situazione tedesca che però so essere molto anglicizzata. Tuttavia a livello politico e intellettuale mi era parso di capire un interesse per la propria lingua che in Italia non c’è; lo evinco per es. dal libro di Trabant “Globalesisch, oder was?” (in Italia non si pubblica e legge nulla del genere) di cui parla anche De Mauro che cito:
                  “L’attenzione è dovuta certo alla qualità del libro, ma anche alla sistematica attenzione con cui la stampa tedesca e i politici – dal presidente Joachim Gauck ad Angela Merkel – seguono le questioni del multilinguismo, dagli asili nido all’intera vita sociale. La questione della lingua si pone oggi in Europa come una questione politica, anzitutto di politica democratica, e non solo come questione istituzionale di rapporti ufficiali tra gli stati per la vita formale delle istituzioni dell’Unione. Ma è anche una questione di cultura e di scuola. ”

                  Fonte: https://www.internazionale.it/opinione/tullio-de-mauro/2014/03/13/uneuropa-e-molte-lingue

                  Da noi a livello politico/scolastico si lavora per imporre l’inglese, dalle 3 I della scuola del modello moratti-berlusconiano (Internet Impresa Inglese) alle più recenti riforme… Insomma il concetto di multilinguisimo è sconosciuto. Questo almeno mi pareva…

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                  • Trabant purtroppo è il classico caso di una rondine che non fa primavera (tu saresti il suo corrispondente ;)). Anche se a volte si incontra qualcuno che prende in giro il Denglisch, il tedesco inglesizzato, nei fatti questo persiste tranquillamente. Lo stesso Goethe-Institut è solo il fantasma di quello che era una volta; mai sentiti politici tedeschi parlare apertamente dell’opportunità di promuovere lo studio del tedesco in maniera seria.
                    Nella scuola italiana il paradosso è che, nonostante si proclami l’imprescindibilità dell’inglese, il livello medio resta sotto i tacchi. Infine viene diffusa sempre più pesantemente l’idea che senza inglese non si può esistere e (forse ancora peggio) che sia diffusissimo dappertutto.

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  3. Dispiace che anche uno dei pochi tentativi di trovare/inventare un nome italiano (“rimpiattino” per “doggy bag”, registrato anche in AAA- Alternative agli anglicismi) non sia stato considerato nel “Festival del giornalismo alimentare”, in questi giorni a Torino. Gli organizzatori hanno infatti preferito “food bag”.
    @Antonio, per quanto riguarda le incomprensioni linguistiche, probabilmente sono poco noti gli errori di traduzione con conseguenze disastrose. Ne parla Romolo Capuano nel suo pregevole sito: https://www.romolocapuano.com/oracoli-quotidiani/111-errori-di-traduzione-che-hanno-cambiato-il-mondo/
    Carla

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    • Temo che le parole create a tavolino abbiano poche speranze di attecchire. Diverso sarebbe il caso di un successo commerciale del rimpattino tale che si imponga da solo nella lingua…
      Molto bello il libro di cui mi lasci il collegamento, grazie. Anche se tra gli errori “fatali” pensavo a episodi come quello in cui perse la vita in Afganistan, vari anni fa, una coppia che cercava di raggiungere l’ospedale perché lei stava per partorire, ma è stata falcidiata in un posto di blocco perché vedendo un’auto che si avvicinava veloce, a causa di incomprensioni linguistiche, la ritennero una potenziale autobomba e fecero fuoco. D’altra parte gli afgani non sapevano come farsi capire, evidentemente… Insomma, le invasioni militari in cui si impartiscono ordini in inglese alle poplazioni locali che lo ignorano hanno generato moltissime vittime in passato.

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