Le parole straniere nell’italiano

Le lingue vive evolvono, ed è un bene che lo facciano perché devono riuscire a esprimere i cambiamenti del mondo. Naturalmente si arricchiscono non soltanto creando propri neologismi (via endogena), ma anche per via esogena, cioè attingendo dalle lingue straniere. Il fenomeno dell’interferenza linguistica è assolutamente normale e anche la lingua di Dante era ricca di voci di derivazione provenzale, ebraica, araba e di altre provenienze ancora. Queste parole, tuttavia, non erano crude, ma adattate ai nostri suoni: italianizzate.

In passato, tutti i più aperti e convinti sostenitori dell’importanza di attingere parole straniere – che si scagliarono contro il purismo ostile ai “barbarismi” e ai neologismi – vedevano proprio nell’adattamento e nell’italianizzazione un arricchimento (da Machiavelli sino a Leopardi). Senza questo processo la nostra lingua si sarebbe inevitabilmente “imbarbarita”, “intorbidita”, “imbastardita”.

L’italiano di oggi è sempre più policentrico e globale, e include anche molte parole non italianizzate di cui nessuno si scandalizza più.

Ma quante sono le parole straniere? E di che tipo? Da quali lingue provengono maggiormente? Qual è, complessivamente, il peso dell’interferenza delle altre lingue sulla nostra?

la torre di babele edoardo bennato

Lo studio dei dizionari mostra che le parole non adattate che abbiamo accolto sono tante, ma per ogni lingua ce ne sono poche manciate, come nel caso di quelle russe (per esempio glasnost, perestrojka, soviet, sputnik, tovarisc, troika, vodka, zar) o cinesi (ginseng, kung fu, tao, wok, wonton, yin e yang). Negli ultimi anni sono aumentate in modo significativo le parole giapponesi, che vengono adattate solo di rado (emoji, hentai, hikikomori, karaoke, manga, sakè, sashimi, sushi), ma se le contiamo non arrivano a cento, e le possiamo tranquillamente “ammortizzare” senza snaturare per questo il nostro idioma.

Voci antiche e assimilate come archibugio o birra, invece, sono di derivazione germanica, ma la loro provenienza esogena è invisibile e nascosta nella loro storia etimologica. A queste se ne aggiungono altre più moderne e non adattate come bunker, speck o dobermann, ma ancora una volta sono un centinaio e non rappresentano certo un problema per l’integrità della nostra lingua.

Anche l’interferenza delle lingue che ci hanno plasmati dai tempi più remoti, come l’arabo o lo spagnolo, ci ha lasciato tantissime parole assimilate, e quelle crude non sono numericamente rilevanti. Persino il francese, che ci ha influenzati per secoli, ci ha lasciato migliaia di gallicismi perfettamente italiani (come rivoluzione, ghigliottina, blu o marrone), ma soltanto meno di 1.000 parole non adattate. Fino agli anni Settanta del secolo scorso era questa la lingua che ci aveva maggiormente influenzati. Ma oggi non è più così.

Nel giro di pochi decenni l’inglese è diventata la lingua dalla maggiore interferenza, con una rapidità e delle modalità che non hanno precedenti storici. Gli anglicismi non si adattano, e penetrano crudi in oltre il 70% dei casi, violando quasi sempre le nostre regole di pronuncia e di ortografia. Costituiscono ormai la metà dei neologismi del nuovo Millennio, dunque la nostra capacità di coniare parole nuove (l’evoluzione per via endogena) sembra venire meno, visto che si tende a utilizzare l’inglese.

E allora le lingue vive evolvono, certo, ma come sta evolvendo l’italiano?

Facendo un confronto tra le parole straniere presenti nei dizionari la sproporzione è evidente: tutte le lingue messe assieme, sommate, non raggiungono il numero degli anglicismi che abbiamo importato nell’ultimo mezzo secolo e che utilizziamo sempre più frequentemente.

In un articolo sul portale Treccani ho provato a ricostruire il numero delle parole che provengono dalle altre lingue, a distinguere quelle adattate da quelle crude, e a ragionare sulla sproporzione dell’inglese che con la sua invadenza e frequenza sta cambiando il volto del nostro lessico.

