La guida per evitare gli anglicismi nella pubblica amministrazione è scritta in itanglese!

Un lettore (grazie Carlo!) mi ha segnalato un articolo uscito su La Repubblica il 17 febbraio 2020, “Abrogare il feedback e erogare la mission: il cattivo italiano dei burocrati” (di Riccardo Luna) che saluta l’impegno nel bandire il burocratese e gli anglicismi dalla pubblica amministrazione (mi si consenta di scriverla in minuscolo come nella Treccani invece che in maiuscolo come indicato nella guida di cui si parla) e di cui riporto un passo:

“Qualche giorno fa è uscita la prima Guida al linguaggio della pubblica amministrazione, appena rilanciata dal ministro dell’Innovazione Paola Pisano. E’ un documento interessante, che (…) elenca le parole da usare e non usare. (…) Gli inglesismi vengono quasi tutti banditi (…) Tutto ciò può sembrare una banalità e invece non lo è: in un paese con oltre dieci milioni di non utenti di internet, quasi tutti in età avanzata e scolarità elementare, è un dovere creare una rete inclusiva e facile. Il problema è che la Guida non è obbligatoria: è un consiglio. In quanti lo seguiranno? Sarebbe bene monitorarlo.”

Appena ho letto il pezzo me ne sono rallegrato. Ma poi ho contato fino a dieci e mi son detto: “Ma dai… ma ti pare davvero che in Italia si promuova l’italiano al posto dell’inglese? Non sarà la solita ‘marchetta’ per parlar bene di iniziative finte, senza leggere, senza approfondire, senza alcuno spirito critico, limitandosi a ribattere i comunicati stampa di chi se le suona e se le canta da solo? E soprattutto: la guida di cui si parla starà davvero seguendo le linee guida che dice di dispensare?”

Sfogliando il dizionarietto con “Le parole della Pubblica Amministrazione” si può effettivamente constatare che viene promossa una manciata di alternative agli anglicismi:

best practice/buona pratica;
citizen satisfaction/soddisfazione dei cittadini;
disclaimer/avvertenza;
feedback/riscontro;
Frequently asked questions (Faq)/Domande frequenti;
guideline/linee guida;
help desk/assistenza;
meeting/riunione/incontro;
speaker/relatore/relatrice;
tool/strumento;
username/nome utente.

A questi 11 anglicismi (11! Che sforzo titanico!) se ne aggiungono altri due: mission e vision che curiosamente non sono affiancati da missione e visione, no: al posto di mission – si legge – “preferisci termini alternativi (es. valori, scopi, obiettivi) a seconda dei contesti”; vision; “Trova termini più semplici per descrivere i progetti futuri della pubblica amministrazione, per esempio scenario futuro o obiettivi di lungo periodo. Comunque sia, a queste 13 parole si aggiunge poi touch screen, dove la forma italiana “schermo tattile” non è però consigliata, ma semplicemente riportata come possibile (il giornalista di Repubblica la etichetta come alternativa “improbabile”, evidentemente assuefatto al linguaggio praticato dai suoi colleghi). Altre parole inglesi sono invece ammesse senza riportare alternative (email, newsletter, online…).

Questo lodevole impegno contro l’abuso dell’inglese (o meglio: di 15 anglicismi sì e no) è affiancato anche da due fondamentali consigli sulle parole straniere:

Preferisci quando possibile i termini in italiano”
e
“Le parole straniere di uso comune non si declinano in italiano: ‘l’amministrazione ha comprato dieci tablet’, non ‘l’amministrazione ha comprato dieci tablets’.

Tutto qui? Vabbè è già qualcosa… è sempre meglio di niente…

 

Predicare benino e razzolare malissimo

Peccato che questi consigli siano disattesi, proprio dal sito che li eroga.

