I limiti dei linguisti davanti all’inglese: occorre una rivoluzione culturale

Dopo aver passato in rassegna le cause della folle penetrazione dell’inglese nella nostra lingua, nei prossimi articoli voglio spendere qualche riflessione su cosa si può fare, o almeno su che cosa occorrerebbe fare, per cambiare rotta ed evitare che il futuro dell’italiano in ogni settore scivoli sempre più nell’itanglese.

La prima considerazione  è che il fenomeno non si può circoscrivere nell’ambito di una semplice presa di posizione linguistica, è un fatto extralinguistico di ben più ampia portata. È dunque necessaria una rivoluzione culturale che coinvolga tutte le componenti della società: il lavoro dei linguisti non basta, da solo.

I limiti dei linguisti e della Crusca

Quando Arrigo Castellani  proponeva alternative agli anglicismi come abbuio per blackout, guardabimbi per baby sitter o fubbia per smog, era destinato a non essere ascoltato. Le sue proposte, belle per alcuni, ridicole per altri (ma solo l’uso e l’abitudine rendono le parole belle o brutte, per citare Leopardi) sono rimaste ipotesi che nessuno ha mai utilizzato. I neologismi non possono essere stabiliti a tavolino da qualche linguista di buona volontà nella speranza che i parlanti se ne approprino. La lingua evolve in altro modo.

Diverso è l’approccio del gruppo Incipit dell’Accademia della Crusca, che nei suoi intenti di arginare il dilagare delle parole inglesi cerca di promuovere e diffondere sostitutivi esistenti e possibili, invece che creare parole nuove. È lo stesso criterio che, nel mio piccolo, ho provato a seguire nei miei lavori in Rete  e sulla carta,  ma questo criterio ha un limite, nell’arginare l’itanglese.

Che fare davanti alle nuove parole inglesi che non hanno corrispettivi?

Chi parla di prestiti “di necessità” o di parole “intraducibili” ha già la risposta, ma è una risposta ideologizzata e schierata, che spalanca le porte a ogni genere di anglicismo, visto che l’espansione delle multinazionali, della tecnologia e dei mercati della cultura produce un’infinità di cose nuove dai nomi inglesi. Queste categorie linguistiche sono vecchie e sbagliate, dietro questa classificazione si nasconde una precisa scelta, quella di non tradurre i termini di cui non esistono già corrispondenti italiani.

Davanti a una nuova parola che non c’è, i linguisti anglofili non prendono in considerazione altre soluzioni se non quella di ricorrere al prestito. Ma questo approccio è da contrastare e combattere con ogni mezzo, perché impedisce all’italiano di evolvere per descrivere il presente e soprattutto il futuro. Dire che una parola è “necessaria” o “intraducibile” è una mistificazione disonesta e vergognosa, non tiene conto del fatto che, davanti a una parola che non c’è, storicamente e logicamente, ci sono molte alternative, anche se oggi abbiamo un complesso di inferiorità verso l’inglese che ce ne fa vergognare.

La vergogna di tradurre, adattare, risemantizzare e creare parole nuove

1) tradurre

Davanti alla sciocca e ipocrita obiezione che importiamo parole inglesi per necessità, perché non ne abbiamo di nostre, bisogna gridare forte che nulla è potenzialmente intraducibile, al massimo è intradotto, cioè non lo si vuole o non lo si sa tradurre.
Nel primo caso è una precisa strategia comunicativa (dunque si preferisce dirlo in inglese, chiamiamo le cose con il loro nome!), nel secondo si tratta di una dichiarazione di impotenza linguistica (come nota Gabriele Valle) che è una rinuncia a parlare in italiano. Dire che una parola come mouse è intraducibile o necessaria, è falso: altri Paesi hanno semplicemente tradotto con il corrispettivo topo nella propria lingua.

Se il prestito crudo riguarda un piccolo numero di parole, non c’è nulla di male né di pericoloso. Quando invece diventa una strategia che conduce all’entrata di migliaia e migliaia di anglicismi, è il  sintomo di una lingua malata. Anche perché la massa di questi anglicismi è così intensa che sta portando alla nascita di una rete di parole inglesi che si ricombinano con effetto domino, e l’allargarsi di questo fenomeno ci avvicina giorno dopo giorno alla creolizzazione.

