Il Gruppo Incipit, l’onboarding, le pagliuzze e le travi

Il 4 dicembre è uscito l’ultimo comunicato del Gruppo Incipit, il comitato dell’Accademia della Crusca sorto nel 2015 per monitorare e arginare nella fase incipiente gli anglicismi che penetrano nella nostra lingua, prima che si radichino e diventino insostituibili.

Si tratta del 15° dalla sua costituzione e il terzo del 2020, e questi interventi appaiono un po’ a sprazzi, escono con una media quadrimestrale e sinora hanno riguardato una trentina di anglicismi, mentre, nello stesso periodo, le nuove parole inglesi annoverate nei dizionari sono nell’ordine delle 500 e anche più. Il valore di Incipit è dunque molto simbolico, più che pratico. E comunque è sempre meglio di niente.

L’argomento è “L’applicazione IO della Pubblica Amministrazione”. L’articolo si scaglia giustamente contro il linguaggio tecnico e allo stesso tempo anglicizzato che risulta incomprensibile ai più. La tirata di orecchie è per l’aggiornamento dell’applicazione comparso su Google Play che recita:

– ora è possibile richiedere assistenza in merito all’onboarding di una carta di credito
– digitando il PAN della carta di credito, in fase di inserimento, viene riconosciuto il brand e mostrata l’icona relativa
renaming della sezione “pagamenti” in “portafoglio”
– aggiornato il fac-simile dell’avviso di pagamento
– migliorata la rappresentazione dei messaggi con pagamento e scadenza
– rimosso il campo “importo” dal form per l’inserimento manuale di un pagamento

A parte qualche considerazione sull’abuso degli acronimi in generale, il bersaglio della critica è che “un’applicazione che nasce in ambito governativo (…) non può affidare al gergo degli informatici la scelta del linguaggio con cui parlare al pubblico”. E la conclusione è un suggerimento per riscrivere le stesse cose in italiano e in modo più trasparente, per esempio:

– adesso si può chiedere assistenza per caricare una carta di credito
– quando si digita il numero della carta di credito, appare il marchio del circuito di pagamento
– il nome della sezione “pagamenti” è stato cambiato in “portafoglio”
– è stato aggiornato il fac-simile dell’avviso di pagamento
– sono stati migliorati i messaggi di pagamento e scadenza
– è stato tolto il campo “importo” dal
modulo che serve a inserire manualmente un pagamento

Tutto ciò è lodevole e sacrosanto. Eppure questo tipo di linguaggio anglo-tecnico è onnipresente. È quello che contraddistingue ogni interfaccia e ogni applicazione, e di esempi del genere se ne potrebbero trovare così tanti che non è possibile quantificarli. Il problema, insomma, non è questo aggiornamento in particolare, ma il fatto che ogni comunicazione di questo tipo ostenta questo genere di linguaggio, che è ormai quello in uso e più comune. Colpirne uno per educarne cento? Certo. Ma mi pare che quello che non emerge dal comunicato è che questo aggiornamento non è una bizzarria: usa l’itanglese, l’italiano 2.0 che è ormai la lingua in uso nell’informatica e non solo. Forse prendere atto che non abbiamo a che fare con un aggiornamento particolare, ma con una pratica ormai universale e normale aiuterebbe a renderci un po’ più consapevoli dello stato della nostra lingua in generale.


C’è poi un’altra cosa che mi colpisce di questo comunicato. Ed è quella che avevo denunciato il 30 novembre in un pezzo molto duro e provocatorio intitolato: “Quando i rimborsi diventano cashback: l’attacco dello Stato al cuore dell’italiano”.

Il 3 dicembre, il giorno prima dell’uscita del 15° comunicato Incipit, il nostro presidente del Consiglio Giuseppe Conte si è presentato in televisione per annunciare l’ultimo decreto sulle misure antipandemiche in cui ha detto testualmente:

“Sempre in collegamento con lo shopping (cosiddetto) natalizio per sostenere le attività commerciali (…) abbiamo deciso di far partire da subito il piano Italia cashless! Cosa significa? Che dall’8 dicembre prenderà il via l’extra cashback di Natale…”

