Anglicismi e forestierismi: le abissali differenze

La guerra ai barbarismi del ventennio fascista fu fatta per motivi di principio e di autarchia e non certo perché le parole straniere – che a quei tempi erano soprattutto francesi – rappresentassero una reale minaccia per l’italiano.

L’ostilità verso i forestierismi affondava le sue radici nel pensiero risorgimentale e patriottico legato all’unità d’Italia e alle invasioni straniere che da secoli rendevano il nostro Paese una terra di conquista. E il motto di un libro come Barbaro dominio di Paolo Monelli (1933) riprendeva proprio una citazione del Principe di Machiavelli che veniva applicata alla lingua: “Ad ognuno puzza questo barbaro dominio” (cap. XXVI).
Sul piano linguistico questo sentimento si intrecciava con secoli di “purismo” e di dibattiti sulla questione della lingua, dove nel separare metaforicamente il fior di farina dalla crusca che aveva guidato la nascita dell’omonima Accademia, insieme ai neologismi, ai tecnicismi e alle parole non toscane si condannavano in blocco anche i forestierismi; persino quelli adattati come “precisazione” citata da Leopardi, o “emozione”, che in un popolare dizionario di Rigutini di fine Ottocento era bollata come un gallicismo da evitare (Giuseppe Rigutini, I neologismi buoni e cattivi più frequenti nell’uso odierno, Roma, Libreria editrice Carlo Verdesi, 1886).

“Scusate il francesismo”, che si usa ancora a oggi in modo spiritoso davanti a una parolaccia, deriva proprio da questo contesto, dal chiedere venia davanti all’uso di parole francesi come fossero offensive. E lo stesso atteggiamento di repulsione si registra anche per molti neologismi italiani, a cui non siamo avvezzi.

Di fronte alle odierne denunce per l’abuso dell’inglese, molti credono che la questione sia ancora di questo tipo. Non si sono accorti che la storia ha voltato pagina in un cambio di paradigma che rappresenta un salto e una discontinuità rispetto al passato.

Numeri, mancato adattamento e velocità di penetrazione

Il numero degli anglicismi non adattati accolti nei dizionari è attualmente superiore alla somma di tutti gli altri forestierismi crudi provenienti da tutte le lingue del pianeta messe assieme, compresi i francesismi.
Sul Devoto Oli ce ne sono 4.000, sullo Zingarelli sono 3.000, ma lo scarto è dovuto solo ai diversi criteri di classificazione: il primo dizionario tende a fare di ogni locuzione una voce a sé, mentre il secondo tende a registrarla all’interno della voce madre, per cui marketing mix si trova sotto il lemma principale marketing e non viene conteggiato dalle ricerche automatiche. Ma a parte ciò, i numeri delle voci non sono poi molto diverse se si confrontano i due vocabolari.

I francesismi crudi sono invece meno di 1.000, gli ispanismi meno di 150, altrettanti sono i germanismi. Seguono un’ottantina di parole giapponesi non adattate, una trentina arabe, una trentina portoghesi, e le voci delle altre lingue, dal russo al cinese, sono ognuna nell’ordine della decina o di poche manciate (Cfr. “I forestierismi nei dizionari: quanti sono e di che tipo“).

A impressionare non ci sono solo queste enormi differenze numeriche. Anche la velocità di diffusione è preoccupante. Il 90% delle parole inglese è penetrata nell’italiano negli ultimi 70 anni, fondamentalmente dal dopoguerra in poi. Nel 1990, la prima edizione digitale del Devoto Oli registrava solo 1.600 parole inglesi crude, e nel 1995, quella dello Zingarelli ne conteneva 1.800.
I meno di 1.000 francesismi non adattati, al contrario, sono l’eredità storica di substrati plurisecolari di influenza del francese. Ma vista l’affinità con l’italiano, l’interferenza del francese nel complesso ha subito un adattamento e oggi le parole di origine francese, come “emozione” sono a tutti gli effetti parole italiane, al contrario di espressioni come fake news che rimangono “corpi estranei” nel loro suono e nella loro ortografia che violano la nostra identità linguistica. Stando alle marche di un dizionario specialistico come il Gradit del 2007, oltre il 70% dei gallicismi sono stati assimilati, mentre nel caso dell’inglese le parole penetrano quasi sempre senza adattamenti e le italianizzazioni costituiscono meno del 30% dei casi. E da allora le cose sono peggiorate. Tullio De Mauro, nel confrontare i numeri del Gradit del 1999 con quelli del 2007 ha dichiarato:

Il confronto con i dati registrati nella prima edizione del GRADIT mostra che negli ultimi anni gli anglismi hanno scalzato il tradizionale primato dei francesismi e continuano a crescere con intensità, insediandosi, come più oltre vedremo, anche nel vocabolario fondamentale.
(Tullio De Mauro, Storia linguistica dell’Italia repubblicana: dal 1946 ai nostri giorni, Laterza, Bari-Roma 2016, p. 136.)

In altre parole, nell’arco di una sola generazione l’interferenza dell’inglese ha raggiunto e superato quella del francese che è avvenuta in un lasso di tempo di secoli e secoli raggiungendo anche il lessico comune.

Frequenze e ambiti

Un’altra spropositata differenza tra gli anglicismi e gli altri forestierismi sta nella frequenza con cui li utilizziamo. Basta scorrere la pagina principale di un qualsiasi giornale in Rete e contare le parole inglesi. Mediamente se ne trovano a decine e le loro percentuali sono altissime, mentre nel caso delle altre lingue se ne trovano al massimo solo una o due, di solito.
Quando “chef” era solo un francesismo e si usava al posto di “cuoco” per moda e snobismo, la sua diffusione era bassa. Nel nuovo Millennio, da quando la stessa parola ci è arrivata dall’angloamericano dell’era dei MasterChef e dei FoodNetwork, la sua frequenza è decuplicata! E oggi l’italiano evoca una professione di serie B: il cuoco è quello delle trattorie e delle mense aziendali – la manovalanza – mentre nei ristoranti stellati o di lusso ci sono solo gli chef.