Dunque bisogna ricordare a tutti che:

“Ogni lingua possiede i mezzi per indicare nuovi oggetti o nuovi concetti senza ricorrere a parole straniere tant’è vero che se il francese ha accolto la voce tomate (di origine azteca), l’italiano per denominare lo stesso prodotto ha preferito servirsi della perifrasi pomodoro”, ha spiegato Paolo Zolli.

[Paolo Zolli (1976), Le parole straniere, seconda edizione a cura di F. Ursini, Zanichelli, Bologna, 1991, p. 3].

Se un tempo si ricorreva spesso al calco: bistecca da beefsteak o finesettimana da weekend, oggi lo si fa sempre meno, e si preferisce l’inglese anche in presenza di alternative italiane: fake news  invece di notizie false, street food invece di cibo di strada, jobs act invece di riforma del lavoro

2) adattare ai nostri suoni e alle nostre regole

L’esempio di tomate ci porta alla seconda strategia che una lingua sana dovrebbe adottare: l’adattamento al proprio sistema del forestierismo, tomate in francese, tomato in inglese, tomaat in olandese e via dicendo. Allo stesso modo i giapponesi non hanno importato la parola mouse in modo crudo, ma l’hanno adattato in mausu, così come gli albanesi nell’importare computer lo hanno adattato in kompjuter.

Davanti alla rivoluzione tecnologica del digitale, a tutti coloro che dicono che di fronte alle parole nuove inglesi come smartphone non vedono altre soluzioni che importare i prestiti, bisogna ricordare che la grande rivoluzione tecnologica a cavallo di Ottocento e Novecento ci ha portato la lampadina e la televisione, e non certo la lamp e la television!
E bisogna anche ricordare che negli altri Paesi non ci si vergogna di adattare almeno le pronunce delle parole inglesi: i francesi dicono campìng, futbòl e wi-fì, non ostentano le pronunce originali come noi, che per sentirci più americani diciamo ormai iuesèi invece di USA, che in spagnolo si dice EE.UU. (Estados Unidos) e in francese EU (États-Unis), perché i Paesi normali adattano persino le sigle alle proprie regole e ai propri suoni.

3)  coniarne nuove parole

Revolver? “Il popolo ha già formato la voce Rivoltella”, scriveva nel 1886 Giuseppe Rigutini.

[Giuseppe Rigutini, I neologismi buoni e cattivi più frequenti nell’uso odierno, Roma , Libreria editrice Carlo Verdesi. 1886, p. 321].

Le lingue sane producono neologismi, se vogliono evolvere e sopravvivere ai cambiamenti del mondo, non ricorrono come unica soluzione alla strategia dei prestiti. In tempi recenti si possono segnalare per esempio i casi della comparsa dal basso, da parte del popolo, di apericena di fronte a happy hour, o di colanzo che si sta diffondendo in molti locali al posto di brunch. Chi dice che queste parole italiane sono brutte, dovrebbe forse riflettere sull’insegnamento di Leopardi, prima di emettere banali sentenze che dipendono solo dall’uso e dall’abitudine. Ma i casi di neologismi di fronte all’inglese sono sempre meno. Dallo spoglio di Devoto Oli e Zingarelli risulta che il 50% dei neologismi del nuovo Millennio è inglese, così come il 50% delle parole marcate come termini informatici. Questo è un indice di una grave malattia: l’italiano sta perdendo la capacità di evolvere autonomamente e di poter indicare ciò che è nuovo. Il rischio è che diventi una sorta di dialetto o una lingua lessicalmente morta.

