L’italiano e le altre lingue di fronte alla glottofagia dell’inglese

di Antonio Zoppetti

“Oggi la situazione della lingua italiana non può essere studiata isolatamente, e nemmeno in contrapposizione generica con le grandi lingue europee prese in blocco, ma va vista nel quadro linguistico mondiale attuale” (Italo Calvino, “L’italiano, una lingua tra le altre”, Rinascita, 30 gennaio 1965).

Quasi sessant’anni dopo, queste parole sono più che mai attuali, ma lo scenario è completamente mutato. Cosa intendeva Calvino esattamente? E a cosa si riferiva?

La questione della lingua di Pasolini

L’articolo si inseriva in una polemica sulla questione della lingua che per qualche tempo si è sviluppata sulle pagine di Rinascita, e non solo, e che ha coinvolto numerosi intellettuali. Questo dibattito è stato uno sprazzo che presto si sarebbe dissolto, almeno sulle pagine dei giornali, e partiva da un celebre pezzo di Pier Paolo Pasolini che, sempre su Rinascita (“Nuove questioni linguistiche”, 26 dicembre 1964), aveva salutato, non senza emozione, la nascita di un italiano unitario, comune a tutti gli italiani, che solo una ventina di anni prima non esisteva. L’italiano è sempre stato una lingua letteraria basata sul toscano modellato dalla lingua degli scrittori e dei giornali, ma passando dalla scrittura al parlato, si trattava di una lingua regionale, cittadina o individuale, più che unitaria. La novità individuata con grande acume da Pasolini era che finalmente era nato un nuovo italiano comune a tutti, ma questo italiano era molto diverso da quello letterario, si era trasformato in un italiano molto tecnologico che proveniva non più dal toscano, ma dalle aree industriali del nord, che erano i nuovi centri di irradiazione della lingua. Se tutti, da Palermo a Milano, parlavano di “frigorifero” era perché la nuova lingua, sempre più policentrica, esprimeva il linguaggio della nuova classe egemone, la “borghesia capitalista” dell’industria. Ma questo nuovo italiano, al contrario dei dialetti, era sempre più comunicativo e sempre meno espressivo, e dunque Pasolini, per essere espressivo, nel fare letteratura preferiva scrivere poesie in friulano o nel gergo dialettale del proletariato dei sobborghi di Roma.

La questione della lingua in Gramsci

Trent’anni prima, nel 1935, anche Antonio Gramsci aveva capito che una lingua tende a unificarsi in un territorio solo perché esiste un ceto dirigente che la impiega facendola divenire in questo modo un modello riconosciuto e seguito. Dunque, ogni volta che riaffiora la questione della lingua “si sta imponendo una serie di altri problemi: la formazione e l’allargamento della classe dirigente, la necessità di stabilire rapporti più intimi e sicuri tra i gruppi dirigenti e la massa popolare-nazionale, cioè di riorganizzare l’egemonia culturale” (Quaderni del carcere, 29, § 3).
Gramsci era consapevole della natura politica della lingua e i “focolai di irradiazione” erano per lui la scuola, i giornali, gli scrittori sia d’arte sia popolari, il teatro e il cinematografo sonoro, la radio, le riunioni pubbliche di qualunque natura, anche religiosa, oltre alle conversazioni tra ceti colti e meno colti e ai dialetti.

Con l’avvento della televisione e dell’industrializzazione questo scenario era mutato, e in definitiva i nuovi “focolai” predominanti erano proprio quelli individuati da Pasolini, anche se la maggior parte degli intellettuali lo criticarono duramente, a cominciare da Calvino.

Calvino

Quando Calvino scriveva che l’italiano va visto in una prospettiva mondiale aveva in mente soprattutto il problema delle traduzioni. Secondo lui la nostra lingua aveva una duttilità particolare, in confronto ad altre lingue, che permetteva la traduzione in modo superiore rispetto a quanto gli scritti in italiano potessero essere resi in francese o inglese. È un giudizio che si ritrova anche in Leopardi quando, nello Zibaldone, lodava la lingua italiana proprio per la sua intrinseca capacità di adottare “tutti i più disparati stili, ma conservando la sua indole” senza mutarsi e corrompersi: “E il pregio della lingua italiana consiste in ciò che la sua indole, senza perdersi, si può adattare a ogni sorta di stili” (19 ottobre 1821, pag. autogr. 1947).

Calvino è stato autore di una magistrale traduzione dei Fiori blu di Quenau, in un difficile lavoro di resa degli infiniti giochi di parole del testo francese. Ma passando dalla traduzione in italiano alle traduzioni dell’italiano nelle altre lingue era piuttosto scettico sulla possibilità di una buona resa. “Il guaio è che gli italiani – notava – scrivono senza ‘codice’, cioè con vari ‘codici’ insieme. Accumulano termini e termini delle più diverse provenienze; molti di questi termini mettono radici, sviluppano una loro storia interna; e chi li impiega si riferisce a questa loro storia interna, allude, gioca di finezza e insieme d’ambiguità. Tanto tra noi ci si capisce sempre. E quando siamo tradotti che cosa ne può venir fuori? Niente.” E aggiungeva: “Dove voglio arrivare con questo discorso? A dire che prima di scrivere nella propria lingua bisogna pensare in un’altra, o in una specie di esperanto che vada bene per tutti?” No, “una pretesa di questo genere (…) equivarrebbe a castrare il pensiero, ad appiattirlo” e le lingue nazionali possono sopravvivere solo se mantengono la loro creatività e la loro libertà, che sono insostituibili.

L’antilingua

Come è noto, le preoccupazioni di Calvino sulle sorti dell’italiano riguardavano quella che chiamava “l’antilingua” e che rappresentava “il male” della comunicazione. Il suo “ideale linguistico” era quello di un italiano che fosse “il più possibile concreto e il più possibile preciso” e che si scontrava con il linguaggio astratto e generico esemplificato in un celeberrimo passo sul burocratichese da verbale dei carabinieri.

Il testimone dichiarava: “Stamattina presto andavo in cantina ad accedere la stufa e ho trovato tutti questi fiaschi di vino dietro la cassa del carbone. Ne ho preso uno per bermelo a cena”. Ma nel rapporto del brigadiere questa dichiarazione concreta e con la sua espressività diventava: “Il sottoscritto essendosi recato nelle prime ore antimeridiane nei locali dello scantinato per eseguire l’avviamento dell’impianto termico, dichiara d’essere casualmente incorso nel rinnovamento di un quantitativo di prodotti vinicoli, situati in posizione retrostante al recipiente adibito al contenimento del combustibile, e di avere effettuato l’asportazione di uno dei detti articoli nell’intento di consumarlo durante il pasto pomeridiano” (“L’antilingua”, Il Giorno, 3 febbraio 1965”).

Anche in questo articolo Calvino ribadiva che il “dato fondamentale è questo: gli sviluppi dell’italiano oggi nascono dai suoi rapporti non con i dialetti ma con le lingue straniere.” E, in polemica con Pasolini, aggiungeva che il rapporto lingua-dialetti, ma anche la provenienza del linguaggio da Firenze o Milano, avevano poca importanza. Il linguaggio “tecnico-meccanico è solo terminologia; lessico, non lingua”, ed è nazionale, anche se quello dell’agricoltura, per esempio, è al contrario sempre stato regionale e dialettale. Ma in sintesi, “se il linguaggio tecnologico di cui ha scritto Pasolini (cioè pienamente comunicativo, strumentale, omologatore degli usi diversi) si innesta sulla lingua (aggiungo e non sull’antilingua) non potrà che arricchirla, eliminarne irrazionalità e pesantezze, dare nuove possibilità.”

Con il senno di poi, la preoccupazione calviniana per la distruzione dell’italiano schiacciato dall’antilingua si è rivelata infondata. Le analisi di Pasolini si sono invece rivelate profetiche e, come ha osservato Claudio Marazzini, oggi “non si può negare che lo scrittore intuì meglio di altri la tendenza alla quale si avviava la lingua nazionale, la quale iniziava davvero un processo di definitivo distacco dalla propria tradizione umanistico-letteraria” (L’ italiano è meraviglioso. Come e perché dobbiamo salvare la nostra lingua, Rizzoli 2018, p. 132).

Ma venendo ai nuovi centri di irradiazione della lingua e al nuovo linguaggio tecnologico, che cosa è accaduto rispetto agli anni Sessanta?
Una rivoluzione epocale che rappresenta un salto ben più sconvolgente di quello individuato da Pasolini. Ma anche rispetto all’idea di Calvino (e di Leopardi) che l’italiano avesse in sé una gran capacità di adattamento nella traduzione, perché questa virtù si è spezzata.

L’abbandono dell’italiano

Se negli anni Sessanta l’italiano unitario tecnologico arrivava dai centri industriali del nord, in epoca di globalizzazione la lingua non solo è sempre più tecnologica, ma è accaduto che i centri di irradiazione del linguaggio non sono più in Italia, si sono sposatati e ci provengono direttamente da fuori: dal mondo anglofono, e senza alcuna traduzione. La nuova terminologia e il nuovo lessico non sono più fatti da nativi italiani, questi semmai si limitano a importare e ripetere in inglese senza tradurre nulla. E così il mondo del lavoro richiede – e allo stesso tempo impone – una lingua ibrida che non è più italiano, ma una commistione che si può definire itanglese. La tecnologia si esprime in inglese, e dopo l’epoca del “frigorifero” unificante i nuovi oggetti comuni con cui abbiamo a che fare sono il freezer, il mouse, il computer e i decoder, gli e-book e i tablet, i led, gli airbag, gli smartphone e le webcam, i badge e le card
Le funzioni lavorative si esprimono in inglese dai manager agli account, advisor, broker, art director, coach, tutor, copy(writer), fino alle mansioni meno blasonate dei wedding planner, pet sitter, hair stylist, biker e rider… Anche i processi lavorativi si sono anglicizzati, tra business plan e timing, customer care, outsourcing e import-export, mission, vision e competitor, franchising e merchandising, e tra delivery, call center e fast food l’economia è economy, il settore alimentare è food, i negozi sono shop e store… Ma l’anglicizzazione dissennata e sistematica travalica la tecnologia, coinvolge ogni aspetto della società e della contemporaneità, dallo sport alla moda, dalla cultura alla politica, dalla scienza all’economia… E i mezzi di informazione che un tempo hanno contribuito a creare l’italiano unitario oggi sono i principali diffusori dell’itanglese.
La prosecuzione del processo individuato da Pasolini continua importando dall’inglese, invece che produrre un nuovo italiano tecnologizzato, e coincide con l’abbandono dell’italiano, non con la sua omologazione uniformante. Siamo di fronte a un cambio di paradigma produttivo e sociale dove la nuova classe dirigente, per dirla con Gramsci, sta operando una riorganizzazione dell’egemonia culturale che si esprime attraverso l’angloamericano.
Se Calvino riteneva che pensare in un’altra lingua, prima di scrivere in italiano, avrebbe ucciso la creatività e la libertà che hanno caratterizzato e tengono in vita le lingue nazionali, le cose sono oggi peggiori, perché questa lingua in cui stiamo cominciando a pensare, che non è più l’italiano, non è l’esperanto – una lingua artificiale che non entra in conflitto con le lingue locali – è la lingua madre e naturale dei popoli dominanti protagonisti della globalizzazione, il globalese che si espande e minaccia tutte le altre lingue, una lingua cannibale che mette a rischio il plurilinguismo e ogni differenza culturale schiacciata da un monolinguismo totalizzante.

Dal lessico a una newlingua

Ad accorgersi di questo fenomeno, negli anni Ottanta, fu un altro acuto intellettuale che pose la nuova questione della lingua: Arrigo Castellani, con il suo grido di allarme per il “Morbus anglicus” che proprio in quegli anni ha cominciato a esplodere in modo preoccupante. Se il purismo e la successiva becera guerra contro il barbaro dominio di epoca fascista erano frutto di un’autarchia linguistica tutta interna che portava all’isolazionismo e che nasceva da una questione di principio, oggi la questione è un’altra. Persino il principale oppositore alle preoccupazioni di Castellani, Tullio De Mauro, si è dovuto ricredere per ammettere che siamo in presenza di un vero e proprio tsunami anglicus che travolge tutte le lingue del pianeta. E in Italia, purtroppo, questo tsunami è particolarmente devastante, visto che non abbiamo politiche linguistiche a tutela della nostra lingua, non abbiamo enti normativi, e sembra che le istituzioni proteggano maggiormente l’inglese invece che l’italiano.
Tornando alle parole di Calvino, il linguaggio tecnologico – e non solo – non si innesta più nella lingua italiana, dunque si configura come un impoverimento, e non come un arricchimento. E non è più nemmeno terminologia, cioè lessico, perché è questa l’antilingua che ha preso piede e che si sta diffondendo in modo sempre meno arginabile.

Se negli anni Ottanta la questione era confinata al lessico, nel nuovo Millennio l’itanglese sta prendendo vita in modo ben più profondo e devastante, per la nostra identità linguistica. Mentre la metà dei neologismi del Duemila è in inglese, dall’adozione dei singoli “prestiti”, come si ostinano a chiamarli i linguisti, siamo passati alla nascita di centinaia e centinaia di parole ed espressioni ibride (zanzare killer, salvaslip, customizzare, babypensionato…), un fenomeno senza precedenti nella storia dell’interferenza linguistica che non si è mai registrato nel caso dei francesismi, ispanismi o germanismi. Mentre esplodono i “prestiti sintattici” che minano la struttura stessa dell’italiano rovesciando la collocazione delle parole (social media manager, covid ospital, family day…), le radici inglesi si ricombinano tra loro generando qualcosa che non è più né inglese né italiano (no vax, smart working, baby gang, green pass, happy end…), e spuntano le prime forme verbali in inglese (relax, remember, don’t worry, save the date…) che sfociano nelle prime enunciazioni mistilingue (one moment, number one, why not?, very good, too much!…).

La nuova antilingua è l’itangese

Questa è la nuova antilingua che dovremmo combattere, invece che ostentare con servile fierezza. E i problemi di comprensibilità non sono legati al non essere una lingua concreta e precisa che aspira a un’astrazione generica e vuota. La sua pericolosità sta nell’essere altro rispetto all’italiano, nel non essere un’evoluzione normale, ma una via verso la creolizzazione e l’abbandono dell’italiano e della sua identità storica.

Nel nuovo Millennio l’italiano va visto sì “nel quadro linguistico mondiale attuale” e non isolatamente, ma il mutato scenario globale apre “la questione delle lingue”, e non più solo “della (nostra) lingua”, e del plurilinguismo minacciato dall’avanzata del monolinguismo a base inglese.

Come ha scritto Nicoletta Maraschio: “L’italiano si presenta oggi in Europa in duplice veste: come lingua di un’illustre tradizione letteraria e culturale, molto richiesta nelle scuole, nelle università, negli istituti di cultura di tutto il mondo (anche per la fortuna del «made in Italy», della cucina e del turismo italiano), ma anche come lingua «giovane», nella quale gli stessi italiani non credono a sufficienza. Ecco che allora la questione della lingua, che oggi si ripropone con grande forza, non è più questione solo nazionale, ma questione tipicamente internazionale e in particolare europea. Occorre infatti che la nostra lingua sappia svolgere, in un’Europa istituzionalmente plurilingue, il ruolo che le compete, occorre che sappia intrecciare strettamente la sua storia e il suo futuro a quelli delle altre lingue ufficiali europee che tutte insieme richiedono di essere tutelate e valorizzate.”

Se l’italiano richiede di essere promosso e tutelato è solo per questo, e non per purismo. E questa non è una battaglia di retroguardia. In Francia, Spagna, Svizzera, Islanda e in molti Paesi lo hanno capito. Purtroppo in Italia lo comprende solo una sparuta avanguardia, mentre la nuova classe dirigente anglomane continua a ragionare con i paraocchi e a liquidare ogni richiesta di tutela dell’italiano alla luce del purismo o del fascismo. Giornalisti, politici e intellettuali sembrano ignorare che la lingua è politica, come aveva scritto Gramsci, hanno dimenticato le riflessioni di Pasolini e anche quelle di Calvino, perché il loro unico punto di riferimento è quello culturale (e dunque linguistico) dell’anglosfera, che ci sta fagocitando recidendo le nostre radici e castrando la nostra cultura, la nostra libertà e creatività.

L’italiano, i giovani e l’inglese

di Antonio Zoppetti

È da poco uscito uno studio dell’Accademia della Crusca che fa il punto sul linguaggio giovanile del nuovo Millennio ed è ricco di nuovi dati e riflessioni interessanti.

Curato da Annalisa Nesi, ed edito da goWare, L’italiano e i giovani. Come scusa? Non ti followo raccoglie gli interventi di vari specialisti che hanno trattato il tema da diversi punti di vista.

Il libro è uscito in occasione della Ventiduesima settimana della lingua italiana nel mondo che si è svolta dal 17 al 23 ottobre, ma che non si è esaurita in questo lasso di tempo e in Germania – dove i corsi universitari non erano ancora partiti – è stata posticipata. Perciò, nella coda lunga della manifestazione, segnalo che martedì 15 novembre terrò una conferenza sullo stesso argomento presso l’Università di Heidelberg intitolata “L’italiano i giovani e l’inglese“.

È aperta a tutti e si potrà seguire via Zoom dalle 18 alle 20 a questo indirizzo: https://heiconf.uni-heidelberg.de/t76z-6ev6-2gr3-x7cz.

Per chi è interessato, ho recensito il libro della Crusca sul portale Italofonia.info, mentre sul canale del linguista Mario Mancini di goWare ho aggiunto le mie considerazioni sul fatto che l’anglicizzazione emerge come uno dei dati più significativi che contraddistingue il nuovo linguaggio giovanile; ma ciò non deve stupire, e bisognerebbe leggerlo alla luce di una ben più ampia anglicizzazione che riguarda la lingua italiana nella sua complessità.

La stagnazione del gergo giovanile che attinge quasi solo dall’inglese

Il linguaggio giovanile è da sempre caratterizzato dal suo essere passeggero. Le nuove generazioni creano un loro gergo che si rinnova continuamente e si distacca da quello delle generazioni precedenti, per cui se negli anni Sessanta per indicare e connotare negativamente chi era “anziano” si usava “matusa”, oggi si usa l’anglicismo “boomer”. Inoltre, una volta adulti, i giovani tendono ad abbandonare le parole che usavano da ragazzi, e vocaboli come “sfitinzia” che nel gergo dei paninari degli anni Ottanta indicava la “ragazza”, tendono a scomparire, perché vengono dismessi dai parlanti che li sfoggiavano. Tuttavia, anche se la gran parte del lessico giovanile finisce con lo svanire, alcune parole sopravvivono e possono entrare nella lingua italiana, magari perché sono riprese e accettate dai giornali, oppure perché vengono ereditate e riproposte anche dalle generazioni successive. Il meccanismo e le percentuali di attecchimento non sono poi diversi da quelli che regolano l’affermarsi dei neologismi, di cui solo una piccola parte è destinata a raggiungere una sua stabilità che sopravvive nel tempo.

Nel caso del linguaggio dei giovani le nuove parole generazionali sono sempre state marcate da una certa creatività nelle coniazioni, e gli elementi di partenza erano soprattutto legati al territorio. Quando la leva era obbligatoria, per esempio, dal linguaggio della “naia” che coinvolgeva la popolazione maschile si importavano espressioni come “burba” o “spina”, che designavano il neofita e il suo essere un novellino spesso connotato come imbranato (una “matricola” nel gergo universitario). Oggi lo stesso concetto è mutuato dall’ambiente virtuale dei videogiochi attraverso espressioni come newbie (probabilmente da “new boy”) che viene poi anche adattato e variato in tanti modi come niubbo, nabbo, nabbone e via dicendo. E a proposito di varianti, va detto che molte parole giovanili del passato erano voci regionali e dialettali, e lo stesso gergo dei giovani era legato alla territorialità e si differenziava di regione in regione.

Oggi lo scenario è cambiato radicalmente. Nel passaggio dalla socialità, che contraddistingueva i movimenti studenteschi e giovanili di una volta, all’epoca dei “social”, l’ambiente di cui i ragazzi del Duemila si nutrono è quello virtuale. La Rete, le piattaforme sociali, i videogiochi, le serie televisive, i film, i video musicali, i prodotti d’oltreoceano tecnologici e di consumo… sono i nuovi punti di riferimento che formano e accomunano i giovani. Questi sono i nuovi “centri di irradiazione della lingua” avrebbe forse detto Pasolini. E poiché questa globalizzazione si esprime soprattutto in inglese e coincide sempre più con l’americanizzazione del mondo, ecco che l’odierno linguaggio giovanile segna un periodo di “stagnazione” in cui la creatività lessicale si è interrotta – come osservano Michele Cortelazzo e Luca Bellone – perché più che altro si importa dall’inglese. E per lo stesso motivo anche le componenti regionali e dialettali vengono meno, per cui il linguaggio dei giovani “ha perso gran parte della varietà (sociale e geografica) che lo caratterizzava per imboccare vie più standardizzate e basate su modelli trasmessi attraverso i social network” (Cortelazzo), mentre si registra una “sensibile riduzione del processo di neoconiazione di parole ed espressioni del cosiddetto «strato gergale ‘innovante’ ed effimero»” (Bellone).

Anche se mancano dei confronti statistici sul numero degli anglicismi presenti nel linguaggio giovanile del passato (da sempre influenzato dalle suggestioni musicali, cinematografiche, letterarie e commerciali d’oltreoceano), è evidente che oggi l’inglese è diventato il punto di riferimento principale che ha cannibalizzato ogni altro aspetto. Tra le 9 parole esemplificate da Cortelazzo ci sono anglicismi crudi come cringe, crush, millennial, pov, trend, scorciamenti come bando (cioè casa abbandonata da abandoned house) e ibridazioni come droppare, floppare e stitchare.

E l’italiano dov’é? Viene da chiedersi.

Kevin De Vecchis ha analizzato un corpus di 398 occorrenze apparse su Twitter nel periodo compreso tra il 1° gennaio 2021 e il 1° aprile 2022. Su 122 forme italiane “alcune delle quali calcate sul modello inglese (come vibrazioni positive, dall’inglese good vibes)” registra ben “74 prestiti integrali, non adattati, dall’inglese”. Questi anglicismi crudi rappresentano dunque più della metà delle voci, e se si aggiungono anche i calchi e le parole ibride e italianizzate, la presenza dell’inglese rivela tutto il suo ingombro. Se poi si analizzano le cose più nel dettaglio, ci sono ben 18 forme verbali ibride (come “blessare” o “lovvare”) e 3 aggettivi (“basato”, “ghostato”, “scriptato”), oltre ad addirittura 13 espressioni fisse che introducono “pezzi” di inglese più complessi di un singolo vocabolo, e sembrano più una testimonianza di enunciazioni mistilingue che si fanno strada nell’italiano, per esempio “frasi semplici (fight me), complesse (per es. prove me I’m wrong), esclamative (what a time to be alive) o anche sintagmi verbali come per es. is over ‘è finito’, che viene unito a diversi soggetti.” A queste si possono aggiungere locuzioni avverbiali come “too much o l’alfanumerico 2l8 ossia too late, visto che la pronuncia inglese di 2 è simile a too e quella di 8 a ate in late”, e circolano persino delle forme verbali come “fly down” e “to blow up”.

La stagnazione dell’italiano

Se gli interventi degli studiosi della Crusca prendono atto dell’anglicizzazione del linguaggio giovanile, questo fenomeno non è affatto confinabile in questo ambito, e anche se nella pubblicazione non viene detto bisognerebbe registrare che gli stessi meccanismi e la stessa stagnazione coinvolgono più in generale l’intera lingua italiana. Dalle marche dei dizionari come lo Zingarelli e il Devoto Oli risulta che più della metà dei neologismi del Duemila è in inglese crudo, o proviene dall’inglese. Gli adattamenti sono pochissimi e spiccano invece le parole ibride, per cui se i giovani ricorrono a verbi come followare e friendzonare, gli adulti non si fanno problemi a bypassare l’italiano o screenare il suo lessico con altrettanta naturalezza. Se il 98% dei ragazzi trascorre “almeno 5 ore al giorno all’interno degli spazi offerti dai social network” come WhatsApp, Instagram, TikTok o YouTube (Bellone), i loro genitori e professori non sono fuori da queste dinamiche e i giornalisti, gli imprenditori, la nostra intera classe dirigente ha come punto di riferimento soprattutto ciò che viene d’oltreoceano, e le conseguenza linguistiche sono solo la spia di questo cambio di paradigma che non è solo generazionale, ma sociale.

È curioso che l’onorevole Rampelli, indignato davanti ad anglicismi come “dispenser”, si ribelli all’inglese proponendo di usare “dispensatore”. E non perché questa parola non si possa usare in questo nuovo significato perfettamente lecito e comprensibile rispetto a “colui che dispensa”, ma perché le alternative “erogatore” e “dosatore” che esistono da sempre non vengono più in mente davanti all’avanzare dell’inglese che produce “prestiti sterminatori” che fanno regredire e talvolta scomparire le espressioni italiane. È avvilente anche che un certo giornalismo e una certa politica, davanti a queste prese di posizione, non sappia far altro che riproporre in modo strumentale la solita tiritera del fascismo. Questo approccio alla questione è davvero miope perché, di fronte all’attuale “tsunami anglicus”, chi difende e promuove l’italiano dovrebbe evocare al contrario chi fa la Resistenza. E invece di interpretare l’italianizzazione – anche creativa o basata su adattamenti e allargamenti di significato – come una posizione nostalgica, si dovrebbe spostare il punto di riferimento dal ventennio a ciò che oggi si fa in Francia, in Spagna, in Svizzera, in Islanda e nei Paesi democratici e civili che considerano normale e auspicabile proteggere il proprio patrimonio linguistico davanti al globalese che entra in conflitto con le lingue locali, pone problemi di trasparenza, crea barriere di comprensibilità e fratture sociali che discriminano alcuni parlanti, e soprattutto snatura gli idiomi locali fino a metterne a rischio la sopravvivenza.

Anche i giornalisti e i politici, in altre parole, come i giovani, attraverso il ricorso agli anglicismi si identificano, si distinguono socio-linguisticamente, e marcano il loro ambito di appartenenza. Anche loro guardano all’anglosfera come al punto di riferimento principale su cui si formano. Se il dizionario inglese Collins introduce come parola dell’anno “permacrisis” ecco che immediatamente dopo tutta la stampa italiana dedica un pezzo alla nuova parola come se fosse una “nostra” parola. Perché l’anglosfera non è solo il punto di riferimento dei giovani ma dell’intera nostra classe dirigente.

La buona notizia è che “permacrisis” è stata adattata in “permacrisi”, come ho spiegato alla redazione di Oggi che mi ha intervistato in proposito. Ma purtroppo questi esempi di evoluzione linguistica “sana”, sono sempre meno. E davanti agli anglicismi crudi usati snobisticamente per elevarsi bisognerebbe adattare invece che adottare e creare più neologismi per non finire fagocitati dall’itanglese. Dinnanzi agli anglicismi e ai nuovi concetti che ci mancano ci vorrebbero più adattamenti, più risemantizzazioni come “dispensatore” (quando non abbiamo già le nostre parole) e più neologismi creativi, per uscire dalla stagnazione della nostra lingua che anglicismo dopo anglicismo sta soffocando e sembra un albero morto che rimane in piedi ma riesce sempre meno a germogliare a partire dalle proprie radici. Perché i nuovi germogli sono il risultato di trapianti linguistici geneticamente modificati e tutto ciò non ha più a che fare con il purismo o il fascismo, ma con l’ecologia linguistica: l’italiano è un ecosistema schiacciato dal globalese, e se non lo si protegge e promuove non può che fare una brutta fine. Non fare nulla non significa essere “liberali”, significa essere complici della sua regressione e assistere alla sua sopraffazione.

Colonialismo linguistico, collaborazionisti e colonizzati: handle, reverse shopping e underdog

[di Antonio Zoppetti]

Davanti allo tsunami anglicus che travolge la lingua italiana ricorre sempre la stessa domanda. Perché?
Perché continuiamo ad accumulare parole ed espressioni in inglese e stiamo abbandonando l’italiano?
Perché gli anglicismi sono preferiti, evocano qualcosa di più dei corrispondenti italiani e sono diventati un tratto socio-distintivo con cui chi appartiene agli strati sociali alti si eleva e si identifica?

Il fenomeno non trova una spiegazione nell’ambito della linguistica, ma in quello sociale. Per comprenderlo basta analizzare tre anglicismi che sono spuntati nelle ultime settimane: handle, reverse shopping e underodog.

Gli handle e il colonialismo linguistico

Il primo esempio risale alla settimana scorsa, quando Youtube ha inondato le caselle postali di tutti con un messaggio il cui oggetto recita: “Ti presentiamo gli handle di YouTube”.
Che cosa cavolo sono gli handle? Qual è la novità?

La tecnica di questa comunicazione è volutamente cialtrona, e punta non alla chiarezza, ma a diffondere la terminologia in inglese senza definirla – la definizione rivelerebbe il trucco e il nulla – in modo che il destinatario si faccia da solo l’idea di che cosa possa essere questa nuova parola, in modo intuitivo. Così arriva a comprendere in modo confuso un concetto, ma non ha la parola per definirlo se non nell’inglese imposto dall’alto. A dare il nome delle cose non sono più i nativi italiani, ma le multinazionali d’oltreoceano.

