La perdita delle radici: dal latino (e greco) alle invasioni anglo-barbariche

Difendere lo studio del latino non ha nulla a che fare con le apologie pompose e moralistiche di una classicità obsoleta dal sapore teologico e filologico. Il latino, più che una lingua “morta” è soprattutto la base della lingua viva che parliamo tutti i giorni. Naturalmente l’italiano non deriva dal latino in modo diretto, come è risaputo, ma si è sviluppato principalmente dalle parlate locali di un latino volgare e medievale tardo sempre più distante da quello classico. Cavallo deriva da caballus e non certo dal classico equus che si ritrova in equino o equestre, e casa nel De bello gallico indicava una capanna di campagna o una baracca militare, ma con il tempo, nell’uso, questa accezione “rustica” si è persa e casa ha preso il sopravvento su domus in ogni contesto. Però, una parola come domotica (l’applicazione dell’informatica alle abitazioni) è stata coniata negli anni Ottanta del Novecento proprio ripescando la radice classica che circola in domicilio o domestico. Ecco, il nostro legame con il latino è soprattutto questo: più che nella derivazione diretta va rintracciato nelle ricostruzioni colte successive. È lo stesso legame che abbiamo con il greco antico, che ci arriva molto spesso dalle neoconiazioni moderne e dotte, oltre dal fatto che il latino conteneva a sua volta moltissime radici greche, per cui “filosofia” (dall’unione di phìlos e sophìa, cioè “amore per la sapienza”) ci è arrivata attraverso il latino philosophia.

Non è però dello stesso parere Google traduttore visto che la traduzione di filosofia in latino sarebbe philosophy, di cui possiamo persino ascoltare la pronuncia anglosassone, in una confusione tra inglese e latino, o forse inglesorum e latinorum, che è l’emblema della barbarie culturale e linguistica in cui stiamo sprofondando.

Dal latino all’inglese

Il nostro rapporto con il latino e con il greco come modelli formativi dei neologismi attraverso il recupero delle nostre radici adattate ai nostri suoni, nel nuovo Millennio, si è definitivamente spezzato. È ormai sostituito dall’importazione dei termini inglesi immessi così come sono nel nostro sistema con il risultato di frantumare la nostra identità linguistica – cioè i cardini della nostra grammatica e della nostra pronuncia – e di trasformare una lingua neolatina come l’italiano in un ibrido che è ora di chiamare più propriamente con il suo nome: itanglese.

La seconda rivoluzione industriale, tra il XIX e il XX secolo, ci ha portati a una radicale trasformazione del mondo e alla creazione di una nuova tecnologia che dal punto di vista terminologico era ancora governata dalle nostre norme storiche basate sull’adattamento e sulle nostre radici, per esempio “termosifone” (dal greco thermós = caldo) o “calorifero” (dal latino fero = portare il calore[m]). Poco importa se queste parole a loro volta sono calchi sul modello del francese calorifère e thermosiphon, il francese è una lingua che ci è affine e attinge alle stesse radici, e anche il cinematografo dei Lumière è un adattamento del francese cinématographe che si fonda contemporaneamente sul greco (kínema = movimento e grápho = scrivo). Oggi, però, abbiamo dimenticato il ruolo unificante del latino come radice internazionale delle lingue romanze che per secoli ha rappresentato il collante non solo delle parole comuni, ma anche di quelle scientifiche e tecnologiche di tutta l’Europa. In un primo tempo la tecnologia proveniente d’oltreoceano è stata adattata e reinterpretata attraverso le nostre parole e le nostre categorie, e infatti oggi abbiamo la lampadina e la televisione e non la lamp e la television. L’attuale terza rivoluzione industriale o post-industriale, al contrario, ci sta portando se va bene la stampante 3D, e non “tridimensionale”, o l’industria 4.0, dove quel punto si impone sulle nostre norme che prevedono la virgola. Ma fuori da queste minuzie ci sta saturando di parole inglesi crude che hanno colonizzato la maggior parte dei linguaggi di settore a cominciare dalla terminologia informatica dove l’italiano ha cessato di poter esprimere le cose con parole proprie, non è stato capace di creare i propri neologismi, ed è dunque morto.