4) allargare il significato di vecchie parole (ri-semantizzare)

Navigare oggi non significa più solo “andare per mari”, ma anche “usare la Rete”. Molti di questi allargamenti di significato  sono il risultato dell’interferenza dell’inglese: basico diventa “di base” e non più solo il contrario di acido, intrigare diventa “stuzzicare” e “coinvolgere”, non più  “compiere intrighi”, e via dicendo. Questi cambiamenti si possono biasimare in nome del purismo o della violazione dei significati storici della nostra lingua, oppure salutare e accettare come un’evoluzione moderna. In entrambi i casi si tratta di cambiamenti che non violano l’identità dei nostri suoni e delle nostre regole di scrittura, dunque le risemantizzazioni di questo tipo non costituiscono un rischio di perdere la nostra identità morfosintattica. Non sono preoccupanti, anzi, davanti all’inglese “crudo” sono una soluzione auspicabile e dovrebbero essercene di più. Se il bug informatico diventa il baco informatico (è una traduzione approssimativa, basata sulla somiglianza fonetica, dell’inglese cimice), e un tweet viene detto anche cinguettio, è il segno che la lingua riesce a evolvere con le proprie risorse. Ma di questi esempi se ne possono fare sempre meno, purtroppo. Al contrario, nello scempio dell’italiano del nuovo Millennio stiamo assistendo a una risemantizzazione rovesciata: le parole italiane soccombono e vengono espresse con un allargamento di significato in inglese. La commedia (un tempo Divina) si trasforma nel genere comedy nei palinsesti televisivi e cinematografici, nel mondo del lavoro è d’obbligo dire mission, vision o competitor invece degli analoghi italiani, nella politica si dice privacy invece di privatezza, tax invece di tasse, nell’informatica computer invece di calcolatore ed elaboratore, nello sport basket e volley invece di pallacanestro e pallavolo, in economia spread invece di forchetta, forbice o scarto.

I puristi del nuovo Millennio: gli anglopuristi che scelgono l’inglese e non fanno evolvere l’italiano

Un tempo molti linguisti erano puristi, erano cioè ostili alle neologie, alle varietà regionali e ai forestierismi, e ammettevano solo le parole storiche e letterarie, ma questo atteggiamento cristallizzava la lingua italiana al suo uso passato impedendole di evolvere. Contro il purismo si schierarono coloro che, in ogni epoca, sostenevano la necessità di fare evolvere la lingua, di accogliere dall’estero e di introdurre neologismi. Tra questi ultimi si possono annoverare scrittori come Machiavelli e Leopardi, linguisti come il modenese Ludovico Antonio Muratori, intellettuali come Alessandro Verri che, per evitare che l’italiano diventasse “la lingua dei morti”, nella celebre e solenne Rinunzia alla Crusca dalle pagine del Caffè, dichiarava che avrebbe preso qualunque parola straniera se “italianizzando” fosse servita. E allora cosa accomuna le posizioni dei più accesi puristi fustigatori dei barbarismi e quelle dei più aperti e moderni sostenitori di internazionalismi di ogni epoca?

Il fatto che nessuno si sognava di fare entrare nel nostro lessico migliaia di forestierismi non adattati.

Oggi, chi denuncia l’anglicizzazione della nostra lingua con preoccupazione non è più un purista, è esattamente il suo opposto: occorre ricominciare a creare neologismi italiani invece che importare solamente dall’angloamericano. Occorre ricominciare a creare calchi e traduzioni, occorre ricominciare ad adattare, cessare di vergognarci di usare pronunce all’italiana invece che in inglese. Chi sono, oggi, coloro che vogliono ingessare l’italiano all’uso storico impendendo che evolva? Chi sono i nuovi puristi?

Sono coloro che chiamo “anglopuristi” che scelgono di dire tutto in inglese, e che sostengono per esempio che autoscatto non è un equivalente di selfie (benché l’etimo sia lo stesso) e argomentano ciò dicendo che il significato storico di autoscatto è un altro. Eppure autoscatto in un primo tempo indicava un sistema con un filo che permetteva lo scatto a distanza. Ma poi la tecnologia è evoluta, e anche la parola è evoluta, passando a indicare il sistema di scatto temporizzato. Perché con l’evoluzione delle nuove tecnologie non dovrebbe evolvere anche autoscatto allargando il suo significato storico? Perché oggi selfie dovrebbe essere più appropriato? Chi si arrampica sugli specchi per dimostrare che ogni anglicismo è necessario, utile, intraducibile, insostituibile è il nuovo purista dell’inglese del nuovo Millennio.

