I perché di una petizione a Mattarella (e le prime 2.500 firme)

La petizione #litalianoviva (che ha raggiunto le 2.500 firme) arriva cinque anni dopo quella, fortunatissima, lanciata da Annamaria Testa (#dilloinitaliano). Le quasi 70.000 firme di allora ebbero una risonanza senza precedenti e una rassegna stampa fitta e internazionale. Proprio in seguito a questo straordinario successo, l’Accademia della Crusca. a cui era rivolta, decise di dare vita al Gruppo Incipit, che aveva lo scopo “di monitorare i neologismi e forestierismi incipienti, nella fase in cui si affacciano alla lingua italiana e prima che prendano piede.” Dunque: “monitorare” più che “arginare”, anche se nei comunicati sono sempre stati indicati dei sostitutivi italiani.

A cinque anni da questo evento, ho tentato di fare un bilancio di cosa sia accaduto e di che cosa sia cambiato. Purtroppo la risposta è che, nel concreto, non è accaduto nulla. Anzi, da allora le cose sono decisamente peggiorate. Ecco perché ho provato a immaginare un’iniziativa simile ma con altri interlocutori e altre richieste.

L’attuale ruolo della Crusca

Mi pare che l’importanza della petizione di Annamaria Testa si possa riassumere nella presa di coscienza del fastidio verso l’abuso dell’inglese di una grande fetta degli italiani. La svolta che ha segnato è stata proprio l’emergere di questo nuovo modo di sentire nell’opinione pubblica, un cambio di paradigma storico molto importante: per la prima volta, parlare di tutela dell’italiano non veniva più associato alla politica linguistica del fascismo, alla guerra ai barbarismi, e neanche alle prese di posizione “puriste” o “neopuriste” che avevano caratterizzato la denuncia del “morbus anglicus” di Arrigo Castellani negli anni Ottanta.

accademia della cruscaNon è un fatto da poco. Bisogna tenere presente che Francesco Sabatini, quando era il presidente della Crusca, fondò nel 2001 il Clic (Centro di consulenza sulla lingua italiana contemporanea), che si interruppe presto anche per le reazioni ostili dei mezzi di informazione davanti alla “difesa della lingua”, un argomento ancora tabù. Con la costituzione del Gruppo Incipit, l’Accademia si aspettava analoghi attacchi e resistenze culturali, ma la cosa più sorprendente fu che non ce ne furono affatto. Il vento era cambiato, la petizione #dilloinitaliano fu come una gigantesca manifestazione di piazza, seppur virtuale, che lanciò questo importantissimo segnale.

Eppure la timidezza della Crusca nello schierarsi a favore della difesa della lingua è rimasta.
Anche se nella percezione della gente l’Accademia è ancora associata alle attività del passato, quando questa antichissima e prestigiosa istituzione pubblicava il vocabolario della lingua italiana e aveva un atteggiamento prescrittivo nei confronti della lingua, oggi non è più così. Fu proprio durante il fascismo che l’attività lessicografica della Crusca fu soppressa, con il Regio Decreto del ministro della Pubblica Istruzione Giovanni Gentile nel 1923, e fu invece la Reale Accademia d’Italia (Rai) a essere in seguito incaricata di compilare il dizionario della lingua italiana del regime, che si interruppe (alla lettera C) con la caduta del fascismo. Negli anni Sessanta, quando il presidente della Crusca era Giacomo Devoto si delineò molto chiaramente il nuovo spirito dell’Accademia di rinunciare agli intenti normativi e prescrittivi in favore del descrittivismo, cioè di esaminare l’evoluzione dell’italiano senza intervenire, perché la lingua non va difesa, va studiata, per citare Giancarlo Oli. Questa prospettiva è quella dominante anche oggi, e poco si concilia con il volere arginare gli anglicismi.

