Manifesto per una politica linguistica italiana

«buon giorno. Ho 97aa. Vi scrivo perchè da alcuni anni, da quando molti giornali e riviste, compresa Famiglia Cristiana a cui sono abbonata, utilizza parole straniere, per capire un articolo devo chiedere sempre aiuto ai figli e nipoti. E se non ne avessi? Vi sarei grata se faceste una segnalazione affinchè la situazione possa migliorare, per noi anziani della vecchia generazione.
Grazie

Maria Bordignon»

Ho ricevuto questa lettera che mi ha toccato, e non sapendo bene che altro fare voglio renderla pubblica. Mi è parso un lamento di sconforto su cui dovremmo riflettere tutti.

Chi ha oggi 97 anni ha assistito al nascere e all’affermarsi dell’italiano come patrimonio comune, e attualmente sta assistendo a una sua trasformazione radicale, perché l’aumento degli anglicismi che si sono accumulati nell’arco di una vita lo ha snaturato al punto di non essere più comprensibile.

Si può anche sostenere che questo nuovo “italiano” sia quello della modernità, del presente e del futuro. Si può continuare a ostentarlo parlando in questo modo. La nostra classe dirigente sembra andarne fiera, e lo impiega come tratto distintivo per identificarsi ed elevarsi sociolinguisticamente. L’itanglese è il modello che stanno diffondendo i mezzi di informazione, gli imprenditori, i tecnici, gli scienziati, e in generale molti uomini di cultura, e dunque viene sempre più emulato dai parlanti, che nell’epoca di Internet sono anche sempre più scriventi. C’è chi preferisce questo linguaggio e se ne riempie la bocca e la penna convinto che sia internazionale e necessario, e c’è chi, davanti a parole come lockdown o cahsback calate dall’alto senza alternative, non può fare altro che ripetere l’inglese senza alcuna possibilità di scegliere, anche quando non approva e preferirebbe equivalenti italiani. In altri casi fatica addirittura a comprendere e pronunciare questi vocaboli stranieri.

Questo nuovo anglo-italiano è promosso all’interno del nostro Paese da “collaborazionisti” che si trovano a occupare i posti chiave dei centri di irradiazione della lingua. Con questo linguaggio acuiscono un processo mondiale di diffusione del globalese, frutto dell’espansione delle multinazionali statunitensi e legato alla globalizzazione, che coincide sempre più con l’americanizzazione delle merci e, insieme a queste, della società e della cultura. Questa forte pressione esterna, in sintesi, non solo non trova delle resistenze interne che si registrano per esempio in Francia o in Spagna, ma viene addirittura favorita.

Eppure si può anche dissentire da questa “strategia degli Etruschi”, che si sono sottomessi da soli alla romanità sino a esserne inglobati e scomparire. L’italiano, che in patria stiamo depauperando in modo irresponsabile, all’estero è invece considerato una lingua bellissima e se puntassimo sulla sua promozione e valorizzazione potremmo anche trasformarlo in una risorsa dai risvolti economici che al momento non vengono presi in considerazione. Lo ha ricordato qualche giorno fa Andrea Riccardi in un articolo sul Corriere della Sera (“Investire sull’italiano per rilanciare il paese”, 15/1/21): “Non è un caso che i brand nella nostra lingua siano secondi solo a quelli in inglese. Insegnare più italiano significa a termine «vendere» più Italia in tutti i sensi”.

Il paradosso dell’articolo è che vuole difendere l’italiano facendo un ricorso agli anglicismi piuttosto ampio (anche questo è un indicatore che la dice lunga sul livello che abbiamo raggiunto): Recovery, brand, design, made in Italy… sono espressioni in parte senza troppe alternative praticabili e in parte scelte lessicali di largo uso.

Chi considera la nostra lingua come un patrimonio che andrebbe promosso e tutelato – come si fa per l’arte, la storia, la natura, la gastronomia e tutte le eccellenze che ci contraddistinguono, ci identificano e di cui possiamo andare fieri – dovrebbe cominciare a farsi sentire. Siamo ormai a un bivio, e forse abbiamo già superato il punto di non ritorno.
È giunto il momento di schierarsi e di fare qualcosa, sempre che lo si voglia fare. Dovremmo agire subito, per cercare di salvare il salvabile, e gridare forte che chi sta dalla parte dell’inglese, chi lo diffonde, chi si limita a osservare l’anglicizzazione senza intervenire è responsabile della morte dell’italiano o della sua creolizzazione lessicale che lo ha trasformato in altra cosa rispetto alla lingua di Dante.