 

La scomparsa delle parole latine e greche: i dati inediti dall’analisi dei dizionari

Per quantificare il disastro e renderci conto di come la nuova globalizzazione abbia definitivamente spezzato le nostre radici per proiettarci verso un futuro di sudditanza culturale e linguistica, basta analizzare i moderni dizionari digitali. Ma non si può operare come fanno certi linguisti che per negare l’anglicizzazione dell’italiano e abbassare le percentuali distribuiscono le parole inglesi su tutto il nostro lemmario storico. Bisogna invece ragionare sul numero di parole coniate nell’Ottocento e nel Novecento. Quante, tra queste, sono riconducibili al latino, al greco e all’inglese? Sono questi rapporti a indicarci lo stato di salute della nostra lingua.

NOTA: I numeri di seguito riportati emergono dallo spoglio di Devoto Oli (DV) e Zingarelli (Z) nelle edizioni del 2016, attraverso la ricerca di lat., gr. e ingl. in tutto il testo (che con un certo rumore di fondo corrispondono alle parole che hanno questa origine o questo legame) e l’incrocio con le datazioni per secolo.

Nell’Ottocento sono state coniate circa 16.000 parole (DV e Z), e di queste 2.000 (DV) o 1.600 (Z) hanno un etimo riconducibile al latino: una percentuale di oltre il 10% dei neologismi (dunque, mediamente, nel XIX secolo si coniavano 16/20 parole a base latina all’anno).
Le parole del Novecento sono invece tra le 32.000 (DV) e le 27.000 (Z), e l’etimo latino si rintraccia soltanto in circa 1.000 (DV) o 1.300 (Z) casi (10/13 parole l’anno), una percentuale più bassa di quella ottocentesca (3,1% DV e 4,8% Z) ma ancora significativa.

I grecismi della nostra lingua sono invece in totale circa 7.000 (8.000 secondo il Gradit in 6 volumi di Tullio De Mauro che ha delle marche più raffinate). Di questi, circa 1.800/1.900 sono stati coniati nell’Ottocento (l’11% delle parole del XIX secolo), mentre nel Novecento sono tra i 2.000 (DV: 6,5% del totale) e 1.500 (Z: 5,5%).

E nel nuovo Millennio cosa sta accadendo?

Le nuove parole a base latina, sommate a quelle a base greca, si possono contare con le dita delle mani!
Il Devoto Oli registra un migliaio di neologismi degli anni Duemila, e di questi solo 9 sono indicati come di provenienza latina, tra cui alterconsumista (2006) e altermondialismo (2003 che tuttavia ci arriva dal francese altermondialsime), egoriferito (2000) e ludopatia (2004). Tra questi “latinismi” ci sono anche: egosurfing (2000) un anglicismo che indica il rintracciare il proprio nome nei motori di ricerca, e due noti pseudolatinismi coniati dal politologo Giovanni Sartori: mattarellum (2004) e porcellum, riferiti alle leggi elettorali, che stanno al latino come il linguaggio delle Sturmtruppen sta al tedesco. Mi pare che questo uso del latino maccheronico sia il simbolo di che fine ha fatto e di come si è ridotta la nostra secolare cultura classica.

Sul fronte del greco le cose non vanno meglio, si trova acquaponica (un sistema usato nell’agricoltura e nell’allevamento), kouriatria (studio dei disturbi dell’adolescenza), mnemoteca (archivio delle memorie), ortoressia (l’ossessione dell’alimentazione sana, dal greco óreksis = appetito, sul modello di a-noressia), scheumorfismo (imitazione di bassa qualità), tomoterapia (di uso medico). Non c’è molto altro nel XXI secolo.

Quello che emerge è invece un altro dato macroscopico e fin troppo evidente: l’esplosione incontrollata degli anglicismi. Se passiamo alla loro disamina, come ho già ricostruito (vedi → Anglicismi e neologismi) rappresentano quasi il 50% dei neologismi del Duemila. La metà delle nuove parole nuove è ormai in inglese crudo, cioè non adattato, e la percentuale sale se si aggiungono le voci ibride, cioè formate da radici inglesi flesse all’italiana, come whatsappare (ho quantificato questo secondo caso in un articolo sul portale Treccani →  “L’inglese nell’italiano: espansione per ibridazione”).

Più nei dettagli, stando ai dati grezzi del Devoto Oli, nel XX secolo le parole di origine inglese erano intorno al 10% di quelle coniate a quell’epoca. Tra le 16.000 parole dell’Ottocento, invece, solo 398 derivavano dall’inglese (circa il 2%). Provo a sintetizzare questi dati grezzi ricavabili dal Devoto Oli in un grafico con le torte etimologiche delle varie lingue.

percentuali neologsmi inglese latino greco francese

La progressiva scomparsa del latino e del greco, così come l’aumento esponenziale dell’inglese, sono innegabili e rappresentano lo specchio del nostro nuovo assetto sociale e culturale.