Il Gruppo Incipit

Nel contrastare le parole inglesi, il Gruppo Incipit ha giocato un ruolo simbolico ma non ha raggiunto obiettivi concreti. A parte qualche presa di posizione dei suoi membri in occasioni pubbliche o interviste, si è limitato a diramare 13 comunicati che complessivamente hanno indicato le alternative a qualche manciata di parole, a fronte delle centinaia che si sono affermate. Non sono al corrente del loro lavoro di “monitoraggio” (studi quantitativi o altre analisi organiche), ma stando ai comunicati si evince che il problema è stato affrontato a sprazzi, e non certo in modo sistematico. Alla fine del 2016 sono entrate prepotentemente nel linguaggio comune fake news, grazie ai giornali che hanno virgolettato senza tradurre un’espressione di Trump (per far cadere le virgolette il giorno dopo e introdurre nella nostra lingua l’inglese crudo invece che “notizie false” o “bufale”). Nel 2017 è esploso il black friday, grazie al trapianto di una consuetudine statunitense nel nostro Paese. E di anno in anno, anglicismo dopo anglicismo, si può arrivare alla pandemia del 2020 che ci ha regalato il lockdown (insieme a droplet e tantissimi altri che ho ricostruito in un articolo Treccani). Dunque stupisce la mancata presa di posizione davanti a questi esempi eclatanti che hanno stravolto il nostro modo di parlare.

L’attività della Crusca non è insomma minimamente paragonabile a quella delle accademie di Spagna e Francia, che non hanno paura di essere prescrittive o di proporre alternative, anzi, ciò rientra nei loro compiti e nella loro missione. L’Académie française, inoltre, non è composta solo da linguisti, e tra i 40 cosiddetti “immortali” ci sono illustri rappresentanti della letteratura, della scienza o del mondo politico. Perché la lingua è di tutti, non si può lasciare solo nelle mani dei linguisti.

A parte queste diverse prospettive, bisogna anche riconoscere che i comunicati del Gruppo Incipit, benché esigui, non hanno sortito alcun effetto tangibile.

I limiti di Incipit e della Crusca

Incipit parte dal presupposto che quando un anglicismo si afferma è poi molto difficile da sradicare. Ciò è vero soltanto in Italia, bisogna precisarlo, perché in Francia molti sostitutivi introdotti in seguito alla legge Toubon hanno fatto regredire l’inglese. Ma questo approccio, che se non è supportato da una politica linguistica risulta poco efficace, ha anche un altro forte elemento di debolezza. Lo aveva sollevato sin dall’inizio Tullio De Mauro. Davanti alle proposte sostitutive per esempio di analisi on desk, benchmark, tool, distance learning o peer review (comunicato n. 6), “se l’obiettivo dell’Accademia è ottenere gli applausi della stampa, l’obiettivo è in gran parte raggiunto”. Altrimenti queste parole non erano affatto incipienti, visto che erano registrate dai dizionari già da decenni, per cui “se c’è (e c’è) abuso di anglismi nella comunicazione universitaria, l’imputato chiamato alla sbarra da Incipit, l’aziendalese, va assolto: non è lui che ha commesso il fatto” ( → “È irresistibile l’ascesa degli anglicismi?”).

Insomma, se i linguaggi di settore vengono colonizzati sempre più dall’inglese, poi è inevitabile che da lì straripino nella lingua comune. E allora l’argine a ciò che è in fase incipiente dovrebbe semmai essere doppio. Bisognerebbe operare scelte terminologiche traduttive innanzitutto quando gli anglicismi entrano nei linguaggi specialistici, ma è un po’ difficile visto che la scienza, la tecnologia, l’informatica, il lavoro, l’economia e quasi ogni ambito culturale si studiano sempre più in inglese con il risultato di trapiantare i tecnicismi in modo crudo invece di saperli interpretare autonomamente. Il secondo argine dovrebbe essere eretto quando queste parole, magari dopo molti anni, si riversano nella lingua comune. Ma siamo sicuri che questo sistema funzioni?

Direi di no. Nella realtà, giornalisti e politici se ne fregano dei sostitutivi promossi dalla Crusca, ammesso che li conoscano, e puntano ad attingere al linguaggio specialistico invece che al lessico della divulgazione. “Smart working”, per esempio, era uno pseudoanglicismo presente già prima della pandemia del coronavirus, anche se la sua frequenza era bassa e la sua circolazione era ristretta al mondo lavorativo degli addetti ai lavori. Incipit, nel 2016, ha promosso l’alternativa in circolazione nel linguaggio contrattuale di “lavoro agile” (comunicato n. 3) quando ancora la parola non era così comune. Ciononostante, da qualche mese l’espressione ha fatto il salto di specie: i giornali, i politici e i tecnici hanno usato l’inglese ripetuto in modo ossessivo fino a farlo diventare la parola più gettonata, che ha scalzato non solo l’equivalente tecnico di lavoro agile, ma anche quelli possibili nella lingua comune, cioè il lavoro da casa, da remoto, a distanza o il telelavoro. Lo stesso si può dire di caregiver, che circolava come tecnicismo già ben prima del 2018 quando è entrato nella legge di bilancio e quando Incipit lo ha affiancato a “familiare assistente”, “prestatore di cure o “assistente domestico” (comunicato n. 9).