Tralasciando shopping, online, lockdown e altri anglicismi ormai comuni che si ritrovano nel discorso, sono costretto a ripetermi: il nostro governo ha introdotto il cashless e il cashback in modo ufficiale (come da Gazzetta Ufficiale, che include anche altri anglicismi tecnici incomprensibili come acquirer o issuer convenzionati). Queste parole hanno un impatto sulla nostra lingua di un ordine di grandezza superiore rispetto a quelle dell’aggiornamento dell’App IO. Sono calate dall’alto, dal linguaggio istituzionale, attraverso una delle sue massime cariche, e battezzano in inglese vecchi concetti come i pagamenti senza contanti o rimborsi facendoli apparire nuovi e facendo in modo che tutti li ripetano senza alternative. In questo modo gli ennesimi inutili anglicismi prendono piede nel nostro lessico, scalzano le nostre parole agendo da “prestiti” sterminatori; con il tempo renderanno i nostri vocaboli poco moderni, e poi obsoleti. In un primo tempo saranno classificati come “prestiti di lusso”, poi la schiera dei “non-è-propristi” comincerà a sollevare le solite stupidaggini: cashback? Non è proprio come rimborsocashless? Non è proprio come senza contanti… E con argomentazioni degne del Visconte la Nuance (De Amicis, L’idioma gentile, 1905) secondo il quale ogni francesismo aveva in sé una sfumatura di significato, una nuance appunto, che l’italiano non possedeva, anche questi anglicismi diventeranno “prestiti di necessità” nelle riflessioni di certi linguisti e sociolinguisti dalla mente colonizzata.

Dal Gruppo Incipit mi piacerebbero prese di posizione su queste cose – che invece non ci sono – prima che sul linguaggio di un’applicazione come mille altre (comprese quelle istituzionali). Altrimenti si rischia di vedere le pagliuzze senza accorgersi delle travi portanti delle nostra lingua.

13 pensieri su “Il Gruppo Incipit, l’onboarding, le pagliuzze e le travi

  1. Secondo me la Crusca andrebbe riformata da capo (oppure ci creiamo una nuova accademia) in modo che possa intervenire linguisticamente alla base anziché fare sprazzi ma per farlo abbiamo bisogno del finanziamento dello Stato (e al momento la situazione è ancora ardua ahimè) , altrimenti rischia di rimanere abbandonata a se stessa.

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    • Una decina di anni fa la Crusca rischiò di chiudere perché finì tra gli enti inutili del prvvedimento Tremonti sotto il governo Berlusconi; per fortuna poi riaprirono i rubinetti. Naturalmente in questo clima attaccare il governo in modo dietto potrebbe essere rischioso, e forse comunicati come questo vanno interpretati leggendo tra le righe. Comunque sarei d’accordo nel riformarla, magari restituendole l’antica vocazione di occuparsi di un dizionario della lingua italiana, come fanno le accademie francese e spagnole, un ruolo che le fu sotratto in epoca fascista, con la riforma Gentile del 1925, e che non è più stato ripristinato. Attualmente dipende dl Cnr e si configura come un gruppo di studiosi che però non hanno una linea comune. Il punto è che se la politica non mostra alcun interesse per la nostra lingua a maggior ragione non farà mai nulla di tutto ciò. Anche per questo la petizione contro l’abuso dell’inglese è stata rivolta a Mattarella, rivolgersi ai nostri politici sarebbe ridicolo, nell’attuale penoso contesto culturale in cui ci troviamo.

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  2. Mi ritengo molto fortunata perché conosco bene l’inglese e quindi riesco a capire cosa vogliano dire, anche se visto da fuori è francamente ridicolo e sembra più un tentativo di parlare in inglese senza però conoscerlo abbastanza da sapere comporre frasi intere, limitandosi a qualche sostantivo qui è lì. Mi chiedo invece come faranno quegli italiani emigrati che non parlano inglese a capire queste cose quando torneranno in Italia. Quando insegnavo italiano, ogni tanto portavo qualche esempio di articoli in itanglese e per i miei studenti ispanofoni e di una certa età erano inaccessibili, mentre sarebbero stati comprensibilissimi se tutte la parole fossero state in italiano. Io li spronavo a leggere i giornali italiani online ma tra la redazione frettolosa e queste parole straniere, erano incomprensibili per loro! Ogni frase presentava difficoltà lessicali, cercavano sul dizionario inglese-spagnolo e poi mi chiedevano: “ma non si poteva dire…?” (indicando la traduzione in italiano della traduzione in spagnolo che avevano letto sul dizionario). Io non sapevo cosa dire, se non che siamo capre mascherate da cosmopoliti 🐐😂