La cosa grave è che gli anglicismi non riguardano solo la cucina, la moda, il costume o gli ambiti marginali della società, sono penetrati senza alternative nel lessico di tutti i giorni e nei settori strategici della modernità, dove l’italiano è ormai mutilato, incapace di esprimere con parole sue – senza la stampella dell’inglese – i settori come l’informatica, la tecnologia, il lavoro, la scienza, l’economia… e da computer a marketing, da spread a lockdown, le parole italiane sono venute a mancare.

Dalla quantità al salto verso l’itanglese

L’attuale interferenza dell’inglese non ha nulla a che fare con quella del francese o delle altre lingue anche nell’impatto che sta stravolgendo la nostra lingua. Se i forestierismi si possono ancora considerare “prestiti” lessicali isolati, gli anglicismi non lo sono affatto. L’inglese produce il fenomeno delle ibridazioni e la nascita di centinaia e centinaia di parole come chattare, backuppare, downloadare, hackerare, twittare, whatsappare… ma anche zoomabile, fashionista, scoutismo… mentre le radici inglesi si accostano a quelle italiane (clownterapia, libro-game, pornoshop, punkabbestia, webserie…) e parole come killer, o confissi come baby, cyber, over… si trasformano in regole generative foriere potenzialmente di infinite ricomposizioni (killer sassi killer, zanzare killer, squalo killer, cellule killer, batterio killerbaby-calciatore, cyber-criminale, over-ottantenne…). Le parole inglesi si accostano poi tra di loro in una rete sempre più fitta di ricombinazioni che si allargano nel nostro lessico con un effetto domino: food fast food, street foodpet pet food, pet sittersmart smart working, smartphone
Ci sono intere famiglie di parole declinate nelle desinenze in –ing e –er: surf/surfing/surfer, work/working/worker, shop/shopping/shopper… e tra blogger e rapper invece di bloggatori e rappatori l’inglese si trasforma in una grammatica inconscia che genera anglicismi e pseudanglicismi che vivono di vita autonoma: no global, no vax… → no + qualsiasi cosa in inglese; covid hospital, covid free… → covid + qualsiasi cosa in inglese

Tutto ciò non si vede nel caso degli altri forestierismi. L’interferenza dell’inglese si sta trasformando in una neolingua ibrida che sta producendo anche i primi prestiti sintattici dove la collocazione delle parole italiane si scombina: social media manager, green economy o green pass non seguono l’ordine di responsabile della comunicazione digitale ed economia o certificazione verde.

Negli ultimi anni stiamo assistendo alla crescita di enunciazioni mistilingue che alternano all’italiano codici in inglese sempre più complessi come off course, one moment, number one, why not?, very good, oh my God!, last but not least, the best, real time… Questo fenomeno è in fase embrionale, ma si sta allargando e la mia impressione è che sia destinato ad ampliarsi in modo sempre più veloce e profondo. Ultimamente, nel parlato, si sentono sempre più spesso enunciazioni come too much per dire “questo è troppo”. E in questo vezzo anche i verbi cominciano a fare la loro comparsa e si infilano nell’italiano come fosse un normale intercalare, per esempio remember, don’t worry¸ stop, relax, save the datefuck you!

Dalla “questione della lingua” alla questione delle lingue

Questi sono i fatti. Continuare a blaterare che è normale che le lingue si evolvano, come si sono sempre evolute, e concludere che l’interferenza dell’inglese non è preoccupante, significa non comprendere come stiano le cose.

“Tsunami” è un nipponismo, ma non c’è alcun problema a usare un forestierismo del genere, perché è un “prestito” isolato che non rappresenta alcuna minaccia per l’italiano. Certo, qualcuno che si scaglia con l’inglese per motivi che hanno a che fare con il purismo ci sarà sempre. Ma chi non capisce la portata dell’attuale tsunami anglicus rischia di essere l’altra faccia della medaglia di questo purismo anacronistico di cui fa il controcanto. I due atteggiamenti sono altrettanto stupidi.

Il problema non sono i forestierismi, il problema è il numero degli anglicismi, e solo quelli, che hanno preso il sopravvento e non costituiscono più un arricchimento, ma un depauperamento dell’italiano. La questione non è più quella “della lingua”, ma delle lingue di tutto il pianeta minacciate dall’interferenza dell’inglese globale. Quelle minori rischiano di scomparire, ma anche quelle più forti ne escono snaturate. E in Italia, dove non c’è alcuna attenzione per l’ecologia linguistica, dove non esiste alcuna politica linguistica, e dove la nostra classe dirigente diffonde l’itanglese ed è schierata a favore del globalese, siamo messi molto male.

La grammatica dell’itanglese

Chi non conosce il fenomeno dell’exploring nell’innamoramento?
È un concetto che in italiano potremmo tradurre con “fase iniziale di esplorazione conoscitiva nella formazione di una coppia”. La durata di questo periodo può variare, ma si tratta di un processo delicato e determinante per il successivo consolidarsi del legame di coppia.

Non lo avevate mai sentito?
Ci siete cascati?

L’exploring l’ho inventato io in questo momento e non esiste, come non esiste il libro in figura. Ma il punto è un altro. È vero che la fase iniziale della conoscenza è importante. E anche se battezzare tutto ciò con “exploring” è un falso, suonerebbe serio, plausibile e anche suadente, nella bocca del sedicente esperto.

Perché?
Perché nella “fase iniziale della formazione” di una parola-concetto, basta che suoni inglese per apparire fondamentale; e anche perché la suffissazione in “-ing” è diventata così frequente da essere non solo normale, ma foriera di infinite possibili neo-coniazioni ibride.
È arduo quantificare tutte le forme in “-ing” che ci tocca ing-oiare, ma basta fare zapping sui dizionari e sui giornali per fare un po’ di “chiaring” sull’attuale restyling dell’italiano.

I suoni in “-ing”

Nel mondo del lavoro, dopo l’epoca dei meeting, le riunioni creative sono spacciate per brainstorming, una prenotazione è booking, la pianificazione il planning, la tempistica il timing, l’esternalizzare è outsourcing, la pubblicità advertising, le confezioni packaging; si parla come fosse normale di branding e briefing, di merchandising e di franchising, e tra parole come platforming, engineering, manufacturing e tante altre, nell’era del marketing questa è la lingua che si impiega per indurre allo shopping.
Vanno di moda il counseling e il coaching, nell’editoria le revisioni sono diventate l’editing, lo scrivere è il writing, e c’è anche il ghostwriting, oltre allo stoytelling. Mentre le letture diventano reading e la scelta del carattere è il lettering, l’inglese è ormai overbooking.