La tecnica si basa sugli stessi schemi comunicativi che prevedono la ripetizione ossessiva della parola handle come fosse un nome proprio necessario e insostituibile associato a una serie di frasi esperienziali fumose di cui non si deve spiegare il significato. Ecco il testo con cui Youtube si rivolge ai colonizzati:

“Ti scriviamo per comunicarti che nelle prossime settimane YouTube introdurrà gli handle, per permettere ai membri della community di trovare altri utenti ed entrare in contatto con loro più facilmente. Il tuo handle è univoco per il tuo canale e viene utilizzato per menzionarti nei commenti, nei post della scheda Community e non solo. Ecco ciò che devi sapere: Nel corso delle prossime settimane, implementeremo gradualmente la possibilità di scegliere un handle per tutti i canali. Riceverai un’altra email e una notifica in YouTube Studio quando potrai scegliere il tuo. Nella maggior parte dei casi, se hai già un URL personalizzato per il tuo canale, te lo assegneremo come handle. Se desideri un handle diverso da quello assegnato, potrai cambiarlo. Se al momento non hai un URL personalizzato, potrai comunque scegliere un handle per il tuo canale. A partire dal 14 novembre 2022, se non avrai ancora selezionato un handle per il tuo canale, YouTube te ne assegnerà automaticamente uno. Potrai cambiare l’handle assegnato in YouTube Studio, se lo desideri. Nel frattempo, scopri di più sugli handle e sul loro utilizzo: Cos’è un handle di YouTube? Un handle di YouTube è un nuovo modo con cui gli spettatori possono trovare il tuo canale e interagire con te. A differenza dei nomi dei canali, gli handle sono unici per ogni creator, così sarà più facile stabilire una presenza distinta su YouTube. Handle e URL del canale. Il tuo nuovo handle sarà incluso nell’URL del canale. Nella maggior parte dei casi, l’URL personalizzato diventerà il tuo handle. Puoi utilizzare il tuo handle per indirizzare gli utenti al tuo canale, anche quando non sono su YouTube. Ad esempio, se il tuo handle è @user123, l’URL del tuo canale sarà youtube.com/@user123.”

La parola handle è ripetuta 17 volte per educare al suo utilizzo, e solo alla fine si capisce che non si tratta altro che di un nome, solo che invece di spiegarlo e definirlo si rigira la frittata per fare passare un concetto semplicissimo con un “un nuovo modo con cui gli spettatori possono trovare il tuo canale”.

In inglese handle vuol dire tante cose, non è un tecnicismo specifico o intraducibile come Youtube vuole farci credere, è una parola generica che significa maniglia, e può essere usata in molti contesti per esempio con il significato più generico di appiglio, mentre nel linguaggio della rete si riferisce a un nome che è contemporaneamente un identificativo (in itanglese un user name) e un indirizzo (URL).

In questo tipo di comunicazioni di stampo colonialista in gioco c’è “il nome della cosa” per cui le multinazionali statunitensi si battono. Esportare la loro lingua insieme ai loro prodotti è un tutt’uno funzionale ai loro interessi. E così se un tempo c’era il Monopoli ora c’è il Monopoly, l’Uomo ragno è diventato Spiderman e Guerre stellari Star Wars, ma dietro la strategia dei marchi registrati che non devono essere tradotti nelle lingue locali – è lo stesso disegno per cui i titoli dei film hollywoodiani si esportano nella lingua originale – c’è la prosecuzione delle logiche coloniali che ormai saltano la fase degli eserciti e delle conquiste militari per muoversi direttamente alla conquista culturale. È la strategia che Winston Churchill spiegava in modo lucido nel 1943: “Il potere di dominare la lingua di un popolo offre guadagni di gran lunga superiori che non il togliergli province e territori o schiacciarlo con lo sfruttamento. Gli imperi del futuro sono quelli della mente” (Discorso agli studenti di Harvard, 6 settembre).
La strategia che importanti funzionari del governo statunitense esplicitano di voler perseguire senza troppi giri di parole:

“L’obiettivo centrale della politica estera nell’era dell’informazione deve essere, per gli Stati Uniti, il successo dei flussi dell’informazione mondiale, esercitando il suo dominio sulle onde come la Gran Bretagna, in altri tempi, lo ha esercitato sui mari. (…) Ne va dell’interesse economico e politico degli Stati Uniti vegliare affinché sia l’inglese a essere adottato quale lingua comune del mondo; affinché siano le norme americane a imporsi nel caso si dovessero emanare norme comuni in materia di telecomunicazioni, di sicurezza e di qualità; affinché, se le varie parti del mondo sono collegate fra loro attraverso la televisione, la radio e la musica, i programmi trasmessi siano americani: e affinché, a essere scelti come valori comuni, ci siano valori in in cui gli Americani si riconoscono.” (David Rothkop, ex funzionario dell’amministrazione Clinton, in “In Praise of Cultural Imperialism?” in Foreign Policy, n. 107, estate 1997).

Naturalmente la possibilità di colonizzare linguisticamente un Paese dipende anche dal suo grado di resistenza. L’Italia è una sorta di colonia culturale – ma a sua volta anche politica, dalle basi Nato e la politica estera dettata dagli Usa alle ingerenze storiche nella politica interna – che si controlla come si vuole. Ma in Paesi dalla ben diversa autonomia come la Francia o la Spagna, dove esiste una cultura terminologica che non accetta queste imposizioni, Youtube si rivolge con le parole autoctone, e la stessa comunicazione non introduce gli handle, bensì rispettivamente gli identificatori (Présentation des identifiants) e i nomi utente (Resumen de los nombres de usuario). È lo stesso fenomeno per cui Airbnb offre agli italiani di diventare host e non locatori, mentre ai francesi o agli spagnoli il programma si rivolge con le parole hôte e anfitrión e di esempi del genere se ne possono fare centinaia. In questo modo l’italiano si creolizza attraverso una lingua fatta di creator e non di creatori, di community e non di comunità e via dicendo.
Che fine fa il concetto di “prestito” utilizzato dai linguisti, in questi casi? Nessun “prestito”: non siamo noi a prendere in prestito una parola (che non ci manca affatto), è una multinazionale statunitense a imporcela, e noi servi e succubi, invece di ribellarci la accettiamo e ne andiamo fieri. Questo clima culturale tipicamente italiano in cui le multinazionali sguazzano e fanno quel che vogliono, ammaestrandoci con la loro terminologia, si basa su una rete di collaborazionisti (per riprendere le parole di Michel Serres) e di colonizzati, come si può comprendere attraverso i prossimi esempi.

Il reverse shopping e i collaborazionisti dell’inglese

Qualche giorno fa è apparsa una notizia curiosa ripresa da tutti i giornali con le stesse parole: in Belgio Decathlon ha capovolto la sua insegna per dare vita a un esperimento di permuta – come si potrebbe dire in italiano – che prevede che i clienti possano vendere al colosso francese gli indumenti usati. E come titolano i giornali? Con la geniale rivoluzione del “reverse shopping” spacciato come una novità (esattamente come gli handle) per il semplice fatto di usare un nome in inglese. Ma se si va sulla pagina di Decathlon nella versione belga-francese l’espressione “reverse shoppping” non esiste, lo stesso concetto è espresso in francese, e al massimo si può trovare l’espressione secondaria (e non la nuova categoria da sbattere nei titoloni dei giornali) di shopping à l’envers, in altri casi anche detta shopping eneversé. Visto che shopping in francese è radicato e in uso dalla metà dell’Ottocento l’anglicismo è usato ma affiancato da un’espressione in francese (lo shopping al contrario) e non con un “prestito sintattico” totalmente in inglese con inversione della naturale collocazione delle parole. Anche sui giornali spagnoli la notizia è data in spagnolo, e invece di reverse shopping si parla di strategie per dare nuova vita all’usato, di capi di seconda mano e di riciclo ecosostenibile.


Dunque sono solo i giornali italiani che ricorrono all’inglese per esprimere un concetto nato in Belgio con un’altra espressione, che però viene riportata immotivatamente in inglese, attraverso una pessima informazione che fa credere che il reverse shopping sia un internazionalismo e che si chiami ovunque così.
Dov’è il prestito? Ancora una volta non c’è. Il prestito è preso dall’inglese e sovrapposto a un’espressione francese diversa, e a un abbandono dell’italiano sistematico. È lo stesso meccanismo per cui Ursula von der Leyen parla di covid certifacate e i giornali italiani traducono con “green pass, perché ancora una volta gli esempi degli anglicismi e pseudoanglcismi diffusi dai collaborazionisti dell’inglese sono sterminati.
Il colonialismo – anche quello linguistico – ha infatti bisogno dei collaborazionisti interni che agevolano il disegno di esportazione. La storia del colonialismo segue sempre gli stessi schemi: conquistare i centri nevralgici come le università, i giornali, gli strati sociali alti, le città, per poi procedere all’espansione anche nelle fasce sociali più basse e nelle campagne.
I collaborazionisti sono coloro che diffondono la lingua dei conquistatori dall’interno, sono gli zelanti portatori della nuova cultura che giustificano e utilizzano, fanno a gara a chi usa più anglicismi, si vergognano dell’italiano che spesso ignorano e riscrivono attraverso la lingua e i concetti d’oltreoceano. In questo modo si arriva alla terza fase. La creazione di uno strato sociale di colonizzati sempre più ampio che perde la capacità di pensare in italiano e comincia non solo ad accettare la lingua dei colonizzatori, ma a preferirla.

Gli underdog e i colonizzati

Hanno fatto clamore le dichiarazioni del nuovo presidente del consiglio Giorgia Meloni (uso il maschile generico come piace a lei) che nel parlare alle Camere si è definita un’underdog (uso l’articolo al femminile).
Più precisamente le sue parole sono state: “Sono quello che gli inglesi definirebbero un’underdog” a cui è seguita una risatina e una imbarazzante spiegazione del nuovissimo concetto per il popolino: quello che in italiano si potrebbe definire “sfavorito”.


Cosa spinge un presidente del consiglio – firmataria di una legge per la tutela dell’italiano davanti all’abuso dell’inglese e per inserire in Costituzione che l’italiano è la nostra lingua – a pensare in inglese e poi a dover spiegare che underdog vuol dire sfavorito? Se invece di ricorrere a “quello che gli inglesi chiamerebbero” avesse usato l’espressione che utilizzano i francesi, gli spagnoli o i turchi… forse l’assurdità sarebbe più evidente. Ma dietro questo lapsus linguistico che esprime le cose in inglese invece che in italiano c’è tutta la mentalità dei colonizzati, che invece di pensare in italiano lo abbandonano e pensano nella lingua superiore. Quello che fino a poco tempo fa si sarebbe chiamato un outsider oggi è underdog ripreso dai collaborazionisti (i giornali), ma ad accomunare le due diverse scelte linguistiche c’è solo l’abbandono dell’italiano in favore dell’inglese.
Questo è l’atteggiamento dei colonizzati, che è il risultato della lingua dei collaborazionisti che a loro volta remano per agevolare il nuovo colonialismo linguistico e culturale della globalizzazione e dell’era di Internet. Ognuno fa la sua parte nell’anglicizzare la nostra lingua, e il cerchio si chiude.

PS

Intanto, mentre in Italia i collaborazionisti e i colonizzati diffondono l’inglese, nelle ex colonnie britanniche hanno capito il problema, stando a un articolo uscito su Internazionale di questa settiamana (un grazie a Elisabetta che me l’ha rigirato).

Alienazione culturale e revisionismo linguistico: l’obituary e il necrologio dell’italiano

di Antonio Zoppetti

Parigi, 1947.
Christian Dior presenta la sua prima collezione dallo stile nuovo e affascinante fatto di bustini, vite strette e figure allungate. Un’importante giornalista americana gli si avvicina e lo elogia: “I suoi abiti hanno un tale new look…”. Un corrispondente della Reuters è colpito da quelle parole che ha origliato e le trascrive immediatamente su un pezzo di carta in cui abbozza un pezzo. Poi appallottola il foglio e lo lancia dalla finestra. Sotto c’è appostato il suo gancio che lo raccoglie e lo detta subito all’agenzia. E così la notizia esce prima negli Stati Uniti che in Francia, dove i giornali sono in sciopero. La rivoluzione del new look ha inizio, nel mondo della moda ma anche nella lingua; questa espressione nuova ed esotica per uno stile nuovo attecchisce immediatamente, per entrare nella lingua dei giornali e poi dei vocabolari.

La moltiplicazione di look e di new

Le espressioni importate dall’inglese sono sempre di più, non sono poche manciate di parole isolate come accade con gli altri forestierismi, sono diventate migliaia. E più che “prestiti” sono trapianti che si innestano nel nostro ecosistema linguistico per germogliare e riprodursi mandando in frantumi i suoni e le regole dell’italiano, una lingua che nel mondo è amata in modo straordinario ma che in patria è svilita e calpestata giorno dopo giorno.
Per due terzi gli anglicismi sono composti da due elementi, che una volta trapiantati si ricombinano con gli altri in una rete sempre più fitta che si allarga nel nostro lessico e prende vita soffocando le nostre parole. E così, dopo un innocente new look di antica importazione, oggi è normale parlare anche semplicemente di look, per indicare l’aspetto di qualcuno, il suo modo di vestire o persino il suo nuovo taglio di capelli. Un abbigliamento coordinato (o se preferite un outfit) si esprime con l’espressione total look, mentre l’effetto nudo di un abito trasparente è il nude look, e un look maker è chi cura o crea l’immagine di qualcun altro.
Quanto alla nuvola di espressioni composte da new si sono moltiplicate in modo ancora più esteso, tante new entry lessicali che nell’era della new economy si sono radicate al punto che oggi le notizie dei giornali (sempre più newsmagazine) sono news e spesso fake news.

Dalla commemorazione all’obituary

Quello che colpisce nell’articolo del Corriere che la scorsa settimana ha commemorato Christian Dior (di cui oggi ricorre la scmparsa) non riguarda però l’uso storico e tutto sommato comprensibile di new look, ma il nuovo anglicismo che si vuole diffondere rappresentato dall’introduzione di una nuova categoria con cui il pezzo è classificato: obituary!

Il new look dell’italiano è legato simbolicamente proprio all’abbandono del suo vecchio suono, sono le due facce della stessa medaglia.

Questo passaggio all’inglese dato per scontato è una novità dal punto di vista lessicale, ma non certo dal punto di vista dei meccanismi che introducono gli anglicismi per abituarci alla loro presenza e dunque a usarli. Obituary non solo non è registrato dai dizionari, ma non è nemmeno (ancora) stato incluso tra i neologismi Treccani e il suo impiego non ha alcuna giustificazione se non quella tipica delle culture coloniali in cui i colonizzati, invece di ribellarsi, cominciano a pensare compiaciuti con i concetti e la lingua della cultura che li domina. È un meccanismo ben conosciuto sin dai tempi dell’antica Roma, quando Tacito lodava Agricola per aver saputo romanizzare i Britanni assoggettati, e indurli a ritenere la lingua e i costumi Romani superiori. Senza questo processo culturale nessuna conquista sarebbe stata duratura. E così i popoli sottomessi chiamavano la romanizzazione “cultura” ma era parte del loro asservimento.
Oggi il nuovo colonialismo culturale e linguistico salta la fase degli eserciti, almeno in Italia, e arriva direttamente attraverso i prodotti di intrattenimento: il cinema, la tv e la Rete; attraverso la pubblicità e l’espansione delle multinazionali; attraverso la conquista dei centri di irradiazione della cultura, le università, la tecno-scienza, i giornali… e attraverso i collaborazionisti dell’inglese che occupano le posizioni strategiche, che si formano sui modelli culturali inglesi e li propagano insieme alla loro lingua.

Cercando nell’archivio del Corriere si vede che fino al 2018 obituary era poco più di un occasionalismo che ricorreva – se ricorreva – una volta o due all’anno. Ma nel 2018 la sua frequenza è improvvisamente salita a 26 volte, ed è rimasta su questi valori anche nel 2019 e nel 2020 (rispettivamente 18 e 24 volte) per raddoppiare nel 2021 (46 volte) e rimanere su questi livelli anche nel 2022 (36 occorrenze a ottobre).
Come mai?

Perché nel 2018 il giornale ha deciso di inserire questa nuova categoria in inglese, in un primo tempo preceduta dalla dicitura “il bello delle persone”, per poi lasciare solo l’anglicismo. È la solita tecnica con cui si introducono gli anglicismi a cui i mezzi di informazione ci vogliono educare: inizialmente sono spiegati, poi si abbandonano le spiegazioni e si lascia solo l’inglese.

Che cosa significa obituary?

Per comprendere questo nuovo atto di vandalismo nei confronti della lingua italiana può essere utile leggere un articolo di gennaio di quest’anno su La Repubblica. È un pezzo di Giacomo Papi intitolato “Quando la fine racconta il senso delle nostre vite” in cui si legge:

Per capire le persone bisogna immaginarle morte. A me capita di farlo con gli amici e le amiche, quando muoiono, ma a volte anche da vivi. (…) L’obituary costringe a mettere a distanza, per fare rivivere qualcuno attraverso i dettagli. I necrologi a pagamento all’opposto – “death notices“, in inglese – sono sempre di circostanza e non mostrano mai niente se non il ruolo sociale, le relazioni e il potere del morto. E infatti nei corsi di scrittura scrivere obituary è utile: raccontare una persona amata a chi non l’ha mai conosciuta obbliga a vedere i particolari rivelatori e a condividerli.

L’articolo celebra gli articoli commemorativi, gli elogi di chi muore, che nei giornali partono di solito da quello che in gergo si chiama “coccodrillo” (se adesso non lo chiamano crocodile), e cioè una biografia di chi è in vita, già impostata e pronta per essere pubblicata con l’aggiunta del luttuoso evento di un’improvvisa dipartita. Altre volte queste rievocazioni nostalgiche, questi amarcord, per usare una voce romagnola resa celebre da un film di Fellini, sono invece legati agli anniversari, come nel caso di Christian Dior.
Dietro l’obituary c’è semplicemente un elogio di chi è scomparso, una commemorazione, un necrologio, un “in ricordo di…” Queste cose esistono da sempre, non sono certo una novità.
Perchè adesso le si vuole esprimere in inglese?

Il revisionismo liguistico (la cancel culture dell’italiano)

I discorsi che gli oratori Greci pronunciavano per celebrare i personaggi importanti scomparsi, o gli eroi caduti per la patria, erano gli epitaffi, che successivamente in epoca romana indicavano anche le lodi scritte sulle lapidi e sui monumenti funebri, quelli celebrati da Foscolo nei Sepolcri, che nell’attuale revisionismo linguistico e culturale si potrebbe forse riscrivere: A egregie cose il forte animo accendono gli obituary e l’urne dei forti…

Oggi la commemorazione, l’epitaffio in senso etimologico e figurato non esistono più, vengono cancellati perché nel cambio di paradigma culturale c’è solo l’inglese. È la cancel culture della nostra lingua.

Il giornalista di Repubblica, come se ignorasse non solo l’italiano, ma un millennio di storia Greca, Romana e italiana, crede che esista solo l’inglese, e si affanna a spiegare la differenza – come dicono gli inglesi – tra obituary e necrologi a pagamento, e tutta la tradizione oratoria classica è spazzata via dal lessico del nuovismo: ciò che nei corsi di scrittura insegnano… quali corsi di scrittura? I nuovi corsi coloniali che partono esclusivamente dai testi in inglese, e che introducono la terminologia e i concetti inglesi, quelli che ormai si chiamano corsi di storytelling nella folle visione in cui sembra esistere solo l’inglese e la cultura d’oltreoceano. Una nuova cultura che sa solo ripetere, invece di saper elaborare e creare autonomamente.
In questa transizione non c’è nemmeno spazio per l’epitaffio della nostra lingua, per la sua commemorazione, per il suo elogio funebre, per il suo memoriale celebrativo. C’è solo l’obituary della lingua di Dante e della classicità che viene eradicata e sostituita da nuove radici trapiantate che vengono diffuse dai giornali che scimmiottano senza adattare ciò che arriva dagli Usa.

Anglicismi come questi non sono un arricchimento, sono l’impoverimento e la distruzione della nostra storia, delle nostre radici. Siamo in presenza dell’alienazione alberto-sordiana – tpically italian – di chi vuole fare l’americano, di chi ignora la nostra lingua e storia e la riscrive in modo servile con la lingua e la logica dei nuovi “conquistatori” perché se ne vergogna, in preda a un complesso di inferiorità che scambia per internazionale, ma è solo la cartina al tornasole del nostro piccolo e patetico provincialismo.

Il price cap e il tetto agli anglicismi

[di Antonio Zoppetti]

Da qualche tempo sui giornali e in tv la nuova parola d’ordine per l’abbandono dell’italiano è “price cap”, come se non si potesse dire “tetto ai prezzi” del gas, come se l’italiano non esistesse, come se il ricorso all’inglese con la sua inversione sintattica avesse qualche senso o aggiungesse qualcosa. Il riferimento al gas è spesso sottinteso, come se “price cap” fosse un tecnicismo che lo include, al contrario degli equivalenti italiani più generici. La presunta “specificità” degli anglicismi che si differenziano dall’italiano si fa strada sempre con le stesse patetiche modalità.

Le attuali frequenze di “price cap”

Se quantifichiamo questo nuovo uso i risultati sono impressionanti. Sul Corriere.it l’espressione ricorreva mediamente 3 volte all’anno, ma nel 2022 la sua frequenza restituisce più di 130 articoli. In agosto le occorrenze erano salite a 13, in settembre sono diventate 47, e nei primi 9 giorni di ottobre se ne contano ben 18 (una media di due articoli al giorno).

Sulle altre testate le cose non son molto diverse.

Internazionalismo o provincialismo?

I giustificazionisti dell’inglese penseranno probabilmente che si tratta di un “internazionalismo” degli economisti che ci arriva da un’Europa che parla inglese, anche se non è affatto la lingua ufficiale della Ue. Ma non è per nulla un internazionalismo, bensì un anglicismo tipico dell’italietta colonizzata. La ricerca di “price cap” su Le Monde, per esempio, restituisce solo 3 articoli in tutto l’archivio del giornale. E sui mezzi di informazione francesi e spagnoli a nessuno o quasi viene in mente di usare l’inglese al posto della propria lingua, con cui i nostri vicini hanno il vezzo di esprimersi.

Il nuovo picco di stereotipia giornalistico sembra destinato ad avere delle conseguenze a lungo termine sulla lingua italiana. Il problema di calmierare i prezzi del gas è appena iniziato e rischia di essere un tormentone che ci accompagnerà per molto tempo, e alla fine, se questa diventa l’unica espressione che i mezzi di informazione diffondono, anche la gente non potrà fare altro che ripeterla solo in inglese.

Come è iniziata

I picchi di stereotipia giornalistici che portano gli anglicismi arrivano a ondate legate a eventi contingenti, e quando non sono più di attualità non è vero che le parole inglesi spariscono, il più delle volte diventano solo meno frequenti, rimangono in un periodo di latenza che spesso si riattiva con un nuovo picco di stereotipia che finisce per radicare le espressioni in modo definitivo. Nel libro Diciamolo in italiano, per esempio, ho analizzato il caso di job o di compound (qui una sintesi) e anche l’attuale “price cap” costituisce un secondo picco di stereotipia, la seconda ondata che sta radicalizzando la parola.

Come si evince dai grafici di Ngram Viewer, la prima volta era arrivata all’inizio degli anni Novanta per salire di frequenza in modo rapido, raggiungere il suo primo picco nel 2003, e poi scendere progressivamente.

Cercando sugli archivi storici dei giornali si può constatare che il tetto ai prezzi espresso in inglese a quei tempi era legato alle liberalizzazioni del mercato telefonico, energetico, delle autostrade o dei treni e alle loro tariffe. E così su La Stampa (22/12/2001, numero 352, pagina 5) si leggeva: “Tremonti blocca i prezzi dei biglietti ferroviari. (…) Poi le Fs hanno dato l’annuncio comunicando che non potranno procedere a rincari sulla base dell’attuale price cap (il sistema che permette l’adeguamento delle tariffe quando si innalzano gli standard di produttività ed efficienza)”.

Tra gli altri articoli dedicati alle bollette dell’acqua c’erano pezzi di questo genere: “La bolletta idrica è destinata a lievitare in futuro. Perché? Colpa del «price cap», cioè di quel meccanismo che nella determinazione delle tariffe tiene conto degli investimenti effettuati dalle aziende del settore per migliorare il servizio.”
E tra quelli sulle tariffe telefoniche: “Telefoni: un tetto ai prezzi. Il price cap concerne le tariffe di Telecom Italia (apparecchi fissi) che sono le uniche tuttora stabilite in via amministrativa. Il nuovo meccanismo avvicina la completa liberalizzazione, perché la tariffa potrà variare da un minimo a un massimo.”

Risolte le vicende delle liberalizzazioni che si sono svolte nell’arco di più di un decennio, anche “price cap” è finito nel dimenticatoio, ma come si vede dal grafico di Google il primo picco di stereotipia ha introdotto l’anglicismo portandolo dalle zero occorrenze a un’alta frequenza, che quando si è abbassata ha lasciato l’espressione inglese circolare nella nostra lingua senza che scomparisse.
La fase uno introduce la parola e crea il precedente. La fase due – che si manifesta anche dopo decenni – di solito la stabilizza nell’uso.

Se i grafici di Ngram Viewer non si fermassero al 2019 oggi vedremmo una nuova impennata di “price cap”, ben più alta della prima. E la differenza più eclatante sta nella sfrontatezza dei giornali. Se a cavallo del nuovo Millennio “price cap” era diventato molto frequente, nessun giornale lo urlava nei titoli, che erano ancora espressi in italiano. Nell’archivio storico de La Stampa l’espressione inglese non compare in nessun titolo, sino ai tempi recenti, ma solo nel corpo delle notizie, dove l’anglicismo era introdotto come un “necessario” tecnicismo degli addetti ai lavori che veniva quasi ogni volta spiegato (come nell’articolo del 1999 in figura).

La radicalizzazione di “price cap”

Nell’attuale secondo picco, al contrario, “price cap” è entrato nei titoli e ha sostituito l’italiano, invece che affiancarlo. In questo modo il suo uso è passato dagli ambiti marginali e di settore al linguaggio comune.

Quando la guerra e la crisi finiranno anche le frequenze si abbasseranno, ma l’espressione rimarrà nella disponibilità e nella lingua di tutti, magari pronta a riattivarsi o a ibridarsi con altri anglicismi e altre contingenze. Se “tetto” diventa “cap”, non mi stupirei vedere nascere futuri obbrobri ibridi che lo utilizzeranno al posto dell’italiano.

Come al solito il problema non è nel “price cap” ma nell’invadenza dell’inglese che attraverso questi meccanismi sta portando migliaia di anglicismi che giorno dopo giorno impoveriscono e uccidono l’italiano. E forse sarebbe ora di mettere un “anglicism cap” alla faccenda, per usare un’espressione più consona a far capire il problema agli anglomani.

Hai voluto la bike? Adesso rider! (Anglicismi ladri di biciclette)

Di Antonio Zoppetti

Era il 1948 quando uscì il celebre film di De Sica Ladri di biciclette, mentre nel 1951 Delia scala e Silvia Pampanini erano le Bellezze in bicicletta (regia dai Carlo Campogalliani) che mostravano le cosce pedalando e diffondevano uno stereotipo che in tempi moderni si sarebbe consolidato nell’accostamento di donne e motori. A dire il vero il film voleva essere anche un richiamo a una ben diversa rivendicazione femminile, quella di Alfonsina Strada che in epoca fascista, nel 1924, fu la prima donna a partecipare al giro d’Italia.

Bicicletta è una parola di alto uso che fa parte del vocabolario di base della lingua italiana, ed è comparsa a fine Ottocento per indicare i più moderni velocipedi, come erano dette in un primo tempo le bici con la ruota anteriore più grande. È un adattamento del francese bicyclette, che fa riferimento al “biciclo”, cioè a un veicolo a due ruote.

Un secolo dopo la bicicletta da città, strumento di lavoro essenziale nel dramma del neorealismo di De Sica, è detta city bike, l’industria delle biciclette è detta bike economy, i ciclofattorini sono rider che garantiscono il delivery, e sui giornali anche i ciclisti sono spesso definiti biker, un’espressione che alla fine del Novecento era entrata dall’inglese per indicare i motociclisti soprattutto di grossa cilindrata che partecipavano ai motoraduni, ma che oggi sta perdendo questa specificità legata ai motori per estendersi al mondo delle due ruote anche a pedali.
Recentemente al “Cuneo bike festival” la città ha partecipato alla “Fancy Women Bike Ride”, evento che riunisce oltre 50.000 donne in bicicletta.
Ma per tornare alla visione della donna oggetto a uso e consumo delle fantasie erotiche maschili degne di un film con Alvaro Vitali, il 16 settembre scorso sul Corriere si leggeva questo titolo: “Seveso, la Notte bianca e il «sexy bike washing»: «Spettacolo indegno, sessista e umiliante»”

Non avevo mai sentito parlare di un sexy bike washing, e leggendo il pezzo ho scoperto che si tratta di uno spettacolino dove “due giovanissime ragazze in shorts inguinali e top striminzito … con pose sexy lavavano le moto mentre una schiera di uomini guardavano divertiti, scattandosi selfie”. Credo si tratti di un’evoluzione del sexy car whashing, dove le donne procaci da film porno lavano le auto con analoghe modalità.

