Aggiornamenti sul contagio lessicale del virus a corona

Nei giorni scorsi è uscito sul Corriere.it un riepilogo delle tappe della pandemia da virus a corona (con tanto di linea del tempo denominata naturalmente timeline). Lo trovo molto utile per riflettere sui cambiamenti linguistici che, nel giro di un mese, hanno portato a un’anglicizzazione senza precedenti, per rapidità e dimensioni.

L’incipit è significativo: (23 gennaio 2020) “Wuhan in lockdown. Il mondo scopre il coronavirus”. Successivamente si legge: (8 marzo 2020) “La Lombardia in lockdown”; mentre il giorno dopo, forse per evitare la ripetizione dell’anglicismo, si titola: “Chiude tutta l’Italia” e “lockdown” finisce subito sotto nella spiegazione: “Passano 24 ore e dalla Lombardia il lockdown si estende a tutta l’Italia” (“chiude”, da solo, era forse poco chiaro senza l’inglese).

A due mesi dalla comparsa del virus la lingua dei giornali somiglia sempre più a un pastrocchio che non si può che definire itanglese, e oggi reinterpreta il proprio linguaggio di gennaio e febbraio con queste nuove parole e categorie che prima non usava.

Ecco come titolavano i giornali il 24 gennaio davanti a quelle che per un certo periodo sono state denominate “le misure cinesi”.

24 gennaio cina isolata

Isolamento, chiusura, quarantenalockdown non esisteva ancora, al contrario della sintesi che oggi ne fa il Corrierone.

Anche quando il virus è arrivato da noi si sono dichiarati alcuni comuni (tra cui Codogno) “zone rosse”, poi si è blindata la Lombardia, e il 9 marzo si è chiusa tutta l’Italia, e di “lockdown” non si parlava affatto. Il lessico si appoggiava al “tutto chiuso” (chiusura, chiudere), al blocco, alla quarantena, all’isolamento, alle serrate e persino al coprifuoco risemantizzato con perdita del significato letterale legato alle ore serali (ma anche quarantena ha del resto perso l’originario riferimento alla durata di “40” giorni).

giornali e coronavirus prima del lockdown

Poi è successo che il virus ha interessato anche i Paesi anglofoni, e l’11 marzo l’Oms (che si esprime in inglese) ha dichiarato la pandemia e ha cominciato a parlare di “lockdown”. Mentre, dopo le “misure cinesi”, i provvedimenti del nostro governo diventavano per molti Paesi il “modello italiano” da seguire nelle democrazie, noi abbiamo pensato bene di rinominare il nostro modello in inglese!

Successivamente ai primi casi più o meno isolati (occasionalismi), il 17 marzo “lockdown” ha fatto la sua comparsa nei titoli del Corriere e di altri giornali. La stessa sera ha fatto capolino in televisione, era una parola ancora sconosciuta, così sconosciuta che nel pronunciarla, nella puntata di Dimartedì, Giovanni Floris ha detto “lockout”. “Lockout” circola da tempo e con bassa frequenza soprattutto nel linguaggio della “pallacanestro” [antica espressione per designare il basket, Ndr] per indicare gli scioperi (lett. serrate) di giocatori o dirigenti della NBA (National Basketball Association). Forse per questo si è generato qualche qui pro quo che si trova anche in Rete, per esempio in un articolo della Stampa (“Cercano eventuali trasgressori del «lockout», trovano alcuni spacciatori di droga”). Ma questi lapsus testimoniano la volontà di usare un inglese forzato di cui non si sente proprio il bisogno.

Come è andata a finire è sotto gli occhi di tutti. Da quel 17 marzo si parla solo di lockdown, nelle timeline del Corriere e in televisione. L’italiano, con tutti i suoi sinonimi e sfaccettature, è relegato a sinonimia secondaria.

Nella foto è possibile vedere, a titolo puramente evocativo, una delle più autorevoli fonti giornalistiche che si adopera per il sistematico genocidio delle nostre parole in nome della stereotipia a base inglese, facendo in questo modo vivere – più che morire – le “fake news” e uccidendo invece le “bufale”, le ”notizie false” e il nostro lessico.

gabanelli

Cercando “lockdown” sul sito del Corriere.it, si nota che a oggi ci sono quasi 600 articoli che impiegano questo termine, e i raffronti con gli anni precedenti si possono vedere nell’immagine qui sotto (nel 2018 non era mai stato usato).

lockdown

Una curiosità: provate a cercare parole come “lockdown” o “droplet” in un giornale di lingua spagnola come El País o in uno di lingua francese come Le Monde, oppure sulla Wikipedia spagnola o francese così diverse da quella italiana

Credo che questi confronti siano molto utili per chi crede che certe parole siano “internazionalismi”.

