Hate speech: l’incitamento mediatico all’odio (contro l’italiano)

Una lettrice mi ha segnalato l’impennata della frequenza di “hate speech” nei mezzi di comunicazione dell’ultimo mese “in seguito soprattutto alle vicende che hanno coinvolto la senatrice Segre”. Ciò che l’espressione designa è tristemente antico. E anche questo virgolettarla dalla cultura statunitense non è nuovo, circola da una decina di anni, benché inizialmente si dicesse soprattutto in italiano, incitamento all’odio. La novità è che più passa il tempo più la nostra lingua scivola in secondo piano e retrocede, diventa la spiegazione da affiancare all’espressione inglese gridata nei titoli che inevitabilmente poi diventerà quella più in uso, tecnica, corretta e “insostituibile”.

Le radici dell’odio

In un articolo della Repubblica del 29 maggio 2013 (“Facebook, stop violenza alle donne: utenti e investitori contro il sessismo”), si poteva leggere che a Palo Alto avevano ammesso “di aver sottovalutato l’insidia del cosiddetto ‘hate speech’, ovvero ‘odio mediatico’, che nell’avversione alle donne trova uno degli esempi più diffusi e deprecabili.”

Tutto inizia ogni volta così, con qualche occasionalismo virgolettato affiancato da una spiegazione. Le schermaglie che precedono questa prima fase, di solito, sono espressioni del tipo: “Nella giurisprudenza statunitense esiste un’espressione per indicare l’incitamento all’odio…”; oppure: “Hate speech, come dicono con una bella locuzione gli americani…”.
Con il tempo l’anglicismo comincia a essere utilizzato sempre più in primo piano, la traduzione letterale o possibile viene solo affiancata, e non è mai evocativa o precisa come il dio inglese.
La terza fase è quella di far sparire ogni corrispondente. L’italiano che serviva da bastone si getta. C’è solo l’inglese, possibilmente da sbattere nei titoloni (cliccare per credere). La traduzione, se va bene, si trova all’interno dell’articolo, giusto per spiegare di che cosa si sta parlando ai subalterni che non capiscono, al rango inferiore della società reo di non padroneggiare l’idioma alto della cultura globale. E così nel 2018 l’espressione è stata annoverata tra i neologismi della Treccani, che riporta numerose citazioni dai giornali. Il prossimo passo saranno i dizionari e il radicamento nella nostra lingua?

Già mi prefiguro gli anglopuristi e i giornalisti che tra qualche tempo argomenteranno: hate speech non è proprio come le parole o i discorsi di odio… è qualcosa di più, qualcosa di intraducibile… E poi gli equivalenti italiani non sono in uso…
Questo ragionamento è frutto di una prospettiva malata! Sempre più spesso gli anglomani decidono di usare l’inglese invece dell’italiano, nella fase iniziale, e procedono con un martellamento in cui lo diffondono senza alternative. Fino a quando possono concludere che l’italiano non è più in uso… bella scoperta! Siete voi che avete scelto di non usarlo e di farlo ammuffire! Un bel circolo vizioso per creare l’alibi della necessità dell’itanglese.

In questo modo entrano migliaia di parole inglesi che alla fine ci vendono come “insostituibili”. Selfie? Non è certo la stessa cosa di autoscattoKnow how? Non è proprio come competenze… si legge sul sito della Crusca. Stalker è più preciso di persecutoremobbing non corrisponde esattamente a vessazione
–  “Ma mobbing in inglese non si usa molto nel significato lavorativo che gli diamo noi!”
– “Non fa nulla, in italiano si è acclimatato a questo modo. Rassegnati, ormai è un tecnicismo e si deve dire così. È la stampa, bellezza!”

Chi prende queste posizioni, chi afferma che gli anglicismi sono “intraducibili” e “necessari” dovrebbe dire come stanno le cose fino in fondo. Ciò vale solo per l’italietta degli anglomani fieri di essere coloni. Selfie non è “intraducibile” né in Francia né in Spagna, dove coniano nuove parole come “egoritratto” o ampliano il significato di quelle vecchie come “autoscatto”. Know how non si usa in francese, oppure è perfettamente tradotto in spagnolo, ed entrambi i Paesi non vedono la necessità e l’intraducibilità di stalker, perché usano la propria lingua, e invece di dire mobbing dicono meglio harcèlement moral o acoso laboral. Davanti all’espansione dell’inglese ci sono lingue che resistono ed evolvono autonomamente, e altre che soccombono.

