Le preoccupazioni di Mattarella per la lingua italiana (e che fine ha fatto la petizione sull’abuso dell’inglese)

Un anno fa, il 16 novembre 2020, una petizione con oltre 4.000 firme contro l’abuso dell’inglese è stata inoltrata al nostro presidente della Repubblica Sergio Mattarella (nominato accademico onorario dell’Accademia della Crusca 5 anni prima, il 18 novembre 2015).

Era un appello che esprimeva la preoccupazione per gli anglicismi nel linguaggio istituzionale, e non solo, e non chiedeva nulla di troppo impegnativo, in fondo. Solo un gesto simbolico per porre l’attenzione sul problema: “Ci rivolgiamo a Lei nella speranza che con la Sua autorevolezza voglia esercitare un richiamo almeno nei confronti della politica e delle istituzioni, perché si usi la nostra lingua, che consideriamo un bene che andrebbe promosso e tutelato come avviene all’estero e come facciamo con tutte le altre nostre eccellenze, dall’arte alla gastronomia.”

Di seguito pubblico la ricevuta di consegna inviata dall’avvocato che ci rappresentava – di cui ho omesso l’indirizzo – accompagnata dalla presentazione di circostanza: “(…) Come da indicazioni telefoniche della segreteria del Quirinale, con la presente PEC Vi inoltro in allegato (formato PDF) il testo di una petizione rivolta al Presidente Sergio Mattarella e le oltre 4.000 firme raccolte attraverso la piattaforma Change.org (disponibile all’indirizzo https://www.change.org/p/sergio-mattarella-basta-anglicismi-nellinguaggio-istituzionale-viva-l-italiano-litalianoviva)…”



Naturalmente, gli anglomani e i negazionisti dell’anglicizzazione dell’italiano “me ne hanno dette di ogni”, come si suol dire. Come osi disturbare il presidente con queste cose? Rivolgersi a Mattarella non ha alcun senso, non è a lui che si devono porre simili questioni, non hai capito nulla. E poi non è questo il momento…

Che cosa è accaduto, a un anno di distanza?

A un anno di distanza non è pervenuta alcuna risposta da Mattarella e dal Quirinale, nemmeno due righe di cortesia con un “Vi faremo sapere.”

Però, lo scorso 15 novembre, proprio 365 giorni dopo l’appello firmato da 4.000 italiani, tutti i giornali hanno ripreso le parole che il nostro presidente ha pronunciato in un discorso all’ateneo di Siena, a proposito degli acronimi che infestano la lingua italiana.

“L’inutile rebus degli acronimi che rende l’italiano indecifrabile”, ha titolato il Corriere: “L’appello del Presidente Sergio Mattarella contro «l’uso smisurato» delle sigle. Il dibattito tra i linguisti.”
“L’appello di Mattarella per una «lingua democratica»”, ha ripreso Il Fatto Quotidiano.
“Pnrr, Mattarella: «Uso smisurato di acronimi. Quali sono le conseguenze?»” ha riportato il Sole24ore.
E poi il Tempo: “Mattarella sul Pnrr: «Sarebbe utile uno studio sull’uso smisurato degli acronimi»”, l’ANSA: “Pnrr, quali conseguenze dell’uso smisurato di acronimi?” e tutti gli altri giornali.

Che cosa è accaduto?
All’inaugurazione del 781° anno accademico dell’Università degli Studi di Siena, Mattarella ha pronunciato queste parole: “Sono lieto di registrare alcuni segni positivi che emergono in quel programma governativo chiamato con l’acronimo Pnrr”, e poi ha aggiunto: “Apro una parentesi, se non fosse già stato fatto in qualche Ateneo, sarebbe utile uno studio per approfondire le conseguenze dell’uso smisurato degli acronimi sul linguaggio e sulla facilità di comunicazione”.

Sono rimasto sconcertato davanti a queste dichiarazioni seguite da un imponente applauso della platea. Mi son passate per la mente tutte le idiozie che ho sentito sull’inopportunità di pensare che il presidente della Repubblica potesse intervenire sulla lingua italiana… sul momento giusto…

Ma soprattutto, per quanto gli acronimi siano insopportabili, per quanto siano poco trasparenti – anche perché li cambiano di continuo per complicarci la vita – sono le sigle il problema della lingua italiana? Non varrebbe invece la pena studiare quali sono le conseguenze ben più gravi e pesanti delle parole inglesi che stanno trasformando la lingua di Dante in itanglese?