L’imposizione dall’alto della terminologia in inglese

Qualche sera fa ho sentito in televisione qualcuno, con tono da scienziato, dispensare perle di cultura sulla differenza tra il “droplet” e le “goccioline” con arrampicamenti di specchi che ne fissavano impalpabili limiti nel fatto che le seconde cadono a terra, le prime sarebbero più piccole e rimarrebbero nell’aria e altre simili fesserie. Dall’iniziale “distanza droplet” con cui in un primo tempo i mezzi di informazione hanno iniziato gli italiani, in un baleno queste “goccioline” inglesi sono diventate un tecnicismo che ci viene calato dall’alto come la parola giusta, esatta, scientifica, che per i profani e la fabrizio pregliasco dropletsplebe si può solo avvicinare con un goffo “gocciolina”. Droplet ricorre nelle conferenze stampa della Protezione civile con alta frequenza, e in bocca ai tanti che mostrano con queste scelte lessicali di essere dei veri esperti. Significativa è l’uscita del virologo Fabrizio Pregliasco, nella trasmissione “Quarto grado” del 17 aprile scorso: “Le goccioline, ormai lo sanno tutti, si chiamano droplets…”. Lo sanno tutti perché non fate che ripeterle. Un po’ come Mentana, che qualche sera fa, durante il suo telegiornale, dopo aver pronunciato “lockdown” si è fermato un attimo a pensare, per poi aggiungere: “Come ormai si dice”.
mentana lockdown“Come ormai si dice?” Si dice perché voi lo avete detto fino alla nausea senza alternative al punto che sembra che ormai non si possa farne più a meno! Prima si inroduce l’anglicismo e lo si diffonde, poi ci si nasconde dietro l’alibi dell’uso. Un bel corto circuito vizioso!
Dire che le goccioline si chiamano “droplets” è un’affermazione “criminale”, da un punto di vista della nostra lingua, e rivela un’inconsapevole quanto precisa e pericolosa visione del mondo: l’inglese è “la” lingua superiore della scienza e della verità, che si può adattare solo in una sorta di impreciso italiano vissuto come dialetto locale (da notare la “s” del plurale sempre più spesso pronunciata negli anglicismi da personaggi che finiranno per imporla come si imporrà il “qual’è” con l’apostrofo, di cui si intravedono già i primi segnali).

È la stessa logica distruttiva degli esperti che ci spiegano che la proteina di superficie del virus a corona si chiama “spike protein”, come ho sentito in un servizio televisivo. “Spike” lo avevo già segnalato: in inglese è semplicemente uno “spuntone”, e così è stato chiamato lo “spuntone” che caratterizza la corona del virus (nessun tecnicismo, in inglese). In un primo tempo è arrivato non tradotto, perché la scienza parla l’inglese, e non c’è un ricercatore che voglia tradurre il sacro dio inviolabile di questa lingua irraggiungibile. Dunque si importa spike come fosse il verbo divino, e quando subito dopo si scopre la proteina di superficie del coronavirus, viene divulgata in inglese: si è scoperta la spike protein. Anche questo ho sentito, quando un esperto, dall’alto delle sue competenze, ha spiegato agli spettatori che si chiama così. Si battezza ciò che è nuovo in inglese, con una terminologia che diffonde il lessico dell’Italia e incolla (in italiano c’è anche spinula, per indicare le formazioni appuntite in ambito zoologico, biologio e patologico).

La nuvola degli anglicismi che ci avvolge

Accanto agli anglicismi più nuovi e frequenti, come droplet o smart working ce ne sono innumerevoli altri nel lessico ai tempi del coronavirus. Così tanti che sono “incontabili”. Sono occasionalismi, uscite estemporanee che portano a un travaso dell’inglese invece che alla sua traduzione; sono parole di bassa frequenza che circolano nelle bocche di giornalisti, esperti, politici, virologi, bloggatori, tronisti… e di quanti cercano di darsi un tono di maggior precisione usando parole dal suono inglese, spesso incomprensibili o sparate a vanvera. È un malcostume che ricorre spesso anche nei “servizi televisivi” di chi invita a scegliere la propria “informazione responsabile” che di responsabile ha sempre meno. Ogni conduttore e giornalista alza il tiro in una gara a chi ne spara di più in itanglese. Questo fenomeno è difficile da quantificare, ma complessivamente porta l’inglese in primo piano, e anche quando non afferma un singolo anglicismo, che rimane solo un’espressione usa e getta, fa dell’inglese la lingua superiore.

formigliA “Piazza pulita” del 17 aprile, Corrado Formigli ha cominciato a parlare di “covid pass” per indicare ciò che fino a settimana scorsa era detto “patente di immunità”. Un’espressione che ben si sposa con i covid hospital, e che a sua volta si appoggia a day hospital… in un’abitudine a dire hospital al posto di ospedale.