Nel linguaggio informatico, per essere multitasking, si impone lo “switching alla terminologia inglese: lo scrollare le pagine è lo scrolling, i grafici utilizzano il morphing, bisogna stare attenti allo spamming e al phishing, e poi c’è il debugging, l’hosting e l’housing, lo streaming, il podcasting e il webcasting. Sul cellulare c’è il roaming, e le piattaforme di dating ci permettono di cercare partner nella speranza di fare almeno un po’ di petting.

Le parole in “-ing” spopolano nel linguaggio economico (trading o dumping), persino in quello della giurisprudenza che dovrebbe stare un po’ più al sicuro (dai contratti leasing allo stalking e al mobbing) e in ogni ambito. Nel casting degli anglicismi ci sono i fenomeni di costume come fare outing, c’è il bookcrossing, il caravanning, la cucina è cooking e richiede il catering, l’assistenza infermieristica è il nursing, la pesca incontrollata è l’overfishing, nelle “beauty farm” si offre il peeling, nelle palestre si fa bodybuilding… Nello sport, dopo il dribbling e il pressing, oggi va forte il curling, ma c’è anche il trekking, il surfing e il windsurfing, il canyoning e il rafting, lo spinning, l’acquaspinning e l’aquaplaning e poi il Nordic Walking, il footing, il jogging e il running.


L’italiano si sta facendo proprio un bel lifting. Tutto chiaro o devo fare lo spelling?

Lo pseudo-anglicisming

Queste sono solo le parole più popolari, ma se ne potrebbero aggiungere molte altre, meno frequenti o più tecniche. E un fenomeno come questo non si può spiegare con la favola dei prestiti linguistici. Non stiamo importando parole isolate, stiamo trapiantando un preciso suono e una precisa suffissazione che si trasforma in una grammatica inconscia e in una regola formativa.

Tra queste parole, infatti, ce ne sono molte che sono pseudoanglicismi assenti nell’inglese. Si tratta di veri e propri itanglismi, apparentemente inglesi, costruiti su quel modello linguistico, invece che sui nostri suoni.
In inglese il lifting non è un ritocchino, ma un “sollevare” e un campeggio non è un camping. Camping è l’atto di dormire in tenda o all’aperto, mentre il luogo dove ciò avviene si chiama camping site o campsite. Lo stesso si può dire di parking, che è il parcheggiare e non il parcheggio (car park cioè parco auto).
Anche il mobbing che in italiano indica i comportamenti vessatori sul lavoro, in inglese indica invece un “assalto di gruppo” e l’accezione italiana è incomprensibile per un anglofono. Eppure su questo modello si sono poi sviluppate parole come straining (forma di mobbing leggero o attenuato: sentenza della Corte di Cassazione n. 3977 del 19 febbraio 2018) o bossing (soprusi del capoufficio o dei superiori).

La suffissazione istintiva: petaloso, footing ed escalering

Stando alla Treccani, la parola “petaloso” era comparsa in un articolo di Michele Serra nel 1991. Ma la storia di questa “non-parola” deve la sua fortuna alla stessa suffissazione apposta a petalo da parte di un bambino delle elementari che l’ha impiegata nel 2016. Se avesse avuto un’altra maestra il suo tema sarebbe forse finito in un libro di “errori” come E io speriamo che me la cavo che raccoglieva gli strafalcioni di 60 temi. Ma l’insegnante di turno rimase invece colpita dalla creatività dell’alunno – il sentimento fu espresso in itanglese con un bell’OK – e la segnalò alla Crusca. I cruscanti, gentilmente, risposero che il neologismo era ben formato, ma che non era in uso. La verità è che certe suffissazioni in “-oso” sono diffuse da decenni nelle pubblicità (morbidoso, comodoso, scattoso) e proprio in quegli anni spopolava l’inzupposo del Mulino Bianco in bocca ad Antonio Banderas. Che cos’hanno in comune uno straniero e un bambino? Entrambi costruiscono la loro grammatica per analogia, senza sapere che certe parole non esistono, e non sono in uso, anche se ben congegnate. Perché la loro padronanza del lessico è scarsa.
Ecco, la stessa cosa si può applicare a molti degli pseudanglicismi all’italiana. E dopo petaloso, il prossimo neologismo da rotocalco potrebbe essere per esempio petalosity, invece di petalosità, visto che l’inglese è il nuovo modello formativo a orecchio e istintivo per ogni neologia.

I meccanismi sottostanti ai neologismi a base inglese non coinvolgono solo l’italiano; nell’attuale “tsunami anglicus” globalizzato si ritrovano (in maniera ridotta) anche altrove. La traduttrice Anna Ravano mi ha girato un articolo spagnolo che segnala proprio l’invenzione di “escalering” per indicare la pratica sportiva del salir le scale.

E, passando al francese, molto probabilmente è da lì che abbiamo importato lo pseudoanglicismo footing (cfr. “All’origine degli pseudoanglicismi: footing e autostop”), uno dei più antichi, che risale alla fine dell’Ottocento ed è stato ricavato arbitrariamente dalla radice foot (piede).
Se in francese e in spagnolo questi fenomeni sono ben più sporadici, in italiano sono oramai inarginabili, e non accadono solo per i suoni in “-ing”. Stiamo assistendo a un numero sempre più ampio di radici inglesi che si ibridano, si ricombinano tra loro, si espandono nel nostro lessico e si trasformano così in qualcosa che è più ampio del “prestito lessicale”: diventano regole formative costruite sull’imprinting dell’inglese.

Suffissazioni in “-er”

Nel 1966, nel finale del film di Sergio Leone Il buono, il brutto, il cattivo, c’era la scena del triello, il duello a tre che è diventato il titolo della colonna sonora di Ennio Morricone. La parola è stata poi annoverata nei dizionari ed è persino diventata una popolare fase di gioco del programma L’eredità su Rai 1, attualmente condotto da Flavio Insinna.