Per interpretare nel modo corretto questi dati bisogna però precisare che testimoniano l’influsso delle rispettive lingue includendo sia le parole adattate (dunque diventate italiane a tutti gli effetti come cinematografo) sia quelle crude che stridono con le nostre regole (come meeting). Nel caso del greco e del latino l’italianizzazione riguarda quasi la totalità dei casi. Per l’inglese, nell’Ottocento solo la metà degli anglicismi (187, circa l’1% di tutti i neologismi del secolo) erano crudi. Nella prima metà del Novecento se ne contano 750 su 15.000 neologismi (il 5%), ma nella seconda metà questi anglicismi non adattati salgono al 10% dei neologismi. Passando dal rapporto anglicismi/neologismi all’analisi delle sole parole inglesi, nell’Ottocento gli anglicismi sono stati adattati nel 50% dei casi, nel Novecento nel 26%, e nel Duemila solo nel 12%. Questi numeri sono in linea anche con le percentuali dello Zingarelli, e soprattutto con quelle che emergono dall’analisi del Gradit in 6 volumi di Tullio De Mauro che vedeva complessivamente l’adattamento dell’inglese nel 31,6% dei casi nell’edizione del 1999, e nel 28,5% in quella del 2007 (ne ho parlato in un articolo sul portale Treccani → “La sostituibilità degli anglicismi con corrispettivi italiani”). Conteggiando l’interferenza del francese (italianizzato nel 70% dei casi secondo il Gradit), nell’Ottocento sono comparsi circa 1.000 francesismi di cui 244 erano crudi, nel Novecento 1.300 (di cui 566 crudi) e nel Duemila 26 (di cui 12 crudi). Tra le neologie della voce “altro” c’è tutto il resto, le parole provenienti da altre lingue, un apporto numericamente poco significativo, e tutti gli altri neologismi a base italiana.

Concludendo, nel Duemila l’inglese si sta rivelando dominante sulla nostra lingua con una sproporzione schiacciante e preoccupante. La strada che abbiamo intrapreso, basata sul taglio delle nostre radici, nei prossimi anni non può che essere destinata a crescere, perché si inserisce in un progetto di anglicizzazione globale che in tutti i Paesi del mondo non aglofono registra proteste e resistenze, mentre in Italia viene agevolato da una classe dirigente accecata dall’anglomania, che davanti alla dittatura dell’inglese ha assunto una posizione collaborazionista.

La mcdonaldizzazione della scuola e la googlizzazione della cultura

A proposito della scuola, gli anni Duemila si sono aperti con il motto berlusconiano delle “tre i” (internet, inglese, impresa) che avrebbero dovuto guidare la riforma Moratti. Nel 2010, la riforma Gelmini, definita “epocale” (ma anche lo sterminio degli Inca da parte di Pizarro fu “epocale”), ha ristrutturato i licei puntando al ridimensionamento dello studio del latino (e greco) e alla sua sostituzione con una lingua straniera (di fatto l’inglese) con il risultato che gli iscritti al classico, sino al 2009 in costante aumento, si sono improvvisamente dimezzati (nei primi 5 anni 180.000 studenti in meno, secondo i dati del ministero dell’Istruzione). Anche la riforma della “buona scuola”, cioè la legge 107 Renzi-Giannini, si inquadrava nel progetto di tagliare la cultura per favorire invece una scuola orientata alla formazione professionale, e l’introduzione dell’alternanza scuola-lavoro ha prodotto curiosi fenomeni come “fare formazione” da McDonald’s.
Questa idea di modernità della scuola ben si inserisce nel contesto politico (dal jobs act al navigator) e culturale che si basa sul rinnegare le nostre radici nella convinzione che essere moderni significhi parlare inglese, come se l’unica possibilità di essere internazionali coincidesse con la sottomissione al pensiero unico dei modelli linguistici e culturali statunitensi della globalizzazione.