Nel capitolo Come strutturare il contenuto, appena sotto al consiglio “che i documenti siano scritti in modo chiaro, semplice e accessibile per tutti i cittadini”, nel paragrafo “Documenti allegati, pdf”, per approfondire si rimanda (anzi c’è il link) ai tool cioè una parola che la stessa guida sconsiglia di utilizzare!

tool

E mentre si parla di trasparenza e di linguaggio comprensibile a tutti i cittadini, la prima pagina della Guida al linguaggio della Pubblica Amministrazione recita che è possibile “creare delle issue e delle pull request direttamente su GitHub.” Nella stessa prima pagina si legge che la guida fa “parte del kit di Designers Italia dedicato alla progettazione, gestione e produzione di contenuti nei siti della Pubblica Amministrazione” e si invita ad andare al “content kit” dove si legge che sono “strumenti per organizzare un workflow per la creazione e gestione ordinaria e straordinaria dei contenuti”.

Issue? Pull request? Workflow? Content kit? Ma che lingua parla questa guida al linguaggio?
Basta vedere i “designers kit” per rendersene conto: sono scritti in puro itanglese.

Tra i “materiali all’interno del kit” ci sono “Workshop sul linguaggio” (“seminario” è troppo italiano?), esercizi di “editing collaborativo”, modello di “redesign dei contenuti in lavorazione”, board, “esercizio di card sorting” e di content journey

Nel “kit” di Designers Italia “dedicato alla progettazione, gestione e produzione di contenuti nei siti della Pubblica Amministrazione” spiccano i Developers, i Designers e i Docs (ma non si raccomandava di evitare la “s” dei plurali?), oltre alla road map e a tutto il resto.

designers

Ed eccoli, i design kit:

design kit

Dove sta l’italiano? Ma ci prendono in giro? Questa comunicazione per mettere al centro il cittadino è in inglese!

Non credo ci sia bisogno di aggiungere altro. Sia sulla qualità di un pezzo giornalistico che esalta questo sito come una buona pratica che spera venga seguita, sia su una simile guida che si esprime in itanglese dicendo che bisogna evitarlo, come chi, nelle barzellette, afferma di non essere razzista ma che ci sono in giro troppi negri.

PS
Per le cose serie, a proposito di comunicazione istituzionale, strumenti per la redazione, linguaggio che arriva a tutti in italiano, e raccomandazioni sull’uso degli anglicismi… consiglio chi ne ha bisogno di buttare via gli italian designers kit e di rivolgersi ai siti svizzeri come questo. La tutela dell’italiano, la nostra lingua, in Svizzera, è fatta in modo molto più responsabile.

22 pensieri su “La guida per evitare gli anglicismi nella pubblica amministrazione è scritta in itanglese!

  1. Dannazione, sembrava quasi una prima buona notizia, invece no! Comunque già il fatto che i siti istituzionali come il MIUR utilizzano questo tipo di linguaggio mi fa venire il voltastomaco. Io stesso avevo sentito l’itanglese sulla mia pelle quando avevo provato (senza successo) un “seminario” presso l’azienda AUTICOM a Milano lo scorso novembre (un tripudio di “workshop”, “project manager”, “job coach”, “case study” e così via… fortunatamente mi ero trattenuto in silenzio per evitare di spargere polemiche).

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  2. L’effetto è molto buffo, non c’è che dire XD
    Il problema, a mio parere, è che queste iniziative, quando anche fossero studiate bene, dovrebbero essere rivolte non alla gente “normale”, ma a chi è in grado di influenzarla: gente dello spettacolo, giornalisti, imprenditori di successo, politicanti vari…

    Secondo me è da li che vengono queste tendenze, rafforzate dal fatto che alcune parole ed espressioni (non tutte) sono più brevi di quanto lo siano in italiano e nei nostri giorni, fatti di pigrizia imperante e litigi con lo schermo del furbofono, pesa a tutti il culo, stare a digitare parole lunghe. 😛

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    • Si può prendere atto che il sito denominato Designers Italia potrebbe essere rivolto maggiormente agli addetti ai lavori, ma le linee guida che usano “tool” che sconsigliano, o diffondono issue e pull request… sono ben più che ridicole, sono un ossimoro, un vergognoso ircocervo. La sinteticità gioca a favore dell’inglese, ma spesso è solo un alibi, seminario non è poi così più lungo di workshop, e dire la nostra mission invece di missione fa risparmiare solo una e. Hai ragione che bisognerebbe rivolgersi a chi fa la lingua, e io provo a farlo nuotando controcorrente. Il problema è che chi fa la lingua non è disposto a rinunciare all’itanglese, è il modo con cui si eleva, si identifica, e si riconosce sociolinguisticamente.