Quando un conduttore di una trasmissione radiofonica come Fahrenheit, Felice Cimatti, che è anche un filosofo del linguaggio, davanti alla mia constatazione che computer ha ucciso la parola calcolatore, visto che in 2001 Odissea nello spazio l’anglicismo non ricorreva nemmeno una volta, obietta che il calcolatore era quello di un tempo, ma oggi il computer designa un’altra cosa (dispositivi piccoli e portatili), cade nell’anglopurismo più spicciolo. L’etimo di computer, infatti, deriva dal latino computare, e gli inglesi non hanno certo coniato una nuova parola per distinguere gli elaboratori di ieri di oggi, così come non lo hanno fatto i francesi né gli spagnoli che continuano a parlare di ordinateur o di computador. E allora qual è la differenza? E qual è il punto nevralgico? Che solo in Italia le nostre parole diventano obsolete e regrediscono di fronte all’inglese a questo modo. L’anglopusirmo che cristallizza le nostre parole ai significati storici, non le fa evolvere per descrivere il nuovo perché preferisce esprimerlo in inglese. Oggi gli anglopuristi ostacolano l’evoluzione della nostra lingua, giustificano il ricorso all’inglese con prese di posizione ideologizzate, non con argomenti logici e storici. Chi continua a ripetere che ci mancano le parole è un nemico dell’italiano. Non ci manca la parola: calcolatore, elaboratore, autoscatto… le parole ci sono, la verità è che le abbiamo imbalsamate per relegarle al vecchiume in nome di un essere internazionali che è falso, visto che all’estero le cose vanno diversamente. Dietro questo preteso internazionalismo c’è solo la volontà di essere angloamericani e di parlare la lingua della globalizzazione, che è una cosa ben diversa.

Il fallimento del liberismo linguistico

Per concludere l’analisi dell’anglicizzazione all’interno delle discussioni linguistiche, va detto che tra gli addetti ai lavori ci sono attualmente due posizioni in campo. C’è chi nega che sia un problema o addirittura che esista, e dice che è solo un’illusione ottica, come se gli italiani fossero deficienti, senza riuscire a fornire una prova del fatto che l’illusione ottica e l’allucinazione non sia invece in chi afferma queste assurdità. Ho dimostrato con i fatti e con i numeri l’inconsistenza di queste argomentazioni. Se il negazionismo è stato il pensiero dominante dei linguisti fino agli inizi del nuovo Millennio, oggi questo paradigma scricchiola, sta perdendo terreno e sta per crollare. Persino il più importante sostenitore del negazionismo, Tullio De Mauro, negli ultimi tempi aveva ammesso lo “tsunami anglicus”. Hanno cambiato idea anche studiosi del calibro di Luca Serianni, mentre il presidente della Crusca Claudio Marazzini esprime le sue preoccupazioni nel suo ultimo libro.

Ogni lingua ha la sua resilienza, cioè la capacità di assorbire gli urti dall’esterno senza frantumarsi, ma non bisogna dimenticare che una lingua viva si può anche ammalare, può anche creolizzarsi o morire. Davanti allo stato di salute dell’italiano, perciò, cosa occorre fare? Non fare nulla, come è accaduto sino a oggi, ci sta portando all’itanglese. Dunque occorre reagire. Il “liberismo” linguistico, di fronte all’espansione dell’inglese, si è dimostrato dannoso.

Gian Carlo Oli disse una volta che la lingua non va difesa, va studiata. Il che è vero, dal punto di vista di un glottologo, ma dal punto di vista di chi ama l’italiano e non lo vuole perdere, si pone il problema civico (non più squisitamente linguistico) di fare qualcosa, di reagire e di intervenire esattamente come si interviene per proteggere ciò è in pericolo, per tutelare ciò che ci è caro.

Perché nessuno ha da eccepire se tuteliamo la nostra cultura, la nostra arte, i nostri prodotti gastronomici, tutte le nostre eccellenze, ma davanti alla tutela linguistica compaiono tante resistenze e non si fa nulla?

Il linguaggio è troppo importante per lasciare che se ne occupino solo i professori di glottologia, per citare Ferdinand de Saussure.

È arrivato il momento di tentare un rivoluzione culturale che coinvolga tutti, prima che sia troppo tardi.