Vale la pena di ricordare che caregiver è diventato un tecnicismo solo in italiano, in inglese non ha questa specificità, e la parola non si trova né in spagnolo – si parla di “curatore”, cuidador (familiar) – né in francese – “aiutante”, aidant familial o informal, proche aidant –. Lo stesso vale per per smart working, che non esiste in francese, in spagnolo né in inglese (remote working).

E allora la strada per fermare l’anglicizzazione è forse un’altra rispetto a quella prospettata da Incipit, e implica l’essere meno provinciali, tradurre o inventare neologismi italiani (qualora le parole ci mancassero) invece che importare parole inglesi crude (se va bene, altrimenti si inventano pseudoanglicismi). Insomma, davanti alle migliaia di parole inglesi il punto non è quello di sostituirle nella fase incipiente, ma agire alla base: è necessario creare un nuova cultura, spezzare l’anglomania da colonizzati che porta a preferire i suoni inglesi a prescindere dalle singole parole, riappropriarci con orgoglio della nostra lingua e della capacità di generare neologismi su base endogena. Dobbiamo superare il nostro senso di inferiorità che ci fa vedere l’inglese come una cultura e una lingua superiori, dobbiamo smettere di confondere l’inglese con l’essere moderni o internazionali. Per essere moderni dovremmo fare evolvere l’italiano, e per essere internazionali dovremmo fare come si fa all’estero, dove si usa maggiormente la propria lingua.

E soprattutto, dovremmo cessare di aver paura di essere prescrittivi. Come fanno le accademie francese e spagnole.

Un po’ di sano prescrittivismo

Se la strada di Incipit non è stata produttiva, non è all’Accademia della Crusca che ci si deve rivolgere per cambiare le cose. Forse l’Accademia andrebbe rifondata, e investita di un po’ di sano prescrittivismo proprio dalla politica che un tempo le ha sottratto questo ruolo. Davanti all’espansione dell’inglese globale che minaccia molte lingue, il liberismo linguistico rischia di trasformarsi in un anarchismo nel senso più negativo, uno stato di natura selvaggio e senza regole che coincide con la sopraffazione del più debole (homo homini wolf).
La difesa della lingua, un tempo invocata per purismo o per motivi di principio esterofobi, è oggi da rivedere da un altro punto di vista basato sui numeri. Qui si tratta di proteggere il nostro patrimonio culturale esattamente come si difendono i panda e le balene che rischiano l’estinzione.

Andrea Camilleri protezione lingua italianaQualche anno fa, Andrea Camilleri ha sintetizzato tutto ciò in modo meraviglioso in un brevissimo video, che vi invito a vedere, in cui sviscerava il tema-tabù della “protezione della lingua” davanti all’inglese. Spiega che da quando la lingua dell’Europa, per le leggi e il lavoro, ha cessato di essere tradotta in italiano e riporta i documenti solo in inglese, francese e tedesco, la nostra lingua è regredita. I nostri politici avrebbero dovuto opporsi, ma non l’hanno fatto. Per Camilleri, se dalla terminologia tecnica (sempre più in inglese crudo) le parole entrano poi nella lingua comune è per “provincialismo assoluto”, e sfoggiare questo lessico inglese non è cultura. Il rischio lucidamente intravisto era che l’italiano diventasse una lingua morta, che ha la sua tradizione storica congelata nella letteratura del passato, ma senza sapere evolversi. Per lo scrittore, la soluzione non è certo l’autarchia come ai tempi del fascismo, ma una “giusta difesa della lingua andrebbe fatta”, smettendo di essere provinciali e recuperando “le bellissime parole della nostra lingua”.

