I nemici (anglomani) dell’italiano

Ha dell’incredibile l’articolo di Antonio Gurrado pubblicato su Il Foglio il 14 gennaio scorso: “Usare l’inglese è il miglior contrappeso all’italiano astratto delle università”. È l’espressione di una mentalità che si sta facendo strada in modo sempre più largo, quella che considera l’inglese una lingua superiore espressa da una cultura dominante che si sta imponendo sul piano internazionale. E così lo si vuole diffondere a scapito di un italiano sempre più svilito.

Gurrado interviene nel dibattito sui Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale (Prin) aperto dal presidente della Crusca Claudio Marazzini che di recente ha provato di nuovo a chiedere che si possano presentare anche in italiano. Ma il ministro dell’Università Gaetano Manfredi non è d’accordo.
Paolo Di Stefano, dalle pagine del Corriere, ha ripreso il tema ricordando i rischi dell’abbandono della ricerca in italiano e l’importanza del plurilinguismo, proprio mentre una rivista di prestigio come Nature ha annunciato un’edizione in lingua italiana.

L’articolo del Foglio riprende il pezzo di Di Stefano per esprimere invece in modo molto esplicito la supremazia dell’inglese sull’italiano, come se la prima fosse una lingua che possiede in sé un valore intellettualmente superiore. L’italiano ne esce come la lingua tipica del vago e dei giri di parole, in cui è possibile dire un po’ tutto e il contrario di tutto, specialmente nell’ambito umanistico, perché consentirebbe una certa cialtroneria in voga nell’università e nei progetti di ricerca del nostro Paese. Tutto ciò non potrebbe succedere usando l’inglese, naturalmente. Questo idioma di ben altra statura non lo consente, è un “setaccio”, una specie di depuratore del parlare a vanvera, che filtra ogni vaniloquio e lascia solo ciò che è sensato.

Presentare i Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale solo in lingua inglese, certo, può portare a “l’annientamento del plurilinguismo, la riduzione dell’italiano a dialetto e l’estinzione del linguaggio scientifico nostrano”, come riconosce l’autore, ma che importa? Se la legislazione italiana si traducesse integralmente in inglese tutto sarebbe meno oscuro, a quanto pare.
Il consiglio per sbarazzarsi dell’ambiguità e delle contraddizioni della lingua italiana è dunque molto semplice: provate a tradurre in inglese “l’articolo 1 della Costituzione. Vedrete che, dopo aver vanamente girato le parole fra le mani, deciderete di far cadere quelle che esprimono concetti oscuri o astrusi (‘a democratic republic based on work’) accorgendovi che, alla fine, sono superflue”.

Questo bel ragionamento non è un pezzo comico di Crozza, è quello che uscito dalla testa di un intellettuale che parla seriamente. Davanti all’angicizzazione dell’articolo 1 della nostra Costituzione ho visto finalmente la luce, e ho compreso tutte le sciocchezze sostenute da tanti, vaghe come la lingua in cui sono state proferite. Per esempio quelle di Francesco Sabatini a proposito dell’identità che esiste tra la lingua italiana e la Costituzione, o quelle di Federigo Bambi che esaltano la chiarezza e la comprensibilità delle norme costituzionali, anche per le persone non necessariamente istruite. O ancora le analisi sulla precisione delle parole della Costituzione di Michele Cortelazzo, che a sua volta riprendeva ciò che aveva espresso Tullio De Mauro…

Anche l’immunologa Maria Luisa Villa, corrispondente della Crusca che da anni si batte per la scienza in italiano, ha preso posizione e ha scritto a Il Foglio in difesa della nostra lingua (abbiamo reso pubblica la sua lettera su Italofonia).

Ripenso a Galileo, a proposito di scienza, che per la prima volta (a parte qualche precedente come quello del matematico Tartaglia) ha deciso di abbandonare il latino – che al contrario dell’inglese era lingua neutra e non quella madre dei popoli dominanti – e usare l’italiano per scrivere il Saggiatore e il Dialogo sopra i due massimi sistemi. È oggi considerato il fondatore del metodo scientifico, e allo stesso tempo ha dato vita a un linguaggio scientifico in italiano che non solo è rimasto nella storia per la sua chiarezza e precisione, ma ha anche rappresentato il modello della successiva prosa scientifica di personaggi come Francesco Redi, Antonio Vallisneri o Lazzaro Spallanzani che, in italiano, confutò le teorie sulla generazione spontanea di Buffon, uno dei più grandi luminari internazionali del Settecento, che a sua volta scriveva in francese, forse un’altra lingua di rango inferiore rispetto all’odierno globalese.