Un tempo gli intellettuali e i dotti avevano un forte legame con il latino e con il greco: la nostra cultura, le nostre radici. Nel giro di un paio di generazioni tutto questo si è incrinato, per poi tramontare irrimediabilmente davanti all’invasione barbarica 2.0, culturale prima che linguistica. L’attuale classe dirigente, dai politici ai giornalisti, ignora il latino. Sembra ormai che gli intellettuali abbiano la testa solo negli Stati Uniti che si premurano di indicare con la pronuncia “iuesèi” per ostentare il nuovo blasone sociolinguistico che caratterizza l’aristocrazia culturale odierna. In questo uso della lingua appiattito alla pura funzione comunicativa, si disconosce completamente la sua funzione costruttiva e formativa che regola le nostre categorie del pensiero. Ragionare, ai tempi di Dante, era sinonimo di parlare = pensare = argomentare. Come aveva capito già Wilhelm von Humboldt, è proprio attraverso il linguaggio che impariamo a ragionare: la lingua è l’organo formativo del pensiero, è ciò che ci costruisce e che ci identifica. La diversità delle lingue corrisponde a una diversità di visioni del mondo che sono una ricchezza, come lo è la biodiversità. Aderire al mono-linguaggio e al mono-pensiero basato sull’inglese internazionale della globalizzazione significa favorire la strategia di distruzione delle culture locali, compresa la nostra, che sono un ostacolo per gli interessi del nuovo imperialismo culturale e linguistico funzionale agli interessi dei mercati che ci impongono la loro lingua attraverso i prodotti, le pubblicità e il linguaggio delle piattaforme digitali. Il multiculturalismo e il plurilinguismo sono accidenti da spazzar via nel processo della mcdonaldizzazione merceologica e della googlizzazione culturale da esportare e imporre in tutto il pianeta. In Italia diamo ormai per scontato che l’inglese sia la sola cultura possibile. Iscrivere i propri figli a una scuola inglese è diventato il tratto distintivo del nuovo fighettismo culturale che considera questo modello il solo auspicabile e possibile. Questa nuova aristocrazia intellettuale, che disprezza l’italiano e il latino alla base dell’Europa, confonde la cultura con la schiavitù nei confronti della visione del mondo dominante verso cui ha un enorme complesso di inferiorità. L’anglomania sta creando una frattura sempre più ampia nel nostro Paese, e nel mondo, e tende a estromettere chi non parla e ragiona secondo le categorie della lingua colonizzatrice vista come l’unica. Spazza via la nostra storia, la nostra identità e i nostri valori a partire dalla lingua. Ci stiamo snaturando e sottomettendo con gioia e fierezza al pensiero unico e al monolinguismo geneticamente modificato della globalizzazione in un suicidio culturale collettivo.
Ubi maior minor cessat. E rinnegare le nostre radici per farci soggiogare dalla lingua dei mercati è da minorati.

15 pensieri su “La perdita delle radici: dal latino (e greco) alle invasioni anglo-barbariche

  1. Riguardo al punto che rischia di soppiantare la virgola di sepaarzione dei decimali, si tratta certo d’un piccolo dettaglio che non cambia l’essenza della lingua italiana, però è certo significativo della direzione in cui vanno le cose. Si potrebbero citare altri due fenomeni analoghi (mi scuso se forse Lei se n’è già occupato, in tal caso sono stato io un Suo lettore smemorato o poco assiduo):
    1) l’uso abnorme delle maiuscole, specie nella pubblicità e nel web. E dire che ci fu l’epoca in cui scivere maiuscolo passava per “repressione”! (Ne è rimasta una traccia nelle tabelle metalliche dei nomi delle vie: “via carlo cattaneo” e simili). L’equilibrio sembra essere il grande assente ….
    2) l’uso di “&” per la congiunzione “e” (al di fuori del tipo tradizionale “Calzificio Mario Bianchi & Figli”. In inglese è comprensibile che sia più economico usare un unico carattere invece di a + n + d, e similmente in tedesco; ma in italiano è antieconomico perché battebdo su tastiera per scrivere “&” occorrono due tasti (maiuscolo + 6) anziché uno come per “e”, e scrivendo a mano il primo è un segno più complesso del secondo. Ma la moda è più forte della «legge di Zipf»,