Come si può non essere d’accordo? Come possono i linguisti italiani non comprendere che tra l’autarchia linguistica e l’essere normativi nel modo più rigido e antistorico ci sono delle vie di mezzo necessarie e sane, come hanno capito in Francia, in Spagna o in Svizzera?

Per tutelare l’italiano, l’attuale atteggiamento descrittivo della Crusca non basta. Visto che i linguisti non si fanno problemi a prescrivere le giuste parole nel caso del linguaggio non discriminante per le cariche femminili e sono intervenuti nello schierarsi a favore di parole come ministra o sindaca modificando l’uso – come stanno facendo anche davanti a quisquilie come scrivere “sé stesso” invece di “se stesso” senza accento che si era affermato nell’editoria del Novecento – perché non dovrebbero avere lo stesso atteggiamento davanti agli anglicismi in nome delle pari opportunità dell’italiano, oltre che delle donne?

Per contrastare l’abuso dell’inglese basterebbe agire con coerenza e nello stesso modo, invece di usare due pesi e due misure. Proprio dalla politica, e dalle raccomandazioni delle amministrazioni supportate dalla consulenza Crusca sono arrivate le direttive del linguaggio non discriminante. La promozione di questo lessico e la campagna culturale che c’è stata in proposito hanno dato i loro frutti, e hanno portato i giornali a utilizzare le nuove parole e i dizionari ad accoglierle e a registrarle.

vivalitaliano 300 x 145Queste sono le due vie proposte dalla petizione per promuovere l’italiano e spezzare l’abuso dell’inglese. L’eliminazione degli anglicismi nel linguaggio istituzionale e l’avvio di una campagna di sensibilizzazione.
L’interlocutore non può che essere la politica…

 

Continua.

16 pensieri su “I perché di una petizione a Mattarella (e le prime 2.500 firme)

  1. A parer mio, ci sarebbe un’altra via e lo dico per esperienza personale: studiare l’italiano per davvero, e poi studiare l’inglese.

    Studiare per davvero l’italiano serve per far capire che non è detto lo si conosca per davvero solo perché, anche stuprando le costruzioni delle frasi, ci si fa capire.
    Magari ha buon intuito chi ci ascolta 😛

    Riguardo all’inglese, quando non lo conoscevo affatto, sembrava davvero affascinante. Studiandolo per molte delle mie passioni (và, stavo per scrivere hobby XD ) ho visto che era solo una lingua come tante (grammatica relativamente abbordabile, più facile di italiano e francese, pur con le sue difficoltà) e coniugazioni più facili da memorizzare.
    Iniziare a conoscerlo gli ha levato molto del suo fascino “esoterico”, ai miei occhi.

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    • Molti ostentatori di anglicismi in effetti lo fanno proprio perché l’inglese non lo conoscono, e compensano così il loro senso di inferiorità (qui un impietoso video dell’inventore del jobs act e del veicolatore di flexicurity, prodotti italian sonding, democratic party, slide e via dicendo: https://www.youtube.com/watch?v=5-l51Lmk1H4). Studiare l’italiano è importante, e sfondi una porta aperta, però la nostra lingua madre è quella che parlano anche le fasce di popolazioni prive di cultura, che non vanno demonizzate, usano la lingua appresa in modo naturale anche se non hanno avuto accesso all’istruzione. Queste fasce sono quelle che vengono maggiormente escluse da chi ricorre all’inglese e porta a una frattura tra classi povere/basse e quelle alte/colte. Insomma, sono d’accordo con quel che dici, ma non si può pretendere che tutti studino, anche se sarebbe auspicabile.

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  2. Crusca “descrittiva” o “prescrittiva”?
    Descrizione e prescrizione sono due approcci differenti, ma credo che debbano restare rigorosamente distinti. Sulla legittimità intellettuale e scientifica dell’approccio descrittivo penso non esistao dubbi, sappiamo invece che la prescrizione gode di dubbia fama anche se sotto certi aspetti viene invocata (come Lei ricorda sul problema del linguaggio non sessista) con motivazioni più o meno condivisibili.

    Ora io penso che l’approccio normativo sia sí possibile ed entro certi limiti auspicabile — purché non mescolato col pian della descrizione —, ma a condizione che se ne esplicitino le scelte e motivazioni di fondo, le quali potranno essere o non essere condivisibili, e quindi è normale che possano esistere anche proposte normative contrastanti proprio perché procedenti da postulati divergenti.