Nella puntata del 9 marzo scorso, lanciando il gioco, il conduttore ha parlato scherzosamente di “triellers” per indicare i triellanti, come si potrebbe costruire per analogia sul modello di duellanti. Ma la cosa che mi ha colpito è che #triellers è davvero un’etichetta usata su Twitter dai fanatici del programma che si cimentano in diretta nell’indovinare le soluzioni (traduzione dell’ultimo periodo un po’ difficile e da “boomer”: l’hashtag dei tweet dei fan per i contest online in real time).

Perché accadono queste cose? Perché ci vien da dire triellers invece di triellanti?

Perché i ciclisti e motociclisti diventano biker, i ciclofattorini sono detti rider, gli autisti driver, gli scrittori writer, i creativi pubblicitari copywriter e i parolieri song writer, i giocatori e anche i protagonisti della scena sono player, i diretti interessati sono stakeholder, gli influenti sono infuencer, gli odiatori hater, gli spacciatori pusher, gli artisti perfomer, gli inviati reporter e i fotografi fotoreporter, gli allibratori bookmaker, gli agenti di cambio broker, i padroni o i timonieri di un’imbarcazione skipper, i persecutori stalker, gli allenatori trainer, i transessuali transgender, gli addetti ai lavori insider e i vincitori inaspettati outsider, i controllori controller, gli escursionisti trekker, i corridori runner, i disegnatori industriali designer, gli annunciatori speaker, i navigatori surfer, i guerrieri fighter… E così tra bomber, stopper, hipster, hacker, youtuber… accade che chi fa spam non sia uno spammatore ma uno spammer, così come un rocchettaro è un rocker, un bloggatore un blogger… in attesa che i lavoratori diventino forse jobber, i saltatori jumper, i pattinatori roller, e gli acquirenti shopper… e già si vedono le prime tracce anche di questi usi.

L’italiano evolve quasi solo anglicizzandosi, ed ecco perché poi spuntano, seppur scherzosamente i triellers, perché abbiamo abbandonato il suono dell’italiano per fare nostro quello inglese, e ci stiamo dirigendo forse verso l’assimilazione delle “s” per indicare i plurali che prendono piede sempre di più anche sui giornali e in altri linguaggi di settore (soft skills, stakeholders…).

C’è un caso davvero emblematico che ben rappresenta lo stato della nostra lingua nella sua transizione verso l’italiano newstandard, quello degli umarells.

Anglicizziamo anche i dialetti: l’itangletto degli umarells

Da qualche tempo si è diffusa una voce di origine dialettale per indicare quei pensionati che guardano con le mani dietro la schiena gli scavi nei cantieri, controllando lo stato dei lavori, disapprovando le modalità di intervento o erogando consigli su come si dovrebbe intervenire nel giusto modo. La parola umarell (con due elle), registrata dallo Zingarelli nel 2007, nasce dal dialetto bolognese umarèl, cioè un dispregiativo di “uomo” che corrisponderebbe in italiano a ometto, omiciattolo o omarello, volendo adattarlo. Si tratta di una voce recente, visto che non è contemplata dai dizionari dialettali ottocenteschi che riportano invece termini come umêtt, umarêtt, umein, umarein e uminein (cfr. Marco Brando, “Umarèll, la parola in cantiere“, Treccani, 10/1/22). La voce si è poi diffusa un po’ in tutta Italia ed è diventata un internazionalismo annoverato addirittura nella Wikipedia in inglese.

A scatenare la fortuna della parola è stato Danilo Masotti, un simpatico personaggio che nel 2015 ha preso “umarel” e gli ha attribuito il nuovo significato da macchietta in articolo del suo blog Spettro della bolognesità per poi aprire un sito dedicato all’argomento che si chiamava “umarells”, con la geniale pensata di raddoppiare la “l” finale e di appiccicare alla voce bolognese la “s” del plurale all’inglese che dava al tutto una patina di moderna pseudointernazionalità. Ne è scaturito anche un libro intitolato Umarells forever (dove la dicitura “per sempre” seguiva il titolo in inglese come una didascalia, anche se nell’ultima edizione è stata anticipata). Questo episodio non è isolato. Con il pretesto di essere spiritosi spuntano i triellers e gli umarells, ma ci sono anche gli youtuber vibonesi che si chiamano “Terrons” come ci sono gli “italians” di Beppe Severgnini. Forse sarebbe ora di cominciare a parlare anche di bolognesity, invece che di bolognesità, e di usare un più moderno ghost, al posto di un arcaico spettro.

Tutto ciò per ora è un vezzo comico estemporaneo e occasionale – si potrebbe forse dire one shot che tende a rimpiazzare una tantum nell’attuale sostituzione del latinorum con l’inglesorum – ma ridendo e scherzando è anche la spia di un processo psicolinguistico ben più profondo.

Che cosa si agita nella testa di chi ricorre a queste commistioni?
Lo stesso processo mentale che senza alcuna ironia ci fa dire writing invece di scrivere, reading invece di declamare, blogger invece di bloggatore, hater invece di odiatore, economy invece di economia, green invece di verde, smart invece di intelligente… in una catena di espressioni che travalicano il concetto ingenuo del “prestito”.
Io non ce l’ho con Masotti o i triellers, sia chiaro, ma una mente linguisticamente “sana” – o “decolonizzata” per usare l’espressione di Ngũgĩ wa Thiong’o – partorirebbe triellanti e omarelli, o lascerebbe una voce dialettale senza anglicizzarla con la “s” e gli accostamenti a forever.

Il problema dell’italiano 2.0 sta tutto qui: i nostri suoni non ci vengono più spontanei, non ci piacciono più, li dobbiamo abbandonare o mescolare a quelli inglesi creando di continuo nuovi itanglismi.

È una nevrosi compulsiva irrefrenabile in ogni ambito. Per questo ogni titolo di manifestazione culturale o gastronomica si esprime ormai in inglese – come nei titoli dei film – o con giochi di parole che ammiccano all’inglese; per questo Alitalia è diventata ITA Airwais (con la “s” del plurale), per questo il portale per celebrare e raccontare il patrimonio culturale italiano in tutte le sue forme tranne la lingua si chiama ITsART, per questo l’italiano sta morendo e si sta trasformando in una lingua creola.