La politica linguistica dell’inglese

Fino a qualche anno fa, in Italia, parlare di politica linguistica era un tabù che evocava lo spettro del fascismo, come se l’unico esempio possibile fosse quello, e non ciò che avviene oggi in Paesi civili come la Francia, la Spagna, la Svizzera, l’Islanda, e tanti altri.

Da noi la maggior parte dei linguisti si vanta di avere nei confronti dell’italiano un approccio descrittivo più che prescrittivo, ed è mossa dallo spirito per cui la lingua va studiata e non difesa. A dire il vero non tutti sembrano studiare così a fondo l’interferenza dell’inglese, per troppi anni sottovalutata, minimizzata e persino negata.
Se le balene o i panda si stanno estinguendo, se la terra si sta riscaldando, gli specialisti non possono limitarsi a constatare in modo generico che è normale, perché i cambiamenti climatici e le specie a rischio ci son sempre stati. Dovrebbero prendere posizione e fare qualcosa, se non vogliono essere complici di questi fenomeni. Lo stesso vale per la nostra lingua, è ora di intervenire e di riflettere sull’ecologia lessicale spezzata da un’interferenza dell’inglese che è diventata eccessiva e distruttiva. E chi nega questo fenomeno e proclama che è tutta un’illusione ottica forse dovrebbe cercare di spiegarlo alla signora Maria, che molto più concretamente è rammaricata dal fatto di non comprendere più quello che scrivono i giornali. L’italiano non si può lasciare solo ai linguisti e solo alle loro analisi astratte non sempre in grado di cogliere la realtà. La lingua è di tutti e riguarda noi tutti. Dunque è una questione politica, nel senso più nobile del termine.

Purtroppo i nostri politici non solo non se ne occupano, non solo sono i primi a introdurre anglicismi nel linguaggio istituzionale e della loro comunicazione, ma sembra che non capiscano l’importanza di una politica linguistica per l’italiano, e che siano più interessati a tutelare l’inglese.

Il presidente della Crusca Claudio Marazzini è ritornato da poco sulla questione dei Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale (Prin) che dal 2017 si devono presentare in inglese. In un articolo sul sito dell’Accademia ha reso pubblica una lettera che ha inviato l’anno scorso al ministro dell’Università Gaetano Manfredi in cui auspicava che fosse possibile presentare questi progetti anche in italiano. Si tratta di una richiesta molto moderata espressa dalla parola “anche”, e personalmente non sono affatto così moderato, credo che, nello spirito del plurilinguismo che – in teoria – contraddistingue l’Europa, tutti i cittadini europei abbiano il diritto di rivolgersi alle istituzioni nella propria lingua. Comunque sia, il ministro non gli ha mai risposto.
Qualche giorno fa è però arrivata una replica indiretta, attraverso una dichiarazione a un giornalista, in cui emerge la preoccupazione non per la nostra lingua, ma solo per la comprensibilità dei progetti da parte di chi li riceve, perché non possiamo permetterci che le risorse vadano sprecate. Per questo il ministro ha deciso di mantenere l’obbligo dell’inglese. Questa scelta, invece di difendere l’italiano, va nella direzione contraria, lo degrada e relega a lingua di serie B, privo di diritti davanti a un inglese che assomiglia sempre più alla lingua dei “padroni”. Questa presa di posizione esclude molti italiani e contribuisce a dividere i ceti alti da quelli bassi che non hanno accesso alla lingua di rango “superiore”. Sta portando a una nuova “diglossia neomedievale” – per riprendere le parole di un linguista come Jürgen Trabant – quando la cultura si esprimeva in latino ed era accessibile solo a chi lo conosceva, mentre i ceti poveri e ignoranti si esprimevano in volgare. Ma l’inglese non è come il latino usato allora per la comunicazione sovranazionale, che non era la lingua madre di nessuno, è invece come il latino della Roma imperiale che imponeva il proprio idioma ai popoli dominati.
Gli stessi Paesi anglofoni sono ben consapevoli dell’importanza della lingua, perché la lingua è potere. Il progetto che mira a portare tutti i Paesi sulla via del bilinguismo, dove l’inglese è la lingua internazionale e le lingue locali sono vissute come un ostacolo alla comunicazione globale, è un disegno che offre loro vantaggi enormi anche dal punto di vista economico. Questa nuova forma di imperialismo linguistico, teorizzata lucidamente da Churchill, a noi non conviene affatto, ed è una vergogna che la nostra classe politica remi in questa direzione, e la appoggi, mentre allo stesso tempo depaupera l’italiano e non fa certo i nostri interessi. Sembra che tutti siano attenti solo a diffondere e proteggere l’inglese, che veniva posto in primo piano già ai tempi del modello scolastico delle tre “i” di Berlusconi e Moratti (Informatica, Inglese, Impresa), e che si ritrova non solo nei balzelli linguistici come quelli del Prin, ma anche nella riforma Madia che ha sostituito l’obbligo di conoscere una “lingua straniera” nei concorsi pubblici con la dicitura “lingua inglese” (un vero schiaffo al plurilinguismo), oppure nella decisione di certi atenei di estromettere l’italiano dalla formazione universitaria. Ci vorrebbe una quarta “i”, quella dell’italiano.