Mattarella presto concluderà il suo mandato, e il nostro appello cadrà nel vuoto. È però molto triste constatare l’indifferenza istituzionale verso il tema dell’abuso dell’inglese che molti politici francesi spagnoli, svizzeri, islandesi, greci, cinesi… hanno invece compreso.

La nuova iniziativa

L’appello al presidente Mattarella, con la raccolta firme chiusa a novembre 2020, è stato seguito da un’iniziativa ben più agguerrita che colgo l’occasione per rilanciare e spiegare meglio, visto che molti hanno confuso le due petizioni.

Il 23 marzo 2021 ho presentato ai due rami del Parlamento italiano una proposta di legge per la tutela della lingua italiana davanti all’abuso dell’inglese, attraverso i canali previsti secondo quanto sancito dall’articolo 50 della Costituzione. La richiesta, questa volta, non è una “supplica” per un generico appello simbolico come quello che Mattarella ha fatto a proposito degli acronimi, invece che per gli anglicismi. Si tratta di una bozza di proposta di legge, e questa “petizione di legge” è stata assegnata sia al Senato (24 marzo, n. 795, VII Commissione permanente, Istruzione, beni culturali) sia alla Camera (10 aprile, n. 727, VII Commissione cultura).

Poiché il nostro ordinamento prevede le presentazioni di leggi di iniziativa popolare, ma non l’obbligo di discuterle, ho poi dato vita a una nuova raccolta firme il cui scopo è solo quello di raccogliere consensi su quanto presentato nella speranza di convincere qualche parlamentare a porre la discussione all’ordine del giorno. Perché la proposta non rimanga chiusa in un cassetto. Al momento, più di 1.700 cittadini hanno lasciato la propria adesione, ma ancora una volta dalle istituzioni non sono arrivare risposte significative.

Dopo le parole di Draghi contro gli anglicismi (per saperne di più: → “Ben detto, presidente Draghi: perché dobbiamo sempre usare tutte queste parole inglesi?” e → “Draghi torna a ironizzare sugli anglicismi…”) ho contattato il suo capo di gabinetto per segnalagli la petizione, e ho anche pubblicato una lettera aperta al nostro Presidente del consiglio, ma ancora una volta nessuna risposta è mai pervenuta. Ho provato anche a contattare direttamente e indirettamente qualche parlamentare e qualche responsabile della cultura dei gruppi parlamentari di Camera e Sento. A parte un paio di riscontri di cortesia in cui è ritornato il “non è il momento” (il 2021 è l’anno delle celebrazioni dantesche: se non ora, quando?), nessuno mi ha risposto. Il disinteresse della nostra classe politica verso la questione è evidente. La battaglia non è però ancora persa, la raccolta firme continua.

E anche se nessun parlamentare ci risponderà, non significa che queste iniziative siano inutili. Il loro senso è quello di porre l’attenzione sul problema, di creare una nuova cultura e di fare tutto ciò che un cittadino può fare di concreto, per non lasciare nulla di intentato.

11 pensieri su “Le preoccupazioni di Mattarella per la lingua italiana (e che fine ha fatto la petizione sull’abuso dell’inglese)

  1. In effetti, non so se essere più avvilito o più compiaciuto che Mattarella sia sensibile a questo “problema” degli acronimi. Gli acronimi, come le sigle che non sono sostantivate perché non vengono lette come una sola parola, spesso sono insdispensabili per brevità, secondo me. Purché siano italiane, quindi dovremmo avere l’ADN e non il DNA.

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    • Una volta si diceva e si leggeva anche Adn, come si dice in francese e spagnolo, dove l’aids è Sida, gli ufo sono ovni (Oggetti Volanti Non Identificati…) Ma anche le sigle ormai le diciamo secondo l’ordine inglese. Certo che preoccuparsi per il ruolo degli acronomi nella lingua italiana e girarsi dall’altra parte davanti all’interferenza dell’inglese è avvilente, ed è anche la cartina al tornasole della miopia della nostra classe politica che guarda le pagliuzze invece delle travi.