Certo, il linguaggio influisce sul modo di pensare, come aveva compreso Von Humboldt, e forse chi non si rende più conto del valore dell’italiano – storico, culturale, artistico, scientifico e unificante – e lo calpesta come nell’articolo del Foglio, dovrebbe “decolonizzare la mente”, per citare le riflessioni dello scrittore africano Ngũgĩ wa Thiong’O. E dovrebbe comprendere che l’inglese che ha in testa è la “lingua che fiorisce sul cimitero delle altre lingue”. Usarlo per le nostre leggi, la nostra Costituzione, i Prin, la lingua dell’alta formazione, la scienza… significa uccidere l’italiano ed esserne responsabili.

Aggiornamento delle 13:00:
Mi hanno appena segnalato che proprio oggi è uscito su la Repubblica di Napoli l’articolo “Caro Manfredi la ricerca si fa anche in italiano” di Luigi Labruna (Accademico dei Lincei, emerito professore di Diritto Romano alla Fedrico II…) che si aggiunge al dibattito in corso e ricorda che non in tutti i settori l’inglese è la lingua veicolare, e a proposito di diritto romano l’italiano è dominate, seguito da francese, spagnolo e tedesco. Dunque la scelta di presentare in inglese “ogni” Prin è una “bizzarria”, bisognerebbe quantomeno valutare di che tipo di progetto si tratti.

Un progetto di studi danteschi in inglese, in effetti…

23 pensieri su “I nemici (anglomani) dell’italiano

  1. Oltre all’asservimento volontario, all’aggravante che i giornali italiani sono in gran parte finanziati dai soldi dei contribuenti (ma questo argomento esula dal problema dell’tanglese), c’è anche la profonda ignoranza della lingua inglese, una lingua che, almeno al livello informale, è molto ma molto più povera dell’italiano (chiedo scusa gli anglosassoni che leggano queste mie parole, per loro la lingua funziona così com’è, eviedentemente, ma non è certo superiore all’italiano).
    Non so se esista una lingua che usi un termine in senso amplissimo, veramente astratto e generico, Spesso per capire il significato di una parola bisogna vedere il contesto, o andare per intuito, non so. Il caso di firewall: quando ero ragazzo pensavo, come i miei coetanei, che fosse il “muro di fuoco”, mentre invece è la paratia antincendio (il fuoco sta dietro di essa appunto). I verbi si stanno riducendo a una manciata, specificata dalle particelle “up, down, on, off”.
    Se uso la parola “draw” può essere disegnare, ma anche tirare, estrarre (la lotteria), pareggiare (una partita); wheel è la ruota, ma anche il volante. E’ vero che si tratta di due cose circolari, ma direi molto diverse. Shoot vuol dire sparare ma, perché no, anche fotografare, fare riprese. E le shooting stars sono stelle che sparano? No, sono stelle cadenti.
    Quanto all’inglese legale, è complesso e farraginoso quanto l’italiano legale, se non di più, anche con la ripetizione ossessiva (probabilmente per non dare adito ad alcun dubbio) di soggetti e complementi oggetto.

    Tralascio il ridicolo dell’esempio di tradurre l’Art. 1, comunque già di per sé semplice, con una traduzione letterale che forse un inglese neanche capirebbe. Al sig. Gurrado concedo che l’italiano a volte usa delle parole difficili anche in contesti non legali, ma il voler sostituire parole difficili italiane con parole inglesi proviene dalla stessa mentalità, quella di usare un gergo per alzarsi di livello, per dire “io so’ io e voi non siete un ….”, anziché usare parole italiane semplici. In Inghilterra certi documenti in inglese semplificati sono certificati dalla Plain English Campaign, che appunto cerca di chiarire le cose, non di renderle ancora più oscure.