Un ristoro per l’italiano

Il 2021 ci ha portato due eventi che potrebbero essere l’occasione per una svolta, o perlomeno per aprire un dibattito che manca nel nostro Paese: inaugurare una politica linguistica a favore dell’italiano.

Sul piano interno ci sono le celebrazioni per i 700 anni dalla morte di Dante, e su quello esterno c’è l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. Quest’ultimo fatto potrebbe aprire le porte per far tornare l’italiano a essere lingua del lavoro in Europa, come lo era un tempo e come lo sono il francese e il tedesco. Ma nessuno o quasi ne parla, soprattutto i nostri politici, che non lo hanno difeso quando è stato estromesso, e oggi sembra che non si pongano nemmeno la questione. Passando dal piano globale a quello interno – e le due cose sono collegate perché gli anglicismi sono i detriti dell’inglese internazionale, oltre che il frutto della nostra anglomania – le celebrazioni dantesche potrebbero essere un’occasione per rilanciare l’italiano come lingua da praticare, invece che vergognarcene, e per promuoverlo e farlo evolvere, invece di ricorrere solo alle parole inglesi. Ma non si vedono questi segnali e l’impressione è che lo si voglia commemorare più che farlo vivere. L’iniziativa di creare un museo dell’italiano, senza una politica linguistica che lo rivitalizzi, può trasformarsi nel suo opposto e sancirne la sua morte. Se si annuncia il progetto di un portale per “celebrare e raccontare il patrimonio culturale italiano in tutte le sue forme e offrirlo al pubblico di tutto il mondo” e lo si chiama in inglese, ITsART, si sta svilendo il nostro patrimonio linguistico, invece di tutelarlo.

Per questo è nata la proposta di una lettera al ministro Dario Franceschini, che al momento è stata inoltrata da più di 200 persone, in cui chiediamo una politica linguistica a favore dell’italiano, e esprimiamo il nostro dissenso davanti all’inglese del Prin o della legge Madia.

Non è possibile che, in Italia, un dizionario che promuove le alternative agli anglicismi sia lasciato all’intraprendenza e alla buona volontà dei privati, invece che essere realizzato dalle istituzioni o dalle accademie come avviene in Francia e Spagna. E la signora Maria, che evidentemente lo consulta per sopravvivere nella lettura dei giornali, mi ha scritto a quell’indirizzo forse pensando che sia un sito istituzionale.

Nell’anno dantesco, e soprattutto davanti ai tanti ristori previsti in questo momento difficile, bisognerebbe pensare a qualche misura anche per l’italiano.
Non c’è bisogno di investire grandi somme, ci sono varie cose che si potrebbero realizzare senza dispendio, basta volerlo. Per esempio:

1) Inserire nella Costituzione che la nostra lingua è l’italiano
La Crusca l’ha proposto un paio di volte senza successo, ma si potrebbe ritentare. Nell’articolo 12 si fa riferimento ai colori della nostra bandiera, ma non c’è nulla sulla nostra lingua. Si potrebbe aggiungere che è l’italiano, e specificarlo chiaramente, come è stato fatto nella Costituzione francese.

