Anglicismi: il ruolo dei traduttori e l’importanza delle traduzioni

Sabato 30 settembre 2017 ricorre la giornata mondiale della traduzione, un tema cruciale per la questione dell’itanglese.

Riflettevo sul fatto che si è ormai consolidata l’espressione “mandare una foto in allegato”, e non “mandare un attachment”, mentre quando si tratta di scaricarla o di trasferirla si usa prevalentemente il termine inglese “download”. Il motivo è che nel parlare non facciamo che ripetere inconsapevolmente quello che leggiamo nei programmi che usiamo. In un primo tempo si presentavano con interfacce in inglese, e solo successivamente sono state tradotte.

Oggi, nei programmi di posta elettronica c’è ormai il bottone allegato, invece di attachment che compariva in passato, e questa traduzione ha “salvato” l’equivalente nella nostra lingua. Ciò non è avvenuto per il termine download, che nei programmi è rimasto in inglese quando è usato come sostantivo, e solo quando indica un verbo è stato tradotto con “scarica”.

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Lo stesso si può dire di file, che il più delle volte è riportato senza traduzione e solo di recente, in alcuni programmi di videoscrittura, è sempre più sostituito da documento. Ma file si è ormai acclimatato ed è entrato nell’uso come fosse una parola insostituibile. Come desktop invece di scrivania e tanti altri termini informatici.

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Questi esempi devono fare riflettere sull’importanza delle traduzioni e sulla loro circolazione, non solo nell’informatica, ma anche negli altri ambiti.

I mezzi di informazione, le pubblicità, le aziende, gli enti, i politici e tutti gli apparati o le persone che con il loro linguaggio si rivolgono a un vasto pubblico hanno un’enorme responsabilità nella diffusione (e nell’imposizione) della lingua, e se continuano a fare circolare gli anglicismi non tradotti, è inevitabile che poi i parlanti li ripeteranno e perderanno la capacità di ricorrere agli equivalenti italiani che non si usano, si perdono, e non vengono in mente in modo immediato (privacy/riservatezza, trend/tendenza, feedback/riscontro, customer care/assistenza clienti…).

E invece la Rai sta in questi giorni pubblicizzando il Back to fact (Milano, 28 settembre – 1 ottobre 2017) dove si trovano interventi come Fact checking: un’arma fondamentale contro le fake news, le Ferrovie dello Stato si vantano di aprire nuovi help center invece di punti di informazione, e gli apparati mediatici non fanno che martellarci di anglicismi soprattutto nei titoli (in grande e urlati).

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Il problema dei giornali e dei mezzi di informazione non è solo quello di preferire l’inglese (per il maggiore impatto o la pretesa sinteticità). Sempre più spesso attingono tutti dalle stesse fonti (prevalentemente angoloamericane) e riportano gli stessi termini in originale, lasciando ad altri il problema delle traduzioni. E così in un batter d’occhio si propagano parole come spread, brexit o gig economy che circolano senza alternative e diventano il monolinguaggio mediatico stereotipato che si impone nell’uso di tutti. In questo modo, nell’era del tempo reale e della globalizzazione, gli anglicismi entrano così rapidamente che non c’è il tempo di tradurli o di sostituirli: si attestano nell’uso come vengono riportati, prima che i traduttori professionali possano intervenire. E una volta affermati, poi è tardi per sostituirli.

E allora le traduzioni sono davvero cruciali. Il problema è che mancano i traduttori professionali, almeno nell’informazione che si rivolge al largo pubblico. E soprattutto è in atto una battaglia culturale dove le traduzioni sono spesso volutamente trascurate. Venendo ai linguaggi settoriali e degli addetti ai lavori, come quello tecnico e scientifico, la battaglia per dirlo in italiano è quasi persa. Gli scienziati scrivono e pubblicano in inglese per rivolgersi alla comunità mondiale, e una scienziata come Maria Luisa Villa si dimostra davvero preoccupata per la comprensione pubblica della scienza:

“Nel giro di pochi lustri la lingua italiana potrebbe essere mutilata e inadatta alla trasmissione del sapere scientifico.”