    Putroppo, il disprezzo per l’italiano nasce, anche in quell’articolo, dal disprezzo per il popolo italiano e dalla nostra scarsa autostima, in quanto si fa riferimento a trucchetti, giri di parole… Eh certo, l’erba del vicino è sempre più verde, anzi è più griin.

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    • Ci si chiede spesso perché usiamo tanti anglicismi. Se la visione dell’italiano è quella di lingua inferiore, poi ci si riempie la bocca di inglese e pseudoinglese per pavoneggiarsi. Peccato che chi parla a questo modo non conosce l’italiano, spesso non è più capace di attingere al proprio lessico. I tecnicismi che da noi assumono un valore univoco, si pensi a mouse, in inglese sono invece parole generiche. La loro “precisione” monosignificato è il risultato di un trapianto parziale che non appartiene alla lingua di provenienza. L’inglese legale è spesso frutto dell’espensione delle multinazionali, lo aveva ben ricostruito uno straordinario giurista come Francesco Galgano, che aveva analizzato come “leasing” fosse il frutto di una politica di espansione della propria terminologia a livello internazionale, sostenuta da raccomandazioni tassative di non cambiare certe parole per potersi tutelare meglio nel diritto internazionale, dove qualunque trasposizione nelle lingue locali porterebbe a pericolose (per le multinazionali) interpretazioni giuridiche poco funzionali ai loro interessi. E così si espandono in tutto il mondo parole come franchising, o copyright – che protegge la replica più che il diritto d’autore come negli ordinamenti europei – e non perché siano più rigorose. Passando dal lessico alla lingua, la fumosità sta nella testa di chi la usa, non nel “setaccio” anglico. E purtroppo la diminuzione della capacità di usare correttamente l’italiano è un dato di fatto che si registra nella scuola e in altri ambiti; promuovere la nostra lingua e studiarla, invece di pensare a diffondere solo l’inglese, ci farebbe bene.

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  2. Però Antonio Gurrado il suo articolo lo scrive in italiano e in italiano argomenta la presunta superiorità della lingua inglese. Mi sembra un comportamento intrinsecamente contraddittorio. Intanto, per quanto poco conti, boicottare “Il Foglio”.

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  3. Anni fa, qualcuno disse “L’Italia è una repubblica basata sul lavoro degli altri” ed è il massimo.che si possa fare per rendere l’articolo della Costituzione più preciso 😛
    Finito il “momento cabaret”, devo dire che l’articolo del signor Gurrado è basato su un semplicismo pauroso: l’inglese è una lingua umana come l’italiano e pertanto è fatto per rispondere a esigenze umane (per quanto mediate da una cultura in parte diversa dalla nostra).
    Ne consegue che i giri di parole inutili si possano fare anche in inglese, se chi scrive o parla è poco capace (o in malafede).
    Semplicemente, c’è un luogo (figurato) per fare poesia e uno per essere diretti e bisogna essere capaci di distinguere le due situazioni, mettendo un po’ più di poesia o di chiarezza dove serve maggiormente: se vuoi spiegare un progetto in cui far investire i soldi altrui, metti meno poesia e più chiarezza, se vuoi suscitare emozioni o spingere a riflessioni prive di risposte preordinate, calchi di brutto sulla poesia.
    Se metti molta poesia per suscitare emozioni che spingano a un investimento privo di concretezza, sei un truffatore che vuol derubare dei babbei (o gente che ritieni tale).

    Per chiudere questo papiro, l’unico motivo per cui esporre i concetti in inglese, da italiani, renderebbe lo scritto più diretto è che un italiano, mediamente, avrebbe una padronanza dell’inglese inferiore a quella di un madrelingua e dunque sarebbe meno propenso a fare giri di parole o a costruire periodi complicati, ma questo varrebbe anche esprimendosi in francese o tedesco.
    Sono certo che un anglofono madrelingua che si esprimesse in un buon italiano riuscirebbe a essere più sintetico che nella propria lingua, solo perché avrebbe una padronanza dell’italiano più contenuta, persino esprimendosi in modo corretto.
    L’inglese è un po’ più sintetico e ha spesso parole di uso comune più brevi, rispetto all’italiano, ma non è in assoluto una lingua più facile solo per questo o perché ha verbi con meno sfumature, presenta le sue insidie e ritenerlo una lingua facile e pratica può comportare problemi, soprattutto quando ti servono quelle sfumature e devi ottenerle in altri modi.