Questo percolare dell’inglese, talvolta con ricombinazioni all’italiana, è difficile da quantificare, perché si tratta sempre meno di singoli “prestiti”, e sempre più di un ricorso immotivato all’inglese puro o impuro sempre più ampio, che complessivamente forma una “nuvola di anglicismi” – come l’ho chiamata altre volte – che avvolge molti discorsi in modo sempre più denso. Tra questa moltitudine di parole inutili, anche se molte rimangono nell’aria come goccioline solo per poco tempo, prima di svanire, ci abituiamo sempre più ai suoni inglesi come fossero la cosa più naturale. E qualcuna di queste parole, inevitabilmente, finisce per affermarsi, pianta i suoi “spuntoni” e si radica. È la panspermia dell’inglese che si riversa ovunque e che attecchisce dove trova le condizioni per farlo. L’Italia è una sorta di colonia economica e cultuale degli Stati Uniti caratterizzata dal terreno più fertile. Siamo privi di anticorpi. Così, le parole inglesi, dopo aver messo radici al posto delle nostre (o aver fatto morire le nostre), sempre più spesso si moltiplicano, si strutturano in famiglie. Le obbligazioni sono bond, e quindi dopo gli eurobond questo virus ci ha portato i coronabond e ora i recovery bond, i “buoni per la ripresa”.

Scherzavo, un mesetto fa, quando scrivevo “strano che non si dica smart learning, per coerenza con lo smart working”, eppure una ricercatrice del Politecnico di Torino, intervistata nell’ennesima trasmissione sulla pandemia l’altro giorno parlava, con la massima serietà e naturalezza, di “smart didattica”, e non di didattica a distanza; la stessa espressione che si ritrova con grande disinvoltura sulla pagina di una docente dell’Università di Perugia (“studenti tutti pronti e reattivi nella nuova modalità di smart-didattica. Buon lavoro!!?”).

L’aumento di frequenza degli anglicismi

Insieme ai vari anglicismi che coincidono sempre più con i neologismi (la nostra lingua è sempre meno capace di produrne di autonomi, su base endogena, e non fa che importare dall’angloamericano a costo di inventarseli), in questo momento così buio per il nostro Paese, ma anche per la nostra lingua, aumentano anche le frequenze degli anglicismi già radicati. In questo modo l’inglese è sempre più invadente, sempre più pervasivo. Gli anglicismi diventano degli automatismi, che saliviamo in riflessi incondizionati come il cane di Pavlov. Invece di dire che è necessario mappare, monitorare, fare controlli a campione o di massa della popolazione, nelle parole di Luca Zaia (sabato 18 aprile, “Petrolio” Rai 2) c’è solo lo screening, per due o tre volte ribadito anche con lo “screenare la popolazione attraverso i kit sierologici”.

zaia

Il conduttore gli rispondeva parlando di “app per il contact tracing”, e non per il tracciamento dei contatti, in un guazzabuglio di altri anglicismi ben radicati, da privacy a welfare, che aumentano di giorno in giorno la loro frequenza.

Ancora una volta può essere utile vedere l’aumento di occorrenze di questo tipo di anglicismi sul sito del Corriere. Basta fare un po’ di ricerche per scoprire che cluster è ormai usato al posto di focolaio, e che in soli 3 mesi e mezzo la frequenza di alcuni anglicismi ha superato abbondantemente quella dell’intero anno scorso. Nei picchi di stereotipia anglicizzata che caratterizzano i primi 3 mesi del 2020, screening è stato usato quasi il doppio delle volte rispetto all’intero 2019; così come voucher. Lievitano anche i test, gli hospital, e persino il jogging, dopo le polemiche sul vietare o meno le corsette, in un lessico che è sempre meno italiano e sempre più itanglese.

frequenze anglicismi corrirere della sera
Ricerche effettuate il 19 aprile 2020.

27 pensieri su “Aggiornamenti sul contagio lessicale del virus a corona

  1. Non so chi sia l’autore dell’aforisma per il quale l’italiano “è diventato una lingua democratica a suffragio unversale”, non più dunque aristocraticamente in mano a poeti, filologi e grammatici, e da ciò la conseguenza che ne deriverebbe: sarebbe anacronistico o peggio opporsi all’evoluzione impazzita, come nel caso del diluvio d’anglismi, della lingua … Parafrasando una celebre battuta cinematografica, qualcuno direbbe “è la democrazia (linguistica), bellezza!”

    Tuttavia ho qualche dubbio che le cose stiano veramente così.
    Davanti alla lingua italiana, anzioché esser tutti democraticamene uguali, anche oggi qualcuno è “più uguale” degli altri: giornalisti, conduttori televisivi, politici, ospiti più o meno fssi dei dibattti televisivi …
    Ricordo quando parecchi anni fa lessi le parole d’un giornalista ladino, che con molta consapevolezza richiamava la responsabilità della propria categoria quanti alla cura della sua “piccola” lingua materna.