[Maria Luisa Villa, L’inglese non basta. Una lingua per la società, Bruno Mondadori-Pearson, Milano 2013, p. 95]

Barbara Cappuzzo nota invece che esistono “organismi internazionali multilingui (Ue, Fao, Onu) impegnati nella costruzione di corrispondenze terminologiche tra le diverse lingue, e sono nate vere e proprie banche dati terminologiche.” Tra i progetti più interessanti nostrani c’è quello di Ass.I.Term (Associazione
Italiana per la Terminologia), il cui principale obiettivo è quello di promuovere l’arricchimento del lessico scientifico e tecnico in lingua italiana.
Attività di questo tipo si scontrano però con la volontà di una comunità internazionale di ingegneri, tecnici e ricercatori che si battono per l’omologazione terminologica anglofona nel discorso tecnico-scientifico.

[Barbara Cappuzzo “Il linguaggio informatico inglese e italiano: considerazioni su alcuni aspetti lessicali dal confronto tra le due lingue”, in MPW, Mots Palabras Words, 6/2005, p. 68]

Questo è il vero problema, che denuncia anche Claude Hagège quando scrive che la predominanza dell’angloamericano spinge verso una mentalità monolingue che è tutta a beneficio dell’inglese e all’imposizione della lingua dominante da parte di tutti.

Le competenze plurilinguistiche non sono considerate una ricchezza e il “monolinguismo a vantaggio dell’inglese è vissuto come garanzia (…) della modernità e del progresso, mentre il plurilinguismo è associato al sottosviluppo e all’arretratezza economica, sociale e politica, oppure è considerato una fase, negativa e breve, sulla via che deve condurre al solo inglese.

[Claude Hagege, Morte e rinascita delle lingue. Diversità linguistica come patrimonio dell’umanità, Feltrinelli, Milano, 2002, p. 100]

Dirlo in inglese o in italiano è perciò in questo momento una battaglia culturale e politica tra due diverse visioni del mondo e del nostro futuro: il monolinguaggio basato sull’inglese che vuole essere internazionale e moderno, e la difesa della lingua e della cultura locale che rischia di soccombere davanti alla globalizzazione. Se l’italiano non si saprà rinnovare con la creazione di adattamenti, neologismi e traduzioni, il suo futuro sarà l’itanglese. I traduttori professionali sono più che mai fondamentali per evitare questo scenario, anche se spesso non c’è il tempo di proporre alternative in grado di affermarsi, perché le traduzioni possibili possono essere tante, e faticano ad affermarsi contro la tendenza alla stereotipia diffusa dai mezzi di informazione (una parola con un solo significato come piace ai traduttori automatici).

Le conseguenze di questa mancanza di traduzioni, sia nell’ambito mediatico e più popolare, sia in quello tecnico e scientifico sono devastanti per il nostro lessico e la nostra lingua.

Una lingua che rinunciasse a esprimersi in aree culturalmente centrali, come la scienza e la tecnologia, sarebbe destinata a diventare nell’arco di pochi anni un rispettabilissimo dialetto: adatto alla comunicazione quotidiana e alla poesia, ma inadeguato a cimentarsi con la complessità del presente e con l’astrazione propria dei processi intellettuali.”

[Luca Serianni, “Conclusioni e prospettive per una neologia consapevole”, Società Dante Alighieri, Firenze, durante il convegno del 25 febbraio 2015]

Se puntiamo su una lingua diversa dalla materna come lingua delle tecnoscienze, assisteremo a un nostro rapido declino come società colta. L’italiano, decapitato di una sua grossa parte, decadrà sempre più a lingua familiare, affettiva, dialettale, straordinariamente adatta magari per scrivere poesia ma incapace di parlare ai non specialisti di economia o di architettura o di medicina.

[Gian Luigi Beccaria, Andrea Graziosi, Lingua madre. Italiano e inglese nel mondo
globale, Bologna, Il Mulino, 2015, p. 116]
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5 pensieri su “Anglicismi: il ruolo dei traduttori e l’importanza delle traduzioni

  1. Sono del tutto d’accordo che chi ha un ruolo pubblico ha un’enorme responsabilità anche per un uso corretto e consapevole della lingua: l’abuso di anglicismi è innanzitutto una mancanza di rispetto per i cittadini. Sono anche molto infastidita dalla pigrizia (e spesso ignoranza) dei media che preferiscono proporre anglicismi anziché verificare se esista un’alternativa italiana. Vorrei però fare qualche precisazione sugli esempi di terminologia informatica relativi alle interfacce utente perché non sono del tutto convinta da alcune delle affermazioni fatte qui sopra.