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    • Concordo su questi dettagli spia dell’influsso dell’inglese. L’uso delle maiuscole riguarda spesso i titoli delle opere, che soprattutto nell’ambito della grafica sono spesso con le inizali maiuscole all’americana, ma coinvolge anche le espressioni e locuzioni in inglese che spesso sono riportate così. Un fenomeno in controtendenza rispetto al calo delle maiuscole per es, di Paese/paese o dei popoli Ingelsi/inglesi e anche di quelle reverenziali che un tempo erano diffuse (Professore, Re…). Anche i mesi e i giorni vedo che spesso sono inutilmente in maiuscolo: Lunedì, Gennaio… ma non so se sono un influsso dell’inglese o un uso di un italiano all’antica.
      Sulle & ha perfettamente ragione, ed è l’ulteriore testimonianza che non è la sinteticità la causa del ricorso all’inglese, ma il fattore prestigio. Saluti

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  2. Io traduco dal tedesco testi pubblicitari e non posso che confermare le osservazioni di Giovanni Pontoglio. Nella pubblicità il tedesco abbonda di maiuscole e di &, usandole entrambe a sproposito, per scimmiottare il modello dell’inglese. Spesso i clienti vogliono che maiuscole e & vengano mantenute anche in italiano, per garantire “simmetria”. Più che di simmetria, io parlerei di tendenza a volersi uniformare al mono-linguaggio della globalizzazione evidenziato da Zoppetti.
    Noto però anche la tendenza contraria: non sono pochi i giovani che riconoscono l’importanza delle lingue classiche per favorire la capacità analitica e critica, anche qui in area germanica, e c’è un ritorno allo studio del greco e del latino (io dò lezioni private in queste due materie). Magari non si tratta della maggioranza, ma non tutti si lasciano “uniformare” …

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    • Grazie. Io non conosco il tedesco purtroppo, ma so che anche lì l’anglicizzazione è molto forte, con qualche differenza rispetto all’italiano, a cominciare da una maggiore affinità tra le due lingue che porta più facilmente all’assimilazione, e alla percezione degli anglicismi come qualcosa di non troppo” estraneo”. Ho sentito da poco una conferenza di un professore tedesco che spiegava come anche in Germania, per esempio, l’iscrizione alle scuole inglesi è il nuovo status che contraddistingue la nuova aristocrazia intellettuale. Però è vero che in Germania si registrano sacche di resistenza che in Italia non esistono. Penso alle associazioni dei consumatori tedesche che conducono una campagna tra i consumatori e che sono riuscite persino a far rivedere il linguaggio anglicizzato delle Ferrovie dello Stato… Da noi tutto questo non c’è, e siamo messi peggio da quanto ho potuto constatare. Dunque credo anche io che in Germania non tutti si lascino uniformare, da noi le voci che riflettono sul problema sono poche e di dissidenti senza proseliti, da Diego Fusaro a Giorgio Pagano. E per esperienza vedo che i giovani da noi aderiscono all’iitanglese con una naturalezza e una superficialità (non vedono il problema) che trovo preoccupante.

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      • In precedenza avevi già scritto a questo riguardo, ma non avevo avuto tempo di rispondere. La vera radice dell’anglomania tedesca in realtà è addirittura precedente ai fenomeni su cui tu hai puntato il riflettore e alla maggiore affinità fra tedesco e inglese: deriva infatti dalla vergogna, gradualmente cresciuta dopo la guerra, per gli abominii e le atrocità compiuti dalla Germania nazista. E’ come se i tedeschi, più o meno consapevolmente, volessero nascondersi e autofustigarsi o farsi notare il meno possibile, anche nascondendo la propria lingua, accogliendo sempre più quella dei vincitori. Tuttora, dopo lunghe, sofferte, ma ampie rielaborazioni del passato (che in Italia – e in Austria… – ci possiamo solo sognare), mantengono questa linea: per motivi commerciali ed economici potrebbero benissimo promuovere, se non aspettarsi, da parte degli stranieri, un maggior studio della loro lingua (che vanta peraltro la maggior diffusione in Europa relativa ai parlanti madrelingua). Invece quando incontrano qualcuno che conosce, magari neanche troppo bene, la loro lingua, i disgraziati (li odio… ;)) chiedono addirittura come mai!?! Mentre i francesi continuano a rimanere a bocca aperta scandalizzati quando scoprono che qualcuno non sa la loro lingua, gli americani spesso neanche sanno che esiste gente che non conosce la loro, etc. Da cui anche questa vergognosa mania di anglicizzare tutte le università (sonnambuli! Direbbe lo storico Christopher Clark), e la Germania è il paese universitario più richiesto in Europa (cfr. study.eu), a Berlino poi si può benissimo vivere senza sapere una parola di tedesco, mentre a Parigi, io che non so francese, sopravviverei giusto alcuni giorni, giusto perché comunque sono un po’ abituata a familiarizzare con lingue straniere.
        Le sacche ci sono, nella vita quotidiana e sociale ci sono tanti che prendono in giro alcune uscite anglomani, ma in ambito lavorativo (manageriale, economico, finanziario) sono del tutto assenti, per quel che mi risulta.
        Un problema ulteriore in Italia è che, nonostante l’Europa abbia invitato a conoscere e quindi studiare PERLOMENO due lingue straniere, invece negli ultimi tempi non solo l’inglese è oramai obbligatorio, ma i percorsi scolastici con almeno due lingue, quindi con un’altra oltre all’inglese, sono decisamente pochi. Alle medie inoltre avevano introdotto una seconda lingua comunitaria oltre all’inglese, però poi le dedicano solo due (2!!) ore a settimana, per cui ovviamente non funziona e non serve quasi niente e il passo ulteriore è stato allora quello di potenziare l’inglese con 5 ore (le sue 3 + le altre 2). Ma curiosamente, alle superiori, questi “privilegiati” che hanno seguito l’inglese potenziato lo sanno esattamente come gli altri, guarda caso, anzi, spesso pure peggio…