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  2. È assurdo che Mattarella, invece di preoccuparsi del problema degli anglicismo, si preoccupa più delle sciocchezze insignificanti come appunto l’esempio degli acronimi. Non dirmi che anche lui sta dalla parte dei “collaborazionisti”? Spero non sia davvero così!

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  3. Caro Antonio,
    Sembra davvero un muro.
    Un muro di indifferenza sorvegliato come cani da guardia da masse di utili idioti che non fanno altro che distorcere il dibattito in casini da “uomo di paglia”, giochi di pagliuzze e travi, bassa politica da scuole superiori, e sistematica minimizzazione o negazione del fenomeno.
    È chiarissimo, almeno a me, che alla gran parte degli italiani la propria lingua non interessi. Interessano (e perché no) il prosecco, la nazionale di calcio, le mozzarelle, i vini, la Ferrari, la pizza senza ananas, il bidet, fare i confronti tra chi è più glorioso tra la Juventus, il Real Madrid e il Man Utd. Se sono la 5ª potenza o la 6ª, se gli inglesi fischiano l’inno, se i kebab rimpiazzano la cucina italiana, se l’Italia ha più siti UNESCO della Spagna, ecc.
    Quello che in inglese (scusate, è la mia lingua, alla fine) si chiama, volgarmente “dick measuring” (chi vuole traduca).
    In quello, gli italiani vincono la medaglia d’oro.
    La lingua, invece, è l’ultimo dei problemi.
    Ma l’ultimo davvero.
    Prova di questo è che tra i quasi 1000 parlamentari (tra le due Camere) non ne esiste uno che si sia unito a questa causa, nemmeno opportunisticamente, perché sanno che non è assolutamente – in Italia – un tema per guadagnare voti.
    La cosa più strana, per me inspiegabile (e vorrei sapere da te, Antonio, PERCHÉ???), è che questo incredibile fenomeno dell’itanglese non suscita nessun interesse nemmeno da chi ne è innamorato! Lo difendono, minimizzano, fanno i moderni, ma sembra proprio che una strana pigrizia stile virus in un film del terrore colga i linguisti d’Italia appena il tema della creolizzazione della lingua venga sollevato.
    Lo ripeto sempre. La portata del fenomeno è senza precedenti, per volume, portata, rapidità, permeabilità di TUTTI i settori. Ti aspetteresti conferenze, articoli continui, servizi televisivi, interviste ai tantissimi linguisti anglofili (e pare che ce ne siano da buttare, in Italia) su questo bellissimo, modernissimo, globalissimo, interessantissimo, inevitabilissimo, giustissimo, flessibilissimo, progressivissimo fenomeno. Invece, nulla.
    Nulla di nulla.
    Zitti e basta.
    Una specie di omertà linguistica.
    Chissà non è una coincidenza che omertà” sia una delle parole italiane più esportate nelle lingue straniere.
    PETER DOUBT
    Campagna per salvare l’italiano

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    • Caro Peter, sono d’accordo con te. I perché affondano nella nostra storia e nel presente, abbiamo sempre volto fare gli americani e ancora adesso ce ne compiaciamo, e invece di preoccuparci della regressione del nostro idioma ostentiamo l’inglese spesso maccheronico. Se i politii e la classe dirigente, coadiuvati da tutti gli apparati di informazione vanno nella stessa direzione, il muro di gomma del peniero unico è dfficile da lacerare. Ma non bisogna demordere. Siamo come gli ecologisti degli anni ’50, inascoltati, sminuiti, persino derisi. E il tema dell’ecologia linguistica esploderà forse quando sarà troppo tardi, come per la transizione ecologica.