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    • Sono assolutamente d’accordo con la tua analisi. In effetti mi hanno detto che non vale nemmeno la pena di replicare ad articoli come quelli del Foglio. Credo invece che sia importante lasciare in Rete traccia di posizioni diverse e di smentite, perché bisogna stimolare la riflessione nei confronti di lettori che senza un contraddittorio su cui formare le proprie opinioni potrebbbero anche recepire frettolosomente solo una campana che tende a distorcere le cose.

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      • L’importante è non trascendere, le discussioni sono tali quando i pareri sono chiari ed espressi in modo educato, come in questo caso. Altri, per questione di “orgoglio nazionale”, potrebbero infiammare un po’ troppo il discorso 😛

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  4. Anni addietro avevo accarezzato l’idea di fare l’esame DITALS per l’insegnamento dell’italiano a studenti stranieri, dato che mi ero da poco trasferita all’estero. Nella bibliografia dell’esame erano indicati vari tomi universitari di Balboni e Diadori. Ebbene, dopo 10 anni fuori dal mondo accademico avevo una terribile difficoltà a seguire “Insegnare italiano a stranieri” della Diadori, costituito da una trentina di capitoli di vari autori, tutti linguisti accademici.

    Ne rimasi molto delusa e frustrata: leggo (e leggevo) facilmente gli articoli della Crusca, e gli argomenti mi interessano pure, ma di quei capitoli ne traevo un messaggio che si sarebbe potuto esprimere in poche righe e che invece era spalmato su varie pagine, con sentenze complesse e convolute. Se avessi dovuto dargli un voto, avrei detto che era un testo inefficace e inadatto allo scopo perché non era affatto chiaro nel trasmettere il messaggio al lettore.
    Per ogni paragrafo mi scrivevo 1-2 frasi con il messaggio contenuto in parole semplici, come i bambini alle medie. Lì mi è stato chiaro che dopo anni di letture in inglese di vario genere, mi ero abituata a uno stile più snello e diretto, sicuramente più “semplicistico e sempliciotto”, ma molto più efficace nell’andare dritto al sodo e dire quel che si vuole dire senza troppi giri.

    Parallelamente, per curiosità un’amica statunitense mi ha passato i materiali che abitualmente si usano per la preparazione dell’esame TESOL (il DITALS inglese) e l’approccio era completamente diverso: i vocaboli usati erano gli stessi del linguaggio quotidiano, gli argomenti erano suddivisi in semplici e brevi capitoli / paragrafi, con esempi applicativi di quanto appena esposto.

    Morale: non diedi il DITALS ma mi studiai i materiali del TESOL per capire l’approccio didattico e avere qualche spunto per attività da proporre in aula, che era quello che volevo apprendere e che i materiali DITALS e il relativo corso non mi avevano dato.

    Anche nella mia vita lavorativa, dove mi sono trovata a dovere scrivere/arrangiare testi operativi, tecnici e tecnico-legali, quando mi arrivavano i mallopponi pregressi era incredibile la quantità di termini ampollosi che sembravano solo distogliere l’attenzione del lettore dal contenuto e invece focalizzarsi sugli studi classici dell’autore.

    Questo non vuol dire che non si possa scrivere in modo chiaro e diretto in italiano, ma che l’approccio alla scrittura anglosassone, specie per i testi operativi, andrebbe preso come esempio.
    In tal senso, ho sempre trovato utili i consigli di Beppe Severgnini che, avendo vissuto per anni con un piede in due culture/lingue, ha potuto osservare da vicino ciò che di buono possiamo trarre dalla scrittura inglese.

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    • Mi si sono incrociati i cavi linguistici: “sentenze complesse” (complex sentences) va letto “periodi complessi”. Imbarazzante svista! Te l’ho detto che mi fa paura il melting pot del mio cervello!