2) Evitare gli anglicismi nel linguaggio istituzionale
In Francia è esplicitamente vietato, per rispetto non solo della loro lingua, ma anche dei cittadini e in nome della trasparenza che si deve per esempio alla signora Maria. Oltre 4.000 cittadini lo hanno chiesto sottoscrivendo una petizione rivolta al presidente Mattarella, anche se per ora non è pervenuta alcuna risposta.

3) Evitare gli anglicismi nei contratti di lavoro
Anche questo in Francia è vietato, e alcune multinazionali sono state sanzionate pesantemente per non averlo fatto. Da noi, invece, accade per esempio che un’azienda nostrana come Italo abbia sostituito la figura del capotreno con il train manager non solo nella comunicazione ai passeggeri, ma persino nei contratti di lavoro. Ci rendiamo conto dell’assurdità, e delle ricadute linguistiche, di queste scelte? Ormai l’italiano è stato escluso dai ruoli lavorativi che sempre più si esprimono in inglese. Fare circolare le alternative ufficiali italiane dovrebbe essere un dovere, per uno Stato.

4) Varare una campagna mediatica contro l’abuso dell’inglese
Questa è la seconda richiesta inserita nella petizione a Mattarella, e anche questa è una strategia praticata con successo in Francia e in Spagna. I costi sarebbero irrisori rispetto per esempio ai 4,5 milioni stanziati per il museo della lingua italiana, e i risultati sicuramente più efficaci. I canali istituzionali per le campagne di sensibilizzazione sociale, dal bullismo alla discriminazione contro le donne, esistono già, basterebbe usarli anche per non discriminare la nostra lingua.

5) Dare il via a una campagna per la promozione dell’italiano nelle scuole
È un progetto già caldeggiato da Gabriele Valle che in passato ha avanzato proposte simili alle mie, e la sua realizzazione potrebbe fare riflettere e aprire un dibattito sull’abuso dell’inglese anche tra le nuove generazioni.

5) Ripristinare l’italiano come lingua del Prin
I Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale dovrebbero contemplare la possibilità di essere presentati in italiano.

6) Lavorare perché l’italiano ritorni a essere una delle lingue del lavoro in Europa
Esiste una petizione in proposito, ne ho parlato più volte. La nostra classe politica dovrebbe difendere la nostra lingua anche nell’Unione Europea.

7) Sancire che l’italiano non può essere estromesso come lingua della formazione
L’università deve insegnare in lingua italiana, e non erogare i corsi in inglese. Questo è un diritto degli studenti e degli italiani da difendere, che non può essere cancellato o messo in discussione.

Mi piacerebbe raccogliere questi suggerimenti, e anche altri che dovessero arrivare, in un documento da rivolgere alle istituzioni sottoscritto da quante più persone possibili. Non so se ci riuscirò, né se qualcosa si riuscirebbe a portare a casa. Ma ci voglio provare, se non altro per fare emergere che esiste anche un’altra visione che non è rappresentata da nessuno. E il 2021 mi pare un momento propizio.

29 pensieri su “Manifesto per una politica linguistica italiana

  1. Articolo meraviglioso! La signora Maria ha completamente ragione. Mi domando come poter fare circolare le ottime idee che hai suggerito e farle arrivare il più possibile ai mezzi di comunicazione, ai politici e alla gente. È questa la cosa più importante. Parlando recentemente con vari conoscenti mi sono reso conto una volta di più che al giorno d’oggi la maggior parte delle persone percepisce l’inglese come moderno, internazionale e attraente, l’italiano come lingua prevalente in Italia, con un passato importante ma con vari limiti per parlare delle cose più moderne e le lingue regionali (chiamate sempre impropriamente “dialetti”) come arretrate, fuori moda o tutt’al più simpatiche per riportare qualche antico proverbio o battuta scherzosa. Tristezza infinita.

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    • Sto lottando da anni per spezzare questa concezione dell’italiano, che è un’ideologia suicida e che a (non troppo) lungo andare non può che farlo morire e relegarlo allo stato di dialetto. Non è l’italiano a essere “limitato” siamo noi che lo limitiamo, e imitiamo Nando Mericoni, l’Alberto Sordi di Un americano a Roma, pensando di essere moderni invece che ridicoli.

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      • Esatto! Ora bisogna capire come far circolare il più possibile queste idee in modo tale che non rimangano solo nei dibattiti delle persone particolarmente attente al tema come noi. Attraverso lettere o petizioni da inviare a giornali e politici? Attraverso la Rete? Attraverso le piattaforme sociali?