Come ci siamo ridotti così?
Non parlo del ruolo della donna, problema atavico, parlo della lingua italiana, che tra bike, shorts, top, sexy, selfie e washing è ormai un ibrido che meglio risponde al nome di itanglese.

Bike: l’ennesimo anglicismo prolifico e infestante

A parte l’uso di biker nel senso di motociclista che evoca l’immagine di Marlon Brando-Il selvaggio ricalcata da Alberto Sordi-Nando Mericoni, tutto ha avuto inizio degli anni Ottanta con il diffondersi delle mountain bike, che provenivano dalla California, e che oltre a essere un tipo di bicicletta sono diventate anche il nome dello sport che si pratica con questi mezzi.
In Europa il primo produttore di queste biciclette da montagna, come potremmo dire se non fossimo colonizzati e decerebrati, è stata l’azienda italiana Cinelli che nel 1985 ha lanciato il rampichino, parola italiana che storicamente indicava una macchina in grado di inerpicarsi per le salite.

Naturalmente l’anglicismo ha avuto la meglio. I giustificazionisti dell’inglese avranno sfoderato le solite argomentazioni. La mountain bike non è proprio come un rampichino, parola più generica, ha una sua specificità che indica un preciso nuovo oggetto e sport, e forse l’avranno etichettata come prestito di necessità, come se fosse necessario dirlo in inglese al posto di bici da montagna per loro troppo generico. Questi pseudo-ragionamenti si fondano sempre su un meccanismo basato su un atteggiamento che ho chiamato anglopurismo. Davanti a un nuovo oggetto o concetto espresso in inglese, gli anglopuristi negano all’italiano la possibilità di evolversi e di allargare il significato delle proprie parole. Guardano all’italiano storico, e lo cristallizzano nella sua immobilità come i puristi dei tempi passati, con le solite sciocchezze: “Non vedi che rampichino ha un significato più ampio? Non vedi che bicicletta da montagna è generico mentre la mountain bike è questo nuovo modello ben preciso?”
E voi non vedete che l’italiano, per sopravvivere, si deve evolvere come si è sempre evoluto, e nulla impedisce che davanti alle cose nuove le vecchie parole assumano nuovi significati? Davanti a questo argomento di solito l’anglopurista allarga le braccia e replica: “Del resto mountain bike è entrato nell’uso. Non vorrai mica andare contro l’uso?”
Ma l’uso di chi? L’uso dettato dai produttori statunitensi, dall’espansione delle multinazionali che si impongono sul rampichino della Cinelli, l’uso di chi esporta nella propria lingua i nomi delle innovazioni tecnologiche e dei nuovi sport, l’uso dei giornalisti che ci martellano con l’inglese senza alternative fino a che la gente non può fare altro che ripetere mountain bike, lokdown, fake news e green pass.

Mentre davanti all’interferenza dell’inglese la maggior parte dei linguisti cerca di spiegare tutto con l’ingenua e ridicola teoria dei “prestiti”, quello che accade nella realtà è qualcosa di profondamente e strutturalmente diverso. Se mountain bike poteva ancora essere interpretato come un prestito isolato, quello che è accaduto nei successivi trent’anni rivela benissimo che le cose non vanno affatto a questo modo. Prestiti del genere non sono importazioni isolate, si radicano nella nostra lingua e danno vita a una miriade di altri anglicismi che si appoggiano su questi “prestiti”, che prendono vita e si allargano in una rete di parole interconnesse a base inglese che si espande nel nostro lessico.
E infatti dal 1983, l’anno in cui, stando ai dizionari, mountain bike è entrato nell’italiano, la frequenza di bike è centuplicata perché si è accostata a decine e decine di altre parole inglesi che a loro volta si ricombinano con le altre che si innestano.


L’allargamento di bike che esce dalla teoria del prestito

Nel 2008 è arrivato il bike sharing (le bici a nolo: una grande novità concettuale!), proposto con questo nome in ogni città, perché a sua volta si appoggia a espressioni come car sharing, file sharing, video sharing o sharing economy.
Perciò l’industria delle biciclette si dice bike economy (sul modello di new economy, green economy, blue economy…) e sull’Ansa si legge: “Turismo: arriva ‘made in Bike‘, eccellenze viste dalla bici. Un percorso attraverso Nord, Centro e Sud Italia costruito grazie alle testimonianze di aziende del territorio attive nella bike economy”. Negli ultimi quindici anni accanto ai negozi di biciclette si è cominciato a parlare di bike shop e bike store (visto che tutti i negozi si stanno trasformando in inglese, tra showroom e megastore). Le biciclette d’acqua sono dette hydrobike e persino acquabike, che ancora una volta indica sia il mezzo sia un nuovo sport; sui giornali le biciclette “normali”, da città, sono diventate city bike (come le utilitarie sono city car), e quelle da sterrato sono dette gravel bike; dal francese cyclette si è passati all’inglese spin bike, le bici a motore (ennesima non-novità che risale alla fine dell’Otttocento) non sono elettriche, ma e-bike, le bici a mano per disabili sono hand bike, le bici a tre ruote sono cargo bike, mentre un albergo attrezzato per le bici è detto bike friendly, visto che ci sono quelli gay friendly, pet friendly, family friendly, le interfacce amichevoli sono dette user friendly e l’ecologico diventa eco friendly

Il Corriere Romagna spiega che i bike hotels sono nati a Riccione (“Riccione, i 25 anni del Dory, capostipite dei bike hotels”), mentre un posto bici diventa bike room (“Da Hotel a Bike Hotel: come accogliere una bicicletta. L’ideale è creare una Bike Room, un luogo…”)
Andare al lavoro in bicicletta si trasforma nel bike to work (“Torna la giornata nazionale del ‘bike to work’”, GenovaToday) e per la settimana europea della mobilità si parla di “Cargo bike e Parking day”.
Intanto le gare ciclistiche assumono denominazioni anglicizzate, e sui giornali si leggono notizie come queste: “Durante il secondo weekend di settembre a Misano si è svolta la quinta edizione dell’Italian Bike Festival”; “A Italian Bike Festival venerdì, sabato e domenica abbiamo visto biciclette da gravel in tutte le salse”; “Attorno a Morbegno va in scena il Valtellina e-Bike”; “Bike art Capalbio: un percorso che coniuga cultura e ciclismo. Tutto pronto per la prima edizione di ‘Bike art‘”; “Giretto d’Italia – bike to work 2022, al via la XII edizione”.
C’è il “Cuneo Bike Festival”, “l’eco bike park in Valle Stura … ‘Alla scoperta del Bike park Tajarè‘”, il “Bike Pride Bologna 2022”. Le piste ciclabili sono dette bike lane, almeno quelle disegnate sulle strade, senza barriere divisorie. Qualcuno straparla di cycling influencer (Lungomare Bike Hotel, arriva il Lady Weekend: … Partecipa al Lady Bike Weekend del Lungomare Bike Hotel in collaborazione con la cycling influencer, Elena Martinello”), la Gazzetta dello Sport scrive che “Arriva ‘Made in Bike‘: la web-serie per promuovere il turismo… in bicicletta”. Le industrie si denominano in inglese: “Quello di Cingolani Bike è un nome molto conosciuto nel mondo delle due ruote, molto aldilà dei confini regionali marchigiani” e a Spoleto sorge “il Bike Terminal Le mattonelle … Una struttura poliedrica con l’hub per il noleggio delle biciclette”.

E così assistiamo al collasso degli ambiti della lingua italiana, altro che prestiti…
Davanti a tutto ciò i negazionisti che ci spiegano che è tutta un’illusione ottica se ne escono con le loro assurdità onnicomprensive che sono solo alibi ideologizzati non supportati dai fatti.
Per loro gli anglicismi sono soggetti a rapida obsolescenza. Certo, per molte di queste espressioni è così, ma complessivamente l’allargamento dell’inglese è sempre più ampio e poco discutibile. Per loro la lingua dei giornali non corrisponde a come parla la gente che continuerebbe a usare l’italiano. Peccato che i neologismi introdotti nei dizionari si basano proprio sullo spoglio dei giornali, peccato che come la gente parli è un’ipotesi priva di riscontri quantitativi e dimostrabili (dove? chi? in che contesto?). Peccato che trascurare il ruolo dei mezzi di informazione nel fare la lingua è una visione antistorica e miope. Peccato che l’italiano è una lingua letteraria vissuta per secoli solo nei libri e che è stata unificata nel Novecento proprio anche grazie ai giornali e alla televisione, e che prima, di come parlassero gli italiani, cioè ognuno nel proprio dialetto, non importasse nulla a nessuno.

Lo skincare genderless (magari fosse solo una barzelletta…)

di Antonio Zoppetti

Ci sono un italiano, un francese e uno spagnolo che leggono una notizia di fondamentale importanza su una prestigiosissima rivista internazionale: Vogue.
Sì, lo so, a essere pignoli Vogue non è una rivista internazionale, è una pubblicazione statunitense, ma si sa che in Italia ciò che è americano viene spacciato per internazionale; è tradotta in 16 lingue, dunque è internazionale.

Comunque sia, dopo aver letto il titolone, il francese esclama: “On s’en fout” che si può tradurre con “chissenefrega”. Lo spagnolo: “A quien le importa?”. L’italiano invece esclama: “What?”

Per capire il senso di questa barzelletta basta dare uno sguardo all’articolo in questione.

Nella sezione “Beauty” della rivista l’italiano legge: “Adoro quello che Gwyneth ha fatto con Goop: Brad Pitt lancia la sua linea di skincare genderless”. E anche se non ha capito nulla di questa lingua ibrida, per sentirsi moderno si esprime in itanglese, la lingua dell’ok fatta di stereotipi dal suono inglese.

Lo spagnolo e il francese, invece, rispettivamente nelle sezioni “Cosmética” e “Beauté” non trovano “skincare genderless” bensì “cura della pelle senza genere” (fr. “J’adore ce que Gwyneth a fait avec Goop : Brad Pitt dévoile en exclusivité pour Vogue sa ligne de soins de la peau non genrée; sp. “Me encanta lo que Gwyneth ha hecho con Goop: Brad Pitt desvela su línea de cuidado de la piel sin género”).

In pezzi del genere, accanto all’uso degli anglicismi, in gioco c’è un anche altro fattore connesso e da non sottovalutare: l’esportazione dei punti di riferimento culturali statunitensi che attraverso articoli come questi diventano internazionali esattamente come le “star hollywodiane”. Far diventare la cultura e la società americane qualcosa di universale è strategico da tanti punti di vista, da quello politico a quello commerciale.

Per la cronaca: tecnicamente anche la Nivea è un prodotto skincare genderless, che va bene per tutti senza distinzioni di sesso, e forse vendere l’acqua minerale come genderless water potrebbe essere una buona idea per spacciare attraverso l’inglese l’acqua calda per una rivoluzione del politicamente corretto.

Personalmente ho dovuto fare delle ricerche prima di comprendere che “Gwyneth” si rifersice all’ex moglie di Brad Pitt (Gwyneth Paltrow), e che “Goop” è una sua azienda che si occupa di bellezza. Dunque accanto a “skincare genderless” anche queste due ultime parole risultano incomprensibili per chi non si interessa dei risvolti personali degli attori – mi pare che tutto ciò in “italiano” oggi si etichetti come “gossip” – e il risultato di titoli del genere è l’incomprensibilità. Il nuovo giornalismo che ha abbandonato i sani principi della trasparenza e del linguaggio rivolto a tutti punta proprio su questi titoli che spingono a leggere l’articolo per colmare la propria “ignoranza”.

Abbandonando i titoloni ed entrando nel pezzo, l’italiano apprende che Gwyneth “Ha sempre avuto qualcosa della beauty guru, e per lei [Goop] deve essere stata una bella valvola di sfogo”.
Il francese e lo spagnolo non hanno a che fare con l’espressione “beauty guru” (da notare l’uso sempre più normale dell’inversione sintattica) si tratta di una reinvenzione in itanglese tutta italiana che non appartiene nemmeno all’articolo originale in inglese dove la stessa frase recita: “Adoro quello che Gwyneth ha fatto [con Goop]. È ancora una cara amica e ha costruito questo impero” (I love what Gwyneth’s done [with Goop]. She is still a really dear friend, and she has built this empire). Nelle altre lingue la dichiarazione è stata semplicemente tradotta nella propria lingua (fr. “Elle a toujours eu ça en elle en tant que curatrice, et ça a été un formidable exutoire créatif pour elle”; sp. “Siempre ha sido muy buena comisariando y lo ha convertido en una salida creativa estupenda”) senza anglicismi alla “cock of dog”, come si potrebbe forse dire in itanglese “alla cazzo di cane”.

Leggendo e confrontando le diverse localizzazioni del medesimo articolo si vede che è tutto così.
L’apoteosi dell’itanglese si raggiunge nella domanda che il giornalista pone all’attore:

“Si è mai immaginato come un boss della beauty industry?” e la cui risposta è trascritta così: “[Ride] Non sono sicuro di sapere cosa sia un barone della beauty industry…”.
Ancora una volta il “boss della beauty industry” è un’italianata che non esiste né in inglese – nell’articolo originale si legge: “Have you always had a good skincare routine?” / “[Very long pause]. No.” – né nelle altre lingue (fr. “Vous êtes-vous déjà imaginé en tant que baron de la beauté ?”/ [Rire]. je ne suis même pas sûre de savoir ce qu’est un baron de la beauté…”; sp. “¿Alguna vez te imaginaste a ti mismo entre los popes de la belleza?” / “[Risas]. No estoy seguro de que es un pope de la belleza…”).

Si potrebbe continuare questa analisi a lungo e in profondità, ma sarebbe noioso e non ne vale la pena. Chi ha voglia di fare questi confronti può solo constatare che il grado di anglicizzazione dell’italiano, così alta da trasformarlo in itanglese, non ha confronti con quello dello spagnolo e del francese, dove la presenza degli anglicismi è molto contenuta.

C’è però un’ultima cosa da sottolineare. Una notizia come questa, che più che una notizia è una pubblicità a Brad Pitt (solo la settimana scorsa su di lui giravano simili pezzi che riguardavano però il suo debutto come scultore) è stata ripresa dal coro dei giornalisti incapaci di parlare l’italiano con le stesse parole, con il consueto picco di stereotipia alla base dell’affermarsi degli anglicismi.

L’impatto di questo tipo di martellamento mediatico sulla nostra lingua è devastante. I mezzi di informazione un tempo hanno contribuito all’unificazione dell’italiano e oggi sono i principali costruttori dell’itanglese. Il problema come al solito non riguarda singoli anglicismi come skincare, genderless, beauy industry, beauty guru e via dicendo. Ha a che fare con il costante stillicidio della nostra lingua e la sua sostituzione con espressioni dal suono inglese, vere e reinventate, in una panspermia che giorno dopo giorno fa affermare gli anglicismi in ogni settore fino a che non diventano normali, finché non uccidono le alternative italiane e finché la gente non potrà che ripetere solo quelli, come è accaduto con computer al posto di calcolatore, con lockdown, fake news, location, leader, killer, cashback, ticketless, gate, covid hospital, green pass, bike sharing, rider, delivery, pet food, economy
(Ad libitum sfumando)


PS
Grazie a Lucius che mi ha segnalato la notizia

L’italiano non puzza

A ognuno puzza questo barbaro dominio” scriveva Machiavelli nel Principe, auspicando che i Medici potessero liberare il nostro Paese dalle occupazioni straniere e anticipando un tema che sarebbe esploso nel Risorgimento.

Questo motto fu ripreso nel 1933, con un’accezione linguistica, da Paolo Monelli nel libro Barbaro dominio che processava i forestierismi. All’epoca erano pochi, circa 500, ed erano per la maggior parte francesi. Dieci anni dopo, in una seconda edizione ampliata, diventarono 650, ma questa ostilità alimentata dalla politica fascista non nasceva affatto con il fascismo e riprendeva le ben più antiche polemiche dei puristi e di una “questione della lingua” che dal Cinquecento all’Ottocento si è nutrita anche delle invettive contro le parole straniere.

Il purismo teorizzato da Pietro Bembo, che è diventato il punto di riferimento delle prime grammatiche della nostra lingua e del primo vocabolario della Crusca, condannava i barbarismi insieme alle voci dialettali, ai neologismi e alle parole tecniche e meno letterarie, e respingeva il lessico di derivazione straniera più che i pochi “prestiti” non adattati. Alla fine dell’Ottocento in un dizionario dei neologismi di Giuseppe Rigutini venivano rigettate parole come emozione, dal francese émotion, o deragliare, dall’inglese raile, al posto di “uscir dalle rotaie”. Scorrendo opere come queste colpisce il fatto che nell’elenco dei neologismi e dei forestierismi i vocaboli non adattati si contano sulle dita delle mani, il processo alle maleparole riguardava soprattutto le italianizzazioni bollate come illecite per motivi di principio.

Nei dizionari del Duemila la metà dei neologismi è invece in inglese crudo, e l’italiano è sempre meno in grado di evolversi in modo autonomo, in sempre più settori ci mancano le parole italiane per esprimere il nuovo. Gli oltre 4.000 anglicismi registrati che si sono accumulati perlopiù dagli anni Cinquanta superano di gran lunga la somma di tutti gli altri forestierismi di ogni lingua del mondo. Le parole francesi, una lingua che ci ha influenzati per secoli, sono solo un migliaio, gli ispanismi e i germanismi non adattati sono meno di duecento, e per gli altri idiomi tutto si riduce a una manciata di parole o al massimo a poche decine per lingua.

Il problema non sta nei forestierismi, ma nella sproporzione degli anglicismi, e solo quelli: il loro numero impazzito sta snaturando la nostra lingua, la sta facendo regredire e trasformando in itanglese.

Oggi a puzzare è l’italiano. Accecati dal mito americano, plagiati dall’inglese internazionale, dalla lingua delle multinazionali statunitensi che esporta con le sue parole i nuovi oggetti e concetti, siamo inebriati dal profumo dei suoni inglesi che importiamo e sostituiamo ai nostri in modo dissennato, senza renderci conto che stiamo distruggendo, giorno dopo giorno, il nostro patrimonio linguistico così amato in tutto il mondo, e la nostra ecologia linguistica.

Mentre le istituzioni e gli studiosi, in Francia, Spagna, Islanda, Svizzera e in moltissimi altri Paesi sono in prima linea per la tutela del proprio idioma minacciato dallo tsunami anglicus globale, da noi vige l’anarchismo linguistico e la legge del più forte, per cui l’italiano non può che soccombere davanti al globalese. E la politica sembra più attenta a tutelare l’inglese che non la nostra lingua madre.

Il nostro ecosistema linguistico è schiacciato da uno squilibrio che va invece regolamentato. Il nostro patrimonio linguistico e la nostra identità linguistica vanno promossi e tutelati. Lo ripeto da un lustro dalle pagine di questo sito che ha appena compiuto 5 anni di vita. E passando dai lamenti all’azione, in questi anni, tra le tante iniziative, ho dato vita al più ampio repertorio di alternative agli anglicismi in Italia, ho lanciato una petizione a Mattarella sottoscritta da più di 4.000 persone, e ho presentato una petizione di legge alla Camera e al Senato sostenuta da oltre 2.000 cittadini.

Grazie al portale Italofonia.info e alla comunità degli Attivisti dell’italiano, in vista delle elezioni del 25 settembre, stiamo scrivendo ai parlamentari chiedendo loro, come elettori, di prendere in considerazione la nostra petizione di legge e di discuterla in Parlamento nel prossimo esecutivo.

Invito tutti coloro che hanno a cuore l’italiano a unirsi a noi e a fare sentire la propria voce. Lo si può fare in pochi minuti utilizzando questo modulo.

Un grazie di cuore alle oltre 350 persone che hanno già inviato la propria lettera e ai 2.100 elettori che hanno sottoscritto la petizione di legge. Queste firme saranno inviate in Parlamento non appena si insedierà il nuovo governo.

Rinominarsi in inglese: il “renaming” e l’alienazione del sé

Inseguendo gli anglicismi per la Rete capita di imbattersi negli argomenti più disparati. Per esempio: nel 2022 in Italia “Bricoman ha avviato la fase di rebranding (…) con il nuovo marchio Tecnomat”.
La cosa divertente o tragica, a seconda dei punti di vista, è che dietro la denominazione anglicizzata di “Bricoman” c’è un marchio di un’azienda francese che opera anche in Italia, Spagna, Polonia e Brasile, ma non nei Paesi anglofoni.

La denominazione in inglese di marchi e prodotti che non sono affatto inglesi è ormai sempre più frequente, ma a parte questo colpisce soprattutto la terminologia legata al “restyling” aziendale, per usare un itanglese più comune e meno tecnico. Il cambio del nome è anche indicato come un un “processo di remodelling” (ma in inglese si scrive con una “l” sola: “remodeling”), e sul sito dell’azienda è possibile vedere come procede il “renaming”, e cioè il cambio delle insegne, di ogni punto vendita, anzi store.

In questo “restyling” del “look” e del “design“, tra “rebranding”, “renaming” e “remodelling”, il nuovo logotipo mantiene lo stesso carattere, ma per essere tecnici la scelta del “font” – che una volta in tipografia si diceva “fonte” – oggi si chiama “lettering”. Questa terminologia che fa piazza pulita dell’italiano conferisce un’aurea di precisione e di scientificità attraverso i suoni inglesi perché implica l’adozione della lingua e delle categorie concettuali del “marketing”, dove tutto ciò che suona inglese appare più evocativo e più efficiente, e finisce per diventare necessario. L’italiano è invece la lingua dei subalterni e svilisce gli stessi concetti che si possono usare come sinonimie secondarie per il popolino, mentre gli addetti ai lavori ripetono la terminologia che importano direttamente dall’inglese come se fosse la lingua sacra e inviolabile.
Gli anglicismi che terminano in “ing” sono ormai così tanti che travalicano i singoli casi e si trasformano in una regola formativa, per cui se volessi coniare un neologismo in itanglese per indicare tutto ciò potrei forse parlare del fenomeno del “riconcettualing” che suonerebbe abbastanza chiaro, nella sua assurdità.

Naming e renaming

Nella Bibbia (Genesi 2,19), dopo aver creato gli animali Dio li condusse davanti ad Adamo perché desse loro un nome “poiché quel nome che egli avrebbe imposto ad ogni animale vivente quello fosse il suo nome”. Tutto ciò, oggi che l’inglese è diventato la nuova Bibbia, si chiamerebbe “naming”.
L’angloamericano è la lingua modello che dà il nome alle cose, e l’italiano la lingua imitatrice; ma dietro questo fenomeno linguistico c’è qualcosa di ben più profondo, e cioè una cultura-modello che si sta imponendo in ogni ambito – il lavoro, la tecnologia, la scienza, l’informatica, il cinema, la televisione… – che diventa l’unico prototipo da ripetere e imitare in modo acritico, dove i concetti chiave vengono riproposti in inglese perché in questo modo appaiono più evocativi. In questa riconcettualizzazione anglomane non entrano solo i concetti (e gli oggetti) nuovi, ma anche quelli comuni e già esistenti che regrediscono, quando non vengono abbandonati, mentre gli anglicismi sono spacciati per “novità” attraverso un lessico del nuovismo che dà loro una patina di superiorità.

E così le “graphic novel” sono superiori ai banali “fumetti”, il carisma di un “leader” è diverso da quello di una semplice “guida”, un “megastore” è più moderno di un “centro commerciale” o di un “emporio” (parola ormai in declino), uno “spinoff” è più tecnico di una “costola” o di una “derivazione”, il “jobs act” è più innovativo di una “riforma del lavoro”, e così via.

Quando ero ragazzo leggevo i fumetti dell’Uomo ragno, al cinema c’era Guerre stellari, giocavo a Monopoli, collezionavo gli adesivi, e dopo l’estate mi preparavo psicologicamente per il rientro a scuola. I ragazzi di oggi non sanno nemmeno cosa siano gli adesivi, per loro esistono solo gli “stikers”, hanno a che fare con Spiderman, con Star Wars e con il Monopoly – come si legge sulle nuove scatole, mentre quelle tradizionali sono definite in Rete con lo pseudoanglicismo “vintage” – e il primo giorno di scuola è diventato il “back to school” che infesta la Rete, i giornali e le vetrine.

Questi esempi di renaming e “riconcettualing” stanno trasformando la nostra lingua in itanglese, una varietà ibrida di italiano “newstandard” che non è altro che una lingua da colonizzati. È il frutto della combinazione di due fattori che si sovrappongono e danno vita all’attuale tsunami anglicus: dall’esterno c’è la fortissima pressione dell’inglese globale e l’espansione delle multinazionali statunitensi che si porta con sé la propria lingua, e sul fronte interno c’è il nostro complesso di albertosordità che ci fa preferire gli anglicismi a costo di inventarceli. Vogliamo fare come gli americani, per dirla con Renato Carosone, o forse di più, vogliamo “sentirci” ed “essere” americani, per dirla con Alberto Sordi-Nando Mericoni. Ma dietro l’anglicizzazione c’è un meccanismo psicotico di rimozione della realtà – direbbe Freud – che ci fa identificare con gli americani, e andando ancora più a fondo in questo fenomeno sociolinguistico il “renaming” in inglese di sempre più aspetti non coinvolge solo la lingua, le cose e i concetti, ma coinvolge il nostro “io” in un’alienazione del sé di cui il linguaggio è solo la spia dell’inconscio.

L’alienazione del sé

L’anglificazione del sé attraverso il renaming è un processo iniziato nel secondo dopoguerra, trainato dal mito americano indotto dal cinema, dagli esiti della guerra, dal piano Marshall, dalla musica, dalla pubblicità… E così negli anni Sessanta i cantanti hanno cominciato a darsi nomi anglicizzati (Patty Pravo, Little Tony, Bobby Solo, i Pooh), e lo stesso è accaduto per vari attori del cinema (Carlo Pedersoli è diventato Bud Spencer) mentre le pellicole italiane che continuavano l’epopea del far west – come se questa fosse la nostra storia – davano vita agli spaghetti western, e i bambini giocavano agli indiani e cowboy, e non certo a borboni e garibaldini, perché mettevano in scena ciò vedevano al cinema, lo vivevano e interiorizzavano. Con il passare dei decenni questo vezzo ha preso piede in modo sempre più consistente diventando un fenomeno sempre più emulato, sempre più allargato e profondo, che si è ormai trasformato in una mania compulsiva. I miei studenti di “storytelling” scrivono racconti i cui protagonisti hanno nomi inglesi e le automobili sono Cadillac, non Fiat punto, in uno sfondo che più che proiettare la realtà nostrana si ancora alle atmosfere dei film hollywoodiani e le continua, in una sostituzione del mondo reale con quello virtuale del cinema, della televisione, della pubblicità, dei videogiochi (chiamati solo videogame) e della Rete che li ha nutriti, formati e cresciuti. Ma questa alienazione del sé non è un fenomeno confinabile nell’ambiente giovanile o in un fatto generazionale, è la norma soprattutto nelle fasce sociali alte e nella nostra classe dirigente di politici, giornalisti, docenti universitari, tecnici, imprenditori…
E così Alitalia diventa ITA Airways, i canali Rai sono Rai movie, Rai news, Rai Gulp e via dicendo, le pubblicità della Sicilia puntano sul motto See Sicily che implica il rinominare la Trinacria in inglese, mentre non c’è ormai denominazione di un evento o di una mostra che non sia espresso in inglese. Dagli anni Novanta i titoli dei film non vengono tendenzialmente più tradotti e sono esportati in inglese, e lo stesso sta avvenendo per le trasmissioni televisive, che sono quasi esclusivamente formati, chiamati “format”, acquistati dagli Stati Uniti con il loro nome originale, ma anche i format nostrani ricalcano l’inglese, da Report alla rubrica Data Room di Milena Gabanelli; le notizie sono news e le denominazioni di sempre più testate giornalistiche, soprattutto in Rete, si appoggiano a news e a magazine, la cucina diventa Cook, il settore alimentare è quello del food, e persino le nostre eccellenze si esprimono in inglese, per cui l’italian design è strategico per il made in Italy.

In questa cultura coloniale l’anglicizzazione e il renaming sonno più importanti della comprensione, perché si punta a imporre e a educare all’inglese costi quel che costi.


Nella scorsa stagione televisiva ha avuto un grande successo una “candid camera” (“camera nascosta” non viene nemmeno in mente) sul Canale 9 intitolata Deal with it, un’espressione incomprensibile ai più e soprattutto impronunciabile. E quando al termine di ogni gioco il concorrente doveva rivelare alla vittima lo scherzo, nella metà dei casi non riusciva a dire il nome della trasmissione, che storpiava, ricostruiva malamente a orecchio o sostituiva con circonlocuzioni italiane rinunciando all’inglese per evitare figuracce. Questa trasmissione viola tutte le regole del marketing e della comunicazione che prevedono che il naming debba essere orecchiabile e arrivare a tutti, ma l’imposizione della lingua coloniale viene prima persino di queste cose.

Lingua e politica: “Una legge per l’italiano” supera i 2.000 sostenitori

Nel 2020, insieme ad altre 11 persone, ho lanciato una petizione rivolta al presidente della Repubblica Mattarella in cui chiedevamo un intervento simbolico davanti all’abuso dell’inglese nella politica italiana e nel Paese.