L’italiano nella transizione dal suono toscano al sound inglese

“Se l’italiano derivasse da un dialetto della Val Padana, – si legge nel “Morbus Anglicus” del 1987 a proposito di anglicismi – se Dante, il Petrarca e il Boccaccio fossero nati, per esempio, a Bergamo, e se il parlare di quella città fosse stato accettato dal resto del nostro paese, le difficoltà sarebbero minori. Ma Dante, Petrarca e Boccaccio hanno scritto in fiorentino; la lingua che abbiamo ereditata dai nostri antenati è il fiorentino (con qualche cambiamento, s’intende, e con accrescimenti lessicali).”

Arrigo Castellani era toscano, e le parole che terminavano in consonante gli dovevano suonare particolarmente inaccettabili. E infatti aggiungeva che “un italiano in cui le parole terminassero per –t, –ft, –sp, –ps, –nk, ecc., non sarebbe nemmeno più una lingua nel pieno senso della parola” e si ostinava persino a dire e a scrivere filme invece di film.

Il dialetto milanese

Io sono milanese, invece, e anche se il dialetto meneghino lo capisco, non sono in grado di usarlo in modo attivo. Faccio parte della generazione che ha conosciuto lo spezzarsi della tradizione orale per cui era la lingua naturale in famiglia o nel quartiere e sono cresciuto usando solo l’italiano. Mio padre, al contrario, con i nonni e gli zii parlava ancora in dialetto, ma tutti, nel rivolgersi a noi bambini, cambiavano registro e usavano l’italiano.
Fino agli anni Settanta per la città si sentiva parlare il milanese, tra milanesi, ma la composizione sociale urbana era diversissima rispetto a vent’anni prima e tutto era molto cambiato con le migrazioni dal sud. In un primo tempo sorsero dei problemi di incomprensione fortissimi per chi sapeva esprimersi solo nei rispettivi dialetti, perché non tutti erano capaci di usare l’italiano con disinvoltura, né quelli che erano bollati negativamente come “terroni” – prima che analoghe forme di razzismo venissero rivolte ai nuovi migrati extracomunitari – né alcuni meneghini. Le cose sono cambiate con i “matrimoni misti” e i milanesi di seconda generazione, quando tutti ormai parlavano l’italiano e le differenze erano solo nelle cadenze e nelle inflessioni.
Il problema dell’intercomprensiblità non riguarda solo il lessico e la pronuncia di certe parole, ma anche la sintassi. E di recente una peruviana che sta studiando l’italiano e fa la panettiera in un piccolo borgo della Brianza, dove la gente parla ancora in dialetto, mi diceva che stava cominciando finalmente a capire anche il milanese, ed era molto stupita da espressioni come “me pias no” che vuol dire: “Non mi piace”, dove il “no” che nega la frase si pone alla fine, non all’inizio.
Crescendo, ho assistito alla morte del milanese, almeno in città. Decennio dopo decennio, visto che non era trasmesso alle generazioni successive, è scomparso, con il morire dei vecchietti che lo parlavano. E adesso non si sente più. Qualche anziano lo parla ancora all’interno delle mura familiari, ma – al contrario dell’itanglese sempre più diffuso – non si sente, a meno di non spostarsi nei paeselli lombardi lontani dal capoluogo.
Per fortuna non tutti i dialetti hanno fatto questa brutta fine. Ma l’abbandono del milanese è legato anche ad altre ragioni ben più antiche, che risalgono all’unificazione dell’italiano parlato. Oggi, conoscere un dialetto è considerato un arricchimento culturale e un mantenere il legame con la propria tradizione locale, ma agli inizi del Novecento, quando l’italiano non era ancora un patrimonio comune di tutti, parlare il dialetto era considerato un atto di ignoranza, come a testimoniare l’incapacità di parlare l’italiano. Apparteneva ai ceti incolti, e veniva deprecato, esplicitamente vietato e punito a scuola dove si doveva insegnare e praticare la lingua comune a tutti, un principio che si era affermato all’epoca del fascismo. Anche da questo sentore è nata la consuetudine di parlare ai figli direttamente in italiano negli ambienti domestici, per incentivarli alla lingua nazionale e sradicare “l’ignoranza”.
L’unificazione dell’italiano, che è una cosa bella, in alcune aree è però stata pagata con la perdita dei dialetti locali, ed è stato un prezzo molto alto.

I dialetti dell’antichità e la loro toscanizzazione

Facendo un passo indietro di molti secoli, i dialetti italiani, nati dallo sfaldamento del latino tardo e medievale che prendeva le sue proprie forme in ogni località, avevano un grado di intercomprensibilità forte, rispetto ai giorni nostri. Nel Cinquecento, nel Discorso o dialogo intorno alla nostra lingua, che probabilmente fu scritto da Niccolò Machiavelli, si legge:

“Quello che fa ancora differenti le lingue, ma non tanto che le non s’intendino, sono la pronunzia e gli accenti. Li Toscani fermano tutte le loro parole in su le vocali, ma li Lombardi e li Romagnuoli quasi tutte le sospendono su le consonanti, come è pane e pan.”

Se i dialetti non si fossero nel frattempo così diversificati, una panettiera peruviana della Brianza sarebbe oggi più facilitata nell’interagire con i clienti che le si rivolgono in dialetto. Ma allo stesso tempo la comprensibilità del toscano trecentesco è rimasta forte anche oggi, e se ciò che scriveva forse Machiavelli ci è ancora comprensibile, lo stesso vale – con qualche maggiore difficoltà – per la lingua di Dante o di Boccaccio.