    In fondo anche la porta spalancata agli anglismi potrebbe forse rispondere ad un approccio normativo, la cui scelta programmatica soggiacente potrebbe essere quella, attraverso una progressiva rilessificazione, di trasformare, a lungo termine, la lingua italiana in una sorta di “Pidgin English”, sociolinguisticamente percepito come un dialetto inglese e “quindi” (ammesso e non concesso che una “dialetto” debba essere necessariamente soppiantato!) da sostituire con la variante colta, cioè l’inglese standard.
    In ciò ci sarebbe sicuramente una logica, ma bisognerebbe esplicitarla e discuterne, visto che in questi termini credo che non saremmo in pochi a dissentire.

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    • Mi pare che un ritorno a essere normativi sia la conseguenza di buon senso dopo la descrizione. E’ normale che nelle grandi foreste ci siano incendi, fa parte della natura e si può anche non intervenire se fanno parte dell’economia del sistema che si autoregola. Se invece l’incendio rischia di distruggere tutto occorre intervenire. I linguisti non sono solo studiosi distaccati che guardano ciò che accade con indifferenza, sono anche italiani che dovrebbero comprendere ciò che sta accadendo e prendere posizione, come la prendono nei confronti dell’uso che bollano come errato, per esempio di “qual’è” con l’apostrofo oppure del “piuttosto che” alla milanese. Allora è più coerente Sgroi che accetta il “qual’è” oltre a chiamare gli anglicismi “doni” e a non essere contrario al loro dilagare. Però se “tutto va bene” e si descrive e basta, poi non lamentiamoci se diventiamo una colonia e se l’itanglese sarà l’italiano del futuro, e in molti ambiti anche del presente. Io prendo posizione e combatto la mia difesa del patrimonio linguistico e mi batto contro il mistilinguismo a lessico inglese (o pidgin se vogliamo essere colonizzati dalla categorie angloamericane) che mi fa pena e schifo.

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  3. All’esame di composizione architettonica c’era il giovane che si ostinava a parlare di absaid e la docente che non capiva si trattasse di abside. E la giornalista del TG3 che pronunciava sain-dain la locuzione latina sine die… non mi paiono esasperazioni maggiori di quelle sentite in questo periodo di fortyday.

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  4. Sì è vero, l’interlocutore dovrebbe essere la politica. Ma la politica in definitiva rappresenta questo popolo di anglicisti compulsivi come giustamente li definisci nell’ottimo audio che hai segnalato nel tuo commento. D’altro canto sappiamo bene che la terminologia viene sdoganata principalmente da media e istituzioni, cioè dall’alto. Siamo quindi in pieno nel classico dilemma de. “è nato prima l’uovo o la gallina?” Mah! mi sa che qui la materia dovrebbe essere di competenza più che di politici e linguisti di psicologhi ed anche di quelli bravi. Infatti, scherzi a parte sto aspettando l’occasione di contattarne una che fa video sul canale di Diego Fusaro sul tubo. Mi piacerebbe proprio sentire che ne pensa.

    Comunque anche se non sono uno psicologo, mi sembra abbastanza evidente che il fascino irresistibile dell’inglese deriva dal fatto di essere considerato (a ragione o no) come la lingua internazionale e quindi delle persone aperte e proiettate verso il successo. L’inglese quindi fa leva sul nostro naturale desiderio di partecipazione ed inclusione sociale, in pratica l’effetto trascinamento che si sostiene a sua volta con il conformismo presente in misura minore o maggiore in ognuno di noi.
    Vorrei però a tal proposito fare una considerazione.

    E’ evidente che una lingua non si diffonde in virtù di una qualche sua non ben definita qualità taumaturgica intrinseca, ma segue i rapporti di forza imposti dal popolo che la parla. E’ sempre stato così ad esempio con il francese o lo spagnolo. L’inglese in particolare è il risultato del colonialismo britannico prima e dell’imperialismo statunitense che vi si è sovrapposto poi.