Nonostante più di 4.000 firme raccolte non ci mai pervenuta alcuna risposta, e così il 22 marzo 2021 – insieme ad altri 6 firmatari – ho presentato ai due rami del Parlamento una petizione di legge di iniziativa popolare sullo stesso tema strutturata in 11 punti concreti su cui agire. La proposta è stata assegnata al Senato (24 marzo, n. 795, VII Commissione permanente, Istruzione, beni culturali) e alla Camera (20 aprile, n. 727, VII Commissione cultura).

Ancora una volta, però, i tentativi di coinvolgimento di qualche gruppo parlamentare non hanno avuto alcun riscontro. Nel nostro ordinamento, infatti, anche se i cittadini hanno la possibilità di presentare petizioni di legge, nulla obbliga i parlamentari a discuterle e a metterle all’ordine del giorno; perciò, nella speranza di convincere qualche politico a prendere in considerazione le nostre istanze, abbiamo dato vita a una nuova raccolta di firme di altri cittadini che sottoscrivono l’iniziativa.

A oggi ci sono due novità. La prima è che il numero delle firme ha superato il traguardo simbolico di 2.000, e l’altra è che siamo entrati in campagna elettorale e forse la politica diventerà più sensibile nel dare una risposta a 2.000 elettori.

La speranza è che qualcuno cominci a prendere in considerazione e riflettere sull’opportunità di varare una politica linguistica per tutelare e promuovere l’italiano, che è un bene collettivo e contemporaneamente un risorsa su cui fare leva soprattutto all’estero.

Il tabù della politica linguistica

Il tabù tutto italiano di regolamentare la lingua ha delle motivazioni storico-sociali che risalgono al fascismo.
A dire il vero la questione era già sorta all’indomani dell’unità d’Italia che non corrispondeva a un’unità linguistica compiuta, visto che l’italiano si era affermato come lingua letteraria che viveva nelle pagine dei libri, ma di fatto le masse – in larga parte analfabete – parlavano nei loro dialetti. Nel 1868 il ministro Broglio istituì una commissione presieduta da Alessandro Manzoni che aveva lo scopo di risolvere la questione e di “ricercare e di proporre tutti i provvedimenti e i modi coi quali si possa aiutare e rendere più universale in tutti gli ordini di popolo la notizia della buona lingua e della buona pronunzia”. Ma fu un’esperienza fallimentare, perché non c’era un accordo su come dovesse essere l’italiano, che Manzoni identificava con la lingua viva della classe colta di Firenze, per cui lo scrittore si dimise, e anche se negli anni successivi sarebbe uscito il vocabolario di Emilio Broglio e Giovan Battista Giorgini, l’opera passò inosservata e a imporsi sul mercato furono altri dizionari di maggior successo che nascevano dalle imprese editoriali private.
Quello che invece ebbe maggior successo fu il nuovo programma scolastico per valorizzare la lingua unitaria varato con la legge Coppino del 1877 che introduceva l’obbligo della frequenza scolastica elementare e insegnava l’italiano con criteri prescrittivi uniformi.

Mezzo secolo dopo fu il fascismo a inaugurare una ben precisa politica linguistica, perché il controllo della lingua era strategico per la difesa del nazionalismo e la coesione sociale. La politica linguistica fascista intervenne nuovamente sui programmi scolastici, normò la nascita del sonoro, della radio e poi del cinematografo, diffondendo i canoni uniformi della pronuncia che si formò a Roma, dove dopo l’EIAR, l’ente radiofonico di Stato, sorse Cinecittà e la scuola di dizione e di doppiaggio alla base di quella moderna. Il fascismo si caratterizzò anche per la lotta conto i dialetti, estromessi dalla scuola e visti come un ostacolo all’affermazione della lingua nazionale. Cercò di imporre l’uso del “voi” anziché del “lei”, considerato come un retaggio della dominazione straniera, e si distinse soprattutto nella guerra ai barbarismi, che venivano messi al bando e sostituiti con le alternative italiane del ventennio.

Curiosamente, crollato il regime, fu solo questo ultimo aspetto a diventare un tabù che fu identificato con il fascismo. L’avversione per i dialetti – visti come un segno di ignoranza di chi non sapeva parlare l’italiano – continuò normalmente fino agli Sessanta. Nei film degli anni Cinquanta l’uso del “voi” rimase in auge per un decennio, eppure nessuno, davanti al doppiaggio di pellicole come Vacanze romane (Roman Holiday, 1953) in cui Audrey Hepburn e Gregory Peck si davano del “voi”, si sognò mai di bollare questo uso come “fascista”. Al contrario, qualunque riferimento al tema dei forestierismi ha suscitato fino a qualche decennio fa reazioni ideologizzate di scandalo, soprattutto negli ambienti di sinistra. Eppure l’ostilità nei confronti delle parole straniere non era un’ideologia intrinseca al fascismo, esisteva da secoli nelle prese di posizioni dei puristi, circolava negli scritti patriottici risorgimentali, e persino la tassa sulle insegne in lingua straniera del 1923 che inaugurò la campagna contro il “barbaro dominio” era stata già proposta a fine Ottocento.

Lingua, politica e potere: le lezioni di Gramsci e Pasolini

Antonio Gramsci, dal carcere dove il fascismo lo aveva rinchiuso, tra i tanti suoi scritti aveva dedicato alla lingua italiana delle riflessioni davvero acute e moderne. Fu il primo a interessarsi dell’italiano popolare che solo negli ani Settanta è stato preso in considerazione dagli studiosi, ed era ben consapevole della frattura tra la lingua delle masse e l’italiano che le classi dirigenti volevano imporre. Nel 1935, guardava alla grammatica che “opera spontaneamente in ogni società” e tende a unificarsi in un territorio come fatto culturale solo perché esiste un ceto dirigente che la impiega facendola divenire in questo modo un modello riconosciuto e seguito. Ma ogni “grammatica normativa scritta è quindi sempre una ‘scelta’, un indirizzo culturale, e cioè sempre un atto di politica culturale-nazionale.” Dunque ogni volta che riaffiora la questione della lingua “si sta imponendo una serie di altri problemi: la formazione e l’allargamento della classe dirigente, la necessità di stabilire rapporti più intimi e sicuri tra i gruppi dirigenti e la massa popolare-nazionale, cioè di riorganizzare l’egemonia culturale.”

Gramsci era consapevole della natura politica della lingua e i “focolai di irradiazione” erano per lui la scuola, i giornali, gli scrittori sia d’arte sia popolari, il teatro e il cinematografo sonoro, la radio, le riunioni pubbliche di qualunque natura, anche religiosa, oltre alle conversazioni tra ceti colti e meno colti e ai dialetti. Dopo la sua morte, il fenomeno delle migrazioni interne al Paese avrebbe accentuato il ruolo di queste “conversazioni” che tendevano all’italiano per superare le barriere di incomprensione e mettevano i dialetti ai margini. E il ruolo della televisione avrebbe inciso in modo ancora più determinante rispetto a quello di radio, cinema e teatro.

A comprendere dove stava andando l’italiano del Novecento in modo ancora più attuale, negli anni Sessanta, fu Pier Paolo Pasolini che aveva colto la fine del ruolo dominante degli scrittori, nel modellare la lingua. “I centri creatori, elaboratori e unificatori del linguaggio” non erano più le università, ma le aziende, in un mondo dove al centro della nuova lingua ci sono i prodotti di consumo e tecnologici. Erano ormai gli imprenditori, gli scienziati e i giornalisti (nella loro accezione anche televisiva) coloro che avevano sempre più il potere di decidere della sorte della nostra lingua. Il nuovo italiano era tecnologizzato, invece che umanista e raccoglieva gli influssi del modo di parlare dell’asse industriale Torino-Milano che si sostituivano ai modelli basati sull’asse Firenze-Roma. Si trattava di un italiano pratico, poco letterario e poco estetico, dove la comunicazione contava molto più dell’espressività, e dove nell’omologazione e nell’appiattimento linguistico mancavano la vitalità e la creatività espressive che caratterizzavano i dialetti. Questo italiano che tendeva alla semplificazione sintattica, alla diminuzione dei latinismi e al lessico tecnico più che letterario esprimeva il linguaggio della nuova classe egemone, la “borghesia capitalista” la cui influenza unificatrice assumeva il ruolo delle monarchie aristocratiche nella formazione delle grandi lingue europee. Le riflessioni pasoliniane partivano dall’analisi di un discorso di Aldo Moro, perché anche la politica si era appropriata di questo linguggio.

Dalla diffusione dell’italiano a quella dell’itanglese

E nel nuovo Millennio cosa sta accadendo?

La lingua tecnologica non arriva più dal nord del nostro Paese, ma si è spostata fuori dall’Italia e ci arriva direttamente in inglese, in un passaggio dalla lingua della borghesia padronale alla lingua dei manager e dei tecnocrati che si esprimono attraverso gli anglicismi.
Quello che sta avvenendo è che i nuovi focolai e i nuovi centri di irradiazione della lingua, per dirla con Gramsci e Pasolini, stanno diffondendo l’itanglese, la lingua delle aziende e della terminologia tecnica, che è anche la lingua sempre più usata dalla stampa giornalistica e televisiva, nella formazione, nelle università e nella nuova politica basata sulle regole del marketing. La lingua modello che la nuova classe dirigente sta imponendo è quella del nuovo modello di cultura che importa concetti e parole direttamente dall’angloamericano, mentre l’italiano è la lingua-cultura imitatrice che ripete in modo supino senza tradurre, adattare e rielaborare tutto ciò che è nuovo. In questa anglicizzazione compulsiva non ci limitiamo solo a importare anglicismi crudi senza saperli reinventare, quel che è peggio è che le parole-concetti inglesi si sovrappongono ai nostri e li fanno regredire. Sono i “prestiti sterminatori” che fanno piazza pulita dell’italiano, i killer di assassino, di calcolatore davanti a computer, di dirigente davanti a manager, di guida davanti a leader

Una legge per l’italiano

L’assenza di una politica linguistica per tutelare e promuovere l’italiano si traduce in un anarchismo dove vige la legge del più forte, quella della globalizzazione e dell’espansione delle multinazionali, e il fatto che il linguaggio istituzionale diffonda e difenda l’inglese invece della nostra lingua è qualitativamente grave e quantitativamente pesante. Il problema non sono i singoli anglicismi, ma il fatto che i nuovi centri di irradiazione della lingua che un tempo hanno unificato l’italiano oggi lo stanno distruggendo e ci stanno educando all’itanglese. E i politici sono in prima linea in questo percorso.

Non fare nulla e stare a guardare come fanno i nuovi linguisti descrittivi non significa né essere neutrali né essere liberali. Significa schierarsi dalla parte del più forte ed essere complici dell’itanglese e del globalese che stanno snaturando e depauperando il nostro patrimonio linguistico con cui entrano in conflitto.

Per questo, in vista delle elezioni, stiamo cercando di coinvolgere i politici a riflettere su questi problemi e a comprendere che è più che mai necessario ricominciare a parlare di una politica linguistica in modo serio, lasciandoci alle spalle quella del fascismo e guardando a ciò che avviene in Francia, in Spagna, in Svizzera, in Islanda e in molti altri Paesi dove le istituzioni arginano l’anglicizzazione e deprecano gli anglicismi, invece di favorirli. La politica linguistica italiana, al contrario, è ormai da tempo volta alla tutela dell’inglese, prima che alla nostra lingua, mentre si vogliono anglificare i corsi universitari, si introduce l’inglese come obbligo – e non più come scelta – nella scuola e nei concorsi pubblici, nella presentazione dei progetti di ricerca (Prin) e per i fondi sulla scienza (Fis) che discrimina, insieme all’italiano, anche la conoscenza delle altre lingue che diventano di serie B, in un passaggio dal plurilinguismo, inteso come valore e ricchezza, a un monolinguismo a base inglese che schiaccia ogni altra lingua e cultura e ci appiattisce e uniforma sul modello del globalese.

La nostra proposta di legge chiede di evitare gli anglicismi nel linguaggio istituzionale e nei contratti di lavoro, di avviare campagne mediatiche e nelle scuole contro l’abuso dell’inglese e per la promozione dell’italiano, di emanare linee guida nell’amministrazione esattamente come si è fatto per il linguaggio non sessista, per non discriminare in modo analogo il nostro patrimonio linguistico. E di rivalutare il ruolo di un’istituzione come l’Accademia della Crusca e considerare l’italiano come un bene da tutelare, promuovere ed esportare.

Attualmente, approfittando della campagna elettorale, stiamo riprovando a contattare vari parlamentari nella speranza che nel prossimo governo anche l’italiano sia posto all’ordine del giorno. A ottobre, quando il nuovo governo sarà formato, invieremo le firme raccolte in parlamento.
Intanto, sul portale Italofonia.info, oltre a continuare la raccolta firme a sostegno della nostra iniziativa, qualche giorno fa sono stati predisposti dei moduli con cui ogni firmatario può contattare direttamente alcuni parlamentari che in passato si sono contraddistinti per avere manifestato una certa sensibilità su questo tema. Non sono molti, e appartengono a schieramenti politici diversi, ma ognuno può rivolgersi al politico che sente più affine alle proprie posizioni e scrivergli direttamente chiedendogli, come elettore sensibile a questo tema, di fare qualcosa perché la nostra proposta di legge venga portata in Parlamento e discussa. Naturalmente ognuno è libero di contattare anche altri politici, visto che la proposta di legge è trasversale a ogni schieramento e fuori da ogni ideologia.

Al momento già più di 200 persone hanno utilizzato questo modulo e inviato la loro lettera. È una battaglia difficile, ne siamo consapevoli, ma bisogna almeno provarci. E più saremo più avremo la forza di farci ascoltare. In ogni caso, ringrazio di cuore gli oltre 2.000 cittadini che hanno firmato e quelli che hanno già scritto al loro politico di riferimento.



Per firmare e sottoscrivere la petizione di legge:
https://attivisti.italofonia.info/proposte/legge-vivalitaliano-2021/

Per scrivere direttamente a un parlamentare:
https://italofonia.info/una-legge-per-litaliano/#scrivi

La “S” di governance (Grammatichetta di itanglese)

Una recente consulenza della Crusca spiega che governance è una parola “di origine straniera ma è ormai divenuta italiana”, quindi non presenta problemi, mentre l’adattamento governanza dà “l’impressione di un termine antiquato, più adatto a un romanzo cavalleresco che a un consiglio di amministrazione o al testo di un decreto”. Del resto, nota l’autore del pezzo a proposito delle parole inglesi ormai italiane, “è difficile sostenere che titoli di leggi non possano contenere” parole come computer.

Questo giudizio si basa un approccio descrittivo e quantitativo, e anche il Devoto Oli – che nell’edizione del 1995 marcava computer, mouse e un altro centinaio di simili voci di alta frequenza come parole inglesi – nelle nuove edizioni ha tolto la marca di anglicismo, e la loro origine inglese è stata spostata nello spazio dedicato all’etimologia, come fossero parole italiane di origine inglese. Il nuovo approccio descrittivo va tanto di moda e guida i linguisti di ultima generazione che hanno smarrito un punto di partenza fondamentale, quello dell’identità linguistica: il sistema orto-fonologico che caratterizza l’italiano, e cioè il modo di scriverlo e di pronunciarlo.
C’è infatti una bella differenza tra l’italianizzazione di una parola e il trapianto di una voce non adattata. Quest’ultima rappresenta il più delle volte un “corpo estraneo” che non si amalgama con il tessuto linguistico, per dirla con Castellani. Sottolineare questa differenza non è un atteggiamento da puristi, visto che è un “paletto” dato per scontato da tutti i più aperturisti teorici dell’accoglimento delle parole straniere: Machiavelli, Muratori, Cesarotti, Leopardi, persino Alessandro Verri, autore della celebre Rinunzia al vocabolario della Crusca. Nessuno di loro ignorava questa fondamentale distinzione.

Accantonare la questione dell’identità linguistica e proclamare italiane le parole inglesi che la violano porta alla legittimazione dell’itanglese, in un atteggiamento solo descrittivo che non tiene conto della norma e dei giudizi qualitativi. Se si adotta questo criterio, bisogna però andare fino in fondo. In gioco c’è la definizione di che cosa sia l’italiano: se computer e governance sono parole italiane, per coerenza si riscrivano anche le grammatiche!

La “S” di governance

Le grammatiche tradizionali distinguono due suoni per la “S”, quello sordo di parole come sasso, e quello sonoro di sbaglio, chiamato così perché nell’emettere il suono facciamo vibrare le corde vocali. Ma passando dai fonemi ai grafemi sono rimaste a un sistema di trascrizione dei suoni inadeguato al nuovo “italiano” sancito dai nuovi linguisti.

Se governance è parola italiana, prendiamo atto che il suono “S” si può trascrivere anche con il grafema CE. È lo stesso suono che si ritrova all’interno di parole ormai “italiane” come city, suspance (forma inesistente al posto di suspense), compliance, concept, iceberg, influecer, intelligence, dance e lapdance, residence, service

Ma allora la S si può anche scrivere Z, come nel caso del citizien journalism. Altri esempi: magazine, apetizer, friendzone e friendzonare… diversi dalla Z di zapping, zip, zoom o zombie… pronunciata come in italiano.

Anche il suono SCE, che una volta si scriveva così e con le eccezioni come coscienza, scienza e derivati (fantascienza, pseudoscienza…), oggi va rivisto, nelle sue formulazioni.

Se si abbandona l’identità linguistica e si passa all’analisi esclusivamente descrittiva e quantitativa delle parole inglesi accolte nell’italiano, allora prendiamo atto che il suono è espresso anche con SH, e altre volte con i grafemi CHE, TION e SION.

Vediamo la situation con degli esempi di altissima frequenza: show, shock, flash, shampoo, trash, hashtag, leadership, marshmallow, milk-shake, shaker, shopper, shop, shopping, pusher, push up, refresh, slash… L’elenco è sterminato, non si tratta di qualche esempio one shot!

Altre volte il suono SC si può rendere in itanglese con CHE, come nel caso della cache, la memoria che ogni tanto è bene svuotare facendo il cleaning al computer, quella che mostra Google nelle copie cache dei documenti che archivia. Da non confondere con il cash, quello che un tempo si diceva anche contante e che nel nuovo “italiano” ha prodotto il cashback.


Un altro modo per trascrivere SC è quello contenuto nelle parole in -TION, come la svalutation di Celentano, e nei suoni in escion che ci piacciono tanto e vanno ormai di gran moda: location, nomination, compilation, deregulation, corporation, education… e in questa escalation ci sono suoni rafforzati dall’apposizione della C come ele-c-tion day, collection… Passando dalla E alle altre vocali tematiche ci sono la fiction, gli optional e tante altre belle parole. Tra queste bisogna ricordare almeno le extension, e anche la vision, dove al suono SC si aggiunge una sfumatura che tende verso SG, un meraviglioso suono che ci mancava e che dimostra una cosa molto semplice: gli anglicismi sono da intendersi come un arricchimento della nostra vecchia lingua, sono qualcosa che si aggiunge come un dono!

Ma cominciare con le S e Z sorde e sonore e con queste considerazioni disordinate non si conviene a una grammatica che si rispetti, forse è meglio fare un rewind per un restart più poderato, magari partendo dalle vocali, dove il concept del dono si ricava forse meglio.

Ispirato dalla prima grammatichetta descrittiva della lingua toscana che compose nel Quattrocento Leon Battista Alberti, nel mio piccolo, sto provando anch’io a stendere le linee guida di una prima Grammatichetta dell’itanglese, con le regole che chi proclama italiane le parole inglesi dovrebbe aggiungere alle grammatiche tradizionali.

Chi è curioso può leggere di seguito la prima bozza ancora incompleta e un po’ rozza.

Buone vacanze a tutti.

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GRAMMATICHETTA DI ITANGLESE


PARTE I: la fonologia

§ Come si legge il grafema A

In italiano A = A
In itanglese A = A, ma anche E, O, EI


A si legge A in parole come abaco, spam, hardware
• A si legge E in parole come back, badge, band, baseball, brandy, candid camera, cracker, dandy, lady, stand, range, flashback, gangster, glamour, happy hour

In parole come airbag (pron. àir-bèg) la e è aperta, ma in altre come baby, si legge chiusa (béby).
Esempio per comprendere la differenza di pronuncia della E:
“In men (pron. chiusa mén) che non si dica arriva superman (pron. aperta mèn)”.

• A si legge O in parole come call, hall

• A si legge EI in parole come case quando non è il plurale dell’italiano casa.
Es. case history, case sensitive, case study… e anche nello pseudoanglicismo beauty case.

CONSIGLIO DI STILE: anche se l’italiano database si può leggere come si scrive, il consiglio per gli amanti dell’itanglese è di sfoggiare una dizione più inglese (pron. databèis).

Altri esempi di alta frequenza di parole ormai italiane: container, fake, frame, game, hit parade, nickname, pacemaker, cake designer, home page

ATTENZIONE: le parole in AY si leggono EI (es. gay, day, display, layout…) tranne nel caso di spray, che in itanglese è un’eccezione: si pronuncia sprài.

§ Come si legge il grafema E

In italiano E = E aperta o chiusa
In itanglese E = E aperta o chiusa, ma anche I o muta


E si legge E in parole come elefante, election day, best seller, top ten, export, executive
• E si legge I in parole come email e i derivati di electronic abbreviato (ebook, e-reader…), ma spesso la pronuncia in itanglese oscilla e viene detta E soprattutto nel caso di e-commerce. Invece è obbligatorio pronunciarla I in altri casi, es.: Peter (pron. pìter) Parker è Spiderman (un tempo era l’Uomo Ragno).
• E non si legge (è muta) a fine parola in casi come bike, slide, home e home page… e all’interno delle parole quando è seguita da “i”, es.: piercing, brief.

§ Come si legge il grafema I

In italiano I = I
In itanglese I = I, ma anche AI, EA

I si legge I in parole come: imbuto, identikit, import, impeachment, imprinting, all inclusive, indoor

La “i” è però infida (pronuncia italiano: infìda) perché altre volte si pronuncia all’inglese, es.: industrial design → nella prima parola le i sono i, nella seconda sono ai.

I si legge AI in parole ed espressioni di alta frequenza come I love New York, ma anche iceberg, bastardo insight, firewall


Le file e le pile in italiano sono il plurale di fila e pila, ma nella transizione dall’italiano all’itanglese il pile e il file, parole a tutti gli effetti italiane vista la loro frequenza e datazione, si pronunciano invece fàile e pàile.

Pile è uno pseudoanglicismo che in inglese non si usa: questa è la prova che l’itanglese è una lingua autonoma e nuova, è l’evoluzione dell’italiano che si modernizza, ed è tutto normale perché le lingue si evolvono da sempre, come aveva capito Lapalisse (pronuncia in itanglese: lapalàis)!


PRIVACY: Anche se gli inglesi dicono “prìvasi”, il consiglio è di dire “pràivasi” come fanno gli statunitensi. In caso di difformità di pronuncia è sempre bene fare come gli americani, per citare i pionieri dell’itanglese Nando Mericoni e Renato Carosone. Dunque meglio scrivere humor invece di humour all’inglese!

I si legge con un suono simile a EA in parole come birdwatching.

Anche la Y talvolta si legge AI e cyber non si sa bene sempre se dirlo all’italiana o all’inglese; per non sbagliare il consiglio per gli anglomani è di dirlo sempre sàiberg anche nei composti! Es.: cybersicurezza, cybercriminale, cybersex

§ Come si legge il grafema O

In italiano O = O aperta o chiusa
In itanglese O = O aperta o chiusa, ma anche U

O si legge O in parole come obbligo, offshore, on demande, over 60, computer, top model, social

La O – come la E – in italiano ha due pronunce per cui le domande da pórci (pronuncia chiusa, da “porgere”) non sono come le domande da pòrci (cioè da maiali). Ma forse è tutto più chiaro facendo esempi in itanglese: la O chiusa è quella di QR code o pole position mentre usiamo la pronuncia aperta quando diciamo I love you ascoltando un podcast.

• O si legge U in parole come movie, back to school, peer to peer

§ Come si legge il grafema U

In italiano U = U
In itanglese U = U ma anche A, I, IU

• U si legge U (es.) in parole di alta frequenza come uva, usability, utility, username, pullman, o ancora in enunciazioni mistilingue come “a poker ho fatto un full” o “sono fuori dal tunnel”.


ATTENZIONE: tunnel in itanglese è un’ECCEZIONE che si legge come si scrive, al contrario dell’inglese in cui si pronuncia pressapoco “tànel”. Anche bus a volte è detto all’italiana (soprattutto nei composti come autobus) e a volte con sfoggio della A di America.

U si legge A in parole di alta frequenza come brunch, club, budget, cult, cutter, customer care, customizzare, just in time, under 21, upgradare, uploadare, check-up, pub, pulp, runner, running, rush finale, top gun…

Puzzle una volta si diceva all’italiana, ma così aveva un “brutto suono”, per citare Paolo Monelli, che ricorda cose poco profumate: adesso finalmente tutti dicono pàsol!

ATTENZIONE: altre volte la U in itanglese si legge più simile alla E come nel caso di bluff.

• La U si legge I nel caso di business e dei suoi derivati (businessman, business plan, business class…).

• La U si legge IU, e si comporta da dittongo, nel caso di computer e computerizzare, humour, community, consumer, duty free shop


PARTE II: l’ortografia

§ Come si scrive il suono A

In italiano A = A
In itanglese A = A, U


• Il suono A si scrive con la lettera A in parole come amore, acquascooter, scanner, tag, pancake (a volte è una pronuncia diversa rispetto a quella degli anglofoni).
• Il suono A si scrive con la lettera U in parole ed espressioni di alta frequenza come fuck you, bundle, customer care, customizzare

§ Come si scrive il suono E

In italiano E = E
In itanglese E = E, ma anche A


Il suono E si scrive E in parole di alta frequenza come energia, escort, emoticon, endorsement, editor… e nel plurale men (es. “Ho visto il film Men in black, un vero cult!”). Ma al singolare, man, il suono E si scrive con la A, come nei casi badge, happening, hater, home banking, make up, plaid, tasto play, player, playback, play boy, playlist, snack, takeway

§ Come si scrive il suono I

In italiano I = I
In itanglese I = I, ma anche E, EA, EE, IE, Y


In italiano c’è una sola i al contrario dell’inglese, dunque in itanglese la pronuncia di bitch (= puttana, es. “Son of a bitch!”) e di beach (= spiaggia, es. beach volley) sono identiche.
Ma andiamo con ordine.

Il suono I si scrive I in parole di alta frequenza come istrice, sprint, infopoint, influencer, instant book, internet, interpol, intelligence, salvaslip e i composti di slip (pseudoanglicismo da non confondere con to sleep = dormire, es.: “Chi sleep non piglia fish”)…
Il suono I si scrive EA in parole come appeal, easy, leader, leasing, reading, release, sneaker, speaker, team, striptease, streaming


ATTENZIONE: spread è un’eccezione! Non dite MAI “sprid”, si pronuncia sprèd!

• Il suono I si scrive EE in parole come street (street art, street food, Wall street…), green, agreement, engineering, free, freezer, meeting, weekend, pedegree, screening, screenshot, screensaver, roastbeeff, teenager
• Il suono I si scrive E in parole come e-book, top secret, Peter Pan, ground zero
• Poiché la E finale è muta, il suono I si scrive IE in parole come movie (action movie, B movie…), barbie o hippie, che si può scrivere anche con la Y (hippy).

Talvolta, infatti, I si scrive con la Y per esempio in canyon, e in tutte le parole che terminano in Y come boy scout, gallery, curvy, history, papy, mamy, baby, happy, copy, austerity, authority, whisky

Ci sarebbe anche la J che un tempo da noi si chiamava i lunga, ma adesso non è più vocale e si pronuncia gèi.
In attesa di poter dire leggittimamente: “Sono andato a Gesolo con Giacopo e Giolanda che tifano Giuventus”, per ora ci si può limitare all’ostentazione di giunior al posto di junior.

ATTENZIONE: TROJAN è un’eccezione e in itanglese si sente dire con la i, solitamente.

§ Come si scrive il suono O

In italiano O = O
In itanglese O = O, ma anche OA, A, AU

Oltre che con la O, come in italiano (es. self control), in itanglese il suono O si può rendere anche con la A (call center, small, talkshow…), oppure con la OA di toast. Es.: roastbeef, broadcast, download, coach e coaching, board editoriale, skateboard


ATTENZIONE: c’è anche la possibilità di usare AU come nel caso di audience (pron. odiens) che però è considerata un’eccezione: infatti automotive, austerity, authority… si leggono AU come in italiano.

§ Come si scrive il suono U

In italiano U = U
In itanglese U = U, ma anche O, OO


• U si scrive U in parole come ufo, utility, usability
• U si scrive O in espressione come Basilicata coast to coast, movie
• U si scrive OO in very good, bazooka, zoom, book, boom, room food, look, motoscooter


ATTENZIONE: davanti a due OO bisogna stare attenti alle eccezioni perché mica sempre si dice U, a volte si dice A, per es.: “Barman, mi porti un cocktail, please! Vorrei un bloody mary!”
Anche la trasmissione di Bruno Vespa Porta a porta in inglese sarebbe Door to door (dove le doppie O si leggono O e la O di to si legge U), e lo stesso vale per le coltivazioni di marijuana o le gare ciclistiche indoor e outdoor.