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    • L’argomento è complesso e rischia di essere frainteso o di essere stereotipato. Separerei l’uso ampolloso dell’italiano – che non appartene alla lingua, ma ai parlanti – dai ragionamenti e contenuti che veicolano, e che possono incorrere anche nel rischio opposto, quello di perdere la chiarezza trincerandosi dietro l’oscurità dei tecnicismi e del linguaggio da addetti ai lavori dove è facile nascondere banalità o anche fesserie attraverso le supercazzole terminologiche fatte da paroloni. In proposito, libri di Carofiglio come “La manomissione delle parole”, o “Con parole precise”, sono ben fatti. Venendo all’approccio “sempliciotto” tipico del pragmatismo anglosassone, che di nuovo separerei dalla lingua, può essere utile ma anche imbarazzante. Mi è capitato di leggere testi di filosofia in italiano imbarazzanti per i panegirici vani, ma anche testi anglo-pragmatici altrettanto imbarazzanti per l’appiattimento della discussione a semplificazioni che annullano ogni pensiero critico. In entrambi i casi siamo fuori dalla lingua, mi pare.

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  5. Secondo me, il signor Gurrado non ha compreso che la pragmaticità e sinteticità della lingua inglese non risiedono in una sua intrinseca superiorità; bensì in una cultura che privilegia una prosa breve e sobria, senza troppi ornamenti superflui. È noto che gli italiani siano un popolo di “parlatori”, e se l’italiano è eccessivamente farraginoso e prolisso è a causa innanzitutto della caratteristica sopraccitata, e poi dell’insegnamento che non educa a una scrittura più limpida e succinta, che convogli l’essenziale ma senza scadere nella povertà stilistica.

    Anche l’italiano ha i mezzi per esprimersi con chiarezza e stringatezza, solo che non li sappiamo usare. E infatti mi rendo conto che più il nostro linguaggio si depaupera, più diventa logorroico. E anche gli anglomani, con i loro brevissimi anglicismi, alla fine si perdono in giri di parole da capogiro.

    Non ho ancora letto tutti gli articoli che hai menzionato in questo intervento, ma mi rallegra vedere che il dibattito è vivo e che ci sono intellettuali e studiosi che intervengono e si battono per l’italiano come lingua di ricerca. Forse non tutto è perduto!

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  6. Chi sostiene l’uso improprio dell’inglese non considera mai che ne esistono infinite varianti (https://blog.acolad.com/it/britannico-americano-internazionale-diverse-varianti-inglese), alcune anche molto diverse tra loro, non solo per accenti e pronuncia.
    A scopo commerciale o tecnico-scientifico transnazionale forse può andar bene il “globalese”. Altrove no. Ad esempio, le “istruzioni per l’uso” di dispositivi critici come quelli medici devono essere in una lingua compresa bene dagli utilizzatori. Sottolineo “bene”. Per chi volesse, c’è molto lavoro da fare in ambito tecnico, almeno con le norme ISO, CEN e UE, dove si trovano frequentemente le trappole dei “falsi amici” e degli errori di traduzione.

    Un piccola buona notizia: il PNRR ha finalmente un titolo in italiano (http://www.politicheeuropee.gov.it/it/comunicazione/approfondimenti/pnrr-approfondimento/).

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    • Sono d’accordo, il globalese usato per il linguaggio internazionale è semplificato, anche se poi i madrelingua sono di certo avvantaggiati sotto molti punti di vista non solo comunicativi ma anche economici. Quando si parla di progetti di rilevanza nazionale, invece, escludere l’italiano è una vergogna.

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  7. Ciao Antonio, nel dizionario AAA alla voce “no tax area” ti propongo “area esentasse”, che non ho visto riportato.
    Enrico Butera