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    • Hai ragione Isa, ma non credere, anche gli italiani che vivono in patria non conoscono molto l’inglese e soprattutto non comprendono questo linguaggio anglotecnico. Questo tipo di comunicazione crea fratture sociali, sta portando a una diglossia neomedievale che esclude fasce di popolazione consistenti. Ma fuor dall’ingese come lingua elitaria internazionale, il suo mischione con italiano si basa sul semianalfabetismo e la perdita della nostra lingua, che proprio perché non si padronegia si sostituisce a tecnicismi inglesi che colmano le lacune; come nel sito che mi hai indicato dove le maiuscole sono a caso e il controllo dell’italiano viene a mancare passando a una goffa approssimazione in cui gli anglicismi colmano l’ignoranza e l’incapacità di esprimersi e di saper comunicare.

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      • La sera spesso guardo il programma “Che succede?” su Raitre. La settimana scorsa alla domanda “Che succede?” uno dei “pedopinionisti” ha risposto “Ci state ammazzando con ‘st’inglese!”. Ecco, spero che prima o poi ci siano più proteste, magari anche da persone meno anziane di quel signore canuto.

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    • Che tristezza dover usare due dizionari per l’italiano… :-((
      Sarebbe interessante capire anche come fanno gli interpreti nella lingua dei segni (come quello nell’immagine aggiunta da Antonio) a rendere tutte queste parole inglesi, o forse per loro è una cosa già prevista.

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  3. Antonio dovresti farti fare una App scaricabile sui telefonini basata sul dizionario AAA. Si digita l’anglicismo e ti propone subito l’alternativa migliore in italiano, eventualmente a richiesta altre alternative o la spiegazione completa. Te la farei volentieri io se non fosse che ho smesso questo mestiere da troppi anni (programmavo i sistemi operativi microsoft sui calcolatori da tavolo) e non ho gli strumenti nè le competenze sui sistemi attuali. Magari qualche professionista ancora in attività tra i simpatizzanti del sito potrebbe rendersi disponibile. Se si diffondesse una cosa del genere avrebbe un grande impatto nel sensibilizzare vaste fasce di italiani a questo problema che viene subito invece con passività e spesso con rassegnazione.

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  4. La citazione di De Amicis dimostra quindi quanto sia di lunga data lo snobismo esterofilo di certi italiani. Pensavo fosse un fenomeno del solo secondo dopoguerra. Di certo ora è potenziato dai mezzi di (cattiva) comunicazione.

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    • La nostra esterofilia è storica, per secoli siamo stati pesantemente influenzati dal francese, ma si trattava di un’interferenza molto diversa che abbiamo saputo assorbire attraverso l’adattamento delle parole, non esclusivamente attraverso l’importazione cruda (stesso discorso per lo spagnolo che ha però avuto un’influenza molto più bassa, nonostante le invasioni e le dominazioni passate). Come ho conteggiato in un articolo sul portale Treccani (https://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/articoli/scritto_e_parlato/forestierismi.html) le parole francesi sono state adattate e italianizzate in otre il 70% dei casi; per l’inglese al contrario oltre il 70% delle volte importiamo senza alcun adattamento.
      L’influsso del francese è il risultato di sostrati plurisecolari, quello dell’inglese è di una rapidità sconcertante, ci ha snaturati nell’arco di 70 anni. Inoltre in questo brevissimo periodo il numero degli anglicismi è di 4 volte superiore a quello dei francesismi importati in secoli di storia, e soprattutto produce centinaia e centinaia di parole ibride (googlare, fashionista…) un fenomeno che nel caso del francese e dell’influsso delle altre lingue non si è mai registrato. Se vuoi sulle profode differenze tra l’interferenza di francese e inglese ti lascio un rimando: https://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/articoli/scritto_e_parlato/forestierismi.html

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      • Tra l’altro, credo che fashionista (poiché lo sento anche in Inghilterra) sia un conio inglese sul modello di stlista (e non itanglese su fashion), come ammirazione per le cose italiane (che sono bistrattate in patria, come già ho scritto), comunque la mia è solo un’opinione a orecchio. Ovviamente entra nell’itanglese se usiamo persino gli angloitalianismi….! =:-o
        Googlare andrebbe reso leggibile e in “gugolare”, che sarebbe anche più divertente.

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