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  4. Magari si useranno troppi acronimi, ma per una volta che l’acronimo sta ad indicare delle parole italiane! Grazie alla denominazione “Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza”, fortunatamente qualcuno ha anche cominciato a parlare genericamente di “piano di ripresa” invece che solo di “recovery plan”. Quello che comunque mi colpisce di più della situazione anglicismi è la grandissima impennata che questi hanno avuto a partire dalla pandemia. Sembra che, in totale spregio di anni di dibattiti e discussioni sul tema, si sia messo ancora più il turbo, non solo con termini legati alla pandemia come “lockdown”, “smart working” e “green pass”, ma anche con una valanga di altre parole in tutti gli altri ambiti (cibo, moda, tecnologia, ambiente, tendenze, ecc.) Quando io parlo di queste cose ai miei coetanei (trentenni) solitamente o la cosa non interessa loro oppure non la pensano come me. Recentemente ho partecipato ad un corso in cui ad un certo punto il relatore ha commentato che è la lingua italiana di oggi è piena di parole inglesi ed era compiaciuto nel dirlo perché (sue parole) “l’inglese è la lingua internazionale”. Per concludere ha messo la ciliegina sulla torta dicendo che ” l’italiano non è certo tra le lingue più diffuse e studiate al mondo”. Io penso che non ci sia veramente più speranza… coi continui lavaggi del cervello che vengono fatti agli italiani come si può pensare che poi non assimilino queste idee?

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    • Certo. gli anglicismi pandemici sono i detriti dell’inglese internazionle, e infatti lo denunciano anche in Gecia e in altri Paesi, Quanto al compiacersene i primi a farlo sono proprio i giornalisti e i politici. L’italiano è lingua vecchia, se ne vergognano e lo distruggono consapevolmente e con fierezza.

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  5. Lo stesso relatore ha anche fatto un confronto tra gli anglicismi nella lingua italiana e quelli nelle lingue francese e spagnola, ovviamente con tono canzonatorio nei confronti di queste ultime e ripetendo la solita frase “loro traducono anche mouse e computer”. Insomma, sono stati riportati i soliti due esempi, ormai triti e ritriti, che fanno capire come queste persone non comprendano assolutamente il fenomeno (un po’ come chi insiste coi prestiti “di lusso” e “di necessità”). Che amarezza!

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  6. Di recente leggevo un commento su un altro blog. Il post originario parlava dei colloqui ormai virtuali tra insegnanti e genitori, di come il marito dell’autrice avesse insistito per occuparsene lui… per poi dimenticarsene il giorno dell’evento. Interveniva nei commenti una professoressa che si lamentava che anche a lei capitano “show off” di genitori. Ho dovuto rileggere la frase tre volte perché il commento non aveva senso nel contesto (to show off = sfoggiare). Poi ho capito che voleva dire “no show”, cioè che non si presentano, danno buca. L’ho trovato imbarazzante. Una persona che si suppone colta e pure docente che utilizza parole a caso in una lingua che non conosce. Poi mi sono ricordata di come anche i miei genitori stiano usando quelle parole a vanvera e di come a volte non abbia molto senso quel che dicono perché appunto utilizzano termini inglese che non hanno senso nel contesto. Non provo neanche a correggerli perché ormai lo fanno inconsciamente, in quanto quelle parole le leggono sulla stampa ed entrambi non hanno alcun interesse a cercare di sembrare cosmopoliti. Sono vittime. Per questo evito di leggere il giornalismo moderno: voglio preservare il mio italiano (quello corretto).

    Trovo davvero senza senso questa “contaminazione”. Metto il termine tra virgolette perché faccio fatica a definirla come tale poiché i termini stranieri sono pure utilizzati in modo errato, senza senso e inficiano la comunicazione. Non vedo alcun vantaggio in questa deriva linguistica. Non ci stiamo avvicinando all’inglese, stiamo semplicemente allontanandoci dall’italiano.

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    • Cara Isa, l’alberto-sordità italiota, tutta interna, porta a spararle in inglese spesso senza cognizione di causa, in modo ridicolo. Tutto ciò è patetico. Hai ragione: ci allontaniamo dall’italiano e allo stesso tempo anche dall’inglese. Ti segnalo alcuni video di Peter Doubt che “interroga” alcuni inglesi chiedendo loro di spiegare gli anglicismi che noi usiamo comunemente. Il risultato, tragicomico, è che non riescono a capire di cosa si parli:

      Un saluto.

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