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  8. Tra l’altro, mi sono dimenticato di dirti che ho inviato delle PEO (poste elettroniche ordinarie) a tutti i deputati e senatori sull’elenco di proposte che qualche tempo fa ti ho inviato. Mi ha risposto l’Onorevole Serracchiani che mi ha dato i nomi della Presidente della Commissione Cultura alla Camera e della responsabile cultura del PD Flavia Piccoli Nardelli, che avevo già contattato, invano. Poi qualche giorno fa mi ha risposto la Senatrice Maria Rizzotti e mi ha detto che era d’accordo e che vorrebbe presentare un ddl in proposito, così il giorno dopo le ho risposto con delle proposte più dettagliate. Sinceramente, visto il marasma politico attuale, non so se mi darà davvero retta, però le ho dato diversi riferimenti e testi di base su cui lavorare: legge Toubon, ddl sul CSLI (con qualche modifica più incisiva), ddl costituzionali di modifica agli articoli 6 e 12, le ho riportato il sito del dizionario panispanico dei dubbi e illustrato a grandi linee l’idea di una tassazione agevolata sulle denominazioni e le comunicazioni commerciali delle imprese. Le ho anche consigliato di coordinarsi coi suoi colleghi che hanno presentato proposte politiche in tal senso. Spero si sia messa a lavoro.

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  9. Secondo questo signore l’inglese sarebbe “un grande setaccio” che impedirebbe di esprimersi confusamente rendendo tutto semplice e chiaro. A me risulta che sia la lingua con il vocabolario più vasto con 490.000 termini di linguaggio corrente e 300.000 tecnici. Con una simile dotazione se la sai usare non si possono fare quindi giri di parole? Mi sembra difficile.
    Quando dice “L’inglese, lingua pragmatica, è il miglior contrappeso ai fumi astratti in cui l’italiano delle università si rifugia spesso e volentieri” sembra voler affermare che certo cialtronismo nell’impostare le cose non dipende dalla tua mentalità ed educazione ma principalmente dalla lingua in cui ti esprimi. Che idiozia.
    Magnifica infine la chiusura del suo scarno articoletto: “Infine, e soprattutto, per redigere un articolato e ambizioso progetto di ricerca in inglese è necessario sapere l’inglese”. Frase degna dell’indimenticabile dottor Catalano di “Indietro tutta”, pace all’anima sua.
    Insomma questi sarebbero i nostri intellettuali. Questo addirittura è un umanista che disprezza la lingua nella quale scrive e si esprime.
    A noi in campo internazionale ci trattano sempre come gli ultimi della classe e visto come sono quelli che ci dovrebbero rappresentare forse si capisce anche il perchè.

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    • Posso solo aggiungere che la vastità del vocabolario inglese contiene moltissime parole prese da altre lingue, che però sono adattate, e non certo inglobate in modo crudo come facciamo in italiano (dove oltretutto stiamo importando quasi SOLO dall’inglese negli ultimi tempi). Il che riguarda il problema dell’itanglese, più che il ricorso all’inglese come lingua superiore della ricerca, per esempio. Per il resto ho poco da aggiungere al tuo commento, e non posso che sottoscrivere.

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      • Certo, ma Antonio Gurrado ti risponderebbe, seguendo il suo ragionamento, che il fatto di reinterpretare le parole anzichè importarle in modo crudo dipende dalla lingua stessa (che così manifesterebbe la sua superiorità), quando invece ciò (come è di tutta evidenza) è dovuto al popolo che la utilizza. Sono quindi i caratteri dei popoli i soggetti primari della questione e non i loro linguaggi che sono stati infatti creati e gestiti nel tempo da loro. Alla fine della fiera quindi ciò che realmente disprezza costui (e che consiglia di sottomettere) non è l’italiano, ma sono gli italiani stessi. E siccome, volente o nolente, è italiano pure lui egli in definitiva auspica di svalutare anche se stesso.
        Gurrado quindi appare essere un poveraccio con grossi problemi di autostima ed il problema grave è che in Italia di poveracci come lui ne abbiamo parecchi e soprattutto in posizioni di responsabilità. Ciao.

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  10. E sì che Il Foglio aveva pubblicato questo: “Nel 1997 il fisico Alan Sokal realizzò una beffa clamorosa, presentando a una rivista di ermeneutica un saggio volutamente infarcito di stupidaggini agghindate nel miglior filosofese, che fu immediatamente accettato e pubblicato come se niente fosse.”
    (https://www.ilfoglio.it/scienza/2017/05/23/news/il-pene-causa-il-global-warming-135897/)
    Non mi pare che fosse scritto in italiano.

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