    È un ambito che conosco molto bene e non condivido ad esempio le osservazioni di Cappuzzo, perlomeno non per quello che riguarda il software di grande diffusione come sistemi operativi, app e programmi per la produttività personale: le spinte verso gli anglicismi sono effettivamente forti ma vengono dal mercato e non da presunte volontà di comunità internazionali. Non vedo neanche motivo di scontro con progetti terminologici nostrani, semplicemente perché in ambito informatico sono pressoché inesistenti – lo dico come socia Ass.I.Term.!

    Nella localizzazione del software uno dei principali criteri che influenzano le scelte terminologiche è la cosiddetta esperienza utente: non intervengono quindi solo fattori linguistici ma anche extralinguistici. Se in un mercato un concetto è già noto con il nome inglese sarebbe poco accorto cercare di imporre un nome italiano alternativo che nessuno conosce e che potrebbe creare confusione, con un impatto negativo sulla curva di apprendimento. Se invece si introduce un concetto nuovo o non ancora sufficientemente diffuso, la preferenza dei produttori leader di mercato che si avvalgono di servizi di localizzazione professionali è quella di optare per terminologia italiana, soprattutto se si tratta di prodotti di grande diffusione. Le scelte devono comunque sempre tenere conto della terminologia già esistente (congruenza!) e di vari aspetti pragmatici, comunicativi e diacronici che possono limitare le scelte effettivamente disponibili. Esempio: se è già diffuso l’anglicismo paywall, è sconsigliabile pensare a un nome italiano per il concetto coordinato surveywall.

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  2. A proposito di file, i dizionari italiani fanno risalire il suo ingresso nella nostra lingua agli anni ‘60 e ormai è un anglicismo insostituibile. È infatti una delle circa 2000 parole che nel Nuovo vocabolario di base della lingua italiana di De Mauro (2016) costituiscono il lessico fondamentale: parole ad altissima frequenza e usate nell’86% dei discorsi e dei testi. Mi pare quindi impreciso affermare che “il più delle volte è riportato senza traduzione” perché ormai a tutti gli effetti file è una parola del lessico italiano nota a chiunque sappia usare un computer. Non si può negare che ha il grosso vantaggio di essere breve, inconfondibile e di avere valore monosemico.

    Credo vada anche chiarito che file non ha come equivalente documento, sono invece iperonimo e iponimo. Documenti, presentazioni, immagini, video, ecc. sono diversi tipi di file.
    Nel secolo scorso file aveva un’alternativa in archivio: era il termine usato nei prodotti Apple, poi però abbandonato proprio a favore di file. Per un produttore di software questi cambiamenti sono molto costosi e se Apple ha deciso di sostituire il proprio termine vuol dire che era necessario per una migliore esperienza utente.

    A proposito invece di attachment, non credo sia mai stato usato nelle versioni italiane dei principali software di posta elettronica: chi dice attachment anziché allegato presumo sia abituato a interfacce in inglese.

    Non voglio dilungarmi oltre, mi annoto l’incongruenza download – scaricare per un eventuale mio post: potrei infatti spiegare cosa l’ha motivata per i prodotti Microsoft perché a suo tempo direttamente coinvolta nella discussione! A questo proposito, nel mio blog ho analizzato molti termini informatici, tra cui parecchi anglicismi ad alta visibilità. Un esempio: “Provate voi a tradurre home page

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  3. Grazie per queste tue riflessioni. Essere d’accordo è bello, ma avere delle diverse posizioni è meglio, perché è proficuo per la discussione. Dunque ti scrivo la mia.

    Le osservazioni di Barbara Cappuzzo credo si applichino molto bene a una visione che riguarda la scienza più che l’informatica, dove in molti sostengono la necessità di abbandonare l’italiano per insegnare in inglese (vedi per es. Alberto Mantovani, “Perché insegnare in inglese significa difendere l’italianità”, La Repubblica, 18 marzo 2017, p. 31), una scelta che coinvolge inevitabilmente (fuori dal linguaggio degli addetti ai lavori) anche il lessico della divulgazione.