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      • Infatti, in certi casi non c’è nemmeno un apprezzabile risparmio, come nei casi che hai citato (o in politically correct al posto di politicamente corretto, in cui la differenza è minima e in inglese è pure più tosto da pronunciare. Uno schifo di espressione per uno schifo di concetto).
        Se invece parliamo di link e collegamento, il discorso ha già un suo senso, dal punto di vista del pigro e del tipo con le dita ciccione e il suo furbofono (è il mio caso).

        Dici “Il problema è che chi fa la lingua non è isposto a rinunciare all’itanglese, è il modo con cui si eleva, si identifica, e si riconosce sociolinguisticamente.”
        L’itanglese è un po’ come il “piuttosto che” usato come se significasse “oppure” XD

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  3. Ottima idea codesto rinvio alle svizzere “Raccomandazioni sull’uso degli anglismi”, testo, a mio avviso in gran parte condivisibile, che meriterebbe d’esser letto anche da tutte le pubbliche amministrazioni italiane. Ma, ahimè, l’Italia non è la Svizzera. l’italiano là è minoritario, e una società linguisticamente minoritaria, se tiene alla propria lingua, sa di doverne aver cura e accetta l’idea che dalle istituzioni vengano delle dritte im materia senza bollarle a priori come repressione e autoritarismo.
    La Svizzera è abituata al plurlinguismo (non dimentichiamo che riconosce, anche se non ufficializza, persino lo “Jenisch” ch’è verosimilmente un gergo tedesco più che una lingua o un dialetto vero e proprio), l’Italia no.
    La Svizzera non ha mai avuto il fascismo né nazionalismi aggressivi, l’Italia invece sì …

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    • Certo, in Svizzera il plurilinguismo è considerato un valore (4 lingue ufficiali), e proprio perché l’italiano è un po’ schiacciato da francese e tedesco si sono fatti investimenti per tutelarlo e promuoverlo attraverso eventi culturali e manifestazioni. Da noi il mutlilinguismo non esiste come concetto, nella scuola si propone solo l’insegnamento dell’inglese, e viviamo nella confusione per cui cui essere internazionali equivale a parlare in inglese, cioè il monolinguismo globale. Il fatto che il fascismo sia stato l’unico esempio di politica linguistica non significa che il modello fascista sia l’unico esempio possibile né quello cui guardare, come insegna la Svizera, ma anche la Francia e la Spagna. Se fino agli anni ’90 ogni discorso di tutela della lingua evocava gli spettri del fascismo, per fortuna ora non è più così e sarebbe ora di rendersi conto che difendere l’italiano dalla dittatura dell’inglese è un atto di Resistenza, non una presa di posizione nostalgica. Il mondo è cambiato e l’inglese minaccia moltissime lingue, che in molti casi soffoca e uccide soprattutto nei Paesi africani. Ciò premesso, il problema italiano è che accanto all’inglese imposto dall’espansione delle multinazionali e della cultura angloamericana, ci riempiamo da soli di anglicismi e pseudoanglicismi agevolando in questo modo la colonizzazione esterna. Ecco cosa mi scrive un lettore a proposito delle linee guida in oggetto:

      “Questi sono letteralmente fuori di testa. Vivo e lavoro a Londra da 15 anni. Faccio l’ingegnere, quindi con l’inglese ci lavoro a livello professionale da 13 anni circa, lo conosco sicuramente ben al di sopra della media italiana, e non capivo un cazzo di cosa fosse scritto in quelle linee guida. Molto dell’inglese che usano non so cosa voglia dire.
      Non ho parole, veramente non ho parole. Il provincialismo piu’ basso e superficiale, mischiato a stupida furberia, all’ennesima potenza.”