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          • Io intanto diffondo i tuoi articoli sui miei tre canali sociali. Tempo fa si era ipotizzato di fare un’azione collettiva contro lo Stato, ma forse è meglio andarci con le buone…?

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              • Strappa il cuore la lettera della Signora Maria. Ma quell’Andrea Riccardi, potrebbe essere il nostro cavallo di Troia, considerando il ruolo dei giornali nel diffondere gli anglicismi.

                L’Università ne è infiltrata in modo spaventoso, soggetto di una e-mail ieri:
                ‘Senza esperienza? Sì, grazie! Come realizzare un professional brand incentrato sulle soft skills (9 febbraio 2021)’
                Cascate le braccia.

                Lasciare i film in lingua originale, con sottotitoli in italiano, come in alcuni paesi del Nord invece non si fa. Il paradosso: doppiare tutto in Italiano, e diffondere anglicismi. L’inglese NON si impara così. Vendono il Times, The Guardian, nell’edicole? Assolutamente no. Però i nostri quotidiani scrivono lockdown, street food, black friday, cashback. Non si capisce quale sia la loro agenda a questo punto.

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                • Mescolare inglese e italiano ci sta creolizzando; non solo non serve a impare l’inglese, ma sta distruggendo la nostra lingua; non la si sa più usare. A me hanno recentemente scritto: “In questo slot di tempo sarà possibile…” Slot? Il mittente ripeteva a pappagallo, come un utomatismo, il linguaggio aziendale fatto di queste cose, incapace di pensare e dunque scrivere”lasso”, “periodo”, “arco”, né semplicemente in questo tempo (più corto) o intervallo. Questo è il linguaggio esibito nel lavoro e nelle scuole di formazione, universitarie e non solo, che plasmano una nuova generazione di parlanti in itanglese. Ciò che è devastane è il numero di questi anglicismi, la loro estensione in ogni ambito della lingua, e la loro penetrazione nella profondità del nostro lessico.

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                • E soprattutto io non capisco chi ci guadagna. Anche ammettendo che l’intenzione deliberata sia quella di volerci assimilare agli statunitensi, qual è il guadagno concreto, il movente, per farlo?

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                  • L’italiano non ci guadagna di certo! Comunque è vero che l’espansione delle multinazionali che esportano il loro linguaggio è aggressiva, ma non c’è un “complotto” esterno, al massimo c’è un progetto che riguarda l’imposizione dell’inglese come seconda lingua, non certo la creolizzazione lessicale. Siamo noi che scimmiottiamo l’inglese pensandodi farci belli. Auana-gana maccherò, come nel Kansas city…

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                    • Attira gli stranieri sicuramente. Appropriandosi dell’inglese, facilita l’impiego e nel mondo accademico di non italiani. Trasferirsi in Italia e dover imparare la lingua? Assolutamente no..è questo il guaio. Offrire insegnamenti, corsi, siti internet tutto in inglese, questo è miele.

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  2. Ben venga una campagna mediatica, ma molte delle parole inglesi che circolano soppiantando termini italiani perfettamente adeguati sono diffuse dai media. L’altro ieri ho letto su Repubblica che Prada rilancia i mutandoni maschili. In inglese l’indumento si chiama “long johns”. Scommettiamo che nel giro di due settimane la parola italiana scompare dai media scalzata da quella inglese? D’altra parte bisogna riconoscere un effetto psicologico: un amico a cui ho proposto la scommessa mi ha risposto: “Io mai metterei i mutandoni. I longjohns invece sono decisamente “fighi”.

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    • I mezzi di informazione, che un tempo hanno contribuito non poco a unificare l’italiano, oggi lo stanno invece distruggendo; sono considerati i principali untori dell’itanglese da tutti i linguisti, e personalmente ho denunciato spessissimo e in modo duro questa tendenza. D’altra parte non si può nemmeno impedire che usino gli anglicismi, che impiegano volutamente, spesso urlati nei titoloni, come scelta stilistica, e per attirare l’attenzione con il metodo del “nuovismo”.
      In Spagna, la presentazione del Dizionario panispanico dei dubbi che mantiene l’omogeneità della lingua di tutti i Paesi ispanici e contiene le alternative a molti anglicismi, avvenne alla presenza dei responsabili di quasi tutti i giornali più importanti di lingua spagnola, che sottoscrissero un accordo:

      “Consci della responsabilità che nell’uso della lingua ci impone il potere di influenza dei mezzi di comunicazione, ci impegniamo ad adottare come norma fondamentale di riferimento quella che è stata fissata da tutte le accademie nel Dizionario panispanico dei dubbi, e incoraggiamo altri mezzi affinché aderiscano a questa iniziativa”.