(continua)

13 pensieri su “I limiti dei linguisti davanti all’inglese: occorre una rivoluzione culturale

  1. Quello di “2001” è stato davvero un passo falso del presentatore, che dimostra in modo lampante come lo tsunami anglicus sia ampiamente aiutato dai “modaioli”, che si vergognano a pronunciare parole come “fumetto” o “romanzo illustrato”, perché è roba da bambini, e così dicono graphic novel senza avere neanche idea di cosa sia. (È un romanzo per immagini o un romanzo con immagini? Chiedetelo a chi usa la parola inglese: non saprà rispondervi 😀 )
    Tipo quelli che usano cyberpunk per commentare un qualsiasi prodotto di fantascienza: sono parole pronunciate alla cieca da persone che non solo non hanno idea di cosa stanno dicendo, ma non ne vogliono avere e non si informerebbero neanche sotto tortura.
    Condivido il tuo appello finale. Adoro quando gli amanti della cucina si infiammano e si infuriano quando viene sminuito o anche solo pronunciato male un piatto tipico italiano (tipo che non esiste il “sugo alla bolognese” ma solo il ragù, cose del genere): sarebbe bello si infiammassero allo stesso modo quando viene umiliata la lingua italiana…

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      • Traducendo articoli di cinema ho un mare di problemi a trovare corrispondenti italiani, semplicemente perché sono parole che non sento più da anni e non vengono facilmente alla mente mentre si scrive. Immagino che i cineasti di oggi seguano quella corrente per cui si abbandona l’italiano e si fa gli internazionali parlando solo inglese, quando a farlo in realtà sono solo gli inglesi e gli italiani, alla faccia dell’internazionalità 😀

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        • anticipando quello che vorrei approfondire nei prossimi articoli, il punto della rivoluzione culturale che sarebbe necessaria è proprio questo: riappopriarci della terminologia italiana e delle alternative, coniare nuove parole, non a tavolino. E’ necessario che lo facciano con orgoglio proprio gli addetti ai lavori… solo così ci sarebbe un’emulazione.

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          • Nella mia ricerca sul “computer” (peraltro, tutta colpa tua!!! ^_^) ho trovato schemini degli anni Cinquanta che spiegavano in perfetto italiano ogni singola operazione svolta della macchina, senza il benché minimo utilizzo di terminologia inglese o di altre lingue. Tutti splendidi termini in italiano, usati all’epoca perché infatti la rivista non li spiega – dando immagino per scontato che i lettori li conoscano – quindi facenti parte del bagaglio linguistico e lo stesso… tutti spazzati via dall’indifferenza e dalla moda di usare l’inglese…

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            • certo, ai tempi delle schede perforate c’erano la perforatrice, verificatrice, selezionatrice, inseritrice, tabulatrice (da cui le liste di tabulazione), c’era il calcolatore interprete, si parlava di sistemisti e di sistemi suddivisi in unità centrale e periferiche, c’era il lettore/perforatore schede, la lettura/scrittura su nastri e dischi… sono curioso di leggere i risultati della tua ricerca.

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              • Ecco, vedi? Non mi sembra ci sia “necessità di alcun prestito” ^_^
                La cosa assurda è che io sono “nato” con il Commodore64, che aveva i tasti funzione scritti in inglese (per esempio Return, Shift ecc.) poi negli anni Novanta mentre tutti si riempivano la bocca con gli inglesismi informatici, dall’altra parte si lamentavano che volevano le tastiere italiane: così Return dev’essere “Invio” e Shift dev’essere “maiuscolo” se no non capiscono! Per lo stesso motivo sentono le canzoni italiane perché “devono capire le parole”. Ecco perché mi sembra che l’uso dell’inglese sia solo una roba modaiola che denota chiusura mentale…

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              • Un attimo fa ho sentito un mio collega dire “questo programma a volta crèscia e a volte si addormenta”. Perché non passare a tutto itanglese? Così gli ho sugerrito: “un po’ crèscia, un po’ slippa” Chissà che non abbia appena creato un nuovo intanglesismo? 😀

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  2. Azzardo un’ipotesi: non è che questo atteggiamento pigro, che accetta passivamente parole estranee senza adattare o coniare, sia direttamente proporzionale al fatto che si legge sempre meno, con conseguente impoverimento del lessico attivo?
    C’è poi l’aspetto inverso, l’altra faccia della medaglia: più una persona padroneggia la propria lingua madre, più ha facilità ad imparare le lingue straniere (mentre chi non legge e si esprime male nella propria lingua fa fatica ad apprenderne altre ma acquisisce supinamente termini stranieri, spesso senza coglierne il significato, come evidenzia Lucius).