Nel Quattrocento, un secolo prima dello scritto machiavellico, il poeta alla corte degli Sforza Gaspare Visconti nella premessa ai suoi componimenti si scusava del suo “non molto polito naturale idioma milanese”. E in queste parole c’era tutto il senso di inferiorità delle altre lingue, degli altri dialetti, nei confronti del toscano, che si era imposto come il modello del volgare illustre della poesia per motivi di prestigio. Solo intorno al Cinquecento questo volgare si è cominciato sempre più a chiamare ”italiano”. E il “purismo” di Bembo che aveva fissato la lingua italiana “pura” in quella delle “tre corone fiorentine” Dante, Petrarca (che però era nato ad Arezzo) e Boccaccio, aveva anche contribuito a stigmatizzare in modo negativo gli altri dialetti. Su questi principi era sorta l’Accademia della Crusca, che aveva lo scopo di separare il fior di farina, la lingua pura, dalle maleparole dialettali e dai barbarismi, criterio che mise in pratica nello stilare il suo primo Vocabolario (1612) che suonava più come un raccolta di parole “lecite”, in quanto usate dalle tre corone, che non volto a dare loro delle definizioni.
Il massimo poeta cinquecentesco, che non era più un toscano bensì l’emiliano Lodovico Ariosto, nel 1516 pubblicò l’Orlando furioso, ricco di parole padovane e settentrionalismi; ma nel pieno spirito dell’epoca, l’edizione fu rivista nel 1521 e poi toscanizzata seguendo i precetti bembiani nel 1532, con el che diventava il, (e in lonello), mentre le x si trasformavano in s e si modificavano anche le forme verbali (mostrerò invece di mostrarò o trassero invece di tràrro). E molto più tardi anche Manzoni avrebbe “ripulito” il linguaggio dei Promessi sposi con lo sciacquare i panni in Arno.
Ma il suono toscano si era già parzialmente imposto anche prima delle tre corone, quando nel Duecento era stato preso a modello dai primi letterati alla ricerca di un dialetto “illustre” che permettesse di comporre poesie intese in tutto il bel Paese, compreso lo stilnovismo del bolognese Guinizelli. In questo affermarsi del toscano vennero toscanizzate persino le liriche che precedevano la scuola toscana pre-dantesca di Cavacanti. Il “Cantico delle creature” francescano – “Altissimu, onnipotente, bon Signore…”, con la “u” di umbro – nelle versioni toscanizzate diventava “altissimo”. E addirittura la lirica in volgare siciliano che Federico II aveva fatto sorgere nel suo regno proprio in opposizione al latino della Chiesa e dei feudatari ci è poi arrivata nelle versioni toscanizzate dai copisti, e dell’originale rimangono solo pochissime testimonianze. Per esempio: Tutti li pinsaminti chi ’l spirtu meu divisa sunu pen’ e duluri è stato trasformato in Tutti quei pensamenti ca spirti mei divisa, sono pene e dolore, e queste toscanizzazioni in molti casi hanno portato a trasformare le rime originali sempre perfette, in rime imperfette.

Le affinità tra il suono inglese e quello milanese

Ho divagato, lo so. Ma tornando ad Arrigo Castellani e al milanese odierno (visto che conosco poco il bergamasco), è chiaro che l’affinità con l’inglese è diversa e meno dirompente rispetto all’italiano, che è a base toscana. Una parola come “négher” che vuol dire “nero”, è così simile a “computer” che passerebbe inosservata, se la “u” di computer non si leggesse “iu” all’inglese. E tra le canzonacce popolari in milanese mi ha sempre colpito un rifacimento di “Let’s Twist Again” – la famosa canzone di Chubby Checker del 1961 – dove “twist” diventava “t’hu vist” cioè “ti ho visto”, se si trascrive così, perché non ho idea delle norme grammaticali del meneghino che dai tempi di Carlo Porta a quelli di Svampa, che in milanese aveva tradotto Brassens, si sono più o meno codificate. In ogni caso, il ritornello si trasformava in “t’hu vist i gamb fino all’orlo di mutand” che si dovrebbe capire, credo (i gamb sono le gambe, cambia il genere), ma se non si capisce esprime ciò che oggi, in itanglese, è forse più comprensibile con l’anglicismo “upskirt” (la sbirciata sotto la gonna). In Rete si trovano denominate così le numerose documentazioni fotografiche delle scosciate televisive che si intravvedono quando l’attricetta di turno in minigonna accavalla involontariamente o meno le gambe. La corrispondenza vocalica del rifacimento della canzone in milanese, comunque, ha una corrispondenza con l’originale inglese davvero calzante.

L’english sound che ci guida (dalla toscanizzazione all’anglicizzazione)

Il punto è allora questo. L’italiano del nuovo Millennio sembra aver perso il prestigio del suono toscano che, pur avversato da tanti fieri anticruscanti e antipuristi di ogni epoca, è quello che abbiamo sempre seguito. Se, nel passato, il complesso di inferiorità linguistico era nel non essere toscani, oggi sta nel non utilizzare il giusto anglicismo. E in questo slittare dal fascino del suono toscano a quello dei suoni inglesi, tendiamo a inventarci da soli i nostri itanglismi sulla base dell’english sound un po’ come durante lo sfaldamento del tardo latino, sul sonus del latino classico, attraverso interferenze locali, straniere o incolte, spuntavano parole distanti da quelle ortodosse, per esempio caballus, al posto di equus, che ha poi preso il sopravvento, trasformandosi nell’italiano cavallo con meccanismi alla base della nascita delle lingue neoromanze, tra cui i nostri dialetti antichi che poi hanno portato all’italiano.
La differenza è che mentre questo processo è nato dal disfacimento dell’Impero romano, quello a cui assistiamo va nella direzione opposta, che spinge verso la nostra fagocitazione nel nuovo impero globalizzato che coincide con l’anglosfera.
E Castellani, subito dopo la citazione che ho riportato all’inizio, continuava:

“C’è purtroppo il rischio che questo italiano finisca col perdere la propria identità, col creolizzarsi, col divenire un dialetto usato solo in certe circostanze o per finalità pittoresche da una piccola minoranza della grande comunità anglofona.”