    Un esempio informatico può essere quello di browser/navigatore: il termine inglese si diffonde in ambito informatico per indicare i programmi di navigazione all’interno di archivi “elettronici” come si diceva una volta prima dell’avvento di “digitale” e del web (io lo usavo ripetendo tecnicismi informatici con questo senso nel 1991, prima che si diffondesse la rete), e poi passa a indicare il programma per navigare in internet. Browser si è imposto per l’espansione del linguaggio delle aziende delle case di produzioni, che l’hanno chiamato così e non mi pare si siano preoccupate di “localizzare” proprio nulla, e oggi tra i programmatori è insostituibile, ma nel linguaggio comune non mi pare affatto sconveniente usare il corrispondente italiano, anzi mi pare auspicabile diffonderlo.
    La traduzione/localizzazione delle interfacce informatiche arriva per lo più dopo che un programma in inglese ha successo in un Paese – ma nel frattempo molti termini inglesi si sono già diffusi – e sono sempre parziali, vedi per es. desktop/scrivania (non vedo nessuno sforzo di localizzazione nemmeno in un caso del genere). Il problema della pretesa insostituibilità di alcuni termini, dipende dall’uso (che a sua volta dipende dal linguaggio imposto dall’alto, dalle aziende, dai mezzi di informazione ecc. in un circolo vizioso) e non dal fatto che manchino le parole (che si possono poi inventare, adattare, tradurre, italianizzare: sembra che questo fondamentale e semplice concetto sfugga a molti). E allora home page/pagina di entrata, pagina principale, pagina indice… non si diffondono semplicemente perché nelle piattaforme di blog e nei programmi non sono proposte a questo modo. Davanti alla falsa idea che queste parole siano degli internazionalismi necessari basta guardare in Francia e in Spagna. Nella Wikipedia francese e spagnola, non esistono le voci “browser” (si viene rimandati a Navigateur web e Navegador web) né “firewall” (Cortafuegos, e Pare-feu: la voce browser c’è ma rimanda a questa)… ti invito anche a consultare le frequenze di questi equivalenti inglesi rispetto agli equivalenti locali sui grafici di Ngram:

    https://books.google.com/ngrams/graph?content=firewall%3Aita_2012%2Cfirewall%3Aspa_2012%2Cfirewall%3Afre_2012%2C&case_insensitive=on&year_start=1960&year_end=2008&corpus=22&smoothing=3&share=&direct_url=t4%3B%2Cfirewall%3Aita_2012%3B%2Cc0%3B%2Cs0%3B%3Bfirewall%3Aita_2012%3B%2Cc0%3B%3BFirewall%3Aita_2012%3B%2Cc0%3B.t4%3B%2Cfirewall%3Aspa_2012%3B%2Cc0%3B%2Cs0%3B%3Bfirewall%3Aspa_2012%3B%2Cc0%3B%3BFirewall%3Aspa_2012%3B%2Cc0%3B%3BFIREWALL%3Aspa_2012%3B%2Cc0%3B.t4%3B%2Cfirewall%3Afre_2012%3B%2Cc0%3B%2Cs0%3B%3Bfirewall%3Afre_2012%3B%2Cc0%3B%3BFirewall%3Afre_2012%3B%2Cc0

    Non si tratta di internazionalismi, e i francesi sono arrivati al punto di usare octet invece di byte (visto che è formato da 8 bit). Venendo a “file”, anch’esso non usato in spagnolo, è tra i 129 anglicismi del linguaggio di base di De Mauro 2016, il che non significa che sia insostituibile, sono concetti diversi: anche premier è per es tra i termini di base, ma nella Costituzione c’è scritto Presidente del consiglio. Ti segnalo che non è invece tra le 5.000 parole fondamentali dello Zingarelli, né tra le 10.000 del Devoto Oli (le rispettive datazioni sono 1969 e 1972) e in generale non c’è accordo alcuno su quale siano le parole fondamentali della nostra lingua, stando ai dizionari. Secondo il Dizionario di Oxford file è “un insieme di dati, programmi ecc. conservati nella memoria di un calcolatore… sotto un singolo nome identificativo” (vedi anche Italiano Urgente di Gabriele Valle), dunque ha più significati, archivio ma anche documento o cartella. La sostituzione di file con “documento” la si vede per es. in Word che nel menu Apri ti mostra i documenti (più sotto chiamati invece file).

    Personalmente, la favola che la nostra lingua sia decisa dalla sensibilità di multinazionali come Apple o Microsoft mi fa solo sorridere. E con tutto il rispetto per i localizzatori italiani, la domanda è: perché in Italia si diffondono i termini inglesi e altrove no?

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  4. Grazie per la lunga risposta. Per aggiungere elementi al dibattito ti segnalo Towards a ‘social’ history of terms in computing and economics for translation-oriented terminography (è in inglese ma gli esempi riguardano l’italiano ed evidenziano alcune complessità che forse sono poco note a chi non si occupa direttamente di localizzazione).