    Solo che il progetto degli ambienti neocon e mondialisti di “nuovo secolo americano” che ne avrebbe sancito il dominio assoluto e planetario è quasi certo che ormai sia fallito (e per fortuna dico io). Il mondo va quindi verso il multipolarismo e questo alla fine investirà inevitabilmente anche la comunicazione. Sarà la grande occasione per chi perora la giustizia e la democrazia di auspicare che esso non sia sostituito che ne so dal cinese o dal russo, ma da una lingua neutra, come ad esempio l’esperanto, che non essendo di nessuno si presta ad essere quella di tutti quando si comunica tra popoli di lingua diversa. Accanto alla propria lingua madre, quindi, che deve avere il predominio assoluto in casa propria, si potrebbe studiare l’esperanto semplicemente come espediente tecnico per risolvere il problema della “torre di babele” e per le pubblicazioni internazionali in ogni ambito. Tutti sullo stesso piano senza imposizioni da primo della classe da parte di chicchessia. Se e quando le cose saranno impostate così anche il problema dell’invasività anglofona spersonalizzante si risolverà da se.
    Nel frattempo bisogna resistere con tenacia e con passione come fai tu a partire da questo spazio e come ognuno di noi deve fare nel mare magnum inglesorum che ci circonda là fuori.

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    • Ciao, acutissime osservazioni, le tue. Diego Fusaro non mi ha mai risposto, ma tra gli psicologi illustri che hanno firmato c’è Fulvio Scaparro, anche se il problema appartiene alla sociologia, forse, prima che alla psicologia. Nel senso che ognuno, nella sua individualità, parla con questo compulsivismo che porta all’inglese perché è condizionato dal linguaggio mediatico, politico, degli esperti… è una specie di inconscio collettivo insomma ad agire, appunto in modo spesso inconsapevole, a sparare anglicismi a più non posso. Ecco il perché di una richiesta di fare una campagna di sensibilizzazione come in Francia e Spagna: lì la gente è libera di scegliere in modo modo più consapevole, visto che le accademie e le campagne propongono alternative, e poi è la comunità dei parlanti a recepirne alcune. Da noi non c’è alcuna possibilità di scegliere, si ripete quel che passa il convento, per es. lockdown, visto che sembra che ci sia solo quello. Questo è un problema politico, ma poiché non mi pare che i nostri politici che producono anglicismi a tutto spiano siano sensibili o in grado di recepire la cosa, ecco la scelta di rivolgerci alla massima carica dello stato, membro onorario della Crusca, tra l’altro.
      Secondo molti osservatori anche economici (come Loretta Napoleoni) l’economia del Nuovo Millennio, e di conseguenza quella politica, si è spostata e sposterà verso le grandi potenze asiatiche, come la Cina (il cui Pil ha già superato quello statunitense), ma anche l’India. Non so però se questo avrà un impatto sul colonialismo linguistico. Al momento l’interferenza del cinese non esiste nemmeno nei Paesi dove si sta espandendo. Invece il progetto di portare tutti i Paesi sulla via del bilinguismo, dove l’inglese è la lingua internazionale, e le lingue locali sono vissute come un ostacolo alla comunicazione internazionale basata sul predominio della lingua madre dei Paesi anglofoni, continua. Persino, paradossalmente, in un’Europa dove l’inglese non è più la lingua di nessun membro o quasi. L’esperanto è la scelta più razionale, democratica ed etica, certo. Ma gli esperantisti son sempre stati bastonati e perseguitati (anche dal nazismo), e non sempre ciò che è razionale è reale. Sono scettico sulle sue possibilità di imporsi, perquanto lo trovo auspicabile, e anche meno costoso: si impara in pochi mesi attraverso l’autoapprendimento, e se fosse introdotto nelle scuole nel giro di 10 o 20 anni potrebbe essere una realtà comunicativa che farebbe risparmiare quantità di denaro impensabili, visto quanto costa in termini di denaro e di tempo imparare l’inglese, a scapito dell’apprendimento anche delle altre lingue. Un costo che va tutto a benificio dgli anglofoni perché oltre a non doverlo sostenere, sono anche avvantaggiati nel padroneggiare la loro lingua madre.

      Comunque vada, mi batto per diffondere una nuova cultura, per spezzare la sudditanza culturale verso l’inglese, internazionale ma anche sul fronte interno, visto che la nostra lingua è di giorno in giorno sempre più mutilata.

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