Rispetto al 1987, molte cose sono cambiate. Oggi fa quasi sorridere la preoccupazione di Castellani davanti alle parole che terminano in consonante e che si possono leggere come una de-toscanizzazione della lingua dove il sì suonava. Il problema è ormai ben più profondo e coinvolge non più solo il lessico, ma anche la morfologia delle parole, in cui le regole della grammatica italiana saltano, nell’ortografia, nella fonologia e anche nella sintassi.
Nel passaggio dal suono toscano al suono inglese – l’english sound che ormai ci guida nella composizione delle neologie e nella strategia di adottare in modo crudo anziché adattare come abbiamo sempre fatto – il lessico si ibrida, per cui se c’è lo screenshot e lo screening, ecco che poi nascono a orecchio lo screnshottare (fare uno screenshot) o lo screenare (fare uno screening) che coniughiamo in modo istintivo e naturale (ho provato a quantificare queste ibridazioni sul sito Treccani). E mentre queste parole non sono più né inglesi né italiane, sono ormai creole, le parole di Castellani si stanno rivelando profetiche: stiamo perdendo l’identità della nostra lingua, non solo nel ricorrere a un lessico fatto di “corpi estranei” (estranei ai nostri suoni e all’ortografia), ma ormai anche nell’importare prestiti sintattici che generano enunciazioni mistilingue. “Il social media manager ha proposto un restyling del brand green-oriented, è una lingua ibrida ben diversa dall’italiano che direbbe la stessa cosa con altre parole, ma anche con altre collocazioni: “Il responsabile della comunicazione digitale ha proposto una revisione del marchio in chiave ecologica”.
Purtroppo, dubito che qualcuno nel mondo del lavoro, sui giornali o anche informalmente tra colleghi, usi una simile formula italiana. Per farlo forse bisognerebbe “chiedere venia dell’itanglese poco pulito”, che in termini moderni corrisponde a non usare i tecnicismi che il mondo del lavoro richiede e impone, dove non adeguarsi diventa pittoresco, patetico o peggio ancora porta all’esclusione dal gruppo perché si viene percepiti come non addetti ai lavori e “ignoranti”.

L’ignoranza di cui vergognarsi è oggi rappresentata dal parlare in italiano invece che in itanglese, come un tempo era rappresentata da usare il milanese invece del toscano.
Nell’odierna lingua dei giornali, delle istituzioni e quindi della gente, la percentuale di anglicismi è altissima (nella figura su meno di 100 parole, compresi gli articoli, 13 sono in inglese).

Alcuni come bar, sport e anche stop sono ormai “normali”, passano inosservati anche se terminano in consonante – con buona pace di Castellani – come tantissime altre parole ormai “italiane”, che comunque si scrivono come si pronunciano, per semplificare (es. over). Ma le reinvenzioni sul suono inglese come “green pass” o “smart working” – che non sono prestiti ma accostamenti di radici inglesi a cui noi diamo l’attuale significato italiano – sono itanglismi a orecchio che rovesciano la nostra naturale collocazione delle parole seguendo appunto l’english sound costruito sulle regole della lingua internazionale che ci guida nel nuovo Millennio. E chi dice che tanto fra 10 anni non parleremo più di “green pass” ha forse ragione, ma ci saranno nuove parole, e molto più numerose, che suonano in inglese, perché il problema non sono i singoli anglicismi ma il suono inglese che ci guida. E questo fenomeno sarà sempre più profondo.

Tra crollo e tracollo

Il prestigio dell’inglese, in sempre più ambiti, è tale da aver scalzato e ucciso l’italiano, che rimane una funambolica possibilità tutta teorica, che non è più naturale e suona forzata. E dopo aver assistito alla morte del milanese, giorno dopo giorno mi pare di assistere alla morte della mia lingua naturale, sostituita da qualcosa che è altro. Qualcosa che non è una “normale” evoluzione, ma al contrario una trasformazione che viola tutte le regole ed esce dal normale evolversi di una lingua. Le lingue evolvono, certo, ma invece di limitarci a queste massime lapalissiane, dovremmo comprendere che nell’evolversi ci sono dei limiti e dei paletti che quando si superano portano alla morte di una lingua, e il latino è morto proprio nella sua evoluzione in qualcosa d’altro.
Oggi l’italiano sta rischiando di divenire un dialetto di un anglomondo che pensa e parla in inglese, e il prezzo da pagare per questa internazionalizzazione che coincide con l’angloamericano, non con il plurilinguismo, è troppo alto.
Accanto alla creolizzazione si intravedono le prime scelte politiche di abbandonare del tutto la nostra lingua per passare al solo inglese. Ciò avviene nelle denominazioni nazionali come Alitalia che diventa ITA Airways; nelle decisioni di insegnare nel solo inglese all’università, come nelle scuole coloniali; nella lingua degli articoli scientifici; persino nei progetti di ricerca tutti italiani come i Prin o il Fis che per legge si devono presentare e discutere solo in inglese, e non nella nostra lingua madre. E quando il principale centro di irradiazione della lingua non è più fatto dai nativi, perché le nuove parole arrivano da fuori direttamente in inglese grazie ai prodotti, alla pubblicità o alla tecnologia delle multinazionali, e a ciò si aggiunge che l’inglese diventa la lingua di comunicazione della scienza e della scuola anche all’interno del nostro stesso Paese, il rischio paventato da Castellani si è avverato, e il tracollo è già iniziato.

Anglomania compulsiva: dai singoli “prestiti” alle regole dell’itanglese

Mettiti comodo. Inspira profondamente. Adesso espira e rilassati… anzi relax!
E ora ripeti: no panic! No problem! No smoking! No comment, no global, no mask, no vax, no limits! Non c’è limite a queste espressioni.
Prendi fiato nuovamente e continua: no logo, no tax, no tax area, no fly zone, no fly list, no oil, no pain no gain, no show, no contest
No… Non si tratta di un metodo per imparare l’itanglese con l’ipnosi, è quello che accade quotidianamente con la sovraesposizione agli anglicismi da cui siamo bombardati nella panspermia del “virus anglicus”.

In questo modo siamo indotti a introiettare una regola, quasi senza accorgerci, e a far diventare questa combinazione di “no + qualsiasi cosa in inglese” una sorta di grammatica generativa “no italian” che ci permette di inventare i nostri pseudoanglicismi anche personalizzabili, anzi customizzabili, con la stessa logica di quel bambino che ha partorito un ormai celebre “petaloso” probabilmente derivato dal martellamento del linguaggio delle pubblicità e dal biscotto “inzupposo” del Mulino Bianco.