    Come ho accennato nei commenti precedenti, nelle scelte terminologiche di localizzazione si cerca di privilegiare soluzioni italiane ma se il concetto è già noto come anglicismo difficilmente si opta per un’alternativa “autoctona” che non incontrerebbe il favore degli utenti (potrei fare molti esempi!) e creerebbe incongruenze: multinazionali come Apple, Microsoft e Google hanno come priorità l’esperienza utente e di certo non l’imposizione dall’alto di proprie politiche linguistiche!

    Perché in Italia si diffondono i termini inglesi e altrove no? Circostanze diverse, storie diverse, preferenze diverse: cosa fanno francesi e spagnoli è interessante come curiosità linguistica ma non credo molto rilevante per il mercato italiano.

    L’unico modo per invertire questa tendenza ritengo sia sensibilizzare i cosiddetti early adopter e influencer che diffondono i nuovi concetti prima che appaiano anche nei prodotti di largo consumo, e che di conseguenza influenzano indirettamente anche le scelte di localizzazione (a proposito: Apple, Google, Microsoft ecc. fanno uscire contemporaneamente la versione inglese e quella italiana dei propri prodotti).

    Il linguista Michele Cortelazzo ha valutato in poco più di un anno la possibilità di rivedere la stabilizzazione di un termine: passato questo periodo, “i giochi sono fatti”. Proprio per questo concentrerei gli sforzi sui nuovi concetti e non su termini ormai diffusissimi come browser e file che usiamo dal secolo scorso e fanno parte del lessico comune.

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  5. Grazie a te per i riferimenti in rete e per questo scambio di vedute interessante!

    Sono d’accordo che le condizioni storiche di Paesi come Francia e Spagna siano diverse, e anche politiche e culturali, aggiungerei. Credo però che osservare quello che succede nei Paesi vicini possa essere di aiuto anche a noi per capire come comportarci nel modo più opportuno. Da un punto di vista culturale siamo ben predisposti all’accettazione degli anglicismi senza adattamenti, e anche se nessuno chiamerebbe per esempio “ragno” uno “spider” nel senso informatico (il programma di analisi dei contenuti per esempio di un sito) continuo a essere convinto che se questa traduzione circolasse tra gli addetti ai lavori si afferemerebbe eccome. La mia tesi è che la gente ripete quello che legge e che sente arrivare “dall’alto”, e visto che la conoscenza dell’inglese è scarsa chiamerebbe un’home page anche “farfallina” se trovasse questa parola nei programmi.
    Purtroppo ci portiamo dietro il retaggio del fascismo, a proposito di adattamenti ed equivalenti, e da un punto di vista culturale questo pesa (lo stesso avviene in Germania dove fare riferimento a ogni nazionalismo, anche linguistico, rievoca spettri del passato inquietanti, e infatti lì gli anglicismi pullulano quanto da noi, con due differenze: le lingue sono strutturalmente simili ed entrano inosservati; e poi la gente non ne può più e sta cominciando a protestare e fare sentire la propria voce; per esempio le ferrovie hanno dovuto cambiare la loro comunicazione proprio per questo).

    Sono d’accordo anche con la strategia del Gruppo Incipit: quando un termine si afferma poi indietro non si torna. Tuttavia fare circolare le alternative degli equivalenti italiani, per es. navigatore/browser, se non altro come sinonimi secondari credo sia utile. Almeno la gente può scegliere, altrimenti la scelta non c’è. Su questo aspetto sto provando a studiare i casi di regressione degli anglicismi, ma sono a un punto morto… si può citare la terminologia calcistica, che ha sostituito quella inglese in voga ai tempi del fascismo (ma solo per alcuni termini, non tutti), dove però oltre alle leggi del regime (che nessuno vuole riesumare) pesa anche un orgoglio calcistico italiano, che fuori dal calcio non ha molti altri esempi. Ho provato a studiare il caso di regressione di aftershave che oggi cede davanti a dopobarba, e incrociando i dati di Ngram con gli archivi storici de La Stampa, mi pare di poter affermare che dipenda dall’uso del termine italiano che è prevalso nelle pubblicità (mentre egli anni 70 le pubblicità puntavano sull’anglicismo e si era diffuso rispetto al termine italiano). Ma a parte questi pochi esempi le regressioni dell’inglese mi sembrano sporadiche… anche se continuo a indagare su quali siano e soprattutto sui perché. Un saluto

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