        Quest’anno sto riprendendo a studiare svedese: se sono così imprudente a dirlo a qualcuno, vengo perlopiù guardata come fossi folle e mi chiedono con aria stralunata: “Perché??” – manco dicessi che mi sto iniettando cianuro…
        Mi fermo qui, ho la nausea (autoindotta, va bè), perdona.

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        • Molto, molto interessante la tua analisi sulla vergogna. Mi hai fatto venire in mente un libro di Verna Carleton (“Ritorno a Berlino”, Guanda) in cui un insospettabile apparentemente perfetto gentiluomo inglese, è invece un fuggito dalla Germania nazista che si finge inglese davanti a tutti per la vergogna, e solo la moglie custodisce il suo segreto.
          Anche se conosco poco la situazione sono d’accordo con le tue considerazioni, e come avevo scritto nel mio libro, davanti alle proposte di alternative che in Francia e in Spagna sono normali “anche in Germania, come in Italia, riemergono i fantasmi del passato e, dopo Hitler, i discorsi che fanno appello all’identità nazionale, anche linguistica, sono un tabù. (…) E poi ci sono anche gli angloentusiasti come Anatol Stefanowitsch, dell’Università di Amburgo, che ha indetto nel 2010 il concorso “Anglicism of the Year”, con lo scopo di riconoscere il contributo dell’inglese nell’evoluzione della lingua tedesca”. Nell’importare tantissimi anglicismi, per esempio so che il Maggiolone della Volkswagen è stato chiamato New Beetle, che il termine job si sostituisce sempre di più a Beruf o che circola moltissimo uno pseudoanglicismo come Handy per indicare il cellulare, tuttavia mi è parso di vedere delle resistenze maggiori che in Italia. Poi magari l’erba del vicino appare più verde e io vedo da lontano e in modo appannato e confuso, ma penso alle ferrovie tedesche accusate di parlare il “Bahnglisch” e di ostacolare la comprensione, costrette a una revisione del loro linguaggio. Davanti alle proteste dei cittadini, il capo dell’azienda, Rüdiger Gruber, si era impegnato già nel 2010 a restituire alle stazioni tedesche la loro impronta “germanica” e a far tornare Servicepunkte quelli che erano diventati i service point (www.voxeurop.eu/it/content/article/214661-il-francese-resiste-il-tedesco-collabora). So che nel 2013 l’azienda ha poi deciso di rivedere totalmente la terminologia non tedesca e ha fornito ai dipendenti un glossario di circa 2.200 termini sul tema degli anglicismi, proprio per evitarli nella comunicazione e sostituirli nell’uso quotidiano della lingua (www.ferpress.it/germania-ferrovie-tedesche-bandiscono-gli-anglicismi-dipendenti-dotati-di-glossario-con-2-200-termini). A parte le campagne della Verein Deutsche Sprache di acquistare prodotti pubblicizzati in tedesco, ho letto una traduzione del quotidiano Frankfurter Allgemeiner che riportava un sondaggio realizzato dall’azienda di ricerche di mercato internazionale YouGov: l’82% delle persone di età superiore ai 60 anni si è detto preoccupato per il futuro della lingua tedesca, contro solo il 52% dei giovani tra i 19 e 29 anni. Queste cose non le vedo in Italia.
          Mi irrita terribilmente la domanda “perché?” di fronte alla bellezza di studiare una lingua… ma purtroppo si sente spesso. Come se si sottraesse qualcosa all’inglese internazionale lingua unica, come se studiare le lingue avesse solo una funzione comunicativa, invece di essere cultura, bellezza, desiderio di conoscere altro… che tristezza.