ECCEZIONE: in itanglese anche shampoo si pronuncia con la O finale, e non con la U come in inglese!

§ Dittonghi, iati e oltre

In italiano AU = AU
in itanglese AU = OU
ma anche OW

In italiano ci sono i dittonghi, quando due vocali sono pronunciate con una sola emissione di fiato come fossero un tutt’uno (es. piede), e gli iati (es. po-eta), ma l’itanglese ci porta ben oltre.

Il suono AU di causa e di mouse si può rendere con OU o OW.
Es.: account, bounty killer, out, compound, house, happy hour, fare outing, outfit, outsider, outsourcing, scout e scouting
Oppure: clown, down, download, browser, brownies, countdown

Un tempo la W era da noi pronunciata come V in parole come Wagner o W l’Italia. Ma nel passaggio da Walter e Uolter, ormai l’interferenza dell’inglese l’ha trasformata in vocale, es.: weekend, new, new entry, news, newsletter, password, network, software, hardware, spending review, workstation, web community, webcam

ATTENZIONE ALL’ARTICOLO!
Il suono UO di uomo in italiano richiede l’articolo LO (es. l’uovo), ma in itanglese il sono UO di work richiede l’articolo IL, dunque si dice il walkie talkie, il work in progress, come davanti alla lettera V di vip e di viral marketing. Lo stesso vale per il wiskhy e il water (che si pronuncia uoter nell’espressione water polo).

Anche il dittongo IU di chiuso in itanglese si può scrivere in altre modalità, es. lo IU di beauty o di computer.


§ Altri suoni in consonante

Chi si ricorda la favola della C dura (velare) che si pronuncia dolce (ma vale anche per la G) davanti alle vocali E e I? E la regola che per renderle dure si rafforzano con l’H come in chiave o pieghe?

In itanglese non è affatto così e può avvenire tutto il contrario: basta un’H per addolcire i suoni come in chat, cheap e chip, check in e checkout, coach, coaching

L’H si usa anche in tante altre parole come thriller, formaggio light, pet therapy, bluetooth… e a inizio parola, oltre ai casi del verbo avere (ho, hai, ha) ricorre in hard disk, hacker, happening, hot spot, help desk, hipster

In itanglese il suono C duro si può rendere anche con la K (killer, work in progress, basket, pink, punk, milkshake, film maker, book, look, lo pseudoanglicismo parking…), che talvolta si può marcare con il CK (backup, click) e talvolta con la doppia K (trekking).

Allo stesso modo la G dura di targhe o di ghiro in itanglese non ha bisogno dell’H, es.: target, caregiver
A volte per rendere la pronuncia dura ci si appoggia alla U, es.: guinness.

In italiano le parole che terminano in GE si leggono GE, es: silloge, strage… ma in itanglese la E finale in questi casi è muta, es.: vintage, bondage o extralarge

Il suono della G si può rendere anche con la I lunga: deejay, jeep, junior, jet, jingle, job, jogging, jolly jukebox, jumbo, junk food, just in time

In itanglese GLI non si legge come in italiano “gli” di fermagli e appigli, ma in modo duro come in anGLIcismo o glitterato (ma anche in italiano c’era già questa pronuncia in parole come glicine o glicemia).

Ci sarebbe poi il suono F che si rende con il PH: big pharma, graphic novel, effetto morphing, smartphone… e anche tante altre cose. Ma ho già trattato delle regole per ibridare le parole (screenare), per ricomporle con l’accostamento di radici inglesi (smart working) e italiane (baby-delinquente, libro-game). Così come ho già detto delle regole formative (blogger invece di bloggatore, no vax invece di antivaccinista, covid hospital invece di ospedale covid) o dei “prestiti” sintattici che stravolgono l’ordine delle nostre parole (social media marketing).

Storie vere e pensieri sparsi sull’itanglese

Qualche tempo fa un’amica mi ha chiesto un parere sull’anomala struttura di un contratto editoriale che le aveva sottoposto una nascente casa editrice italiana dal nome anglicizzato. Quello che mi ha più stupito, dal punto di vista del lessico, è che la tradizionale distinzione tra libri in brossura e rilegati era ridefinita attraverso l’espressione “Hard Cover”, al posto della legatura, che nel settore indica il più popolare concetto di “copertina rigida” perfettamente esprimibile in italiano. E il circuito delle edicole diventava “Kiosk”.

Hard cover e kiosk

L’uso di questi “pseudotecnismi”, in un contratto valido per il mercato italiano, rivela tutta l’ignoranza del linguaggio tipico della tradizione editoriale, e un cambio di paradigma dove i modelli non sono più quelli nostrani, ma sono mutuati e scopiazzati da formule contrattuali del mondo anglosassone. È la nuova cultura anglomane che fiorisce sull’ignoranza della nostra storia, perché il suo unico riferimento è ormai l’anglosfera; e in questa cesura, la terminologia inglese viene allo stesso tempo istituzionalizzata in modo formale, con un ingresso in un contratto che contemporaneamente fa piazza pulita della nostra nomenclatura.

Recentemente leggevo un articolo sui dialetti che poneva l’accento sul fatto che la loro distinzione dalla lingua nazionale si basa soprattutto sull’uso amministrativo e ufficiale, che impone alla lingua una standardizzazione non richiesta per i dialetti. Storicamente la normazione dell’italiano è avvenuta grazie ai modelli letterari di prestigio basati sul toscano, in un processo secolare che, dopo l’invenzione della stampa a caratteri mobili, ha conosciuto un’uniformazione da parte dei tipografi che hanno anticipato quella delle prime grammatiche cinquecentesche; e poi dell’attività normatrice della Crusca, e poi dei vocabolari…

Fuori dalla lingua letteraria l’unificazione è passata attraverso la lingua dei giornali, e nel Novecento soprattutto dalla scuola, dal linguaggio amministrativo e istituzionale, e poi dalla televisione. Che cosa resta di tutto ciò?

Poco e niente.

Il vocabolario è buttato via, quando si parla di “hard cover” e “kiosk”; finita l’epoca educatrice, la televisione è lo specchio dei fenomeni linguistici che si diffondono sotto le pressioni anglocentriche della globalizzazione. Mentre i linguisti hanno abbandonato ogni intento normativo per fare i descrittivi, non sempre a dire il vero, ma di sicuro davanti alla questione dell’itanglese si pongono in questa prospettiva, quando non negano il fenomeno. E il problema secolare dell’identità linguistica è scomparso dalle loro preoccupazioni.

Ticket

La scorsa settimana ho rifatto la carta d’identità, l’inserviente mi ha detto che dovevo prendere il “ticket” e credevo che quella parola fosse frutto di un suo modo di dire personale, prima di constatare che era il linguaggio istituzionale dello sportello, per cui il biglietto o il numerino di attesa si è buttato via: c’è solo il ticket senza alternative.

Il punto non è la parola ticket, introdotta da decenni a livello politico per edulcorare una tassa sanitaria (il ticket sanitario), per poi allargarsi a parola comune utilizzata al posto dell’italiano come fosse la cosa più normale. Il problema è che è tutto così. I politici non si pongono il problema di cosa sia il linguaggio istituzionale, e sguazzano nei jobs act e nel cashback, tra family day, flat tax, navigator e governace. Il linguaggio del lavoro è anche peggio: siamo ormai di fronte a un collasso di ambito. Quello informatico non è da meno. La scuola è fatta di master e di tutor che impongono la newlingua anglicizzata che diviene la coloritura della comunicazione della nuova cultura.
Il punto non sono i singoli anglicismi, ma il fatto che tutti i centri di irradiazione della lingua, quelli che storicamente hanno unificato, diffuso e standardizzato l’italiano, oggi stanno standardizzando la sua commistione con il lessico inglese. In modo sempre più pervasivo e ufficiale. Per questo non c’è scampo.

Pingue

Anche se sembra una barzelletta non lo è, si tratta di un episodio reale che fa riflettere su dove stiamo andando. Due adolescenti studiano assieme, e durante la lettura di un libro il primo incontra la parola “pingue”, di cui ignora il significato e chiede delucidazione all’altro, il quale risponde che non sa cosa voglia dire, ma del resto ha sempre avuto problemi con l’inglese.
Nello tsunami anglicus che ci travolge, a stupire non è tanto l’ignoranza del significato di pingue, in fondo gli adolescenti hanno una scarsa padronanza del lessico, che si acquisisce con il tempo. Fa rabbrividire il fatto che ormai davanti a una forma insolita viene naturale pensare che non sia italiana, ma inglese, magari pronunciata “pinghiù” come fosse imparentata con l’”emotional rescue” dei Rolling Stones o chissà che altro.

Dopo essere stati colonizzati dal mito americano del cinema, del piano Marshall, della pubblicità, delle merci, della musica, della televisione e di Internet abbiamo cominciato a introiettare le strutture concettuali d’oltreoceano, insieme ai loro valori sociali, in un’identificazione che ci sta portando all’alienazione linguistica.

Il naturale amore della propria loquela”

Dante, prima ancora di dare vita alla Commedia che ne ha fatto il padre dell’italiano, nel Convivio, scriveva che tre le ragioni del suo ricorrere al volgare c’era anche “l’amore ch’io porto a la mia loquela, che è a me prossima più che l’altre”, il “naturale amore de la propria loquela” che gli faceva a respingere le ragioni dei “malvagi uomini d’Italia” che disprezzano la propria lingua in favore de “lo volgare altrui”.

Oggi l’amore per la nostra loquela è stato smarrito, insieme alla nostra storia, e gli uomini che la disprezzano e la ignorano in favore dell’inglese hanno occupato i posti nevralgici della normazione dell’italiano, che non è più “prossima” e “naturale” nella transizione all’itanglese.

E dunque si diffondono hard cover, kiosk, ticket, business, under 35, export, call, public speaking… e giorno dopo giorno, parola dopo parola, con una velocità e un’intensità che non hanno predenti nella storia, veniamo fagocitati in un nuovo volgare ibrido dove al centro c’è l’english sound che segna la distruzione dell’italiano per farlo regedire a un dialetto anglicizzato dell’anglomondo.

La favola dei prestiti linguistici: un concetto da buttar via

Tappolet! Chi era costui?
Pochi in Italia conoscono e citano questo studioso di cui non esiste nemmeno una voce sulla Wikipedia (tranne nella versione in tedesco), eppure tutti ripetono, spesso a vanvera, e danno per scontata una sua riflessione.

Enrst Tappolet (1870-1939) era uno studioso svizzero che tra le altre cose si occupò delle motivazioni culturali che portavano ad utilizzare certe parole tedesche nelle aree dove si parlavano i dialetti francofoni. E in un libro del 1914 (Die alemannischen Lehnwörter in den Mundarten der französischen Schweiz) fece una distinzione tutta teorica per distinguere i prestiti di cui esiste già un corrispondente, che interpretava dunque come scelte “di lusso” (Luxuslehnwort) da quelli che portano qualcosa di nuovo di cui non c’è già un corrispondente, e che venivano perciò considerati una “necessità” (Bedürfnislehnwort).

Questa distinzione era destinata a conoscere un’inesplicabile fortuna, in Italia, dove i linguisti l’hanno ripetuta facendola diventare un dogma e un postulato dalla validità universale, dimenticando l’autore, il contesto storico in cui si inseriva, e trascurando ogni atteggiamento critico sul senso della sua suddivisione. Ma prima di entrare nel merito di questa classificazione delle parole straniere, è utile domandarsi perché vengono definite impropriamente “prestiti”.
Negli anni Ottanta Gian Luigi Beccaria scriveva: “Curiosa parola in uso tra i linguisti: la lingua che presta il vocabolo non ne rimane priva, e la lingua che riceve non è obbligata a restituirlo” (Gian Luigi Beccaria, Italiano. Antico e nuovo, Garzanti, Milano 1988, p. 241).

L’origine del concetto di prestito linguistico

L’origine della metafora del prestito, un tempo chiamato anche imprestito (ma alcuni puristi di fine Ottocento condannavano queste espressioni in favore di presto o impresto) è datata, e ha a che fare con l’imitazione degli elementi culturali e dei costumi altrui che vengono assimilati. Carducci, per esempio, si scagliava contro il “paletot” (più tardi italianizzato in paltò), un soprabito che i sarti parigini avevano “tolto a prestito dai marinai della Bretagna” e che avevano “trovato il mezzo di far pagare (…) infinitamente più caro delle stoffe più fine”. Prima di lui anche Anton Maria Salvini (1653-1729) aveva parlato di “prestito” a proposito delle maniere “prese in prestito o da altri dialetti d’Italia o dalle altre due lingue sorelle, francese e spagnuola.”
Con il tempo la metafora è stata usata sempre più spesso anche per descrivere il ricorso a parole straniere, a lungo chiamate barbarismi, e uno dei primi scritti tecnici che ricorreva a questa formula risale all’epoca del fascismo: “Sull’imprestito linguistico” di Vittore Pisani (Ulrico Hoepli. Milano 1939). Ma la fortuna dell’espressione “prestito linguistico” è cominciata dopo il fascismo, negli anni ’50, ed è esplosa tra gli anni ’70 e gli anni ’90.

La similitudine del prestito si trova anche fuori dalla lingua italiana, nello spagnolo préstamo lingüístico, nel francese emprunt linguistique, nell’inglese loanword e anche nel tedesco, per tornare a Tappolet.

Ernst Tappolet e i prestiti di lusso e di necessità

La distinzione tra prestiti di lusso e di necessità è una semplicistica e arbitraria suddivisione come se ne possono fare tante altre, un po’ come dire che le donne si possono distinguere in due insiemi: le bionde e le brune, tralasciando le differenze tra castane e corvine, escludendo le rosse, le brizzolate, quelle dai capelli bianchi, quelle calve, e rendendo problematica l’attribuzione a uno dei due insiemi nei casi di chi si tinge o usa una parrucca (ogni riferimento ai peggiori stereotipi sulla visione della donna è voluto).

Il punto è che questo tipo di distinzioni sono legittime e possono avere anche la loro utilità, se contestualizzate, ma se diventano delle regole universali e delle categorie a cui si attribuisce una portata reale che esce dai distinguo concettuali non possono che produrre pseudoragionamenti.
Basta un minimo di buon senso per comprendere i limiti e le problematicità di simili definizioni. Come aveva scritto negli anni ’70 Paolo Zolli, il concetto di “necessità” non ha alcun fondamento né logico né storico. Davanti a una parola che non c’è, non è affatto “necessario” importarla da un’altra lingua così com’è (da filosofo sono abituato a dare a questa parola il suo significato di ciò che è, e non può non essere), visto che è possibile anche tradurla con elementi endogeni (es. revolver diventa rivoltella), oppure adattarla ai propri suoni (beafsteak diventa bistecca), coniare una nuova parola (tramezzino davanti a sandwich) o recuperare una parola già esistente con un nuovo significato (singolo che, di fronte a single, assume anche il significato di scapolo). Ma anche tralasciando l’abc della logica e della storia delle lingue, la distinzione di Tappolet non aveva la portata dogmatica “universale” che ha assunto in Italia, era solo una semplificazione per distinguere due concetti in modo teorico, perché l’oggetto dello studio stava nelle motivazioni, pragmatiche o affettive, che portano ad adottare una parola straniera. E infatti lo svizzero spiegava che alla base del ricorso alle parole straniere non c’era in gioco solo “il nome della cosa”, perché a essere decisivo era il ricorso a una determinata parola nella prassi comunicativa. A proposito di certe parole tedesche che si erano affermate nelle aree francofone Tappolet scriveva: “Come si può immaginare la ‘necessità’ di un’espressione straniera in questi casi? Presumibilmente, il termine tedesco si è affermato rapidamente perché giocava un ruolo più importante nei rapporti con i tedeschi che in quelli con i francesi”. (Tappolet 1913, p. 54; citato in: De Gruyter, Entlehnung in der Kommunikation und im Sprachwandel Theorie und Analysen zum Französischen, Edition Niemeyer, Göttingen 2011).

Lessico e bufale

Nei libri di linguistica, mediamente, oggi la distinzione tra lusso e necessità è introdotta omettendo l’autore e in modo acritico, come un postulato. Ma ogni ragionamento che parte da un postulato errato è destinato a crollare. E così si trovano definizioni dogmatiche come: “Si distinguono i prestiti di lusso e di necessità”. Chi e perché fa queste distinzioni viene taciuto. La categoria del prestito di necessità è solitamente impiegata per indicare una parola straniera che si porta con sé un concetto o un oggetto di cui non esiste una parola italiana. Ma anche tralasciando le osservazioni di Zolli e del buon senso, ci sono molti altri limiti logici che dovrebbero fare abbandonare questo strampalato criterio.


Proviamo a chiederci: mouse è un prestito di lusso o di necessità? Qualunque risposta rischia di trascinarci in qualcosa di simile alle antinomie della ragione di Kant, perché è possibile argomentare in modo apparentemente logico entrambe le posizioni.

A) Mouse è un oggetto nuovo di cui non esisteva un corrispondente italiano = necessità.
B) Mouse, e cioè “topo”, esisteva in italiano e si poteva benissimo usare la stessa metafora come è accaduto in francese (souris), spagnolo (ratón), tedesco (Maus) e nella maggior parte delle lingue del mondo = lusso.

La conclusione è che la necessità è solo italiana. Questa necessità non è una conclusione che si ricava per via deduttiva dalla definizione, è un’affermazione che presuppone ciò che vorrebbe dimostrare, visto che il lusso e la necessità riguardano le motivazioni che portano all’adozione di un anglicismo. Basta tornare all’origine della metafora del prestito, che si basa sull’imitazione e sull’assimilazione per imitazione, per svelare la bufala e il circolo vizioso del ragionamento. Avrebbe senso parlare di imitazione di necessità?

L’applicazione delle categorie dei prestiti di lusso e di necessità agli esempi concreti mostra tutta l’insensatezza della questione, e infatti non esiste alcun accordo e criterio oggettivo per stilare delle liste di esempi condivisi, e chiunque tenti di separare i due insiemi è destinato a controversie che ricordano quelle del sesso degli angeli, perché rimangono nella sfera delle opinioni da tronisti, più che da linguisti.
Ho trovato spesso la parola computer tra gli esempi che i linguisti fanno dei presunti prestiti di necessità, il che è un falso storico. Fino agli anni ’90 utilizzavamo normalmente la parola calcolatore (e anche elaboratore) che poi è stata progressivamente sostituita dall’anglicismo che è diventato un “prestito sterminatore”, entrato come “prestito di lusso” e finito per diventare un “prestito di necessità”, perché ormai i calcolatori evocano la macchine di una volta e non i nuovi dispositivi. Anche in questo caso la necessità è solo italiana, visto che in inglese, francese e tedesco si usava e si usa ancora oggi la stessa parola: computer, ordinateur, computador

Prendo “in prestito” uno schemino reale che per esemplificare la presunta necessità usa questi esempi:
Pacemaker: qualsiasi traduzione aggiungerebbe complessità.
Sauna perché non c’è corrispondente.
Selfie? Diverso da autoscatto.
Taggare: concetto difficile da spiegare se non con circonlocuzioni.
Whistleblower non è delatore”.

I giudizi che giustificano la “necessità” del ricorso a queste parole sono molto opinabili.
Pacemaker inizialmente era indicato in italiano con segnapassi, e faccio fatica a ravvisare la “complessità” della traduzione, riportata su tutti i dizionari anche oggi. Il fatto che si sia abbandonata in favore dell’anglicismo ha a che fare con altri fattori che non c’entrano nulla con la necessità di non tradurre.

Sauna non mi pare affatto un prestito di necessità, è una parola a tutti gli effetti integrata nella lingua italiana, che non viola le nostre regole di pronuncia e ortografia, e al plurale fa saune. È dunque un adattamento e il suo provenire dal finlandese è ormai racchiuso solo nella sua storia etimologica.
Taggare non mi sembra un prestito di necessità, è una parola ibrida derivata da tag che a sua volta è un’etichetta o un marcatore, e se non fossimo colonizzati dal linguaggio delle multinazionali informatiche che impongono la loro lingua invece che tradurre decentemente le interfacce, diremmo forse etichetta/etichettare e marca/marcare, come diremmo scaricare invece che downloadare, un altro bel prestito di “necessità” che deriva dal fatto che ripetiamo ciò che leggiamo: download. Facciamo il download delle immagini in allegato (e non in attachment), perché download non è stato tradotto, ma attachment sì. Li definirei “prestiti d’obbligo”, perché siamo indotti e obbligati a utilizzarli per forza di cose, e sono trapiantati nella nostra lingua dall’esterno, più che per nostra volontà. Forse la necessità è tutta qui.
Selfie e autoscatto sono tra gli esempi più controversi che ben illustrano l’impossibilità logica e l’inutilità pratica di distinguere i prestiti di lusso da quelli di necessità. Il motivo del contendere è nello stabilire se una parola esisteva già o meno, che è un’altra trappola senza via di uscita. Quando si cercano solo i significati storici è evidente che non si trovano esempi legati alle nuove tecnologie, ma si trascura un particolare fondamentale nelle lingue vive: le parole sono elastiche e si evolvono. Se l’autoscatto in un primo tempo era legato allo scatto automatico temporizzato, nulla vieta di usare questa parola in un nuovo senso, dove “auto” si può impiegare per indicare che lo faccio da solo (io mi autoriprendo) e non si capisce perché oggi non dovrebbe indicare le nuove modalità di farsi una fotografia da soli, soprattutto perché questo uso come sinonimo secondario è documentato sui giornali. Ecco un altro ginepraio da cui non si esce. Ammesso che autoscatto sia “di necessità” che cosa accade se una nuova parola italiana si evolve e diventa un equivalente? Se accanto a happy hour si diffonde l’alternativa apericena il prestito di necessità viene retrocesso a prestito di lusso?

Ma soprattutto: che senso ha dividere i prestiti negli insiemi di lusso e di necessità? A cosa serve impantanarsi in simili diatribe prive di utilità?

Il vicolo cieco tutto italiano del lusso e della necessità

In Italia, la classificazione attraverso le categorie dei prestiti di lusso e di necessità ha avuto la sua fortuna dagli anni Ottanta agli anni Duemila, anche se viene ripetuta anche oggi, fuori tempo massimo.

Provate a spiegare a un inglese che ci sono i “prestiti di necessità”… provate a leggere le voci della Wikipedia che parlano dei prestiti linguistici in spagnolo, in francese o in inglese. Nessuno distingue i prestiti attraverso queste bislacche categorie, una classificazione che è presente invece nella versione italiana. Ma persino sulla bistratta e inaffidabile Wikipedia, frutto di voci popolari di autori ignoti, si critica duramente questa distinzione che invece molti manuali scritti da blasonati linguisti italiani (e le tantissime tesi e tesine dei loro studenti) ripetono in modo talebano.

Mi sono chiesto più volte il perché di questo pasticciaccio italiano. E forse c’è una motivazione storica che ci ha indotti a infilarci in questo vicolo cieco. Dopo la messa al bando dei forestierismi di epoca purista e soprattutto fascista, avevamo bisogno di un nuovo criterio per non respingere in blocco tutte le parole straniere. La distinzione manichea tra lusso e necessità apriva una porta all’accoglimento e alla giustificazione di alcuni forestierismi. Non tutti, certo, ma la presunta necessità permetteva un certo aperturismo, per quanto patetico, che consentiva (almeno in modo astratto) di legittimare i buoni e i cattivi da scrivere sulla lavagna. L’opinabile giudizio di buon senso è così stato eletto a dogma.

Ma una volta individuati i prestiti di lusso che cosa si risolve? Il fatto che un prestito di lusso sia superfluo non ne giustifica l’inutilità, e ancora una volta tornano in mente le osservazioni di Paolo Zolli che poneva l’accento sul fatto che spesso la parola straniera contiene delle sfumature diverse rispetto a quella corrispondente in italiano (Paolo Zolli, Come nascono le parole italiane, Rizzoli, Milano 1989, p. 7).
D’altronde i sinonimi perfetti sono molto rari, e per qualsiasi parola è sempre possibile sostenere che “non è proprio” come l’alternativa possibile. Ancora una volta la distinzione tra lusso e necessità è un’opinione, non un fatto, anche se viene spacciata per tale.

Davanti a un’interferenza dell’inglese sempre più ampia e profonda, invece di rimanere invischiati in queste classificazioni, i linguisti dovrebbero prendere atto che la favola dei “prestiti linguistici” si sta rivelando una categoria concettuale fuorviante che non è più in grado di rendere conto della complessità delle cose. Basta provare ad applicare la teoria del “prestito” agli esempi reali per comprenderlo.

Trapianti, innesti linguistici e pseudoanglicismi

Torniamo alla radice della metafora del prestito, l’imitazione di elementi culturali, prima che linguistici. E chiediamoci: cosa stiamo prendendo in prestito, di preciso? Cosa stiamo imitando? Siamo sicuri che stiamo prendendo in prestito semplicemente delle singole parole che corrispondono a oggetti o a concetti?

Facciamo un altro paio di esempi controversi. Un caregiver è un assistente familiare, che letteralmente potrebbe esprimersi con badante. Ma poiché il participio presente del verbo badare (= colui che bada) ha assunto un significato legato a una professione (il che è un fatto accidentale, non una necessità), ecco che gli assistenti familiari e i “non-è-proposti” rivendicano l’anglicismo come un necessario elemento che distingue il loro ruolo da quello di chi lo fa per lavoro. Potrebbero anche rivendicare un nuovo significato per l’italiano badante, potrebbero definirsi assistenti familiari, ma non lo fanno e si trincerano dietro un’espressione in inglese.
Secondo esempio: la pretesa intraducibilità di mobbing che non sarebbe proprio come vessazioni (o comportamento vessatorio). Mentre ci si può accapigliare su ciò che parole come queste evocherebbero, per assegnare a ciascun anglicismo il bollino blu di lusso o di necessità, c’è un piccolo particolare che sfugge ai più. Sia caregiver sia mobbing in inglese non hanno affatto il significato che si sono ricavati in italiano. Sono pseudoanglcismi. E allora cosa stiamo prendendo in prestito? Un suono, non il suo significato, perché quest’ultimo glielo attribuiamo noi in modo arbitrario.


Nel nuovo Millennio parole come basket o volley stanno soppiantano l’italiano pallacanestro e pallavolo. Ancora una volta sono pseudoanglicismi, visto che in inglese si parla di basketball e volleyball, parole che non si possono decurtare. Dov’è il prestito? Ha senso classificarli come prestiti parziali o decurtati?
Gli pseudoanglicismi sono tantissimi. Qualcuno, per conservare la categoria del “prestito” invece di buttarla via come sarebbe ora, ha dovuto inventare etichette come “prestiti apparenti”. Ancora una volta sono solo imitazioni. Goffe o ridicole? Provinciali? Frutto di moda o di un complesso di inferiorità? Non importa. Footing è uno pseudoanglicismo antico che ci arriva dal francese, e nasce dall’applicare alla radice foot una desinenza -ing che segue le regole a orecchio dell’inglese, ma in inglese non esiste, o meglio ha tutt’altro significato, perché si parla di jogging. Più recentemente ci siamo inventati lo smart working, unendo due radici all’italiana, ma per un inglese si tratta di un’espressione incomprensibile rispetto al significato che le diamo noi.
In questi casi non prendiamo in prestito delle parole, ma delle radici o degli elementi che ricombiniamo a orecchio. Perché quel che conta è il suono, non l’oggetto o il concetto. E allora mi parrebbe più sensato cambiare metafora, e invece che parlare di prestiti dovremmo forse parlare di trapianti e di innesti, per attingere dalla biologia foriera di molte metafore linguistiche, a partire dal concetto di lingue vive.
A volte si trapiantano le parole, ma più spesso si trapiantano delle radici e si fanno innesti.
Come si spiegano le centinaia e centinaia di parole ibride a base inglese che si moltiplicano nella lingua italiana e che non hanno simili corrispondenti nel caso dei francesismi e degli altri forestierismi? Chattare, shampista, scoutismo, computerizzazione, baby-calciatore, zanzare killer, libro-game… che razza di prestiti sono queste parole bastarde che si scrivono e pronunciano in un modo che non è più italiano, ma non è nemmeno inglese? L’itangese ha ormai travalicato abbondantemente i limiti del prestito linguistico e sta prendendo vita.

L’itanglese non è fatto da semplici prestiti

Analizziamo qualche titolo di giornale. Adesso si parla del long covid, ma è davvero un prestito?

Sarei curioso di chiedere a qualche espertone se si tratta di un prestito di lusso o di necessità. È forse un concetto nuovo? Perché non dovremmo usare la nostra lingua e parlare semplicemente e naturalmente per esempio di covid lungo? Perché se tutti lo dicono in inglese la necessità è tutta qui. Certo, se l’inglese diventa la lingua della scienza poi accade che non solo si perda la terminologia in italiano – l’inglese si è rivelato un processo sottrattivo non aggiuntivo – e che si introducano i nuovi concetti in inglese e si ripetano in modo automatico (vedi la “necessità” di pacemaker) anche quando sarebbe naturale tradurli, nelle lingue sane. Ma a proposito di covid c’è qualcosa in più da rilevare: è diventato una specie di calamita che si porta con sé una regola istintiva e non scritta, quella di associarlo sempre e solo a parole inglesi con l’inversione della sua collocazione all’inglese. E dunque si parla di covid free, di covid center, di covid manager…, e in questi e molti altri casi non abbiamo più a che fare con prestiti lessicali isolati, ma con il prestito o trapianto di una grammatica formativa per le neologie (come lo pseudoanglicismo no vax che segue la regola del no + inglese: no mask, no global…). E così, visto che due terzi degli anglicismi che ci siamo fatti “prestare” sono costituiti da parole composte o locuzioni, spesso ognuno di due elementi formativi prende vita autonoma (smart, baby, cyber, food…) e si ricombina con altri elementi in circolazione (smart city, baby-gang, cybersecurity, pet food…) in una rete di anglicismi interconnessi che si espande nel nostro lessico a prescindere dal fatto che sia inglese ortodosso o reinventato e accostato a parole italiane (cybercriminale, babypensionato, salvaslip…).