E allora chi fa la lingua in Italia? Quali sono i nuovi centri di irradiazione dell’italiano?
Già negli anni Sessanta Pasolini (“Nuove questioni linguistiche”, Rinascita, 26 dicembre 1964) aveva capito che l’italiano basato sui testi letterari e sul toscano era finito e che il neoitaliano tecnologizzato arrivava dai centri industriali del Nord. Oggi Milano è la capitale dell’itanglese, e il lessico della tecno-scienza ci arriva direttamente dall’inglese globale, come la terminologia del lavoro. A fare la lingua spesso sono gli influenti della Rete, dunque siamo passati dal prestigio letterario di Manzoni a quello linguistico della coppia Ferragni-Fedez, un bel salto di modernità, non c’è che dire! E a fare la lingua sono soprattutto i mezzi di informazione, che un tempo hanno unificato l’italiano e oggi stanno unificando l’itanglese.

I giornali attingono il peggio da tutti questi settori e lo sbattono in prima pagina facendolo diventare il moderno italiano.

Le conseguenze dei picchi di stereotipia del giornalismo

L’ossessività con cui, nei giornali e nei telegiornali, le espressioni e le parole vengono spesso ripetute in modo martellante e senza mai ricorrere a sinonimi, come un tormentone mono-significato, è ben nota. Il concetto di “stereotipia” nei mezzi di informazione è stato ben evidenziato per esempio da Maurizio Dardano (Il linguaggio dei giornali italiani, Laterza, Bari-Roma 1986, p. 236). Ma si può citare anche Riccardo Gualdo:

La lingua dei giornali assorbe come una spugna gli usi nuovi, contribuisce potentemente a farli diventare di moda e, infine, anche a fissarli nell’uso ripetendoli in modo ossessivo” in una “riproduzione meccanica di associazione di (nome-aggettivo, intere frasi) o di traslati in origine brillanti ma a poco a poco resi stucchevoli per il troppo uso.

L’italiano dei giornali, Carocci Editore, Roma 2005, p. 85.

Il lessico della stereotipia coinvolge ormai soprattutto gli anglicismi e le espressioni mutuate dagli Stati Uniti. Come ha osservato nella sua tesi Gaia Castronovo:

L’assenza di sinonimi è dovuta molte volte “a lasciare a terzi il lavoro di traduzione per le notizie di politica estera direttamente dalle agenzie (es. ANSA). Spesso le bozze non subiscono una revisione dalla redazione, ma vengono pubblicate cosi come sono, a causa delle rapide tempistiche e, talvolta, mancanza di personale.”

Gaia Castronovo, “La semantica del linguaggio politico e il ruolo degli anglicismi”, tesi di laurea in Linguistica del Corso di Laurea Magistrale, Università degli Studi di Padova, anno accademico 2015/2016, p. 48.

E così un’espressione come “fake news”, virgolettata direttamente dai discorsi di Trump, invece di essere tradotta con notizie false o bufale, si è radicata in un batter d’occhio nella nostra lingua al punto che oggi ci si chiede: “Ma come si potrebbe rendere in italiano?”
Ma come facevamo a parlare di queste cose sino a tre anni fa? Come facevamo a esprimerci nella nostra lingua prima che prendessero piede parole ormai “insostituibili” come location?

L’impatto che i picchi di anglicismi hanno sulla lingua si può misurare con molti esempi significativi.

Se si analizza la frequenza della parola compound negli archivi del Corriere della Sera, si vede che tra il 2003 e il 2010 era trascurabile, ricorreva in un numero limitato di articoli (una media di 5 all’anno), e talvolta non indicava un edificio, ma un tipo di arco che si usa nelle competizioni sportive, perché il termine ha due significati. Nel 2011, improvvisamente gli articoli salgono a 41. In quell’anno, infatti, c’è stata sia la guerra con la Libia in cui Gheddafi era barricato nel suo compound, sia l’uccisione di Bin Laden scovato in un compound in Pakistan. In entrambi gli episodi, la parola ha avuto una vasta eco mediatica quasi senza alternative, dovuta probabilmente al riportare la notizia con le stesse parole delle fonti americane. Poi, passato il momento dell’ossessività, nel quinquennio fino al 2016, negli stessi archivi si può notare che la parola ricorre con una media di poco più di 20 articoli all’anno. In sintesi, dopo il picco della stereotipia, causato da eventi contingenti, la frequenza della parola si abbassa, ma è ormai diventata popolare rispetto a prima, e viene perciò usata normalmente 4 volte di più.