    Mi domando se i nuovi prìncipi della lingua italiana siano altrettanto consci del loro ruolo.
    O forse, verrebbe voglia di pensare, han deciso di smontare pezzo a pezzo la nostra lingua in modo che, chissà, tra cent’anni sarà diventata (quasi) uguale all’inglese?
    Di per sé non sarebbe un progetto del tutto privo di precedenti, p.es. nella cultura galiziana ci sono i “reintegracionistas”, che, almeno i più radicali, pensano, a forza di miniriforme linguistiche, di portar il galego a (ri)unificarsi col portoghese… (solo che la distanza da colmare tra italiano e inglese è molto maggiore di quella tra le due lingue iberiche occidenteali); in Norvegia non mancavano i fautori d’una progressiva convergenza tra danonorvegese (bokmål) e neonorvegese (nynorsk) per creare un pannorvegese (samnorsk).
    Forse il futuro radioso che balena agli occhi di questi anglificatori è che, tra cent’anni, accolto finalmente il nostro Paese nell’eletta schiera delle nazioni nativamente anglofone, il “sistema Italia” avrà finalmente superato il suo deficit di competitività internazionale …
    E io che ingenuamente pensavo che ad ostacolarci fossero infrastrutture inefficienti, eccessi burocratici, pervasità delle mafie, lentezza della giustizia, scarsi investimenti nella ricerca, endemica corruzione … ma no, era la lingua italiana il gap che ci rendeva underdeveloped rispetto al mondo English-speaking.

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    • Tra i precedenti citati aggiungerei anche il caso degli Etruschi che son diventati Romani…
      Sulla democraticità della lingua italiana noto che i linguisti che si professano “descrittivi” (la lingua va studiata e non difesa) e dicono di aver abbandonato il prescrittivismo in nome del non interventismo, lo fanno solo quando fa loro comodo. A parte qualche eccezione (vedi Sgroi davanti a “qual’è”) i linguisti continuano a condannare forme che bollano come errate benché diffusissime: “qual’è”, “piuttosto che” alla milanese con significato di ovvero… per non parlare di quando si mettono a parlare del linguaggio inclusivo: spesso dispensano senza mezze misure ciò che “è giusto” anche a costo di cambiare l’uso (femminilizzazione delle cariche, parole politicamente scorrette…), persino nella recente dichiarazione di liceità di “sé stesso” con l’apostrofo, attraverso considerazioni più che sensate, ma che vanno contro l’uso che negli ultimi 50 anni si era imposto nell’editoria (se stesso senza accento). Nel caso degli anglicismi, invece, si guardano bene da intervenire… tutto va bene!
      Direi che c’è un evidente contraddizione: si usano due pesi e due misure, e sarebbe il caso di tornare a un po’ di sano prescrittivismo, invece di teorizzare l’anarchismo metodologico che però si applica solo nei confronti dell’inglese.
      Oltretutto anche il linguaggio “rispettoso” delle minoranze… spesso è solo anglofilia mascherata. Per esempio nessuno si prende la briga di dichiarare che dire “americano” al posto di “statunitense” è improprio e fastidioso per tutti gli altri popoli dell’America, dai Messicani ai Paesi sudamericani, risentiti parecchio di questo vezzo per cui uno statunitense si dichiara “americano” come un condomino pensa di essere il padrone dell’intero palazzo in cui abita. Ma questo non viene neanche preso in considerazione, evidentemente, mentre altre parole come “negro” che nella nostra storia e cultura non avevano alcun intento spregiativo, per interferenza dell’inglese sono state bandite anche da noi (altro intervento sull’uso). Come se dire nero al posto di negro eliminasse il razzismo.. un atteggiamento ben diverso per esempio da quello di un ebreo che davanti all’uso dispregiativo che storicamente è stato fatto di questa parola, non si sognerebbe minimamente di chiamarsi in modo diverso, ma anzi rivendica con orgoglio le sue radici e il suo nome, e guai a chi ne dà un significato spregiativo! Adesso c’è persino chi ci viene a raccontare che sarebbe meglio dire gay invece di omosessuale… e con la storia del linguaggio inclusivo c’è chi preferisce gli anglicismi neutri alle parole italiane dotate del loro genere. Tutto ciò è estremamente ipocrita e contraddittorio.

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  2. Sono senza parole…

    A proposito invece degli “esperti”: oltre alla maggioranza che impone gli anglicismi ci sarà almeno una minoranza che la pensano diversamente ? Al momento mi viene in mente Maria Luisa Villa (che io non avevo mai sentito nominarla prima di conoscere questo sito) ma di altri esempi non lo so…

    Per quanto riguarda i giornalisti, gli unici che non commettono questi scempi linguistici sono dalla minoranza dei giornali locali, che a differenza dei giornalisti nazionali si preoccupano di più della comunicazione verso i propri lettori (ecco una piccola ma freschissima perla https://www.quotidianodipuglia.it/pensieri_e_parole/coronavirus_lingua_parole_scienza-5177860.html ).