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    • Ciao Giovanna, non lo so se si legge sempre meno, o meglio si legge meno rispetto a quando? Perché gli allarmi sul leggere sempre meno si sentono da sempre, negli anni ‘70/’80 si agitava anche lo spettro della morte del libro nell’era televisiva; andando a ritroso, prima degli anni ’60 la scolarizzazione era ancora più bassa, e prima ancora persino la lingua italiana parlata non era molto unificata e diffusa. Oggi c’è un proliferare di libri e di case editrici molto più ampio che nel passato, e il mercato dei libri punta sui cosiddetti lettori forti, una piccola percentuale di lettori che leggono tanti libri, e una massa che ne legge pochissimi. Poi bisogna anche vedere cosa si legge, i giornali sono ormai in una crisi totale, ma il loro linguaggio non è diciamo così esemplare. Mi pare che l’impoverimento del lessico attivo, la stereotipia del linguaggio, non sia necessariamente connesso al leggere, ma dipende da cosa si legge e anche dal fatto che con la Rete tutti leggono e scrivono, e questo accesso di massa, che un tempo era invece ristretto a una classe colta (che padroneggiava meglio il lessico ma era ristretta), porti con sé necessariamente anche un certo appiattimento, come media. Comunque sia, l’uso dell’inglese si inserisce perfettamente in questa stereotipia diffusa, al di là dei motivi, questo è indubbio.

      Venendo alla questione del rapporto padronanza della lingua madre/lingue straniere, anche qui sono poco convinto: gli anglicismi sono diffusi essenzialmente dalla classe dirigente, dai mezzi di informazione, dalla politica, dalle aziende che a loro volta si sottomettono al linguaggio delle multinazionali, e persino nell’ambito della formazione che prepara coscientemente a questo tipo di linguaggio (dal Miur alle scuole di formazione che chiamano acting i corsi di recitazione e storytelling le tecniche di narrazione). Insomma, queste fasce sociali (con l’eccezione di un Navigator inventato da chi ha incertezze sui congiuntivi) dovrebbero conoscere l’inglese.
      Diverso è il caso della conoscenza reale dell’inglese estesa alle altre fasce sociali, in Italia è molto bassa, e questo sì porta al “battesimo” delle cose in inglese perché non si conosce il reale significato: ecco questo è un “tablet” compralo! Se non si sa che il significato è semplicemente “tavoletta” diventa un tecnicismo che denomina solo quel preciso oggetto lì…

      Queste sono almeno le mie impressioni.
      Un saluto.

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  3. Proprio così, dipende da cosa si legge 🙂 Io non intendevo nè la rete né i giornali, ma proprio i libri, soprattutto i classici (meno i libri “di moda” che spiccano nelle vetrine delle librerie). Secondo me oggi la situazione è peggiorata e questo influisce sulla capacità di esprimersi della gente. Oggi monti in un tram e vedi tutti con gli occhi fissi sul dispositivo, già vent’anni fa qualcuno intento a leggere un libro ancora c’era.
    Quanto al rapporto tra padronanza della lingua madre e delle lingue straniere, io penso invece che sia reale e l’ho spesso riscontrato per esempio nei miei alunni che imparano l’italiano. Quanto all’uso inflazionato dell’inglese da organismi come il Miur, non ho la preparazione per giudicare, ma altri linguisti ferrati ne hanno spesso sottolineato gli strafalcioni, quindi forse l’inglese non sempre lo sanno così bene. Cari saluti!

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    • Nelle mie esperienze di insegnamento in scuole di scrittura ti confermo che mediamente i 25enni ignorano molti (e in qualche caso quasi tutti) dei classici e dei capisaldi della letteratura che si danno per scontati e che un tempo erano coperti dai percorsi scolastici. In compenso hanno letto decine e decine di libri fantasy e sanno tutto sull’argomento. Quindi sì, si legge, forse più che una volta, ma siamo d’accordo: dipende da cosa! 🙂

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