      Da noi queste parole suonano marziane, e non c’è alcuna responsabilità nel linguaggio pubblico.
      Diciamo che se le testate si rendessero conto che molti italiani preferiscono la chiarezza – e questo vale soprattutto per i giornali acquistati oramai prevalentemente dagli anziani – forse capirebbero che stanno perdendo una fetta di pubblico significativa. Una campagna mediatica si dovrebbe basare proprio sul cambiamento della percezione inglese = figo, italiano = sfigato/vecchio. Al linguaggio della moda avevo dedicato un articolo (https://diciamoloinitaliano.wordpress.com/2018/03/06/litanglese-e-la-lingua-di-moda-nella-moda/), ma tutto sommato è un ambito marginale, mentre il vero problema è l’inglese che penetra in quello istituzionale, o nel lessico comune e fondamentale.
      Se l’italiano fosse una lingua viva, capace di produrre i propri neologismi con creatività, produrrebbe i mutandotti, gli slipperoni i perigamba, i sovrazebedei… o non importa cosa, se “mutandoni” evoca la biancheria dei nonni. Invece si importa solo dall’inglese con una certa albertosordità, rinunciando alll’italiano, che in questo modo è destinato all’estinzione o alla creolizzazione, almeno dal punto di vista lessicale. Ciò che bisognerebbe spezzare è il vergognarci della nostra lingua, che all’estero è invece considerata molto suadente, e mentre da noi si moltiplicano le insegne dei Wine Bar, nei ristorati fighi di New York o di Melbourne si dice “vino”.

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  3. La pietra angolare di ogni azione politica è la definizione della lingua italiana come lingua ufficiale della Repubblica, magari con una proposta di legge di iniziativa popolare per la sanzione costituzionale dello statuto di ufficialità. Il secondo passo sarebbe una riforma dell’Accademia della Crusca, magari a partire dal nome (Accademia della Lingua Italiana, già della Crusca), accompagnata da una legge dello Stato che ne definisse i compiti istituzionali sul modello delle consorelle di Spagna e Francia..

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    • Concordo, anche se una rifondazione della Crusca con “più poteri”, per banalizzare, non passa necessariamente per un altro nome o il cambiamento della sua natura; in fondo si tratterebbe di un ritorno alle origini e alla sua missione lessicografica che le è stata sottratta dalla riforma Gentile. Naturalmente non dovrebbe significare un salto nel passato, ma un allieamento al presente e a un avvicinamento appunto a quanto fanno le accademie spagnole e francese. Sulle proposte di istituire un Consiglio superiore della lingua italiana (CSLI), Luca Serianni si era schierato a favore, ma è stato uno dei pochi, Il punto è che l’attuale classe politica non pensa alla lingua e a queste cose (c’è chi introduce gli anglicismi e chi ha problemi con i congiuntivi). La Crusca ai tempi di Tremonti rischiò di chiudere e di finire tra gli enti inutili da tagliare. Qui l’unico spiraglio è appunto l’iniziativa popolare…

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      • Il nostro ceto politico non pensa alla lingua e a queste cose? Bisogna trovare il modo di fargli capire che così si paga un prezzo (naturalmente politico). Per esempio il ministro o il deputato o il senatore tal dei tali usa inutili parole inglesi? Mandargli messaggi in cui gli si fa presente che, se non torna a un uso corretto del lessico italiano, non potrà più aspirare al nostro sostegno elettorale. E al Presidente del Consiglio dei Ministri mandare messaggi in cui gli si spiega che potrà aspirare al nostro sostegno solo se e quando smetterà di farsi chiamare Premier….