      E allora qui non è una questione di battaglie contro i barbarismi del ventennio. E’ ora di combattere i barbarismi interni! E’ lo Stato, il Miur, la politica, il giornalismo, la nostra classe dirigente ciò contro cui dobbiamo combattere. E’ inaccettabile questo linguaggio nei contesti istituzionali, lavorativi e informativi rivolti ai cittadini italiani. L’italiano è diventato itanglese grazie a noi e all’aggressione interna di chi lo sta distruggendo, invece di tutelarlo. E’ la “strategia degli Etruschi”, come ho chiamato questo fenomeno di autolesionismo e suicidio linguistico.
      Per questo invito a leggere le raccomandazioni dei siti svizzeri, perché lì l’italiano è tutelato, da noi sembra che parlarlo sia qualcosa di cui vergognarsi e bisogna verniciarlo di inglese e pseudoinglese.

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  4. Oltre all’itanglese, c’è anche l’annoso problema della scrittura poco chiara dei documenti della pubblica amministrazione. L’ultimo esempio è il modulo di “autodichiarazione sulle motivazioni di uno spostamento”: se n’è occupato il linguista Michele Cortelazzo nel suo blog “Parole” https://cortmic.myblog.it/
    Carla

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  5. Con grande amarezza ti segnalo l’ultimo orrore di queste bestie: la “summer school” proposta che arriva dal sindaco di Milano (da dove poteva arrivare se non da Milano?). Non so se questo vale anche per gli altri commentatori, ma tutto questo lo trovo veramente umiliante a livello personale. Più l’inglese viene scimmiottato, più mi sembra di vedere dei bambini (milanesi in primis) che imitano i grandi (gli stati uniti d’america). Sia chiaro, il fatto che una bella parte degli italiani veda gli Stati uniti d’america come un modello da seguire, è già un qualcosa che mi fa ribrezzo.

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    • Grazie della segnalazione. In effetti “summer school” è un anglicismo già in circoazione nella nostra lingua (https://aaa.italofonia.info/summer-school/), ma se questo modello/epsressione da proposta diventasse pratica reale, il pericolo che la sua frequenza salga come è successo a lockdown è consistente.
      Condivido le tue riflessioni, aggiungo che un fenomeno poco studiato è quello del riversamento dell’inglese e del numero degli “occasionalismi” che si registra. In questi giorni è tutto un usare parole inglesi e anche un ricombinarle tra loro all’italiana, una faccenda che comincia a uscire dal lessico per riguardare maggiormente la sintassi. Per es. ieri sentivo parlare di “smart didattica” sul modello di smart working, mentre nella trasmissione di ieri sera su Rai 2, Petrolio, era tutto un pullluare di occasionalismi, ho sentito: “spike protein”, cioè la proteina di superficie del virus, la proteina a spuntoni della corona, “app per il contact tracing” cioè il tracciamento dei contatti prsente anche sul sito del nostro Ministero della salute (http://www.salute.gov.it/portale/nuovocoronavirus/dettaglioNotizieNuovoCoronavirus.jsp?lingua=italiano&menu=notizie&p=dalministero&id=4513) e non so quante altre… A “Piazza pulita” di martedì scorso Formigli ha parlato di “covid pass” per indicare ciò che sino a poco tempo fa si indicava con “patente di immunità”… Insomma, di esempi del genere ne sto raccogliendo a centinaia. Natralmente la maggior parte sono parole usa e getta destinate a scomparire, ma se le sommiamo formano una nuvola di anglicismi che ci avvolge e soffoca i nostro lessico, e da queste infinite espressioni, inevitabilmente, alcune si radicheranno. Ma i giornalisti non ne provano ribrezzo, se ne gongolano e fanno a gara a chi ne spara di più: in questo modo massacrano la nostra lingua.

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      • E poi aggiungiamo il fatto che i milanesi, storicamente, sono quelli più arroganti ed esibizionisti. Ovviamente l’itanglese fa anch’esso parte di questo fighettismo di Milano che sta inquinando la nostra lingua a macchia d’olio.