    Un tempo la classe dirigente di una volta (gli stessi personaggi che avevano costruito la nostra Costituzione) era molto più seria, acculturata e sensibile nei confronti dei cittadini e del Paese, anche per le regole della buona comunicazione presso i destinatari. Oggi invece abbiamo solo dei perfetti stronzi, senza cultura e prepotenti, che preferiscono imporre soltanto il loro linguaggio maccheronico ed “ostrogoto”, che invece di rendere partecipi i cittadini li allontana soltanto. L’uso indiscriminato dell’itanglese in tutti i settori importanti rischia di allontanare sempre di più la gente dalla scienza, dall’università, dal mondo del lavoro, dallo spettacolo… Si crea un muro linguistico tra i piani alti e i piani bassi.Si rischia di tornare ai tempi Galileo quando la comunità scientifica di allora si esprimeva tramite il latino che era mal compreso dal popolo. Per non parlare della generazione di oggi sempre più ignorante (ignorante persino nella conoscenza dell’inglese, non solo dell’italiano) e sempre più povera di cultura. Si rischia di vivere un nuovo medioevo per l’Italia.

    Anch’io come tanti voglio sperare che una volta finita la quarantena per il coronavirus si cominci piano piano a cambiare mentalità nei confronti del linguaggio, anzi su tutto! Quando i tempi saranno maturi bisogna iniziare una bella protesta a questo malcostume, da parte di tutti noi cittadini civili che non ne possiamo più di questa strage culturale. Io continuo a pregare.

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    • Maria Luisa Villa è un’amica che si batte per la scienza in italiano, quanto ad altri personaggi che si sono espressi contro l’abuso dell’inglese ho provato a raccoglierli qui: https://comun.italofonia.info/attivisti/hanno-detto/ ma alcuni, vedi Mentana, predicano benino e razzolano malissimo…
      Su Galileo bisogna ricordare che per la prima volta (a parte l’esempio del matematico Tartaglia) ha scelto di scrivere in italiano, abbandonando il latino del Nuncius Siderues. Il latino era la lingua soprattutto dei teologi che lo hanno fatto abiurare. E’ pur vero che molti scienziati (anche se la rivoluzione scientifica è avvenuta soprattutto nelle lingue nazionali) ha continuato per secoli a essere usato come lingua internazionale, ma va precisato che non era la lingua madre di nessuno, mentre l’inglese attuale è l’imposizione della lingua madre di un’oligarchia che viene esportata in tutto il mondo, con enormi vantaggi per chi la parla.
      Sul muro linguistico di cui parli è esattamente ciò che sostiene il grande linguista tedesco Trabant che denuncia come l’Europa stia andando incontro a una forma di “diglossia moderna neomedievale”, cioè una situazione dove esistono due lingue gerarchizzate che possiedono due diversi ruoli sociali: l’inglese è quello alto, colto e aristocratico, la lingua locale è quella popolare e della vita di tutti i giorni. Ne avevo accennato qui: https://diciamoloinitaliano.wordpress.com/2019/09/30/globalese-e-dittatura-dellinglese-il-dibattito-che-manca-in-italia/

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  3. Sì, forse è proprio quello il problema: le istituzioni internazionali che sono dominate dagli angloamericani e che si esprimono in inglese. Loro stanno in cima alla catena di comando ed i giornalisti che sono naturalmente portati al conformismo ed al servilismo immediatamente si adeguano e diffondono. Il fenomeno è particolarmente accentuato in Italia, forse perchè da paese sconfitto il vincitore non si è limitato ad occuparlo militarmente ma, data la sua importanza strategica, ha voluto legarlo a se soprattutto con la propaganda e l’assorbimento socio culturale. Bisognerebbe infatti capire quanto l’autorazzismo e l’esterofilia che ci contraddistinguono facciano parte del nostro DNA (ma io a questa cosa non credo) o siano manifestazioni indotte. So ad esempio che lo spettacolo di un noto comico che va avanti da anni è imperniato proprio sulla nostra presunta incapacità di ben amministrarci da soli e di avere quindi bisogno di tutela dall’esterno. Più o meno lo stesso concetto che ripeteva un altro noto comico poi diventato capopopolo del movimento politico che ci governa.
    Forse per arginare questa deriva linguistica distruttiva ci vorrebbe un media importante che rendendosi conto del problema (perchè poi è proprio quello il dilemma: che non se ne rendono conto) iniziasse a remare in contro tendenza e così anche gli altri comincerebbero a farsi delle domande. Vi sarete tutti accorti infatti che quando chiedi conto a qualcuno del perchè sostituisce la sua lingua madre con questi anglicismi il più delle volte ti guarda attonito e non sa che risponderti se non il solito “perchè dicono tutti così”. Che però non è una risposta nè logica nè dignitosa, perchè ad una azione autolesionistica come questa una risposta logica e dignitosa non c’è.