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  4. Secondo me, l’argomento del “ci sono persone che non capiscono l’inglese” non dovrebbe essere così centrale. Dal messaggio che ti è arrivato, Zoppaz, si vede che è un problema reale e da tenere in considerazione. Ma se ci si focalizza troppo su quello sembrerebbe che, se sapessimo tutti l’inglese, la questione non si porrebbe. Invece bisogna capire, a mio parere, che l’italiano è da tutelare anche se tutti fossero bilingui, perché il problema non è solo la mancata conoscenza dell’inglese (che è pur vera). Non voglio fare discorsi troppo retorici, e già nei tuoi interventi spieghi egregiamente i numerosi motivi per difendere l’italiano: è una lingua bellissima, che si porta dietro secoli di cultura e storia, con trionfi in ogni campo, e bisogna farlo evolvere.

    Poi c’è la questione della politica. Tu dici giustamente che per smuovere i politici sul tema li si dovrebbe “minacciare” di non votarli più. Solo l’interesse potrebbe stimolare, non di certo la buona volontà. Se la metti così però, ahimè, si rischia di cadere nell’astensionismo, poiché nessun partito di rilievo attualmente si interessa del tema. E di certo il tema dell’italiano non può essere l’unico su cui baso le mie scelte elettorali. Questa è una realtà sconsolante, purtroppo.

    E infine, devo esprimere il mio timore più grande. E’ vero che c’è una fetta di italiani infastidita dall’abuso di anglicismi. Ma è altrettanto vero che una grande quantità (forse maggioranza) di italiani ne è compiaciuta. Agli italiani piace il suono inglese, c’è poco da fare, pure quando non suona così bene (tipo lockdown). L’italiano è sentito come antiquato e pesante. E purtroppo non credo siano responsabili solo i media. E’ proprio così, ogni giorno mi pare di vedere che la scelta della parola o dell’espressione inglese sia preferita.
    Il tuo sforzo per proporre un’altra visione delle cose è meritevole e io continuerò a sostenere la tua lotta. E non credo che il tuo sia uno sforzo del tutto inutile, anzi; magari rende più consapevoli persone come me, che prima non si interessavano del discorso. Ma possibile che, in fondo, dopo tutta questa fatica, agli italiani non interessi veramente un fico secco dell’abuso degli anglismi, e anzi il tema li infastidisca? Non possiamo certo sovvertire l’ordine statale per imporre un buon uso dell’italiano; perciò, dovremo prendere atto, un giorno, avviliti, che l’italiano di un tempo non esiste più e che la nuova lingua d’Italia è l’itanglese? Spero proprio di no.

    Scusa, a volte il mio pessimismo naturale prende il sopravvento, e mi costringe a guardare con disincantato realismo la situazione vigente. Ma ti prego, tu non essere come me! Sei l’unico che ancora combatte questa battaglia con un po’ di vigore, e se c’è ancora una speranza per l’italiano, questa risiede in Zoppaz (semi-citazione :D).