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        • Come milanese dissento, pur concordando con il “fighettismo” a base inglese che inquina la lingua che qui va per la maggiore: ho pù volte scritto che Milano è la capitale dell’itanglese, ma ieri sentivo Luca Zaia parlare ripetutamente di “screenare” la popolazione e di lockdown. E se senti le conferenze stampa di Borrelli e ti metti a contare gli anglicismi che spara… la situazione non è tanto diversa. Come aveva capito Pasolini, dagli anni ’60 in poi il centro di irradiazione dell’italiano tecnologizzato è da individuare nel Nord, e oggi il linguaggio tecnologizzato si esprime in itanglese. Però mi pare che tutto ciò varchi ormai i confini geografici e riguardi più in generale il tratto sociolinguistico distintivo di una classe dirigente nazionale.

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  6. Ennesima conferma della totale inadeguatezza ed insipienza della classe dirigente (ma si può chiamarla così?) italiana. La quale ha combinato disastri svendendo la ricchezza e la sovranità di questo paese in tutti i settori e quindi anche in quello più basilare e rappresentativo: il linguaggio. Quest’ultimo poi fa particolarmente male perchè lo subisci sulla tua pelle nei rapporti scritti e parlati di tutti i giorni.
    Io ormai vivo in uno stato di irritazione permanente, soprattutto grazie a quel lockdown che il pappagallume acritico e conformista del giornalista medio italiota ha elevato a tormentone insostituibile del momento.

    A proposito guarda questo buontempone come ha avuto il coraggio di titolare questo articolo

    https://www.corriere.it/noi-stiamo-casa-contributi-lettori-in-quarantena-coronavirus/notizie/fine-smart-laureing-prof-schermo-parete-col-ficus-storico-9346a4ae-751c-11ea-b9c4-182209d6cca4.shtml?refresh_ce-cp

    probabilmente lo sciagurato in questione voleva solo fare lo spiritoso, ma qui non si sa mai perchè si tratta di quel giornalaccio globalista del corriere e magari qualche imbecille potrebbe anche prenderlo sul serio e diffonderlo.
    Ciao.

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  7. “Issue” e “pull request” sono termini tecnici, usati dalla piattaforma su cui si trova la guida, ovvero GitHub.
    Non avrebbe senso tradurli, dato che chi usa GitHub ed è quindi nelle condizioni di proporre delle modifiche non ne capirebbe il senso e non saprebbe cosa fare.

    Da utente che ha usato la guida, trovo questo articolo un po’ prevenuto: la guida dice chiaramente “Preferisci quando possibile i termini in italiano”, sempre, non soltanto nella “scarsa quindicina di casi” citati come esempi.

    In più lo scopo dichiarato della guida è quello di rendere semplice e comprensibile per tutti il linguaggio della pubblica amministrazione, che spesso ricorre a formule arcaiche. La guida non ha la “missione” di combattere gli inglesismi di uso comune.

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    • “Issue” e “pull request” non sono affatto termini tecnici, sono parole inglesi oscure ai cittadini che certi nostri terminologi collaborazionisti sono incapaci di tradurre e di rendere trasparenti perché non sanno fare altro che ripetere l’inglese che ritengono lingua superiore, al contrario dei loro colleghi francesi e spagnoli. Affermare che non ha senso tradurli implica che una piattaforma come GitHut debba imporre il suo itanglese da colonizzatori agli utenti italiani, come del resto avviene nell’ambito informatico, e non solo quello, ormai normalmente. Affermare che la guida ha lo scopo “di rendere semplice e comprensibile per tutti il linguaggio della pubblica amministrazione” e usare un simile linguaggio è un ossimoro che non vale nemmeno la pena di commentare. Il fatto che la guida non abbia la missione di “combattere gli anglicismi” è palese – visto che li introduce, li radica e li incentiva – ed è il problema tipico italiano. Prova a consultare le raccomandazioni della pubblica amministrazione in Svizzera se vuoi un raffronto con ciò che avviene nei Paesi civili (https://www.bk.admin.ch/bk/it/home/documentazione/lingue/strumenti-per-la-redazione-e-traduzione/raccomandazioni.html). È patetico che tu ti firmi Giorgio, tra l’altro non è nemmeno la prima volta che usi questi mezzucci, e la prossima volta ti risponderò con il tuo vero nome.

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