Per leggerlo: “I forestierismi nei dizionari: quanti sono e di che tipo”.

i forestierismi nei dizionari quanti sono e di che tipo (di antonio zoppetti)

7 pensieri su “Le parole straniere nell’italiano

  1. Mi sia concessa una duplice postilla sui germanismi:
    1)”birra” in italiano (e francese) è probabilmente una parola “rimpatriata”, poiché sembra che il tedesco “Bier”.sia a sua vlta un antico imprestito tardolatino (da “biber” «bevanda», connesso con “bibere”: quindi la bevanda per eccellenza, un po’ come nelle lingue slave “pivo (/piwo)” da “piti (/ pit’ /pic’ / pít ecc.)” «bere», e anche più vicino a noi – linguisticamente parlando – in romeno: “bere(a)” dla verbo “a bea”);
    2) in un caso mi sembra che abbiamo a che fare con un germanismo diventato produttivo in italiano, sia pure in un ambito molto specifico: “Fest”, usato per denominare eventi come suffisso unito a parole d’altra lingua (dall’inglese ai dialetti lombardi, come la “Berghemfest” di leghista memoria).

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    • Grazie delle precisazione, Giovanni. Le matriosche etimologiche (per usare un po’ di russo) sono infinite, complicate e affascinanti, io mi sono limitato all’analisi degli etimo dei dizionari, poi a loro volta le lingue che ci hanno lasciato le loro parole hanno una loro storia ancora più articolata. La produttività, come la chiami, dei forestierismi nell’italiano è un fenomeno abbastanza raro, a parte il caso degli anglicismi che stanno ormai formando una rete di corpi estranei che si sta diffondendo nel nostro lessico in modo capillare e sempre più esteso. Curiosamente l’Oktoberfest, da cui immangino derivi la neoconazione leghista che citi, è più conosciuto in Italia che nei Paesi tedeschi, mi spiegavano… comunque non mi pare che abbia lasciato tracce presenti nei dizionari, e il caso che citi mi era sfuggito, non conoscevo questa coniazione. Un saluto.

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  2. Articolo molto interessante! C’è da considerare inoltre, secondo me, che l’interferenza tra le lingue sul piano del lessico interessa specialmente i sostantivi. O meglio, i sostantivi sono quelli che effettivamente non si adattano, tanto che sfuggendo alle nostre norme per il singolare/plurale c’è stato bisogno di codificare la regola per cui un sostantivo proveniente da una lingua straniera diventa invariabile in italiano; ma le altre parti del discorso, come i verbi, sono meno permeabili, perché per ovvie ragioni c’è bisogno di mantenere la struttura morfologica dell’italiano. E quindi si creano degli ibridi un po’ adattati e un po’ no (ad esempio googlare: non scriviamo *guglare, che potrebbe essere la forma totalmente adattata), ibridi che forse rappresentano un’altra differenza con le classiche interferenze tra lingue che avvenivano nel passato. Ammetto di non essere aggiornata in merito e mi chiedo se i linguisti abbiano codificato in qualche modo queste interferenze e se nell’italiano del passato ci siano stati dei casi simili (vedo che c’è un link in merito nell’articolo su Treccani, ma rimanda ad una pagina che non funziona).

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    • Ciao il collegamento all’articolo della Treccani è questo: http://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/articoli/scritto_e_parlato/forestierismi.html
      a me funziona, non so perché non riesci ad accedere. Lì si trovano dati più dettagliati.