Proviamo a vedere un altro titolo del Corriere: “Dal skimmer per la piscina allo shampoo per la barba”. Chissà se “dal skimmer” invece di “dallo skimmer” come vorrebbe la lingua italiana è solo un refuso o il segnale di uno sfacelo linguistico su cui l’inglese e lo pseudoinglese che innestiamo trova il terreno più fertile per germogliare.
Quando ero ragazzo ho fatto il bagnino in una piscina e tra le mansioni più noiose c’era quella di pulire i filtri a bordo-vasca. Oggi sembra che Amazon li venda chiamandoli skimmer. Letteralmente si può dire anche schiumatoio, deschiumatore o più in generale depuratore, ma alle multinazionali che esportano i loro prodotti nella loro lingua non conviene affatto tradurre in italiano, la tendenza è quella di imporre la loro lingua, dai titoli dei film alle confezioni del Monopoly, oggi scritto con la ipsilon finale. A dare manforte alla colonizzazione linguistica ci pensano i giornalisti che abbandonano l’italiano e ripetono gli anglicismi (skimmer ha anche altri significati legati al crimine informatico). Sono prestiti questi? Skimmer sarà un lusso o una necessità? Opterei per un lusso che diventa necessità quando si compila l’ordine di acquisto.


Quando Sky, all’interno dell’offerta del Pass Entertainement, offre gratuitamente anche il Pass Kids (declinato al plurale con la “s”) abbiamo a che fare con dei prestiti?

A me paiono trapianti dove la lingua non è fatta più dai nativi italiani ma dalle multinazionali che ci vendono i loro prodotti con i loro nomi, seguendo le proprie “necessità” commerciali davanti alle quali a noi sudditi non resta che ripetere ciò che leggiamo sulle scatole. Questi esempi travalicano le singole parole per diventare prestiti di pezzi di inglese ben più complessi, dal long covid alle mansioni lavorative di un social media manager, “prestiti sintattici” dal costrutto invertito.


In un altro titolo vediamo che chiudono le strutture sanitarie che avevano nomi italiani come il Galeazzi e apre Mind. Si tratta forse di un prestito? A me pare solo l’abbandono dell’italiano per aderire alla lingua delle multinazionali che viene perpetrato anche dalle nostre stesse istituzioni. E così c’è il politico che introduce il Jobs act, ci sono i servizi Delivery delle Poste Italiane, i Gate delle stazioni, Rai Gulp che propone il TG Kids, mentre Alitalia diventa ITA Airways, a Milano il Salone del mobile diventa la Fashion Week, il quartiere della ex Fiera campionaria diventa Citylife… e vogliamo spiegare tutto questo con le categorie dei prestiti?

E che dire della business school Rcs Academy e del suo master con il “metodo Corriere”? Nel pacchetto metodologico c’è anche imparare a scrivere in itanglese, suppongo, per educare all’abbandono dell’italiano e far diventare un incrocio pericoloso un incrocio killer da inserire nei black points da scrivere con la “s” del plurale!


Chissà, quando il Politecnico di Milano ha deciso di erogare la formazione universitaria solamente in lingua inglese, estromettendo l’italiano, forse era solo un banale prestito linguistico “totale”, dove a essere presa in prestito è la lingua inglese nella sua interezza. E sarà un lusso o una necessità per fare dell’ateneo un polo internazionale?

Credo che possa bastare. L’itanglese non si può spiegare con la favola dei prestiti. E quando certi linguisti, davanti all’attuale tsunami anglicus, pensano di interpretare l’interferenza dell’inglese con la tassonomia dei prestiti linguistici e delle categorie del lusso e della necessità che Tappolet ha immaginato ormai ben più di un secolo fa, mi ritorna alla mente il ritornello di una canzone di Jannacci rivisitata con un gioco di parole alla Bartezzaghi:

Lessico e nuvole
la faccia triste dell’America…
che voglia di piangere ho!

Lingua, politica e il falso mito dell’evoluzione dell’italiano dal basso

Nel nostro Paese prevale l’idea che le lingue siano processi naturali che si evolvono da soli e non vanno orientate (cfr. “L’anarchismo linguistico italiano e la politica linguistica francese“), un atteggiamento che si ritrova tra i linguisti e più in generale nella nostra intellighenzia, anche politica. Ma questa visione è piuttosto parziale e poco fedele alla storia. Le lingue non sono affatto sistemi ingovernabili dove l’uso fa la norma, sono al contrario processi complessi orientabili e da sempre orientati.


Da un punto di vista letterario, si fa nascere l’italiano con Dante che ha dato vita a un volgare illustre pensato per essere la lingua sovraregionale di tutti proprio con un intento politico e “patriottico”, perché era convinto che senza una lingua comune non sarebbe stata possibile un’unità nazionale.

Ma prima di lui, la poesia nella lingua del sì è nata in Sicilia, alla corte di Federico II; e la scelta di scrivere in volgare e di riprodurre in siciliano gli schemi poetici della lirica provenzale fu una scelta politica. I poeti della scuola siciliana erano i funzionari della sua corte che erano stati scelti appositamente laici e non chierici, e scrissero per la prima volta in volgare siciliano per imporre una lingua diversa da quella della Chiesa, il latino, ma anche dei comuni del Nord dove si poetava soprattutto in provenzale. Il progetto politico federiciano era proprio la rifondazione di un regno feudale moderno, autonomo dalla Chiesa e alternativo all’ascesa dei comuni, che erano i suoi nemici. E la lingua dei primi poeti italiani nasceva da questi intenti.

La fine di Federico II ha rappresentato contemporaneamente la fine della scuola poetica siciliana, esattamente come la crociata contro gli Albigesi e l’annessione della Provenza alla Francia ha imposto la lingua d’oil, cioè il francese, determinando la scomparsa della lingua d’oc.

L’eterna questione della lingua, che ha preceduto di secoli l’unità d’Italia, è stata un lungo processo che non si è realizzato solo perché il toscano delle tre corone fiorentine – Dante, Petrarca Boccaccio – si è imposto sulle altre parlate per motivi di prestigio (continuando in toscano i temi e la scelta linguistica della scuola siciliana), ma anche perché è stato preso come modello prescrittivo da linguisti, grammatici e dall’Accademia della Crusca che lo hanno legittimato, sostenuto e normato. Questo italiano libresco che si scostava dalla lingua viva parlata nei volgari è sopravvissuto per secoli e si è strutturato proprio perché era orientato.

Nel Novecento l’italiano è diventato un patrimonio di tutti perché c’è stata una politica linguistica che lo ha diffuso e istituzionalizzato attraverso la sua introduzione come lingua ufficiale della formazione, dell’amministrazione, del servizio militare, delle leggi, ma anche grazie alla stampa, ai mezzi di informazione e ai prodotti culturali dell’epoca del sonoro, con la nascita dell’industria musicale, della radio, del cinema e della televisione.

L’unità linguistica di un Paese è il risultato di questi interventi e degli altri fattori che educano e uniformano attraverso il sostegno delle istituzioni culturali e politiche. Non è un caso che la nascita degli stati nazionali in Francia o in Spagna abbia portato al consolidarsi del francese e dello spagnolo nazionale secoli prima rispetto all’Italia.

Quello che chiamiamo spagnolo, propriamente è il castigliano, cioè la lingua della Castiglia; e la prima grammatica è stata pubblicata simbolicamente nel 1492, un anno chiave per quel Paese, che non coincide solo con il viaggio di Colombo, ma anche con la Riconquista di Granada e la fine dell’occupazione araba. La tradizione narra che quell’anno Elio Antonio de Nebrija presentò la sua grammatica a Isabella di Castiglia, che gli domandò stupita per quale motivo avrebbe dovuto interessarsi a un libro su una lingua che già conosceva. E la risposta che spiazzò la sovrana fu che la lingua è da sempre stata “compagna di ogni impero”.


Una lingua è portatrice di valori e di cultura, è un elemento che unifica le popolazioni, vive nelle realtà territoriali e nei parlanti con cui è connessa nel modo più intimo, e allo stesso tempo li condiziona e ne viene influenzata e cambiata. Naturalmente l’unità linguistica nazionale avviene spesso a spesa delle lingue minori, e il castigliano si è imposto a scapito del catalano, del basco e delle altre minoranze, così come l’affermazione dell’italiano è avvenuto attraverso la sua supremazia sui dialetti, che in qualche caso sono addirittura scomparsi, perché le lingue possono anche entrare in conflitto tra loro, e quelle minori finiscono con il ritirarsi. Oggi, parlare un dialetto è stato rivalutato come un segno di cultura, come la conoscenza di una seconda lingua, ma prima che l’italiano diventasse di tutti era considerato un segno di ignoranza dell’idioma nazionale che si voleva appunto consolidare. All’inizio del Novecento fu il fascismo a estrometterlo come lingua della scuola in favore l’italiano, in una stigmatizzazione che è durata per vari decenni anche in seguito.

Le lingue nazionali d’Europa hanno tutte questa storia, si sono affermate e imposte proprio perché sorrette da Stati e istituzioni, perché hanno anche una funzione politica, oltre che culturale, sono funzionali alla coesione sociale e sono uno dei principali collanti che formano l’identità dei popoli. E nell’istituzionalizzare quelle nazionali gli Stati dovrebbero allo stesso tempo preservare quelle minori, che altrimenti rischiano di scomparire e di esserne schiacciate.

Gli attuali interventi sull’uso

Davanti al lievitare degli anglicismi, troppo spesso si sente dire che il fenomeno non è regolamentabile, e che la gente in fondo parla come vuole, come se la lingua fosse un processo “democratico” che nasce spontaneo solo dal basso. L’anglicizzazione, al contrario, parte soprattutto dall’alto, dalla lingua dei giornali e della classe dirigente che introduce l’inglese e lo usa senza alternative fino a che la gente non può fare altro che ripetere cashback, lockdown, green pass o jobs act. La lingua non è “fatta dalla gente”, come si vuol far credere, la gente ha per secoli parlato il proprio dialetto, poi è stata indotta a utilizzare l’italiano, e oggi ripete gli anglicismi che passano i mezzi di informazione, le pubblicità, le interfacce informatiche, le amministrazioni, le Poste, le Ferrovie… E intanto si favorisce l’insegnamento in inglese nelle università, si spinge per l’inglese come lingua della Comunità Europea, lo si rende un requisito per l’assunzione nelle pubbliche amministrazioni, e lo si fa diventare la lingua per presentare i progetti di ricerca italiani, come nel caso dei Prin e dei Fis.

L’inglese diventa di massa perché arriva dagli ambiti della medicina, del lavoro, dello sport… con le stesse dinamiche in cui altri cambiamenti linguistici provengono dalle pressioni esercitate dall’alto. Arriva dall’espansione delle multinazionali, dall’imposizione della loro terminologia, dalla lingua della globalizzazione. In altre parole dalle pressioni politiche e sociali.

Dagli anni Novanta, per esempio, proprio per l’interferenza dell’angloamericano, i traduttori di libri, film e telefilm hanno cominciato a sostituire sistematicamente con “nero” la parola “negro”, che negli Stati Uniti era considerata razzista, anche se in Italia era una parola che storicamente non ha mai avuto questa connotazione: negli anni Sessanta Lola Falana era l’amatissima “Venere negra” e nella canzone “I watussi” Edoardo Vianello cantava gioiosamente degli “altissimi negri” senza alcun intento discriminatorio. Oggi ha dichiarato che non la può cantare più, visto che non è più possibile pronunciare certe espressioni senza la carica di razzismo che hanno nel frattempo assunto in modo orientato dalle fortissime pressioni sociali e mediatiche che sono intervenute sull’uso. Lo stesso avviene attraverso l’ondata di moralismo linguistico che fa parte del “politicamente corretto” e che ha portato negli ultimi decenni a un “revisionismo lessicale” che ha messo al bando espressioni oggi considerate illecite come “mongoloide” sostituito da “Down”, “Terzo mondo” sostituito da “Paesi in via di sviluppo” o “handicappato” che è diventato “diversamente abile” e così via. Sono esempi sotto gli occhi di tutti di come l’evoluzione della lingua sia orientata e orientabile.

Nel caso della femminilizzazione delle cariche lavorative, per fare un altro esempio, le linee guida delle amministrazioni per un linguaggio non sessista hanno portato a coniare e usare femminili un tempo non diffusi come sindaca o ministra, che sono ormai utilizzati dai giornali, inseriti nei vocabolari e sempre più normali.
Il punto è che si usano due pesi e due misure, e la questione, fuori da ogni ipocrisia, è semplicemente politica e sociale: sugli anglicismi non si vuole intervenire – anzi si interviene eccome: introducendoli, divulgandoli e favorendoli – ma su altri aspetti il modo in cui la gente deve parlare si orienta senza alcuna remora. E tra le fila dei più accesi non interventisti nel caso dell’inglese si annoverano curiosamente alcuni dei più fanatici sostenitori del “linguaggio inclusivo” che propongono addirittura una riforma ortografica per introdurre una sorta di desinenza neutra attraverso lo scevà (ə), per cui “tuttə” includerebbe anche il femminile “tutte”, insieme al maschile “tutti” che storicamente lo include.

E allora dietro il mito tutto descrittivista per cui le lingue vanno studiate nella loro evoluzione, si nascondono in realtà approcci prescrittivi molto forti, tutti in favore dell’inglese. Non intervenire per tutelare l’italiano non significa rimanere “neutrali”, significa schierarsi dalla parte del globalese e dell’itanglese che avranno la meglio. Eppure sembra che in Italia nessuno lo comprenda, e al contrario di ciò che accade negli altri Paesi non abbiamo alcuna politica per la tutela del nostro patrimonio linguistico.

Le miopi categorie del “prestito” davanti al fenomeno dell’itanglese

Fuori dai circa 4.000 lemmi inglesi registrati nei dizionari, si estende una nuvola di anglicismi di un ordine di grandezza superiore. Sono parole, espressioni e reinvenzioni inglesi o a base inglese che sfuggono a ogni possibilità di classificazione. Non sono proprio occasionalismi che ricorrono sporadicamente, ma non sono nemmeno parole che si possono annoverare in un dizionario. Questa enorme zona grigia appartiene a un riversamento dell’inglese che ha rotto gli argini e si riversa in enunciazioni mistilingue che hanno a che fare con l’abbandono dell’italiano e con il passaggio ai suoni inglesi. Queste parole sono in aumento vertiginoso e ognuna diventa sempre più frequente, nel suo settore.

Sto ricevendo innumerevoli segnalazioni di questo tipo da inserire sul dizionario delle alternative AAA, ma posso accogliere solo quelle che hanno una certa stabilità e frequenza. Perché se dovessi registrare tutte le parole di bassa frequenza e di uso limitato, gli anglicismi diventerebbero 40.000 invece di 4.000.

Per fare un esempio, basta pensare all’ambito della moda e prendere in considerazione un articolo generalista del Corriere.it come quello in figura. Il numero dei “prestiti” utilizzati supera di gran lunga quello di ogni ragionevole buon senso, e mostra molto bene in che cosa si sta trasformando l’italiano.
Se le parole evidenziate in rosso si possono ancora classificare, conteggiare e inserire nel dizionario con le loro spiegazioni e alternative, non è sempre così.

Hospitality e faculty

Sergio mi segnala che, in un’intervista, il direttore di un albergo in Toscana ha dichiarato che la sua “mission è l’hospitality”, e si chiede se sia il caso di registrare “hospitality” su AAA.

In questo momento non me la sento di aggiungerla, e mi limito a tenerla d’occhio, perché temo sia solo questione di tempo.
Quello che sta avvenendo è che in ambito lavorativo, dove l’itanglese è la lingua che il settore richiede e allo stesso tempo impone, il concetto di “ospitalità” comincia a essere espresso in inglese, anche se nel parlare comune si continua a dire “ospitalità”, perché l’hospitality e le sue norme, anzi best practice, si può trovare teorizzata nei manuali del settore turistico che ripetono a pappagallo le prassi dei resort d’oltreoceano con i concetti formulati nella propria lingua in una sorta di diglossia che vede l’inglese occupare la parte alta e prestigiosa della sfera lessicale, mentre l’italiano è lingua parlata del volgo, come nel Medioevo. Le conseguenze di queste prassi portano a esprimere in inglese i concetti generali, come se il concetto di hospitality fosse qualcosa di superiore e tecnico.

La frequenza di hospitality, perciò, sta salendo, anche se è ristretta all’ambito degli addetti ai lavori. Potrebbe però succedere presto, e forse sta già accadendo, che esca dal vezzo di usarla come scelta sociolinguistica individuale di chi la sciolina per distinguersi ed elevarsi per diventare un fatto collettivo e diffondersi con la stessa frequenza di “mission” e “vision” che appaiono ormai istituzionalizzate in ogni sito aziendale, ma hanno avuto la stessa origine. Quando accade questo passaggio, l’anglicismo comincia a differenziarsi dall’italiano, e a ricavarsi una sua specificità, e così spuntano i soliti idioti pronti a spiegarci che gli anglicismi “non sono proprio” come gli equivalenti italiani, perché evocano un “non so che” in più.

Un esempio simile a quello di hospitality l’ho visto in un’accademia dove mi capita di tenere i miei corsi. Un bel giorno hanno pensato bene di abbandonare la parola “facoltà” e di passare a “faculty” che evidentemente suona loro più moderna e internazionale, anche se a me pare solo cafona e ridicola, visto che la platea è composta da italiani, e non si capisce il senso di parlare tra noi con un lessico inglese o pseudoinglese. In ogni caso l’hanno inserita nel sito dove gli studenti possono consultare la sezione “la mia faculty”, e la utilizzano persino nella comunicazione interna dove mi invitano a partecipare alle riunioni di faculty, rimanendo sorpresi e spiazzati davanti alle mie rimostranze come fossero le fisime di un pazzo.

Questi aneddoti mostrano bene che, dietro al ricorso ai singoli anglicismi, siamo in presenza di un più generale abbandono dell’italiano che esce dalle singole parole prese a una a una. E quando leggo le analisi dei linguisti che credono di poter spiegare l’interferenza dell’inglese con le categorie del “prestito”, magari di “lusso” e di “necessità”, mi viene da piangere. Questi studiosi non hanno capito nulla di ciò che sta accadendo e non hanno gli strumenti per interpretare il fenomeno dell’itanglese, che spesso sottovalutano o negano.
Basta fare qualche esempio per comprendere come stanno le cose.

Tractor day, Sicily e shop dal contadino

Bruna mi ha segnalato una festa paesana e agricola di un paesino del bolognese, dove si parla di frequente in dialetto, ma i titoli degli eventi sono in inglese: cosa c’è di meglio, per la festa di S. Antonio, del Tractor Day con tanto di Speed Pulling?

Lo speed pulling è l’ennesimo esempio del fatto che, come in una colonia, non sappiamo far altro che importare tutti gli eventi e le tradizioni che la cultura statunitense ci trasmette e che emuliamo come scimmiette ammaestrate. Si tratta di una competizione dove i trattori devono trainare un rimorchio zavorrato su una pista di 100 metri. E questa americanata è stata trapiantata anche in Italia almeno dal 2009, quando su Agronotizie si leggeva: finalmente “nascono le gare di Speed Pulling in Italia: la prima si è tenuta a Budrio”, un piccolo comune molto all’avanguardia, a quanto pare.

Anche lo speed pulling (come faculty) non è contemplato su AAA, che si limita a registrare le parole più eclatanti. Ma se si può ancora considerare un “prestito” (che però purtroppo poi non si restituisce) di una pratica con un nome che non sappiamo né vogliamo tradurre, da dove nasce la geniale idea di chiamare “tractor day” la festa dei trattori che si tiene in occasione di S. Antonio?

Dal fatto che day (come smart, baby e sempre più radici prolifiche) gode ormai di vita propria e nell’accostarsi alle altre radici inglesi si porta con sé “tractor” invece di trattore, questa volta.

Il tractor day del comune di Medicina non è propriamente un grande evento internazionale che richiede un nome in inglese, visto che è una sagra di paese e di agricoltori che dopo lo speed pulling finiscono a mangiar piade e salsicce annaffiate dal lambrusco (e non mi stupirei se fosse venduto in una bancarella denominata wine corner). Quando la saga del trattore si trasforma in un evento in inglese, esattamente come il family day, l’election day, l’open day… che sono eventi tutti “italiani”, il prestito non riguarda più le singole parole, ma la logica sottostante e il suono: l’english sound che segna il passaggio a un’altra lingua e l’abbandono dell’italiano e della sua identità. Lo stesso meccanismo che – come mi ha segnalato la traduttrice Anna Ravano – spinge a denominare Green Kiss una birra artigianale alla canapa “tutta biellese” a parte la denominazione. Oppure il caso, che mi ha indicato Carla Crivello, della pro loco di Luserna alta e San Giovanni, in una valle piemontese, che ha appena organizzato la prima edizione di “Fast & Music”, tra auto tuning e hobbisti!

E per promuovere le bellezze della Sicilia perché bisogna storpiarle il nome e americanizzare la Trinacria ribattezzandola Sicily come si vede in questi giorni nelle pubblicità televisive di See Sicily, che si ritrovano nel portale Visit Sicily con il gioco di parole See Sicily e Sì, Sicily?

Come per il made in Italy e l’italian design, puntare a essere internazionali non significa esportare la nostra lingua, così amata all’estero ma svilita in patria, bensì ri-definirci attraveso l’inglese; ma denominare la Sicilia Sicily è un’idiozia che dovrebbe essere considerata un reato! Soprattutto nelle pubblicità rivolte al mercato interno.

E allora come la mettiamo? Sicily è forse un prestito?

Su un sito di prodotti a chilometro zero che esalta la filosofia di questa prassi, il succo di mele della Valtellina è il Succo di Mele Bag in Box Bio che si può acquistare sullo “shop dal contadino”.

Se nel sabato del villaggio Leopardi scriveva “il zappatore” che rendeva bene il linguaggio improprio del contadino, oggi sembra che la donzelletta venga dal tractor day per recarsi al suo shop con il fascio dell’erba green. E perché mai dovrei comprare un prodotto a chilometro zero che viene proposto in Rete forse a tutto il mondo (ma che fine fa il chilometro zero?) con il linguaggio di McDonald’s? Usare un lessico a chilometro zero non sarebbe più sensato e coerente? Il caro buon vecchio parla come mangi, passando dal palato al parlato, nell’era dei MasterChef è andato a farsi friggere nell’olio degli hamburger.

Quando assistiamo a tutto ciò, siamo sicuri che il contadino abbia preso in prestito parole come shop, box, tractor e simili? Non siamo in presenza di un fenomeno che si deve interpretare in modo meno miope?

Tutto ciò è il frutto di una patologica coazione a ripetere e a scimmiottare l’inglese, di un servilismo nei confronti di tutto ciò che arriva dagli Usa che va ben oltre gli aspetti sociolinguistici. È la conseguenza di una concezione per cui l’inglese viene identificato con la modernità e ci appare come l’unica soluzione per essere internazionali e fa del globalese il nuovo dio, anche se calpesta i valori del plurilinguismo e della nostra stessa lingua.

Le parole che si accumulano giorno dopo giorno in questo modo stanno portando al collasso dell’italiano nell’ambito del lavoro, dell’informatica, della scienza, della moda… e di sempre più settori. Un collasso che produce un’infinità di parole ibride (da hobbista a speakerare, da softwarista a chattare), delle regole formative nella composizione delle parole (babycriminale, cybersicurezza) e delle locuzioni (zanzare killer, libro-game), e una grammatica inconscia che genera fenomeni che escono dal lessico per coinvolgere la struttura delle frasi e la sintassi.

L’itanglese è questo, non è una banale somma di “prestiti”.

I “prestiti sintattici” e la neolingua itanglese

A dimostrare che il prestito non riguarda più le singole parole, ma è un’emulazione ben più profonda che sta conducendo all’itanglese, ci sono molti esempi che sono sotto gli occhi di tutti, se ci togliamo le fette di mortadella del tractor day del bolognese.

Sul Corriere di ieri, come fosse la cosa più normale del mondo, mi ha colpito il titolo “Pallotta is back”.

Cosa spinge un giornalista a scrivere così invece di “è tornato Pallotta” o “il ritorno di Pallotta”?

“Is back” è un prestito?

A Milano il Salone del mobile è stato ribattezzato con la Design Week, al femminile, con un’inversione delle parole all’inglese, la stessa inversione che si trova in “MonteNapoleone District design e sostenibilità”. Ma la sostenibilità dell’italiano dov’è? Possibile che a nessuno importi che la lingua con cui i giornali ci educano sia diventata questa e che via Monte Napoleone diventi il MonteNapoleone District?

Un giornale come il Corriere offre il Corriere Daily Podcast con Radio Italians, un altro bel prestito sintattico! Gli “italians” di Beppe Sevegnini hanno perso la loro iniziale portata spiritosa e sono diventati la tragica realtà. Non abbiamo più a che fare con singoli prestiti, ma con un’interiorizzazione delle strutture inglesi, oltre che con i loro suoni, che produce espressioni in itanglese. Una neolingua che non è più né italiano né inglese. La stessa newlingua che, mentre uccide la lingua di Dante, allo stesso tempo stravolge e storpia quella di Shakespeare, come nella recente polemica (che mi segnala Daniela) a proposito delle risposte in inglese maccheronico dell’Atac di Roma, dove le strutture italiane sono state tradotte con parole inglesi senza rendersi conto che “What it needs?” non significa “di cosa hai bisogno?” ma “ciò che serve”. E quindi finisce che ci si rivolga ai turisti inglesi con frasi come: “La multa went on prescription”.
È l’altra faccia dell’itanglese che si diffonde sul piano interno e mostra chiaramente gli stessi meccanismi di imbastardimento che anglicizzano la nostra lingua attraverso pseudoanglicsmi come smart warking, mobbing, basket, caregiver… che non sono affatto prestiti, ma itanglismi nella bocca di chi non sa più parlare l’italiano, ma nemmeno l’inglese.

L’anarchismo linguistico italiano e la politica linguistica francese

Mentre la nostra Gazzetta Ufficiale si “arricchisce” di anglicismi istituzionali di giorno in giorno, lo scorso 29 maggio, sulla Gazzetta Ufficiale francese, le alternative a molti anglicismi dell’ambito dei videogiochi e degli audiovisivi sono ufficialmente entrate nella lingua di Moliére.

Il processo di regolamentazione della lingua e la creazione di neologismi autoctoni è coordinato dalla Délégation générale à la langue française et aux langues de France, che coinvolge non solo la Commissione per l’arricchimento della lingua francese dell’Accademia di Francia (che sarebbe il corrispondente della nostra Accademia della Crusca), ma anche il Ministero della Cultura, visto che l’organo si muove all’interno dell’autorità del Presidente del Consiglio dei Ministri.
In questa cornice istituzionale ben coesa, sono state coniate le alternative ufficiali a molti termini. Si tratta di soluzioni codificate, chiare e precise, che permettono di esprimere in francese tutta una serie di concetti che in italiano si esprimono solo in inglese.

Un “cloud gaming” diventa semplicemente un videogioco in nuvola (jeu video en nuage), uno “streamer” un giocatore/animatore in diretta (joueur/animateur en direct) e un “pro-gamer” un giocatore professionista (joueur professionnel).

Questa terminologia non è solo fortemente raccomandata – in altre parole consigliata a chi vuole parlare in francese, prima di tutto i giornali – ma è anche il punto di riferimento ufficiale che i funzionari pubblici devono seguire. Il che non significa che i videogiocatori non possano comunicare tra loro nel proprio gergo, visto che ognuno parla come vuole, significa al contrario che esistono delle parole ufficiali da usare nei registri alti e nella comunicazione istituzionale.


Avere simili punti di riferimento permette di arginare il depauperamento della lingua davanti all’invasione di parole inglesi, un fatto su cui l’Accademia francese e le istituzioni hanno espresso grandi preoccupazioni perché, oltre a impoverire il francese, crea fratture sociali e barriere generazionali che portano all’incomprensione, alla mancanza di chiarezza e trasparenza, e dunque al venir meno della lingua come collante sociale (cfr.”Anglicismi: perché l’Académie française è preoccupata“).

Questo atteggiamento di tutela del proprio idioma in Francia fa parte di una politica linguistica che esiste da decenni e che è volta anche ad arginare gli anglicismi in ogni settore, non solo quello dei videogiochi. La terminologa Maria Teresa Zanola, studiando la reazione al “franglese” supportato dalle iniziative pubbliche e private in ambito tecnologico, ha osservato che questa continua coniazione di neologismi sta rendendo il francese una lingua molto vitale (“Les anglicismes et le français du XXIe siècle : La fin du franglais ?”, Synergies Italie, n. 4,‎ 2008). La nostra lingua, al contrario regredisce proprio a causa dell’inglese, e la metà dei neologismi del nuovo Millennio è in inglese crudo perché l’italiano non sta producendo più nulla, si limita a importare anglicismi che spesso finiscono per soppiantare le nostre parole anche quando già esistono.