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    • In parte ti do ragione, però gli anglicismi istituzionali sono inaccettabili non solo per il rispetto alla nostra lingua ma anche per chi non li capisce e rischia di venire escluso. Parlare l’italiano è anche un atto di trasparenza dovuto nei confronti dei cittadini, non siamo ancora un paese occupato.
      Più che minacciare i politici di non votarli rovescerei la questione: possibile che non ci sia nessuno sensibile e che voglia intercettare una fascia di elettori interessante? Il punto è che, come l’ecologia, anche la lingua non dovrebbe essere rappresentata da questo o quel partito, è qualcosa di trasversale che riguarda tutti. Allora un manifesto per la tutela dell’italiano ben argomentato e sostenuto da una parte consistente di persone potrebbe anche ottenere qualche effetto. In ogni caso almeno potrebbe almeno aprire un dibattito, perché qui siamo veramente così colonizzati nella mente che non riusciamo a vedere altro che l’inglese e gli anglicismi, sul piano culturale e sociale prima che linguistico.
      Quando ragiono di queste cose è vero che molti sono ostili, ma molti altri cambiano idea, riflettono. E non lo avevano mai fatto prima perché davano tutto per scontato, visto che c’è il pensiero unico su questi temi. Scoprono che non è vero che dire mouse e computer è necessario e che non sono internazionalismi, e che negli altri paesi usano – pensiamo un po’ – la loro lingua per esprimere le stesse cose! Noi accettiamo l’inglese come naturale, perché siamo ormai stati decervellati dai prodotti culturali statunitensi, dalla tv alla Rete, dalle merci alle pubblicità, e ci siamo assuefatti. Abbiamo smarrito ogni spirito critico. E questo si può riconquistare se però c’è confronto e dibattito, altrimenti siamo al grande fratello. Non è che la gente preferisce dire lockdown, è che non c’è alternativa da quando tutto l’apparato mediatico ha detto solo così. E lo stesso vale per il cashback di Stato. Quando Conte ha parlato di congiunti e di ristori ha imposto queste parole nell’uso comune, perché tutti i giornali non fanno che ripetere queste cose. Dunque se si battezzano le cose come cashback, jobs act, navigator… l’itanglese è fatto dall’alto, mica dai parlanti intesi come i cittadini. Basta intervenire su queste cose per far sparire gran parte dell’inglese. E in Francia, ma anche in Spagna, mica son deficienti che introducono lockdown, smart woring e tutte ‘ste angloidiozie.
      In Francia e Spagna si creano le alternative, si promuovono e poi la gente è libera di scegliere. Preferiscono dire football? Va bene. È una scelta. In altri casi si afferma ordinateur e souris al posto di computer e mouse. Riflettere su queste cose, fare cultura, denunciare l’abuso dell’inglese porta anche a smettere di vergognarci di usare l’italiano. Non vedo perché le campagne sociali contro il bullismo, il fumo, la discriminazione femminile portino a risultati e quelle sulla lingua non dovrebbero. Si fanno campagne per dire sindaca e ministra, e i giornali si adeguano. A un certo punto la parola negro è diventata tabù, anche se non aveva alcuna accezione discriminatoria sino agli anni ’90, e non la si usa più. Perché non dovrebbe accadere anche per l’inglese? Siamo ancora in grado di concepire che l’italiano è qualcosa di bello e che all’estero invidiano i nostri suoni? Nel giro di un decennio con una politica linguistica non suicida la situazione si può rovesciare. Il che non significa bandire gli anglicismi, ma recuperare l’amore per la nostra lingua. Poi ci sarà sempre chi preferisce l’itanglese, come chi preferisce fumare o mangiare hamburger a stelle e strisce invece che l’amatriciana. Certo che se si lascia tutto al mercato, all’espansione delle multinazionali, alla globalizzazione finiamo inglobati.
      Anche io son pessimista. Ma la Resistenza si deve fare anche quando chi abbiamo davanti è molto più grosso di noi. E se perdo, muoio da irriducibile e fiero di perseguire ciò in cui credo,

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  5. Concordo con molto di quanto si dice sulla necessità d’un impegno anche delle istituzioni per valorizzare l’italiano nella sua specificità storicamente fondata e quindi anche ne lsuo lessico e nella sua possibile creatività lessicale.
    Sottolineo però che, perché la battaglia possa essere al di sopra d’ogni sospetto di sciovinismo linguistico, essa debba essere espressamente contestualizzata in un più vasto quadro d’apertura alla pluralità linguistica a 360° gradi, che includa quindi anche, tra l’altro:
    – il potenziamento dell’insegnamento delle lingue straniere (e non del solo inglese) nella scuola,
    – una maggiore apertura ad esse nei media (p.es. facilitando la possibilità di ricevere emittenti televisive d’altri Paesi),
    – una politica di valorizzazione vera e non solo folcloristica delle lingue delle minoranze – categoria non certo esaurita dalla legge 482/99 e che a mio avviso andrebbe estesa anche alle lingue non verbali (LIS), alle lingue delle “nuove minoranze” sorte da immigrazione, nonché (ma quest’ultima cosa nel clima attuale è forse controproducente dirlo!) alle lingue collaterali, “dialetti” nella nostra antiquata terminologia, ma “langues régionales” in Francia, “lenguas propias” in Ispagna (che non mi vergogno di dire con la “i” prostetica, bella possibilità eufonica dell’italiano che stiamo perdendo!).

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    • Grazie Giovanni, concordo anche io sull’aggiunta di qualcosa che rilanci il plurilinguismo di fronte alla dittatura dell’inglese. Ribadisco la mia scarsa competenza sulle minoranze liguistiche – che comunque nella Costituzione sono menzionate e tutelate, al contrario dell’italiano – e sulle lingue collaterali o dialetti. Credo che sia un’altra cosa rispetto al tema dell’italiano di cui mi occupo, ma ne riconosco l’importanza, anche se non saprei come muovermi in un panorama così variegato e complesso.

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