      Hai perfettamente ragione a dire che la parte del lessico più interessata dal fenomeno è rappresentata dai sostantivi, nel 90% dei casi gli anglicismi sono infatti sostantivi o locuzioni (queste rappresentano più di un terzo degli anglicismi, ne ho classificate 1400 su 3700 parole inglesi https://aaa.italofonia.info/categorie/analisi-comparazioni/locuzioni/).
      Proprio per questo motivo i classici conteggi che un tempo confrontavano il numero dei forestierismi con il numero dei lemmi presenti nei dizionari, concludendo che gli ordini di grandezza erano abbastanza piccoli nel caso dell’inglese (intorno al 2% fino a qualche decennio fa, ma oggi siamo sul 3%), andrebbero rivisti. I sostantivi e le locuzioni presenti nel Devoto Oli sono circa 64.000, ma si eliminano le voci arcaiche, desuete e morte, diciamo che si arriva a meno di 60.000, e se prendiamo 3000 anglicismi correnti (sui 3.500 riportati, eliminando appunto i non sostantivi) rappresentano circa il 5% dei nomi che abbiamo per designare le cose, una percentuale molto preoccupante (questo calcolo lo avevo già fatto nel libro “Diciamolo in italiano”): questa è la parte del lessico più contaminata. Vista la differente struttura di italiano e inglese salvo rarissimi casi (enjoy, vote for, play) non possiamo importare direttamente i verbi per cui o li sostantivizziamo (to drink diventa il drink) o li semiadattiamo aggiungendo alla radice inglese la desinenza della prima declinazione. Ma i verbi di questo tipo come googlare, computerizzare e simili sono nell’ordine del centinaio (e solo meno della metà violano le nostre regole, nel caso di filmare o snobbare passano inosservati e sono un’assimilazione che non dà problemi), e in confronto a 10.000 verbi annoverati nei dizionari rappresentano percentuali basse. Se ti interessa ti lascio un altro articolo che quantifica appunto le ibridazioni, altro argomento che non è mai stato troppo studiato: http://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/articoli/scritto_e_parlato/ibridazione.html

      A parte i miei lavori, mi pare che i linguisti non abbiano codificato molto questi aspetti, anzi sino a pochi anni fa negavano l’anglicizzazione della nostra lingua (oggi sono una minoranza a farlo) e nei loro calcoli non facevano appunto alcuna distinzione grammaticale, anzi diluivano le parole sull’intero corpus dei dizionari non tenendo in considerazione dell’enorme quantità di voci decadute o di rarissima frequenza.

      Molti linguisti continuano a ripetere, a vanvera, che ciò a cui assistiamo oggi è già avvenuto nel caso del francese. Ciò è insostenibile: ho provato a ricostruirlo in questo articolo: https://diciamoloinitaliano.wordpress.com/2019/03/04/le-profonde-differenze-tra-linterferenza-di-francese-e-inglese/
      Il fenomeno non è paragonabile né per numeri, né per rapidità, né per ambito e come aveva già osservato Castellani negli anni ’80, la moda del francese non era di massa, ma elitaria, e interessava determinati ambiti marginali come la società, la moda, la cucina… l’inglese invece è penetrato colonizzando in poco tempo settori strategici come il lavoro, l’informatica, l’economia… Secondo il Gradit di De Mauro il 70% delle parole francesi è stata adattata, mentre nel caso dell’inglese più del 71% entra senza adattamenti (altra enorme differenza). Anche per tutte le altre lingue: spagnolo, arabo… (con esclusione del giapponese che però si riduce a meno di 100 parole) se si pesa l’interferenza linguistica si vede che prevale l’adattamento, e le parole crude sono poche rispetto a quelle adattate, che sono dunque straniere solo nel loro etimo.

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  3. Ti ringrazio per la risposta così esaustiva, recupererò con interesse tutti gli articoli che mi hai citato. In effetti sono questioni che all’università, non troppi anni fa, non ho affrontato, se non in minima parte, quindi immagino che la ricerca in merito sia ancora all’inizio. Quest’anno però ho visto che il corso di linguistica italiana di Ca Foscari aveva come argomento principale proprio il contatto linguistico. La prima lezione è stata registrata ed è caricata sul canale youtube dell’università: https://www.youtube.com/watch?v=RchV-CehHiM&t=5s

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    • Grazie a te della segnalazione del corso di Ca’ Foscari! Il punto non è tanto che la ricerca sia all’inizio, De Mauro per esempio aveva fatto ottimi studi statistici tra gli anni ’80 e ’90, anche se sulla questione dell’inglese non era preoccupato e aveva battagliato in proposito con il preoccupatissimo Castellani (è andata a finire che nel 2016 De Mauro si è ricreduto). Il punto è che bisogna lavorare sui dati nuovi, e non su quelli degli anni Novanta di de Mauro, perché negli ultimi 30 anni la situazione dell’interferenza linguistica si è rovesciata: il francese è stato superato dall’inglese, e i numeri vanno aggiornati. Molti linguisti, ahimè, sono rimasti indietro di una trentina di anni.

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