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          • Grazie, non conoscevo questo sondaggio della Faz, cercherò. E grazie in particolare per la tua irritazione al “perché?”, per me è così raro incontrare qualcuno che su queste cose condivide la mia visione (mi piacerebbe pensare che frequento le persone sbagliate ;)).
            Job in realtà significa(va) “lavoretto”, nel senso estivo o a tempo parziale o comunque di breve durata, transitorio o riempitivo insomma, ora in effetti è sempre più usato al posto di Arbeit (non di Beruf, che significa invece professione), quindi come lavoro tout court (io che uso un francesismo! :D)
            La storia delle ferrovie tedesche aveva toccato il suo punto infimo negli annunci diffusi nei vagoni, in particolare “Thank you for travelling” con una pronuncia veramente pessima, si erano veramente resi ridicoli, questo, penso, ha fortunatamente sviluppato una giusta riflessione a riguardo. I tedeschi comunque sono sia molto critici che autocritici, a volte in maniera veramente esagerata (dovrebbero fare confronti anche con altri); oltre a eleggere la parola dell’anno (Wort des Jahres), scelgono pure la Unwort, come dire quella più brutta, meno riuscita, abortita o più strumentalizzata: se non altro è un momento di riflessione linguistica che viene abbastanza diffuso e condiviso. Così viene pure fuori che Handy in realtà in inglese non esiste, o meglio ha tutto un altro significato, come pure (ed è ancora più ridicolo), il benedetto (ironico – non sopporto il calcio, anche se ammetto mio malgrado che è stato molto di aiuto ai tedeschi proprio nell’irrobustimento o costruzione di quella sofferta “identità nazionale” di cui scrivevi) “public viewing”, con cui intendono il guardare in tanti uno schermo gigante dove viene mostrata un partita (mentre, se non sbaglio, in inglese significhi l’esposizione di un morto per rendergli l’ultimo saluto). Anche nella pubblicità c’era stato, almeno in parte, un effetto boomerang, con lo slogan di una catena di profumerie “come in and find out”, che i tedeschi traducevano “letteralmente”, ossia secondo l’affine tedesco “komm rein und finde wieder raus”, con “entra e trova la strada per uscire”. Lo slogar successivo della ditta (Douglas) è stato, guarda caso, in tedesco.

            Ancora questa: parlo con degli adolescenti, mostro degli autoadesivi e uso questa parola, mi guardano come se avessi parlato turco, mi chiedono, io ribadisco, e loro replicano, non senza un sorrisetto pieno di affettuosa compassione: “Aah, stickers!” Ciò nonostante, almeno in Italia, trovo più pericolosi gli adulti che, anche e addirittura a scuola, farciscono qualsiasi cosa che dovrebbe essere professionale con anglismi più o meno idioti, mostrando loro il “vero” modello da seguire.

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  3. Comunque, questa è la frase che dovremmo sempre tener presente:
    “la diversità delle lingue corrisponde a una diversità di visioni del mondo che sono una ricchezza, come lo è la biodiversità.”
    Da incorniciare e appendere, a mio avviso, come le frasi di Vandana Shiva sulla natura da salvaguardare. E il pericolo, tra l’altro, viene dalla stessa parte.

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  4. @Giovanna, l’importanza della numerosità e diversità delle lingue è sostenuta anche in “L’identità culturale non esiste” del raffinato saggista François Jullien. Riporto un passo della recensione del libro pubblicata su Doppiozero. “Siamo eredi del mito di un’unità culturale originaria a cui sarebbe seguita la diversificazione: la maledizione divina ha punito la presunzione umana facendo sorgere la proliferazione babelica delle lingue. Ma solo Babele è l’opportunità del pensiero, ricorda Jullien. Se fossimo costretti a parlare tutti un unico idioma, il “globish” dell’inglese mondializzato, perderemmo gli scarti fecondi che si aprono “tra” le lingue, diremmo addio alle loro rispettive risorse; finiremmo per pensare con gli stessi concetti standardizzati, scambiando per principi universali sterili stereotipi.”
    Carla

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