Antonio Zoppetti, Diciamolo in italiano. Gli abusi dell’inglese nell lessicodell’Italia e incolla, Hoepli 2017, p. 124-125.

Ma questo fenomeno non è causato solo dallo scimmiottamento di ciò che arriva d’oltreoceano, siamo bravissimi a farci male da soli anche sul piano interno. Riporto una tabella tratta dalla citata tesi di Gaia Castronovo che ha analizzando la frequenza della parola job sul quotidiano La Repubblica dal 1984 al 2014. I picchi di stereotipia saltano all’occhio.

tabella gaia castronuovo JOB
Gaia Castronovo, “La semantica del linguaggio politico e il ruolo degli anglicismi”, tesi di laurea in Linguistica del Corso di Laurea Magistrale, Università degli Studi di Padova, anno accademico 2015/2016, p. 52.

La parola, più che essere usata da sola, è quasi sempre associata ad altre in varie espressioni, e negli anni Ottanta le occorrenze erano sotto la decina.

“La media annuale si assesta poi su un ordine di grandezza in più (10-50). Il grafico mostra inoltre dei picchi che corrispondono alle ripetizioni ossessive a cui si riferisce Gualdo nella citazione sopra riportata. Negli anni Duemila era il momento di job rotation e job creation, nel 2014, invece, di job act.”

Gaia Castronovo, “La semantica del linguaggio politico e il ruolo degli anglicismi”, op. cit. p. 52.

Quello che è successo dopo lo sappiamo. L’iniziale job act si è attestato definitivamente con la s di jobs act, e oggi la frequenza sui giornali delle tante combinazioni di job è aumentata a dismisura. Un bell’anglicismo “produttivo” come dicono alcuni linguisti, ma più onestamente si potrebbe dire: infestante. In attesa che il mondo del lavoro diventi del job, come quello della ristorazione è ormai del food, mentre l’economia diventa economy, il verde green, e le tasse tax, ci sono ancora dei linguisti negazionisti che ci raccontano che non sta accadendo nulla. C’è anche chi preferirebbe mettere l’italiano in un museo – invece di praticarlo, difenderlo, farlo vivere ed evolvere – e afferma che l’anglicizzazione è solo “un’illusione ottica”. Infatti sarebbe circoscritta solo in alcuni ambiti, come l’informatica, e poi “sono soprattutto i mezzi di comunicazione e i politici” a usare le parole inglesi… Affermazioni come queste sono imbarazzanti, come se questi che vengono considerati “marginali” non fossero proprio i nuovi centri di irradiazione della lingua. Non rendersi conto dell’impatto che i mezzi di informazione hanno sull’italiano, oltre a essere antistorico, è soprattutto anti-attuale. Il linguaggio dei giornali è quello che viene poi inevitabilmente ripetuto dalla gente, e finisce così nei dizionari. Per questo capita che un vecchietto, che non hai mai avuto a che fare con uno spacciatore in vita sua, racconti scandalizzato che hanno arrestato un pusher proprio dietro casa sua. Perché l’ha letto sul giornale.

pusher e spacciatore google
Cercando “pusher” e “spacciatore” sulle Notizie indicizzate da Google risulta chiaro come l’anglicismo sia preferito.

È significativa a questo proposito una ricerca del 1999 in cui Katalin Doró ha scandagliato le annate di Corriere della Sera, Il Messaggero, La Repubblica e L’Espresso. Tra i 416 anglicismi presenti nei titoli e nei sottotitoli, 89 non erano presenti nello Zingarelli del 1995. Ma cosa è successo dopo? Che 23 di questi sono stati registrati nel 2000 (5 anni dopo), e altri 12 nel 2002.

Katalin Doró, “Elementi inglesi e angloamericani nella stampa italiana” in Nuova Corvina, Rivista di italianistica, num. 12, 2002, Istituto Italiano di Cultura Olasz Kultùrinézet, Budapest, pp. 78-91.

Ancor più significativo è uno studio di Antonio Taglialatela del 2012 sulle prime pagine di Corriere della Sera, La Repubblica e La Stampa per rintracciare gli anglicismi più usati, con lo scopo di dimostrare che “riescono a penetrare nel lessico per il loro uso ‘popolare’, dovuto in gran parte ai media e al linguaggio politico, trasformandosi in vere e proprie voci di dizionario”. Se nel 2012 solo 4 di essi non erano presenti nei vocabolari (bailout, downgrade, fiscal compact e stress test), controllando sull’edizione del Devoto-Oli 2017 si vede che adesso sono stati annoverati anche questi.