La notizia di questo ultimo arricchimento del francese è rimbalzata non solo in Francia, ma persino su The Guardian. In Italia, invece, è uscita su piccole riviste magari di settore, e un giornale come il Corriere della Sera, non l’ha minimamente ripresa.
Sulla pagina principale del Corriere.it di oggi c’è invece un pezzo, alla sezione “videogame”, che parla di “Spiderman Remastered”, perché l’Uomo ragno che leggevo da bambino oggi si dice in inglese, una riedizione diventa “remastered”, mentre i giocatori sono “gamer” e le scarpe da ginnastica sono diventate “sneakers” “super tech”. Nel pezzo accanto si legge del “mermaiding” che da giorni il Corriere promuove come lo sport dell’estate con vari articoli, un orologio subacqueo diventa uno “sport watch da marine”, e non parliamo di diodi luminosi, ma soltanto di “led”.

A parte il numero di parole inglesi abnorme, quello che impressiona è che gli anglicismi diventano “prestiti sterminatori” che uccidono le nostre parole.
“Mermading” non circola sui giornali francesi che parlano di nuoto a sirena (nage sirene) o di tenuta da sirena, ma non si trova nemmeno in quelli spagnoli, siamo solo noi che ci riempiamo la bocca di queste americanate, incapaci di usare la nostra lingua di cui ormai ci vergogniamo.

I pochi articoli italiani che hanno riportato la notizia che arrivava dalla Francia l’hanno presentata come una bizzarria, come qualcosa di assurdo o di anacronistico tipico dello sciovinismo francese, commentando con il solito guazzabuglio di luoghi comuni: tutto ciò ricorda la guerra ai barbarismi di epoca fascista; l’inglese è più corto, è moderno e internazionale; tradurre è ridicolo; non si può imporre alla gente come deve parlare…

Questa sciocchezza dell’inglese più corto e maneggevole dovrebbe davvero finire. Prima dell’avvento del computer, la scrittura avveniva con la “macchina da scrivere”, una locuzione certamente lunga, ma che nessuno ha mai messo in discussione perché mancava una parola “corta”. Al suo apparire, le polemiche iniziali riguardavano il fatto che sarebbe più corretto dire “macchina per scrivere”, ma alla fine i “puristi” hanno dovuto arrendersi davanti all’uso dilagante dell’espressione meno corretta. Eppure nessuno ha mai sentito l’esigenza di abbandonare l’italiano per usare una parola sola, magari in inglese come typewriter. Sarebbe stato inconcepibile e avrebbe suscitato reazioni negative.

Le resistenze davanti ai neologismi sono una costante che deriva anche da secoli di purismo. Ogni nuova parola, inizialmente, ci appare brutta solo perché non siamo abituati a sentirla, come aveva capito Leopardi. Come ha osservato Luca Serianni, questa resistenza alle neologie ha una sua funzione utile alla conservazione della lingua e alla sua coesione. Il fatto grave è che questa ostilità per i neologismi, nella colonia Italia, non è affiancata da un’analoga resistenza di fronte alle parole nuove in inglese, che al contrario ogni volta ci appaiono belle, utili, necessarie, intraducibili, o in grado di evocare qualcosa di diverso dall’equivalente italiano. La combinazione di questi due fattori risulta micidiale (ne ho già parlato in “Orribili neologismi e sedicenti anglicismi: dal purismo all’anglopurismo”), perché mentre l’inglese è sempre accolto tra i plausi, i neologismi italiani e le traduzioni ci schifano. Le conseguenze sono il collasso degli ambiti, la perdita dell’identità dell’italiano, l’itanglese che diventa la lingua della modernità e l’italiano che perde il suo suono storico e muore senza sapersi rinnovare.

La questione della guerra ai barbarismi non c’entra nulla con l’evoluzione e l’arricchimento del francese. Il problema non sono i forestierismi, da condannare per motivi di principio, sono gli anglicismi, e solo quelli, che per il loro numero e la loro invadenza stanno snaturando e colonizzando le lingue locali.
E non è vero che le alternative raccomandate in Francia sono coercizioni che impediscono alla gente di parlare come vuole. Se le alternative vengono coniate, esistono, e vengono promosse, ricorrere all’inglese diventa una scelta sociolinguistica, non una necessità, come in Italia. In Francia, al contrario, sono liberi di scegliere! A proposito di “libertà”, dovremmo renderci conto che da noi avviene tutto il contrario: la gente finisce per parlare come ci impongono i giornali e il linguaggio istituzionale. Quando i politici legiferano attraverso il jobs act, i caregiver, il cashback… quando si introducono il lockdown, il green pass, le dosi booster… quando i giornali annunciano il marmaiding, il gaslighting o il body shaming, non stanno utilizzando il linguaggio “della gente” stanno educando gli italiani a parlare in itanglese. E quando le multinazionali americane ci impongono il loro linguaggio fatto di snippet, widget, follower… e tutta una serie di termini che noi accettiamo con servilismo senza tradurre e adattare, la lingua non è più fatta dai nativi italiani.

L’idea che la lingua italiana sia un processo naturale, nato dal basso e dall’uso popolare è una convinzione falsa e antistorica. La lingua è un fatto politico; e non solo si può orientare, si orienta e si è sempre orientata dall’alto, ma è necessario orientarla per mantenere l’identità linguistica e la coesione sociale. L’italiano è una lingua letteraria nata dall’alto, orientata per secoli prima dall’Accademia della Crusca e poi dagli interventi amministrativi, politici e istituzionali. E soprattutto, l’unificazione dell’italiano è avvenuta solo nel Novecento proprio grazie alla lingua dei mezzi di informazione, che oggi la stanno al contrario distruggendo e trasformando in itanglese.

Non si può negare la storia e far credere che non sia così e che in Francia siano matti. I malati siamo noi! Il liberismo linguistico per cui una lingua va studiata, non va difesa, si sta trasformando in un anarchismo linguistico dove, con la scusa di essere descrittivi e non prescrittivi, in assenza di regole finiamo schiacciati dalla lingua dominante e cannibale che ci fagocita.

“L’assalto senza fondo alla lingua italiana”

Una voce autorevole e fuori dal coro si è fatta sentire lo scorso 16 maggio dalle pagine de Il fatto quotidiano. In un pezzo intitolato “Insidiarsi, schernirsi ed essere afferrati. L’assalto senza fondo alla lingua italiana”, Nando Dalla Chiesa ha denunciato una “guerra invisibile” che è in corso “con grande dispendio di mezzi”, uno stillicidio dilagante che avviene senza spargimenti di sangue, perché l’aggredito è l’italiano.

Cito le sue parole:

L’esercito che attacca è numeroso ma composto da unità agilissime, che si muovono d’istinto, per spirito dei tempi. Si mimetizza dietro titoli di studio superiori, l’ignoranza colta è la sua bandiera. È una guerra di posizione, a pensarci, dove le sortite dalle trincee non sono però mai seguite da arretramenti. Una volta che l’attacco è partito va poi avanti indefessamente, senza che nessuno possa o voglia fermarlo. Né ci sono alleanze o patti sovranazionali che ti possano aiutare. Perché l’aggressione, appunto, nasce dentro i confini. (…) Non si pensi però questa guerra singolare possa contare poche conquiste. Da qualche tempo le truppe dell’ignoranza colta stanno espugnando una roccaforte dopo l’altra.
È così che da almeno un paio d’anni si fa largo tra i giovani più altamente istruiti, quelli capaci di dire “euristico” e “controintuitivo”, l’insidia suprema: usare, appunto, “insidiarsi” per “insediarsi”. Gli americani si erano “insidiati” in Afghanistan, i clan calabresi si sono insidiati in Emilia e in Lombardia, la finanza cinese si insidia nel mondo del calcio. Il grottesco non viene nemmeno percepito dagli oratori o dagli scrittori. Che volte anzi, affettando eleganza oratoria, ti sbattono l’orrore in faccia già ad inizio di discorso. Senza parlare del delicato, timido “schermirsi”, che – perso ogni pudore – diventa (un giorno ben due volte sullo stesso quotidiano) “schernirsi”. E l’esperta di libri che ti confessa di non essere “afferrata” in materia? Sulle prime non ci credi. Poi si ripete
.

Si potrebbero aggiungere molti altri errori che nascono da un uso dell’italiano a orecchio senza cognizione di causa. Personalmente mi è capitato più di una volta di imbattermi nell’incapacità di distinguere tra “non c’entra” (non è inerente) e “non centra” (come fosse centrare un bersaglio), e non tra fasce di persone di bassa istruzione, bensì tra gli studenti diplomati o laureati che frequentano le scuole di scrittura creativa e “storytelling”, dunque una platea selezionata che dovrebbe essere di fascia alta. Spesso gli studenti di questo tipo, non certo privi di cultura, hanno però problemi con gli accenti e gli apostrofi e non controllano parole di altissima frequenza e di base come le voci dei verbi dare e fare (scrivono “fa” con l’accento o egli “dà” senza, ignorano che all’imperativo si usa invece l’apostrofo, “fa’”) e via dicendo.

Senza alcun purismo e rimpianto per i bei tempi andati – quando queste basi erano fornite in modo abbastanza solido dalla scuola primaria, oltre che secondaria – il punto è che simili strafalcioni circolano non di rado non solo tra i laureati, ma persino sui giornali, comunicati stampa, tesi di laurea, siti…
Nando Dalla Chiesa conclude il suo pezzo sventolando bandiera bianca davanti a questa “ignoranza colta” che pare essere “spirito dei tempi”, e si stupisce con amarezza per l’assenza di reazioni e di indignazioni davanti a tanto scempio:

Ti chiedi come mai nessuno metta un argine, eriga una linea Maginot. Come mai non si formino battaglioni di volontari in difesa della vittima, la Lingua, che ha pur sempre un valore storico e collettivo.

Come mai? Perché?

È lo stesso interrogativo che ricorre ogni volta, davanti alla regressione dell’italiano.
Ritornano in mente le parole di Draghi: “Chissà perché dobbiamo sempre usare tutte queste parole inglesi?” E l’accostamento tra lo sfascio dell’italiano e gli anglicismi non è affatto casuale.

Nelle sue sacrosante analisi sociologiche Nando Dalla Chiesa punta il dito su un assalto alla lingua che è tutto interno. Ma per dare una risposta al suo “come mai?” bisogna guardare anche all’assalto che arriva dall’esterno.

L’assalto dall’esterno: l’italiano di fronte alla globalizzazione linguistica

Il disegno di fare dell’inglese la lingua planetaria è un progetto politico ed economico (dagli introiti incalcolabili) sollecitato, promosso e finanziato dall’esterno, che stiamo agevolando dall’interno anche se non ci conviene affatto.
L’assalto alla nostra lingua nasce anche dal voler fare dell’inglese la lingua della formazione universitaria, della scienza, del lavoro, dal suo essere diventato un obbligo (e non una scelta) nella scuola di base, un requisito per l’assunzione nella pubblica amministrazione (riforma Madia), la lingua obbligatoria per la presentazione dei progetti di ricerca italiani (i Prin e i Fis)… mentre allo stesso tempo assistiamo all’estromissione dell’italiano come lingua di lavoro in Europa.
Le fragilità tutte interne dell’italiano nascono da tutto ciò, e su questo processo si innestano le pressioni esterne dell’inglese inernazionale, dell’espansione delle multinazionali, della terminologia tecnica nel solo inglese… e tra strafalcioni, anglicismi e pseudoanglicismi che ci inventiamo da soli la combinazione di queste due pressioni è micidiale.


Nando Dalla Chiesa depreca infastidito l’uso di “finalizzare” nel nuovo significato di “concludere”, invece che “dare un finalità”, un vezzo che è partito dall’ambito sportivo, dove qualche telecronista ha cominciato a usarlo al posto di tirare in porta o segnare una rete, ma che poi si è allargato fuori da questo ambito e si ritrova addirittura tra gli accademici (“non ho finalizzato il rapporto di ricerca”) o nell’editoria. Questo uso era già registrato nel dizionario storico di Battaglia e attestato nel De Sanctis, ma era definito “raro”. Se oggi dilaga è proprio per l’interferenza dell’inglese “to finalize” che ha questa accezione. La stessa interferenza che ci porta a dire “impattare” invece che “incidere”, un altro uso che infastidisce Dalla Chiesa, ma che ancora una volta deriva dall’inglese “to impact”.

Nel distinguere gli errori oggettivi (insediarsi e insidiare) da questi ultimi slittamenti di significato delle parole che – per quanto possano essere fastidiosi – sono un fenomeno normale nella storia delle lingue, per loro natura mutevoli, il punto è che l’assalto all’italiano è l’altra faccia della medaglia dell’idolatria dell’inglese planetario, il globalese. È per questo che l’italiano va alla deriva, perché non è più in primo piano. La nuova classe dirigente è figlia dell’anglocentrismo più totale, dalla politica alla cultura, e dunque l’italiano si abbandona perché non è più al centro di questi processi, a partire dalla scuola e dalla formazione, per finire con il linguaggio mediatico. La mancanza di indignazione di fronte allo sfregio della nostra lingua nasce da un disinteresse connesso al servilismo davanti all’inglese considerato il fulcro della nuova cultura.

La linea di Maginot dovrebbe essere oggi eretta a difesa dello tsunami anglicus, l’effetto collaterale dell’inglese internazionale, della globalizzazione linguistica, della riconcettualizzazione della nostra storia in chiave anglocentrica che avviene con il linguaggio dell’anglosfera. L’anglicizzazione della nostra lingua germoglia proprio perché trova un terreno fertile nel panorama desolante di una classe dirigente che ha problemi con l’italiano perché guarda solo al globalese, e invece di comprendere che entra in conflitto con le lingue locali e le minaccia, lo considera il nuovo totem e il nuovo modello culturale, anche linguistico, destinato a schiacciare la nostra lingua. Siamo di fronte a un cambio di paradigma in cui rischiamo di fare la fine degli Etruschi, fagocitati, senza guerre, dalla romanizzazione e assimilati fino a scomparire.

Prese di posizione come quelle di Nando Dalla Chiesa sono preziose per provare a innescare almeno un dibattito che attualmente non si vede nella nostra intellighenzia che guarda solo alla nuova cultura dell’inglese, la causa principale dell’abbandono dell’italiano.

PS
Da anni scrivo a tutte le persone influenti che esternano preoccupazioni per la nostra lingua, o che la distruggono introducendo anglicismi fuori luogo. A parte la petizione a Mattarella, ho scritto a Draghi, a Di Maio, a Franceschini, a Nanni Moretti, a Elio (delle Storie tese), a Riccardo Muti…

Nessuno mi ha mai risposto.
Non potevo non scrivere le parole di questo articolo anche a Nando Dalla Chiesa, ma questa volta un riscontro è arrivato:
Sono del tutto d’accordo con Lei. Non devo dire altro.

Il gaslighting e l’arte della manipolazione dell’italiano

Lo scorso 12 maggio il gregge dei giornalisti ha colpito ancora. Tutti compatti – dalle testate locali a quelle nazionali, sia conservatrici sia progressiste – hanno dato vita a un nuovo momentaneo picco di stereotipia destinato a diffondere l’ennesimo anglicismo. Parola d’ordine: gaslighting!

Il termine è sempre stato di bassa frequenza sui giornali, circolava prevalentemente negli ambienti degli psicanalisti, ma all’improvviso la stampa deve aver pensato bene che è arrivato il momento di rompere gli argini e di procedere con lo tsunami anglicus.

Il Corriere ha persino utilizzato la locandina del film (in lingua originale) per far arrivare il messaggio e per educare il lettore al nuovo termine anche emotivamente.

Che cosa sarebbe il gaslighting

Letteralmente significa solo “illuminazione a gas”, nessun neologismo tecnico, dunque, è solo un’espressione metaforica che deriva dal titolo di un vecchio film, Gaslight (George Cukor, 1944, a sua volta un rifacimento che nasce da un pezzo teatrale del 1938 di Patrick Hamilton). A quei tempi non eravamo ancora stati colonizzati dalle pressioni di Hollywood che impongono in tutto il pianeta i titoli originali, e in Italia è noto come Angoscia.
Si tratta di un bellissimo film che ha valso un Oscar a Ingrid Bergman, la protagonista vittima delle manipolazioni psicologiche del marito che la isola in casa e approfitta di un suo stato di debolezza nel tentativo di farla impazzire, distorcendone i ricordi e la percezione in modo sistematico fino a farla dubitare di sé.
L’episodio simbolo è appunto quello delle lanterne a gas. L’uomo ne affievolisce di nascosto l’intensità, facendo credere alla moglie che quella mancanza di luce sia solo nella sua testa, in un’alterazione della realtà fatta di negazioni dell’evidenza che la inducono a concludere di essere in preda a uno stato allucinatorio privo di riscontri oggettivi.
Stando alla Treccani, negli Stati Uniti, il termine gaslighting si è cominciato a diffondere con questo significato di plagio psicologico a partire dagli anni Settanta, quando il noto criminale Charles Manson penetrava nelle case vuote spostando le cose senza rubare nulla, per generare nelle vittime lo sgomento e l’angoscia. Ma è solo nel 2012 che la parola si è diffusa in senso tecnico tra gli analisti, quando l’ordine degli psicologi l’ha inserita nelle linee guida per la valutazione dei danni psichici che questa violenza mentale comportava.

Il reato di manipolazione psicologica e plagio mentale: italiano, ciao ciao!

Nel nostro ordinamento giuridico la questione della punizione del plagio psicologico e della manipolazione mentale è problematica. Il Codice Penale prevedeva la reclusione da cinque a quindici anni per chi soggiogava una persona al proprio potere riducendola in un grave stato di soggezione (art. 603), ma nel 1981 la Corte Costituzionale ha dichiarato questo articolo illegittimo perché i suoi contorni non erano definibili in modo netto. Nel diritto penale, infatti, solo ciò che è specificato in modo chiaro e oggettivo, cioè “determinato” invece che soggetto a interpretazioni, può essere soggetto a norma incriminatrice. Esiste il reato di circonvenzione di incapace (art 643) che è punito con la reclusione da due a sei anni e con multa da euro 206 a euro 2.065, ma tutela i minori e chi si trova in uno stato di infermità o deficienza psichica e viene indotto a compiere qualcosa di dannoso per sé o per gli altri. È dunque un concetto più ampio e po’ diverso, e solo in parte sovrapponibile. Sulla questione del reato di manipolazione mentale o psicologica, come si dice in italiano, rimane perciò un vuoto legislativo che in più occasioni ha portato a dibattiti e proposte di legge per esempio davanti al fenomeno delle sette che condizionano le persone con tecniche collaudate.

Questo è il nostro quadro concettuale, e questo è il dibattito in corso da noi da svariati anni.
E allora da dove nasce che una testata come QuiComo parli di “denuncia per gaslighting” invece che di maltrattamenti, lesioni e gli altri capi d’accusa possibili in Italia?

Le tecniche di plagio dell’italiano e il reato di manipolazione della lingua

Si tratta del solito meccanismo di riconcettualizzazione alimentato dai tecnici “non-è-propristi”.

Al vertice c’è il globalese, l’inglese internazionale che punta a essere legittimato come la lingua unica della scienza, della formazione, del lavoro e di sempre più ambiti. Ma formarsi e studiare in inglese non è un particolare neutrale e innocente, induce a pensare in inglese; non si è rivelato un processo aggiuntivo, ma sottrattivo: porta a un bilinguismo squilibrato che in buona sostanza fa regredire le lingue locali sia dal punto di vista dell’elaborazione dei concetti e dei pensieri complessi, sia dal punto di vista lessicale. Le parole inglesi in questi casi non sono affatto un arricchimento, che qualcuno chiama “doni”, si trasfomano al contrario in “prestiti sterminatori” che fanno piazza pulita delle parole italiane e costituiscono un depauperamento linguistico e concettuale.
Quando l’Oms, che pensa e parla inglese, introduce nella lista delle malattie riconosciute il burnout, favorisce l’inglese al posto della sindrome dell’esaurimento professionale, così come quando la pratica indiana della piena consapevolezza viene ridefinita in inglese attraverso la mindfulness in italiano c’è solo quest’ultima, visto che non abbiamo una Reale Accademia di Medicina come quella spagnola, né banche dati terminologiche che, come quelle francesi, fissano e istituzionalizzano le alternative locali di piena coscienza (ne avevo già parlato qui). Noi abbiamo solo una classe dirigente anglomane che ripete a pappagallo in inglese tutto ciò che arriva in questa lingua e cultura considerata superiore.
Basta leggere qualche articolo in Rete degli psicanalisti italiani che parlano di gaslighting per rendersi conto che stanno introducendo un concetto in inglese attribuendogli un significato tecnico e peculiare che non riconoscono alla nostra lingua, e non perché non lo possiede, ma perché viene da loro negato con tecniche appunto di gaslighting, e cioè di manipolazione della realtà, di annullamento psicologico, di rimozione dei significati, di sostituzioni e distorsioni che portano a concludere che la parola inglese “non è proprio come le nostre”, e dunque è “necessaria”.
Questo subdolo metodo di condizionamento linguistico si basa su tecniche ben precise.

Il primo assunto è di considerare una parola italiana solo nel suo significato storico, e non come qualcosa di elastico che può ampliare i suoi significati, visto che il lessico delle lingue vive si evolve insieme al mondo. Questo atteggiamento, che ho chiamato “anglopurismo”, prevede che, se non esiste già una parola, ciò che è nuovo si debba esprimere in inglese. È una sorta di “purismo” rivolto contro le neologie a base italiana che cristallizza il nostro lessico solo al passato. Ma se i significati sono solo quelli di un volta e non si possono estendere, una lingua non si può evolvere, e finisce con il morire. Invece, se prima della pandemia “tamponare” indicava un incidente stradale, oggi si usa anche per il fare i tamponi clinici, così come dopo l’avvento di Internet “navigare” significa andare in Rete oltre che solcare i mari. Se davanti all’inglese neghiamo alle nostre parole questa possibilità di risemantizzazione, per cui badante non può diventare caregiver, autoscatto non è come selfie… succede ciò che è successo a calcolatore: la nostra parola autoctona è stata relegata al vecchio e alle macchine di una volta, mentre i nuovi dispositivi sono solo i computer. Il che non si è verificato in inglese, francese, tedesco… dove gli equivalenti si sono ampliati per indicare anche i modelli portatili e di ultima generazione senza alcun bisogno di usare nuove parole.

Il secondo passo è quello di concentrarsi sulle diverse sfumature che l’inglese veicolerebbe, per differenziarlo dalle nostre parole e dai nostri significati. La tesi è sempre la stessa: l’italiano non avrebbe parole altrettanto precise o capaci di rendere tutte le sfumature che vengono attribuite all’anglicismo. E così si afferma che il gaslighting non è proprio come il plagio psicologico o la manipolazione mentale, sarebbe qualcosa di più specifico: una “forma” di manipolazione che implicherebbe la negazione della realtà o di aver fatto e detto delle cose con lo scopo di minare la percezione della vittima e soggiogarla.

Se la manipolazione psicologica dovrebbe essere un reato, anche la manipolazione psicologica dell’italiano dovrebbe essere trattata alla stessa stregua.
Anche perché, se proprio non si vuole allargare il significato delle nostre parole in senso moderno o nuovo, non dovremmo dimenticare le altre strategie che le lingue vive possiedono per evolversi, oltre a importare dall’inglese, e cioè adattare, tradurre o inventare parole nuove. Anche la rimozione di queste possibilità storiche fa parte dell’attuale gaslighting linguistico.

Fare dell’anglosfera il solo modello culturale universalizzante

Affermare che il gaslighting è una tecnica di distorsione della realtà che si differenzia dal plagio o dalla manipolazione è una definizione che viene inventata, introdotta e imposta, è un battezzare e un riconcettualizzare qualcosa che già abbiamo attraverso l’inglese.

Nei titoli di giornale, però, gaslighting non viene affatto usato in questo supposto senso differente (che la metafora inglese non possiede), e si legge: “Finti furti, dispetti e maltrattamenti fino a fare impazzire la compagna” (QuiComo); “Furti simulati e gomma bucata, una trappola psicologica” (Corriere); “Violenze psicologiche sulla compagna con finti furti e vandalismi” (La Repubblica)… Ma tutto ciò è affiancato alla parola gaslighting, per educarci a usarla al posto di manipolazione mentale o plagio psicologico, facendo credere che esista addirittura un (inesistente) “reato di gaslighting“. E inducendo a pensare che tutto ciò sia qualcosa di “nuovo” che proviene dalle sublimi analisi dell’anglosfera (dunque si esprime nella loro lingua), quando un decennio prima prima che gli psicologici d’oltreoceano istituzionalizzassero questo fenomeno, Amélie Poulin (ne Il favoloso mondo di Amelie, J.P. Jeunet 2001) faceva le stesse cose (con un diverso intento): rovesciava le maniglie delle porte o scambiava i tubetti di creme e dentifrici alla sua vittima che voleva allo stesso tempo punire ed educare. Ma forse anche rubare i nanetti da giardino sarà presto etichettato dai giornali come gaslighting.

Dietro l’inglese planetario non c’è solo l’aspetto linguistico, il progetto del globalese è funzionale anche a rendere tutta la letteratura e la cultura in lingua inglese un capitale condiviso dall’umanità che diviene in questo modo il principale punto di riferimento a cui guardare, come se ogni altra cultura non esistesse o non fosse altrettanto importante. Ed ecco che da un film di Hollywood si estrapola una metafora da esportare in tutto il mondo, come se quella pellicola fosse un bene comune dell’umanità, e non un prodotto culturale di un Paese e di una cultura come tutte le altre. Come se il pianeta intero dovesse conoscere il particolare delle lanterne a gas di una trama utilizzata istintivamente dagli psicologi statunitensi solo perché fa parte della loro cultura.

Il gaslighting in Francia e Spagna

Sulla Wikipedia in italiano la voce gasligthing riporta l’alternativa “manipolazione psicologica maligna”, ma su quella in spagnolo si viene indirizzati alla voce “luz de gas“, perché gli spagnoli hanno fatto la cosa più semplice che si possa fare: invece di importare una metafora direttamente in inglese – pensate un po’! – l’hanno tradotta e dicono “luce del gas” come nella lingua originale (incredibile!). Alla voce “luce” del Dizionario della Reale Accademia Spagnola si legge: “Gettare luce del gas su qualcuno (hacer luz de gas a alguien) significa cercare di fargli dubitare della sua ragione o del suo giudizio con uno sforzo prolungato per screditare le sue percezioni e i suoi ricordi.”

E su un giornale come El País si trovano articoli che usano questa espressione normalmente!

Nel dizionario della lingua francese del Quebec, invece, usano l’espressione “deviazione cognitiva” (détournement cognitif) e dunque hanno impiegato risorse francesi già esistenti per formulare in modo ben più comprensibile lo stesso concetto che i nostri giornali vogliono diffondere in inglese, buttando alle ortiche le espressioni che abbiamo sempre utilizzato. Perché la nostra classe dirigente e i nostri intellettuali sono piccoli uomini (e piccole donne, per carità!) che si limitano a ripetere in modo acritico, come scolaretti, il pensiero dell’anglosfera nella stessa lingua, con la stessa terminologia, incapaci non solo di tradurre una metafora, ma più in generale di elaborare una propria visione del mondo e una propria cultura a livello sia concettuale sia linguistico.

Una previsione

Ho già parlato più volte dei picchi di stereotipia giornalistici che ci hanno imposto la lingua del lockdown, del green pass e delle fake news. Di solito sono caratterizzati da cicli che per un certo periodo martellano in modo ossessivo con una stessa parola fino a quando cessa di essere l’argomento in primo piano. Il risultato sulle frequenze, quando si tratta di anglicismi, è che dopo un primo picco si abbassano, ma rimangono mediamente più alte di prima: è la prima fase in cui una parola inglese è così introdotta, magari con le virgolette e le spiegazioni.
A distanza anche di anni arriva spesso un altro picco e questa volta la parola già introdotta perde le virgolette o non è più affiancata dalle spiegazioni, si dà per scontata. E in questo modo la frequenza sale ulteriormente e si radica.

Gaslighting si sta facendo strada da anni, e ha tutte le caratteristiche per affermarsi (lo tenevo d’occhio da tempo, ma ora l’ho dovuto per forza aggiungere sul Dizionario AAA).

Con il nuovo picco mediatico del 2022 il dibattito già esistente sull’introduzione del reato di manipolazione psicologica rischia di trasformarsi presto in una legge sul gaslighting, magari sull’onda di qualche campagna internazionale legata ai diritti delle donne che ne può orientare il significato su alcuni aspetti più ristretti.
Dal linguaggio mediatico l’anglicismo rischia di finire in quello politico e delle sentenze, come è già avvenuto nel caso dello stalking (persecuzione), del mobbing (le vessazioni che sono un itanglismo non in uso in inglese) del bossing (vessazioni dei superiori) o dello straining (soprusi).