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    • Concordo, e aggiungerei anche il complesso di inferiorità verso l’inglese – considerata una cultura, oltre che una lingua, superiore – della nostra classe dirigente che si è formata sui film, telefilm, musica, libri, videogiochi, anche cibi, e ora la Rete… di provenienza statunitense, Insomma, si sono plasmati così, ed è difficile far loro cambiare idea: hanno la testa solo oltreoceano e pare che non vedano altro, come se essere internazionali (e dunque moderni) ed essere “amercani” fossero la stessa cosa. Omologazione e paraocchi, che non permettono di vedere che il mondo è più ampio e che i nostri vicini francesi e spagnoli non sono certo così colonizzati.

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  4. Mi aggancio qui (a proposito: altro bellissimo articolo) per dire che sono basito… e nello sconforto.
    Stamattina ho scoperto che esistono le Tagesmutter (una cosa relativamente nuova), orribile parola tedesca per indicare una figura professionale che sostituisce le madri a domicilio.
    È mai possibile che non si debba più tradurre niente? Questa parola tedesca sembra una imprecazione.
    E il loro sito si chiama proprio così.

    Mi vedo la scena: “Piccolino, la mamma va al lavoro ma tu stai tranquillo perché stamattina viene la Tagesmutter” detto con la voce tragicomica del Ragionier Fantozzi… boh… non so davvero

    Coscche in Italia Invece di avere bambinaia accuditore e madre supplente (questa è la traduzione che mi è venuta in mente) abbiamo baby sitter, caregiver e tagesmutter

    Che finale tragico per la lingua di Dante.

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    • Beh, intanto Tagesmutter non è per nulla una parola orribile e tanto meno un’imprecazione (direi di esulare dalle tonnellate di grevi pregiudizi e bieca ignoranza), possiamo piuttosto chiaramente discutere se non sia il caso di preferire il normale bambinaia – madre supplente farebbe invece vomitare a palate Dante e tutti i suoi colleghi, anche attuali.

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      • Suvvia si scherzava… sai bene che non ho nulla contro il tedesco e che non prendo in considerazione giudizi estetici sulle parole; la scenetta fantozziana mi pareva un siparietto divertente… In ogni caso si può sempre rispolverare Fräulein, che in passato indicava la tutrice, bambinaia di impostazione tedesca, In quella che ho chiamato la maledizione della baby sitter, davanti a governante, a balia, a bambinaia si è sempre preferito qualcosa di esterofilo, anche in passato quando c’erano persino bonne e nurse. L’unica che vive e si è recentemente affermata nella frequenza è tata, grazie anche a un paio di fortunate trasmissioni televisive.

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        • Certo, di te lo so bene, infatti non rispondevo a te.
          Pensa invece che le prime associazioni che ho con Fräulein sono 1. le “signorine” , a volte segretarie, a volte con dubbia funzione, del dopoguerra (termine usato dagli americani, pronunciato quasi Frollain) e “cameriera”, attualmente l’unico caso in cui a volte viene ancora adoperata questa parola, altrimenti bannata quasi del tutto in Germania, dove una ragazza dai 16 anni in su è una signora e basta (cosa che personalmente condivido pienamente, signorina piacerà forse a un’ottantenne nubile, ma è profondamente discriminatoria).

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          • Agli inizi del Novecento Fräulein, che è letteralmente signorina, certo, circolava però in italiano con l’accezione di bambinaia o di istruttrice di lingua e formazione teutonica (credo anche durante il fascismo visto l’apprezzamento per la Germania, a non ne son sicuro dovrei controllare).
            Quanto a “signorina” anche in Italia è stato bandito dal linguaggio amministrativo già negli anni ’80 per motivazioni di parità di genere, visto che “signorino” per indicare chi non era sposato era stato eliminato da tempo, dunque signorina è chi non è maggiorenne, poi diventa signora. Tuttavia il diminutivo vive ancora nel linguaggio comune e senza intenti discriminatori, anzi, con un’accezione complimentosa, di donna giovane (le “signorine buonasera”, cioè le presentatrici che in realtà erano chiamate così indipendentemente dal loro stato civile e anche quando erano ormai abbastanza azionotte). Tina Pica ne fece un tormentone di molti suoi film, benché anziana rispondeva indispettita “signorina prego!” ogni volta che l’appellavano signora, tronfia del suo stato di “vergine” più che di zitella (questo sì epiteto infamante per molte donne: “Piuttosto m’affogherei” è il titolo di un libro sulla questione di Valeria Palumbo). Credo invece che sia infamante dare della signora a una ragazzina, anche se signorina sarebbe fuori luogo ed è ormai inappropriato…