Antonio Taglialatela, “Le interferenze dell’inglese nella lingua italiana tra protezionismo e descrittivismo linguistico: il caso del lessico della crisi”, in Linguæ &, Rivista di lingue e culture moderne, Vol. 10, Num. 2, 2011., p. 78 e tabella 3 p. 88.

La conclusione è che il 100% degli anglicismi più utilizzati dalla stampa finisce inevitabilmente nei dizionari e nella lingua, è solo questione di tempo.

Sono i giornali che portano alla diffusione delle parole che poi i dizionari non possono che registrare, come si fa a non capirlo? Alla faccia di chi pensa che siano un fenomeno circoscritto e marginale o passeggero e caratterizzato da rapida obsolescenza.

In Diciamolo in italiano (p. 96-97) ho confrontato le parole inglesi annoverate nel Devoto Oli 1990 con quelle del 2017 (nessuno lo aveva mai fatto) e il risultato è che da circa 1.600 anglicismi siamo arrivati a 3.500, e quelli che invece sono usciti “falciati dalla scure del tempo” che qualcuno sbandiera, non si capisce su quali basi, sono 67! Ma di quale obsolescenza si sta parlando? I picchi di stereotipia giornalistici possono anche essere passeggeri e possono anche regredire. Ma quello che ogni “tsunami anglicus” (cito Tullio De Mauro) ci lascia dopo ogni ondata è la distruzione della nostra lingua.

Per questo è importante che davanti al monolinguismo anglicizzato dei mezzi di informazione (in generale, non solo nel caso di hate speech che si appoggia a sua volta a hater che grazie ai giornali ha la meglio su odiatore) si facciano circolare le nostre alternative che vanno difese da chi – il suo odio – lo riversa solo contro la lingua italiana. Purtroppo questo tipo di odio sembra non suscitare alcuno scandalo. I giornali, invece di deprecarlo, lo alimentano.

9 pensieri su “Hate speech: l’incitamento mediatico all’odio (contro l’italiano)

  1. Alcune di queste parole sono considerate “qualcosa di più, di diverso”, insomma impossibili da rendere in italiano perché provengono da determinati canali di comunicazione in lingua inglese.
    Per esempio “hater”. Su Wikipedia si legge la seguente spiegazione: “Hater è un sostantivo che deriva dall’inglese to hate, odiare. È spesso utilizzato nel gergo di Internet per indicare coloro che esternano e diffondono odio nei confronti di altri individui per mezzo delle reti sociali.”
    Si tratta dunque di un concetto rilevante per i vari “follower” su youtube e simili. Chi il tempo libero preferisce passarlo leggendo buoni libri, classici e non, questa parola non ha bisogno di usarla. In compenso, ne conosce molte di italiane, che rientrano in questo ambito semantico (mi vengono in mente i “detrattori” di Socrate, tanto per fare un esempio).
    Il problema nasce quando si estende l’uso di queste parole inglesi a tutti gli ambiti a scapito della ricchezza del nostro lessico. Indubbiamente, i giornali contribuiscono non poco a questo fenomeno. Anche qui, quindi, penso sia importante leggere non solo giornali.
    A questo punto mi chiedo: non è che il problema degli anglicismi infestanti dipenda, più che dalla mancanza di una politica linguistica, dalla mancanza di lettura (nel vero senso della parola)?
    Se la gente non legge (nel vero senso della parola), una politica linguistica non può sortire alcun effetto. Al contrario, se la gente apprezza la ricchezza che proviene dalla lettura, una politica linguistica non serve più.