Se dall’espressione iniziale del film Gaslight si è passati alla desinenza in -ing che porta dalla lanterna a gas all’attività di fare luce, si affermerà anche il gaslighter, di cui si intravedono le prime occorrenze, invece di manipolatore, così come si parla ormai di stalker, al posto di persecutore.

Non ho la sfera di cristallo, ma accetto scommesse sul fatto che la luce di questo tipo di lampade finirà, come al solito, per oscurare l’italiano.

Dall’italiano all’inglese: il collasso della lingua del lavoro

Alla vigilia del Primo maggio, Massimo Gramellini, nella sua rubrica “Buonasera” su Rai 3, ha ripreso il caso della dipendente di Amazon che era stata licenziata per essersi soffermata troppo a lungo in bagno, una decisione che ha fatto notizia e che l’Ispettorato del lavoro ha poi annullato. L’editorialista del Corriere ha deprecato duramente il modello anglosassone che sta sottoponendo i lavoratori al controllo degli algoritmi con modalità disumane che ricordano quelle di Tempi Moderni di Charlie Chaplin, e sono concettualmente molto più vicine alle tanto biasimate condizioni di lavoro dei cinesi, che non alle nostre. E ha concluso il suo pezzo con un appello per tornare a un modello di lavoro europeo basato sullo stato sociale, una bella espressione italiana che non vale la pena di sostituire con welfare, per molte ragioni che, più che con la lingua, hanno a che fare con una diversa concezione del mondo che stiamo smarrendo nella nostra americanizzazione sociale e politica.

Quello su cui dovremmo riflettere è che il problema degli anglicismi e dell‘itanglese è solo l’effetto collaterale di questo processo, che fuori dal lavoro è sempre più pervasivo in ogni ambito, dalla sanità all’istruzione, dalla politica ai fenomeni di costume più marginali.

Le mansioni di lavoro in inglese

Gramellini ha raccontato che Elisa è stata assunta con la mansione di “associated”, una parola che definisce gli addetti di base senza mansioni specifiche, che si potrebbe tradurre con “l’ultima ruota del carro”, dietro l’edulcorazione di questi anglicismi. Ogni mattina, appena entra nel magazzino mostra il suo “QR code” – naturalmente pronunciato in inglese visto che “codice Qr” non fa parte dell’italiano – con cui il sistema traccia i ritmi della sua attività che, come tutto il resto, ha un nome in inglese ed è definita “outbound”. Consiste nel sistemare dentro i pacchi gli oggetti che un altro “associated” le porge dalla fessura della gabbia in cui è rinchiusa. Se si guardano le mansioni e i nomi delle figure professionali di Amazon sono tutti di questo tipo; ci sono gli addetti al “picking”, cioè i “picker” incaricati di prelevare e raggruppare i prodotti che formano l’ordine, o gli “stower” che recuperano la merce per riporla in una cella della torre e così via.

Elisa ha un minuto per eseguire la sua confezione, in modo da sfornare 60 pacchi all’ora. Se va in bagno lo deve comunicare al responsabile perché sia sostituita e la catena di imballaggio non si interrompa. Se durante l’arco della giornata questo ritmo rallenta, si avvicina immediatamente un “instructor”, le cui mansioni evocano forse a qualcuno quelle della parola tedesca “kapò”, che le impartisce un breve “coatching” motivazionale per fare in modo che si dia una svegliata.

In questo scenario d’altri tempi che sta tornando a essere la norma di molte realtà lavorative, dai “call center” ai “rider” del mondo del “delivery”, anche l’imposizione della nomenclatura in inglese fa parte dell’alienazione e del controllo che viene introdotto. Le multinazionali che si espandono lo fanno esportando e imponendo la propria lingua, insieme alle proprie pratiche, in una distruzione totale delle nostre radici. E ciò avviene a ogni livello della catena, dai subalterni più infimi ai più alti dirigenti, i “top manager” che ostentano l’itanglese con fierezza e come fosse il necessario linguaggio di settore che il mondo del lavoro allo stesso tempo richiede e impone.

Passando alle mansioni contrattuali di un’altra simpatica multinazionale, per comprendere cosa sta accadendo basta scorrere quelle di MacDonald’s che nelle sue succursali italiane esporta figure come i crew (ma anche i crew-delivery o i crew-trainer) o i guest experience leader e swing assistant (anche detti training manager).

Questi sono solo due esempi di “normalità”, perché il mondo del lavoro è ormai tutto così. E nel caso delle multinazionali l’itanglese non riguarda più la comunicazione e le scelte sociolinguistiche che entrano in gioco nel parlare, è entrato ufficialmente e istituzionalmente nella contrattualistica.

Negli anni Novanta un giurista del calibro di Francesco Galgano aveva analizzato il radicarsi di parole come “leasing” o “franchising” nella giurisprudenza, mostrando che si affermano in tutto il mondo per precise disposizioni delle case madri statunitensi che impongono alle filiali la propria terminologia. Queste tassative raccomandazioni di non tradurre e adattare il meno possibile i concetti del proprio diritto in quelli delle lingue locali serve a mantenere la loro uniformità internazionale e le protegge da ogni possibile conflitto con gli ordinamenti giuridici dei singoli Paesi. (Francesco Galgano, “Le fonti del diritto nella società post-industriale”, in Sociologia del Diritto, Rivista quadrimestrale fondata da Renato Treves, 1990, p. 153). Questa volontà è in linea con quella più generale con cui gli Stati Uniti tentano in ogni modo di estendere la validità delle proprie leggi anche al di fuori dei propri confini nazionali in altri ambiti. Certe conseguenze politiche o militari sono sotto gli occhi di tutti, quelle linguistiche portano a far sì che “leasing” abbia la meglio per esempio sul nostro concetto di “locazione finanziaria”, e poi esca dal suo ambito grazie allo stesso linguaggio usato dal braccio armato delle multinazionali: la pubblicità – anzi l’advertising – che estende l’inglese planetario al linguaggio comune. Dunque ci offrono le automobili in “leasing” e ci invitano ad aprire la nostra attività in “franchising” con loro, portando alla regressione di un’espressione come “catena di negozi”.

Nel 2014, Alessandro Gilioli (“Anglicismi nel linguaggio giuridico italiano: il caso leasing”, Italogramma, vol. 7, 2014, p. 3) ha notato che questo meccanismo di propagazione si ritrova uguale in una miriade di altre espressioni, come joint venture, merchandising, authority, buyer, consumer, delivery, welfare state

Da allora la situazione si è ulteriormente allargata e sta diventando sempre più profonda: questo meccanismo non solo causa l’itanglese, ma finisce per mettere a rischio la lingua italiana in modo ben più grave, perché la nuova frontiera di questa espansione mira a cancellare totalmente l’italiano dalla contrattualistica per sostituirlo con il solo inglese.

I contratti di lavoro in inglese e altri pericolosi precedenti

Giorgio Cantoni, il fondatore di Italofonia, è un dipendente di una multinazionale statunitense che conosce bene queste realtà e in un articolo sul sito Campagna per salvare l’italiano ha denunciato questa nuova invadenza dell’inglese che si allarga uscendo dalla nomenclatura delle figure professionali, delle cariche, delle funzioni e delle procedure produttive per coinvolgere anche i contratti:

Diverse aziende, spesso succursali italiane di multinazionali statunitensi, hanno preso l’abitudine di stilare i contratti di lavoro dei propri dipendenti italiani assunti per operare sul mercato italiano, esclusivamente in inglese. Naturalmente un inglese giuridico-legale, dalla cui comprensione dipendono però le vostre mansioni, le regole da rispettare, le clausole che comportano penali, l’inquadramento, la retribuzioni e altri aspetti cruciali. Ma nulla a quanto pare obbliga l’azienda a fornirvi una copia nella vostra lingua, anche se siete assunti nel vostro Paese e qui eserciterete i vostri compiti.”

In Francia una cosa del genere non sarebbe legale, perché ogni azienda che si stabilisce nel territorio francese è obbligata a tradurre tutti i contratti e i documenti, incluso il logiciel, cioè i programmi informatici che loro non chiamano affatto software, e chi non si è adeguato ha ricevuto salate sanzioni.

In qualunque Paese civile, sovrano e non colonizzato, dovrebbe essere così. La nostra classe politica dovrebbe impedire queste cose, se non fossimo una sorta di “Bieloamerica” incapace di distaccarci dalla voce del padrone sotto ogni aspetto. Perché queste prassi costituiscono dei pericolosissimi precedenti, e loro conseguenze portano anche a sovrapposizioni e aree grigie altrettanto pericolose.

Su alcuni luoghi di lavoro – continua Giorgio Cantoni – la maggior parte dei corsi sulla sicurezza vengono erogati in inglese, magari perché il materiale è prodotto in una sede centrale negli Stati Uniti o a Londra, e per l’azienda è più pratico non creare versioni in altre lingue. Il massimo che lo Stato italiano potrebbe richiedere loro è di farvi firmare un modulo in cui dichiarate di aver compreso tutti i contenuti somministrati in inglese e di non aver bisogno di una traduzione in lingua italiana. E vorrei vedere quale dipendente avrebbe il coraggio di non firmarlo, anche se non avesse capito nulla.

La mancata comprensione delle norme di sicurezza mette a rischio la salute dei lavoratori, e può contribuire all’aumento delle morti bianche. Intanto, sul piano linguistico della morte dell’italiano, poiché l’inglese è ormai diventato un obbligo nel mondo del lavoro, sancito dalla Riforma Madia, per esempio, come requisito per l’assunzione nella pubblica amministrazione italiana, lo scenario del futuro potrebbe essere anche peggiore, a proposito di questo genere di multinazionali.

Giorgio Cantoni riferisce di un caso che ha potuto esperire di persona: un’azienda “dove il datore di lavoro obbliga il personale, per la maggioranza italiano, a comunicare sempre in inglese, in ufficio, durante l’orario di lavoro. Solo le pause sono escluse… così invece che fumare di nascosto nei bagni o alla finestra, qualcuno sfrutterà i minuti di pausa per fare una cosa ancora più proibita: parlare nella propria lingua!”

L’emulazione tutta interna della colonia Italia

La cosa allucinante è che questo disegno suicida non è determinato solo dall’espansione delle multinazionali, che perseguono i propri interessi, ma è emulato sempre più anche dalle realtà italiane. Quando l’inglese diventa la lingua superiore, e quando l’italiano non sa più esprimere il contemporaneo se non attraverso gli anglicismi che vengono introdotti da una classe dirigente in preda a un complesso di inferiorità che la rende ormai incapace di usare la propria lingua, la conseguenza è che gli addetti ai lavori si rivolgano a questo modo – il solo che ormai concepiscono e conoscono – anche ai cittadini.
E così Italo ha introdotto a figura del “train manger” al posto del “capotreno” non solo nella comunicazione ai passeggeri, ma anche nei contratti di lavoro, mentre in un’accademia dove mi capita di insegnare la comunicazione ufficiale mi invita a partecipare alle riunioni di “faculty” invece che di “facoltà” e si stupisce delle mie rimostranze di cui non comprende nemmeno il senso. Oppure il comune di Roma, nella sezione #RomaInnovation del suo sito istituzionale, lancia la piattaforma Citizen Wallet – l’altra “faccia della medaglia del piano Roma Smart City” – attraverso il servizio “tap&go di Atac” per incentivare “i comportamenti virtuosi messi in atto dai city user” per il miglioramento della sostenibilità ambientale e per la distruzione della sostenibilità della nostra lingua. Infatti la Casa Digitale del Cittadino che eroga il “borsellino elettronico (wallet)” è denominata “My Rhome” (grazie ad Alberto Bertelli per la segnalazione).

Tutto ciò sta portando al collasso dell’italiano, e non solo nel mondo del lavoro.

Il collasso di ambito

Il “collasso di ambito” è un concetto di cui ha parlato il linguista australiano Joe Lo Bianco, dell’Università di Melbourne, che chiama così il caso in cui una lingua cessa di adattarsi ai cambiamenti in un determinato ambito fino a perdere la capacità di esprimerlo in modo efficace. Ciò è avvenuto per esempio nella lingua svedese quando negli anni Novanta hanno deciso di erogare la formazione universitaria solo in inglese. Il risultato è stato “l’allarme pubblico e l’agitazione per rafforzare la posizione e la sicurezza dello svedese come lingua nazionale con l’intera gamma di usi sociali e intellettuali” (Joe Lo Bianco, “Language, Place and Learning”, PASCAL International Observatory, 2007).

Mentre in Svezia ci hanno ripensato ritenendo questa scelta dannosa (lo stesso danno denunciato in Olanda da Annette De Groot che ha spiegato il concetto del “bilinguismo squilibrato” e dell’inglese sottrattivo), in Italia abbiamo da poco deciso di perseguire questa strada suicida con l’anglificazione dell’università e più in generale della formazione, che prepara le nuove generazioni al futuro mondo del lavoro fatto di inglese e di itanglese in un abbandono dell’italiano che lo renderà sempre più simile a un dialetto. Così il cerchio si chiude.

PS: scopri le tre piccole differenze

Chi mette in discussione l’itanglese e chi non pensa che siamo in presenza di un collasso di ambito (ma anche chi abitualmente fa acquisti su Amazon) farebbe bene a guardare questo sito che riporta le offerte di lavoro di Amazon.
Per facilitare la lettura le copio-incollo per intero di seguito (le mansioni espresse in italiano sono 3, chi riuscirà a trovarle?).

OFFERTE DI LAVORO A MILANO
Associate Account Manager Amazon Business;
Sr. Customer Experience manager, Last Mile Delivery Experience;
Sr Agency Partnerships Manager;
DevOps Architect, Global Financial Services, Professional Services;
Sr. Strategic Vendor Manager, Last Mile GFP Europe;
Senior Vendor Manager – Amazon Fresh;
Sr. Program Manager, Trustworthy Shopping Experience;
Technical Program Manager II, EUCF ACES EThOS;
Fashion Deals Ops Specialist, 3P SL Promotions;
Senior Engagement Manager, Professional Services;
Regulatory Counsel, WW Ops , EU Ops Legal;
Associate Account Manager Amazon Business;
Senior Team Lead, Amazon Vendor Services, Fashion;
Sales Account Manager;
Global Category Manager – Category Sourcing Manager;
Manager, EU DSP Planning;
Telco Principal Solutions Architect;
Business Analyst;
Employee Relations Manager;
Onboarding Recruitment Coordinator, Student Programs;
Sr. Vendor Manager Furniture;
Creative Agency Strategist, Campaign & Creative Management;
Front End Engineer, AWS Resource Management;
Senior Front End Engineer, AWS Resource Management;
Marketing Program Manager;
Software Development Engineer, Robotics Advanced Technology Europe;
HR Business Partner;
Senior HR Business Partner;
Program Manager, Amazon Fresh;
Enterprise Account Manager SME, Enterprise;
Head of Vertical Sales;
Sr. Product Manager Heavy & Bulky Italy and Spain;
Applied Scientist, Network Process Optimization;
Performance Engineering Mgr., Innovation & Design Eng.;
Network Business and Vendor Developer;
Sr. Marketing Manager Italy, Amazon Ads, Amazon Ads;
Real Estate Asset Manager – Italy;
Sr Program Manager, Selection, Amazon Fresh & 3P Grocery Delivery;
Customer Delivery Architect, Global Financial Services;
Telco Principal Solutions Architect;
Partner Technical Trainer, Partner Training;
Snr Product Marketing Manager, F3 Central Marketing;
Italy Sales Leader, Microsoft Platform, Microsoft Sales Specialist, WWSO;
Design Technologist;
Principal Product Manager EU Vendor’s Experience;
Data Center Security Manager;
HR Regional Partner;
Italy Content Analysis Senior Manager, Amazon Studios Local Originals;
Senior Program Manager, Acquisition;
Business Intelligence Engineer;
Data Scientist Intern;
Marketing Manager;
Account Executive;
Customer Delivery Architecy, Professional Services;
Senior Program Manager, Fulfillment Acceleration, EU DF;
Product Support Engineer, Emerging Tech Services;
Sr Software Development Engineer, Amazon Books;
Internal Recruiter.

OFFERTE DI LAVORO A ROMA
Territory Account Manager – Public Sector;
Senior Front End Engineer, AWS Resource Management;
AWS Recruiter;
Audit, Risk and Compliance Manager;
Transportation Audit, Risk and Compliance Manager;
AWS – Lead Development Representative Italy;
Security Tooling Engineer;
Senior Penetration Testing Engineer, Security Verification and Validation Team;
Penetration Testing Engineer.

ALTRE SEDI
Senior Software Development Engineer, Redshift Berlin – Cagliari;
Costumer Service Delivery Station Liaison (DSL) – Alessandria;
Graduate Area manager – Passo Corese (RIETI);
Site Controller, Customer Fulfillment Finance – Agognate (Novara);
HR Business Partner – Torrazza Piemonte (Torino);
HR Assistant – Palermo;
Inventory Control and Quality Assurance Escalation specialist – Colleferro (Roma);
Specialista Sicurezza sul Lavoro – Cividate al Piano (Bergamo), Rovigo, San Salvo (Chieti);
Reliability Maintenance Engineering Area Manager – Calenzano (Firenze);
Health and Safety Manager – Passo Corese (Rieti);
Team Lead Operations – Trento;
Software Developer Engineer, Alexa AI Natural Understanding – Torino;
Senior Program Manager – Security and Loss Prevention, EMEA Surface Transportation
Programs Implementation – Castel San Giovanni (Piacenza);
Receptionist (L.68/99) – Cividate al Piano (Bergamo);
Reliability Maintenance Engineering Planner – Cividate al Piano (Bergamo);
Specialista Sicurezza sul Lavoro, EU Sort WHS – Casirate d’Adda (Bergamo);
Travel Coordinator, Launch Support Team – Casirate d’Adda (Bergamo);
Loss Prevention Specialist – Passo Corese (Rieti), Agognate (Novara);
Supervisore Squadra di Manutenzione – Colleferro (Roma);
3PL Area Manager, 3PL team – Soccorso (Perugia), Genova, Bitonto (Bari);
Receptionist – Colleferro (Roma);
Italian Data Linguist – Torino;
Software Development Engineer, Elastic Graphics – Asti, Cagliari;
Senior HR Business Partner – Calenzano (Firenze), Padova, Bologna, Venezia, San Giovanni Teatino (Chieti);
Regional Program Manager, Community Operations – Firenze, Grugliasco (Torino);
Regional Specialist, Community Operations – Udine;
HR Business Partner – Castel San Giovanni (Piacenza);
Senior HR Manager Warehousing – Cividate al Piano (Bergamo);
ICQA Escalation specialist – San Salvo (Chieti);
HR Associate Partner – Torrazza Piemonte (Torino);
Air Gateway Manager, Air Ground OPS – Castel San Giovanni (Piacenza);
Senior HR Business Partner – Spilamberto (Modena);
Graduate HR Partner – Torrazza Piemonte (Torino);
Manutentore industriale – Cividate al Piano (Bergamo);
Shift Manager AMZL, Amazon Logistics – Pisa;
ICQA Data Analyst – San Salvo (Chieti);
Trainer – Cividate al Piano (Bergamo);
Ops Lead – Spilamberto (Modena).

Anglicismi e forestierismi: le abissali differenze

La guerra ai barbarismi del ventennio fascista fu fatta per motivi di principio e di autarchia e non certo perché le parole straniere – che a quei tempi erano soprattutto francesi – rappresentassero una reale minaccia per l’italiano.

L’ostilità verso i forestierismi affondava le sue radici nel pensiero risorgimentale e patriottico legato all’unità d’Italia e alle invasioni straniere che da secoli rendevano il nostro Paese una terra di conquista. E il motto di un libro come Barbaro dominio di Paolo Monelli (1933) riprendeva proprio una citazione del Principe di Machiavelli che veniva applicata alla lingua: “Ad ognuno puzza questo barbaro dominio” (cap. XXVI).
Sul piano linguistico questo sentimento si intrecciava con secoli di “purismo” e di dibattiti sulla questione della lingua, dove nel separare metaforicamente il fior di farina dalla crusca che aveva guidato la nascita dell’omonima Accademia, insieme ai neologismi, ai tecnicismi e alle parole non toscane si condannavano in blocco anche i forestierismi; persino quelli adattati come “precisazione” citata da Leopardi, o “emozione”, che in un popolare dizionario di Rigutini di fine Ottocento era bollata come un gallicismo da evitare (Giuseppe Rigutini, I neologismi buoni e cattivi più frequenti nell’uso odierno, Roma, Libreria editrice Carlo Verdesi, 1886).

“Scusate il francesismo”, che si usa ancora a oggi in modo spiritoso davanti a una parolaccia, deriva proprio da questo contesto, dal chiedere venia davanti all’uso di parole francesi come fossero offensive. E lo stesso atteggiamento di repulsione si registra anche per molti neologismi italiani, a cui non siamo avvezzi.

Di fronte alle odierne denunce per l’abuso dell’inglese, molti credono che la questione sia ancora di questo tipo. Non si sono accorti che la storia ha voltato pagina in un cambio di paradigma che rappresenta un salto e una discontinuità rispetto al passato.

Numeri, mancato adattamento e velocità di penetrazione

Il numero degli anglicismi non adattati accolti nei dizionari è attualmente superiore alla somma di tutti gli altri forestierismi crudi provenienti da tutte le lingue del pianeta messe assieme, compresi i francesismi.
Sul Devoto Oli ce ne sono 4.000, sullo Zingarelli sono 3.000, ma lo scarto è dovuto solo ai diversi criteri di classificazione: il primo dizionario tende a fare di ogni locuzione una voce a sé, mentre il secondo tende a registrarla all’interno della voce madre, per cui marketing mix si trova sotto il lemma principale marketing e non viene conteggiato dalle ricerche automatiche. Ma a parte ciò, i numeri delle voci non sono poi molto diverse se si confrontano i due vocabolari.

I francesismi crudi sono invece meno di 1.000, gli ispanismi meno di 150, altrettanti sono i germanismi. Seguono un’ottantina di parole giapponesi non adattate, una trentina arabe, una trentina portoghesi, e le voci delle altre lingue, dal russo al cinese, sono ognuna nell’ordine della decina o di poche manciate (Cfr. “I forestierismi nei dizionari: quanti sono e di che tipo“).

A impressionare non ci sono solo queste enormi differenze numeriche. Anche la velocità di diffusione è preoccupante. Il 90% delle parole inglese è penetrata nell’italiano negli ultimi 70 anni, fondamentalmente dal dopoguerra in poi. Nel 1990, la prima edizione digitale del Devoto Oli registrava solo 1.600 parole inglesi crude, e nel 1995, quella dello Zingarelli ne conteneva 1.800.
I meno di 1.000 francesismi non adattati, al contrario, sono l’eredità storica di substrati plurisecolari di influenza del francese. Ma vista l’affinità con l’italiano, l’interferenza del francese nel complesso ha subito un adattamento e oggi le parole di origine francese, come “emozione” sono a tutti gli effetti parole italiane, al contrario di espressioni come fake news che rimangono “corpi estranei” nel loro suono e nella loro ortografia che violano la nostra identità linguistica. Stando alle marche di un dizionario specialistico come il Gradit del 2007, oltre il 70% dei gallicismi sono stati assimilati, mentre nel caso dell’inglese le parole penetrano quasi sempre senza adattamenti e le italianizzazioni costituiscono meno del 30% dei casi. E da allora le cose sono peggiorate. Tullio De Mauro, nel confrontare i numeri del Gradit del 1999 con quelli del 2007 ha dichiarato:

Il confronto con i dati registrati nella prima edizione del GRADIT mostra che negli ultimi anni gli anglismi hanno scalzato il tradizionale primato dei francesismi e continuano a crescere con intensità, insediandosi, come più oltre vedremo, anche nel vocabolario fondamentale.
(Tullio De Mauro, Storia linguistica dell’Italia repubblicana: dal 1946 ai nostri giorni, Laterza, Bari-Roma 2016, p. 136.)

In altre parole, nell’arco di una sola generazione l’interferenza dell’inglese ha raggiunto e superato quella del francese che è avvenuta in un lasso di tempo di secoli e secoli raggiungendo anche il lessico comune.

Frequenze e ambiti

Un’altra spropositata differenza tra gli anglicismi e gli altri forestierismi sta nella frequenza con cui li utilizziamo. Basta scorrere la pagina principale di un qualsiasi giornale in Rete e contare le parole inglesi. Mediamente se ne trovano a decine e le loro percentuali sono altissime, mentre nel caso delle altre lingue se ne trovano al massimo solo una o due, di solito.
Quando “chef” era solo un francesismo e si usava al posto di “cuoco” per moda e snobismo, la sua diffusione era bassa. Nel nuovo Millennio, da quando la stessa parola ci è arrivata dall’angloamericano dell’era dei MasterChef e dei FoodNetwork, la sua frequenza è decuplicata! E oggi l’italiano evoca una professione di serie B: il cuoco è quello delle trattorie e delle mense aziendali – la manovalanza – mentre nei ristoranti stellati o di lusso ci sono solo gli chef.


La cosa grave è che gli anglicismi non riguardano solo la cucina, la moda, il costume o gli ambiti marginali della società, sono penetrati senza alternative nel lessico di tutti i giorni e nei settori strategici della modernità, dove l’italiano è ormai mutilato, incapace di esprimere con parole sue – senza la stampella dell’inglese – i settori come l’informatica, la tecnologia, il lavoro, la scienza, l’economia… e da computer a marketing, da spread a lockdown, le parole italiane sono venute a mancare.

Dalla quantità al salto verso l’itanglese

L’attuale interferenza dell’inglese non ha nulla a che fare con quella del francese o delle altre lingue anche nell’impatto che sta stravolgendo la nostra lingua. Se i forestierismi si possono ancora considerare “prestiti” lessicali isolati, gli anglicismi non lo sono affatto. L’inglese produce il fenomeno delle ibridazioni e la nascita di centinaia e centinaia di parole come chattare, backuppare, downloadare, hackerare, twittare, whatsappare… ma anche zoomabile, fashionista, scoutismo… mentre le radici inglesi si accostano a quelle italiane (clownterapia, libro-game, pornoshop, punkabbestia, webserie…) e parole come killer, o confissi come baby, cyber, over… si trasformano in regole generative foriere potenzialmente di infinite ricomposizioni (killer sassi killer, zanzare killer, squalo killer, cellule killer, batterio killerbaby-calciatore, cyber-criminale, over-ottantenne…). Le parole inglesi si accostano poi tra di loro in una rete sempre più fitta di ricombinazioni che si allargano nel nostro lessico con un effetto domino: food fast food, street foodpet pet food, pet sittersmart smart working, smartphone
Ci sono intere famiglie di parole declinate nelle desinenze in –ing e –er: surf/surfing/surfer, work/working/worker, shop/shopping/shopper… e tra blogger e rapper invece di bloggatori e rappatori l’inglese si trasforma in una grammatica inconscia che genera anglicismi e pseudanglicismi che vivono di vita autonoma: no global, no vax… → no + qualsiasi cosa in inglese; covid hospital, covid free… → covid + qualsiasi cosa in inglese

Tutto ciò non si vede nel caso degli altri forestierismi. L’interferenza dell’inglese si sta trasformando in una neolingua ibrida che sta producendo anche i primi prestiti sintattici dove la collocazione delle parole italiane si scombina: social media manager, green economy o green pass non seguono l’ordine di responsabile della comunicazione digitale ed economia o certificazione verde.

Negli ultimi anni stiamo assistendo alla crescita di enunciazioni mistilingue che alternano all’italiano codici in inglese sempre più complessi come off course, one moment, number one, why not?, very good, oh my God!, last but not least, the best, real time… Questo fenomeno è in fase embrionale, ma si sta allargando e la mia impressione è che sia destinato ad ampliarsi in modo sempre più veloce e profondo. Ultimamente, nel parlato, si sentono sempre più spesso enunciazioni come too much per dire “questo è troppo”. E in questo vezzo anche i verbi cominciano a fare la loro comparsa e si infilano nell’italiano come fosse un normale intercalare, per esempio remember, don’t worry¸ stop, relax, save the datefuck you!

Dalla “questione della lingua” alla questione delle lingue

Questi sono i fatti. Continuare a blaterare che è normale che le lingue si evolvano, come si sono sempre evolute, e concludere che l’interferenza dell’inglese non è preoccupante, significa non comprendere come stiano le cose.

“Tsunami” è un nipponismo, ma non c’è alcun problema a usare un forestierismo del genere, perché è un “prestito” isolato che non rappresenta alcuna minaccia per l’italiano. Certo, qualcuno che si scaglia con l’inglese per motivi che hanno a che fare con il purismo ci sarà sempre. Ma chi non capisce la portata dell’attuale tsunami anglicus rischia di essere l’altra faccia della medaglia di questo purismo anacronistico di cui fa il controcanto. I due atteggiamenti sono altrettanto stupidi.

Il problema non sono i forestierismi, il problema è il numero degli anglicismi, e solo quelli, che hanno preso il sopravvento e non costituiscono più un arricchimento, ma un depauperamento dell’italiano. La questione non è più quella “della lingua”, ma delle lingue di tutto il pianeta minacciate dall’interferenza dell’inglese globale. Quelle minori rischiano di scomparire, ma anche quelle più forti ne escono snaturate. E in Italia, dove non c’è alcuna attenzione per l’ecologia linguistica, dove non esiste alcuna politica linguistica, e dove la nostra classe dirigente diffonde l’itanglese ed è schierata a favore del globalese, siamo messi molto male.