            Invece, a parte gli scherzi, colgo l’occasione per ribadire che non ho nulla contro i forestierismi per motivi di principio, la mia lotta agguerrita contro gli anglicismi è motivata dal loro numero e dalla loro invadenza. O meglio ancora: me la prendo con chi li importa, li diffonde li giustifica… la colpa della loro diffusione è soprattutto degli italioti che li preferiscono, visto che l’inglese è una lingua nobile e con la dignità di tutte le altre lingue, e dunque non è nemmeno superiore alle altre come qualcuno pensa.
            Ci sono un centinaio di germanismi crudi nei dizionari, come anche di ispanismi, poiché nessuna parola è bella o brutta (una distinzione del genere non ha senso in linguistica, tutto dipende dall’abitudine e dalle idiosincrasie personali o sociali) per quello che mi riguarda potrebbero anche triplicare nel numero e salire di frequenza e non costituirebbero un problema per la nostra lingua. Contrariamente agli oltre 3500 anglicismi che ci intasano. So che la mia posizione ti è chiara, ma la ribadisco in modo forte per chiunque passi di qui e non colga la vera natura del mio operare.

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            • E fai bene a ribadirlo, non tutti hanno una lunga consuetudine con il tuo lavoro.
              Però hai dimenticato Anna Marchesini, a proposito di “signorina” (siccome che sono cecata…)! Ti assicuro che purtroppo tuttora non è limitato solo all’accezione complimentosa (che personalmente evito come la peste), disgraziatamente è ancora usato, ricordo insegnanti (pure donne, e non delle più allampanate) usarlo agli esami di Stato, brrr…
              Ho una particolare insofferenza verso le idiosincrasie personali (di cui peraltro sono tuttaltro che scevra) quando oggettivizzate e generalizzate, fatte passare per la Verità: potrei mordere, e molto forte.

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              • Boh a me signorina non dispiace, anche se non credo di averlo mai usato con le mie studentesse. Invece conosco schiere di quarantenni che entrano in crisi quando qualcuno si rivogle loro dandole della “signora”, è il segno di una percezione della persona non più come giovane, di solito è combinato al dare del lei invece che del tu, e l’alternativa è ragazza. Questo sì che tendo a evitarlo.

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  5. Non so se ti può essere utile, ma volevo segnalarti questo video: https://www.youtube.com/watch?v=kF2xeY_Uko8 .
    Credo onestamente che con la massiccia dose di anglicismi introdotta in un momento di emergenza come questo, le persone stiano cominciando ad accorgersi dei pagliacci presenti nelle reti di (dis)informazione.
    Correggimi se sbaglio: Cercando in rete la parola “anglicismi” con il filtro per visualizzare solo ciò che è stato pubblicato nell’ultima settimana, ho notato un aumento dei risultati da quando è cominciata la quarantena, e quindi “suppongo” un aumento dell’interesse sull’argomento. Forse gli italiani si stanno svegliando?
    Guarda qui: https://www.reddit.com/r/italy/comments/frnfma/psa_smart_working_e_un_termine_italiano/

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    • Grazie, avevo visto il video con l’ira incontenibile del comico bolognese, più che giustificata.
      L’altro giorno è uscito sul Corriere anche un pezzo di denuncia di Severgnini https://www.corriere.it/editoriali/20_aprile_21/i-goffi-inutili-anglismi-dell-epidemia-35cf167e-840f-11ea-ba93-4507318dbf14_preview.shtml?reason=unauthenticated&cat=1&cid=8O1lmVaq&pids=FR&credits=1&origin=https%3A%2F%2Fwww.corriere.it%2Feditoriali%2F20_aprile_21%2Fi-goffi-inutili-anglismi-dell-epidemia-35cf167e-840f-11ea-ba93-4507318dbf14.shtml
      Ho anche io l’impressione che la gente stia cominciando a infastidirsi, ma questo non si vede tra giornalisti, esperti, tecnici e personaggi televisivi che procedono imperterriti nel loro massacro lessicale. Ho quasi “sbobinato” i discorsi di Conte del 21 aprile al Senato, dove per la prima volta ha parlato di “lockdown” pure lui che i provvedimenti li ha legiferati, e alla Camera, dove gli anglicismi non erano pochi, per 3 volte ha parlato di asset strategici per l’Italia, e poi ha proferito contact tracing, covid hospital, golden power… ma ha anche parlato di player, di bridge, di Sure (i fondi europei per la disoccupazione), poi si è ovviamente parlato dei “recovery fund”, che nell’intervento della Gelmini sono sistematicamente detti “recòveri fAUND” (trascrivo la pronuncia), una dizione che ricorreva anche in altri parlamentari, che confondono probabilmente “fund” con “found”. Questa pronuncia si sente spessissimo anche tra conduttori e giornalisti… segno che è un inglese forzato, che non ha senso, tanto vale dirlo in italiano come ha fatto Del Rio che li tradotti nel suo discorso con fondi di rinascita… Eppure si continua così, a spararle in inglese in una gara a chi ne dice di più. Sto cerando di conteggiare ciò che sta avvenendo e la moltiplicazione dell’inglese in questo periodo non ha precedenti, in soli due mesi sono spuntati contact tracing,
      coronabond, covid hospital, covid pass. data breach, drive through, droplet, lockdown, recovery bond. recovery fund, spike, spike protein. smart working, spillover. wet market… che si sommano ai tantissimi altri che già circolano, e poi sono aumentate le frequenze di screening, task force, kit, trend… insomma un delirio! Speriamo che l’eccesso porti a una reazione!