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    • Ciao Giovanna, hai colto nel segno con il “di più”: l’acclimatamento degli anglicismi nell’italiano diventa specialistico, si carica di un di più e assume dei significati che non sempre ci sono in inglese. Per esempio i giornali usano”gender”, che vuol dire solo “genere”, con il significato di volta in volta di “teoria di genere” o di “identità di genere”, e quindi escono titoli come “Portogallo: la Chiesa condanna il gender nelle scuole” (Vatican News-30 ago 2019) che indica la “teoria sul genere”, e l’anglicismo si acclimata a questo modo e diventa di dfficile sosituzione. Lo stesso si può dire di social = piattaforme sociali, ma in inglese sarebbe social network… e così il tablet diventa un temine specialistico, ma in inglese è una metafora della tavoletta, così come il mouse è un topolino e via dicendo.
      Hater significa solo odiatore, ma in italiano perde la sua connotazione ampia e viene venduto come tecnicismo della Rete. Tuttavia, Crozza, per esempio, parlando nelle sue imitazioni di “odiatori” ha contribuito a diffondere anche questa alternativa, che circola ed è utilizzata e utilizzabile con lo stesso significato: dire odiatore evoca il fenomeno della rete. Ciò non è avvenuto per altre parole, da mouse a tablet.
      Questa è il primo problema: inglese = tecnicismo (anche se nell’originale non lo è), ergo le sostituzioni sono difficili.
      Il fatto è che siamo schiacciati da un senso di inferiorità verso l’inglsee, e dunque non diciamo topo, o tavoletta, perché crediamo che l’inglese sia evocativo, o necessario, intraducibile, insostituibile, quando di principio non lo è affatto. Questo è a mio avviso il nodo. Il problema è che la stampa ricorre all’inglese e lo impone senza alternative.
      Per uscirne, ma la vedo dura, a mio avviso occorre una rivoluzione culturale che faccia in modo che tutti la smettano di vergognarsi di dire le cose in italiano. Ma come potrebbe attuarsi? La politica linguistica di Francia, Spagna o Svizzera ne sono un esempio. Non si tratta di proibire o bandire, ma di promuovere la lingua italiana e le alternative, attraverso campagne, pubblicità, manifestazioni per far sì che l’italiano non sia più percepito come inferiore all’inglese. Insomma, come per il fumo siamo passati dal modello positivo dell’uomo Marlboro anni ’70, alla percezione fumo = negativo, così bisognerebbe fare per l’itanglese. Questo è il senso dell’invocazione di una “politica linguistica”. Sperare che la gente si nutra di “buone letture” e di sinonimi (quando la cultura ormai importa prevalentemente dagli USA come se fosse l’unico modello) è un po’ utopistico. Promuovere e tutelare l’italiano come promuoviamo l’arte, la natura o la gastronomia lo trovo fattibile, almeno in linea di principio.

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      • Sai cosa mi piacerebbe, Antonio? Quando, specie sul lavoro, sento device o similia o mi sale un gran nervoso ma non dico niente, o tendo ad assalire l’incauto parlante itanglese facendomi prendere da troppo pathos (è uno dei miei vari difetti…).
        Perché non cerchi di mettere insieme una raccolta argomentazioni efficaci e pacifiche da usare in questi casi? Te ne sarei molto grata!

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  2. Sono curioso di sapere quali “prove” hanno questi giornalisti ottusi per dimostrare la presunta efficacia degli anglicismi dal punto di vista evocativo.

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    • Per quanto riguarda i giornali è una questione di stile, più che di razionalità e di “prove”. Negli ambiti di settore, invece, è tutto un affermare che l’inglese sarebbe più tecnico/evocativo con argomenti che si riducono alle “supercazzole”. Per esempio l’altro giorno leggevo un articolo sul FuffPost che parte con l’affermazione che il “brand” viene “erroneamente tradotto con marca”, sostiene che “brand” è invece tutto un insieme di cose blablabla… ma se si va al sodo c’è solo la volontà di affermare la superiorità dell’inglese e di sminuire il corrispettivo “marca” senza un briciolo di senso: https://www.huffingtonpost.it/matteo-achilli/top-of-mind-limportanza-di-un-brand_b_3050459.html

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      • “Erroneamente tradotto come marca”?! Questa simile affermazione non me l’aspettavo. Mi da l’impressione che questi signori non avessero mai sfogliato dei dizionari di inglese (anche per via telematica) oppure convinti che brand sia una parola “nuova” o di tendenza, nonostante la “marca” in italiano esiste da sempre. In quanto alla questione di “stile” o presunta superiorità , Francesco Sabatini afferma che l’abuso di anglicismi (e quindi l’itanglese) rappresenti anche “un misto di pigrizia, esibizionismo ed elitarismo”

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    • Grazie, ma non c’è alcun dubbio che in italiano si dica marca, poi nel linguaggio comune si dice anche marchio per estensione, senso lato e metafora, visto che la lingua non è certo riducibile alla terminologia. Anche casa, firma… possono esser sinonimi, senza contare tutto ciò che fa parte dell’individualismo espressivo. L’articolo citato è un esempio di grettezza e di prese di posizione ignoranti, che sono quelle che fanno regredire l’italiano, come se l’inglese avesse il suo “di più”.

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