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      • Ti ringrazio di avermi segnalato l’articolo del Corriere.
        Non mi stupisce che in televisione non si parli di quello che sta accadendo alla lingua italiana e in generale della cattiva comunicazione di telegiornali e politici, e che nessuno provi a denunciare questo scempio. Cosa che penso da anni, ma di cui ora ho la piena conferma, è che in televisione sono tutti sulla stessa barca: Nel momento in cui la corrente cambia direzione, tutti la seguono come se fossero un unica entità.
        Sono stanco nel sentire le solite risposte del tipo: è la “globalizzazione”, la lingua è una cosa viva, è una cosa “normale”. Affermazioni che ho sempre trovato irritanti a causa del loro essere prive di senso. La parola “globalizzazione” e “normale” mi sembrano portare a quello che io chiamo effetto/logica del ciclone: non ha senso spostarsi o scappare perché l’inarrestabile ciclone arriverà(globalizzazione), e sarà del tutto “normale” se delle persone moriranno, perché il pianeta/vita è una cosa “viva” ed evolve.
        Odio particolarmente il “è una cosa viva”, trovo che sia una logica pericolosa e che porti al male: Ti immagini se un domani tutti si mettessero a buttare spazzatura per strada con la scusa del “il pianeta è una cosa viva”?
        Oltre a questo, sto purtroppo notando la miopia di molte persone, che nonostante l’ovvio, si ostinano a far finta di nulla, dicendo che l’italiano è salvo, che non sta succedendo nulla. Ebbene, l’italiano è già morto:
        Quando una lingua può essere considerata viva? quando non è stata ufficialmente dichiarata la sua morte? quando? Ogni giorno siamo costantemente sottoposti a maledetti anglismi da tutte le parti, senza che ci sia più una UNA cosa che non sia riempita da INUTILI parole inglesi, e quello che viene spacciato come italiano, non lo è affatto, ma nonostante questo c’è chi dice” Va tutto benone, qualche parola mica ammazza una lingua”, ed è proprio da questo che mi sorge la domanda: quando una lingua si può considerare viva?
        Detto questo, chiedo perdono per lo sfogo, e ti ringrazio per quello che stai facendo.

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  6. Buongiorno.

    Riporto, di séguito, due righe tratte dal Corriere in linea di oggi (6 maggio 2020), rubrica di Aldo Cazzullo.
    È l’ennesima riprova della (ir)responsabilità dei giornalisti nel diffondere l’itanglese, preferendolo all’italiano.
    Il mio plauso, invece, va al lettore che, al posto della parola inglese (ab)usata in Italia, ha scritto una parola italiana che credevo fosse ormai dimenticata.

    Il lettore scrive:

    “Caro Aldo,
    la Rai ha trasmesso uno sceneggiato sulla vita di Giuseppe Di Vittorio, il sindacalista.” (…)

    Il giornalista risponde:

    “Caro Stefano,
    Anch’io ho rivisto con piacere la fiction diretta da Alberto Negrin sulla vita di Giuseppe Di Vittorio (…)”

    Che dire? Mi stupisco anzi che la redazione non abbia corretto il messaggio del lettore. O che il giornalista non lo abbia ripreso, dicendo che “sceneggiato” è ormai una parola antiquata, e che in italiano moderno bisogna dire “fic-scion”.

    Mi ritorna in mente un episodio (non ricordo dove l’ho letto) riguardante Giorgio Napolitano quando era presidente delle Repubblica. In suo discorso usò la parola “privatezza”, mentre i giornalisti zelanti riportarono “fedelmente” ‘privacy’…E scommetto pure perché l’hanno fatto: mentre “pràivasi” è ormai diffuso e tutti sanno cos’è, “privatezza” nessuno sa che vuol dire…
    Surreale.

    Saluti
    Gino

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