Era il 1980 quando Jane Fonda e le sue due colleghe vessate dal maschilismo del loro capoufficio erano inseguite dalla polizia, e nel baule della macchina avevano un cadavere. Nella scena del film Dalle 9 alle 5 orario continuato, per ben tre volte la protagonista gridava alle altre: “No al panico”, una scelta di doppiaggio insolita rispetto al più consueto “niente panico”.
Oggi l’espressione “no al panico” restituisce su Google circa 67.200 risultati, contro i 227.000 di “no panico”, e i 1.510.000 di “no panic” (la variante più italiana “niente panico” ne conta 319.000). La preposizione “al” è in declino per interferenza dell’itanglese, più che dell’inglese dove circola don’t panic, e ha portato a far diventare “no panic” persino un’icona grafica declinata in ogni modo.

Mario Draghi, Luca Zaia e Nando Mericoni

Perché mai dovremmo dirlo all’inglese?
Se lo è chiesto venerdì scorso Mario Draghi, con un atteggiamento inaudito nella nostra politica recente, quando ha interrotto ironicamente la lettura di un comunicato che gli avevano scritto con le parole smartworking e babysitting.
La risposta sta nella nostra alberto-sordità: ci sentiamo più belli, invece che ridicoli come Nando Mericoni interpretato da Alberto Sordi. Ma questo complesso di inferiorità si nutre di una sovraesposizione all’angloamericano sempre più dilagante che ci abitua e ci colonizza la mente in modo subliminale. Il numero e la frequenza degli inglesismi è tale che hanno fatto il salto, i “prestiti” lessicali sono ormai i trapianti linguistici che germogliano e stanno creando i primi abbozzi di una lingua creola, dove emergono delle nuove regole formative.

Se c’è il doping, il dribbling, lo shopping, il brainstorming, il body building, il bird watching, il baby sitting, il meeting… poi è normale l’accettazione della regola dell’ing (di inglese) per cui una prenotazione è booking, il cucinare cooking, la messa in piega brushing, il tirare fuori e l’esternare outing, la formazione a distanza e-learning… In questo modo si arriva alla creazione di pseudoanglicismi come il footing (dalla radice foot, diffuso anche in Francia), affiancato dai più ortodossi jogging e running, o il dressing per indicare il vestire (da to dress, ma in inglese dressing è un condimento per l’insalata, e per l’abbigliamento si parla di clothing).

E allora il presidente del Veneto Luca Zaia ha parlato dei caregiver, cioè i badanti o gli assistenti familiari, convinto che fossero gli autisti dei disabili; car evoca automobile e giver ricorda forse i guidatori sul modello di taxi driver. Certi lapsus sono freudiani. È in questo modo che l’interferenza dell’inglese agisce, e gli anglicismi si moltiplicano.

Classificare le espressioni inglesi una per una e chiamarle “prestiti”, come fanno i linguisti, significa isolarle dal loro contesto, e non essere in grado di comprendere ciò che sta accadendo. Il Morbus Anglicus non consiste più nell’importare singoli prestiti di “lusso” o di “necessità”, è una patologia psichica e sociale che porta alla coazione a ripetere, l’anglomania è diventata una nevrosi compulsiva.

Le espressioni inglesi vanno inquadrate e spiegate nelle loro relazioni.
Se le multinazionali del farmaco sono chiamate Big Pharma, poi accade che le piccole e medie e imprese del farmaco diventino le Small Pharma. Tutto questo ha una ripercussione anche sull’abuso delle maiuscole a inizio parola, che sono ormai diventate la norma per certe citazioni dall’inglese, per essere più fedeli all’originale, in una tendenza che sta facendo aumentare questo vezzo anche per molte espressioni italiane, alla faccia delle norme editoriali e della tendenza all’abbandono delle maiuscole reverenziali un tempo molto più diffuse.

Dal Corriere.it del 9/3/21

Work, working, worker(s) e key worker

La regola formativa delle desinenze in “ing” si affianca poi a quella delle desinenze in “er”.
Se c’è il working e il co-working ci sono poi i worker e i co-worker, come ci sono i rocker e i rapper (non i rocchetari e i rappatori), i blogger (non i bloggatori), i rider, i bomber (pseudoanglicismo calcistico) e gli stopper

Coach/coaching/coacher,
surf/surfing/surfer,
run/running/runner
questi non sono prestiti lessicali isolati! Il numero di queste parole è tale da trasformarsi in una regola per la formazione delle parole come in inglese!

Poco tempo fa mi hanno segnalato un articolo su OggiScuola che ripete sin dal titolo in maniera ossessiva “key worker” come fosse una normale espressione italiana comprensibile a tutti. In questo modo la si diffonde facendo sentire inadeguato e ignorante il lettore, che si colonizza all’itanglese: si dice così! Come? Non lo sai? Adesso te l’ho insegnato. Va e ripeti. Crescete e moltiplicatevi.
Con queste tecniche si controlla maggiormente il destinatario, invece di usare un linguaggio adatto a lui come nelle buone vecchie prassi del giornalismo. La comunicazione comprensibile e trasparente è stata sostituita dalla newlingua orwelliana. Il linguaggio è uno strumento di controllo e predispone il lettore attraverso i paroloni e l’inglesorum (il nuovo latinorum degli azzeccagarbugli) a uno stato psicologico di inferiorità che è funzionale a trasformare ogni suo eventuale “non sono d’accordo” con un: “No, ti sbagli, è solo che non hai capito”.

La spiegazione di cosa siano i key worker arriva solo alla fine, con strategia acchiappona che costringe a leggere l’articolo sino all’ultima riga: sono solo “le categorie di lavoratori le cui prestazioni siano ritenute indispensabili per la garanzia dei bisogni essenziali della popolazione”. Ma il lettore ci deve arrivare da solo combinando le radici che sono già diffuse. Non ci sono i lavoratori indispensabili, necessari, strategici, le figure chiave del lavoro, le mansioni perno… c’è una lunga spiegazione che fa sembrare l’anglicismo comodo e necessario, come se non avessimo equivalenti. L’italiano non esiste più, evidentemente è solo un modo patetico di esprimere un concetto nella nostra lingua obsoleta. Se una parola chiave è keyword (da digitare sulla tastiera-keyboard), i concetti chiave sono key, e i sistemi delle chiavi intelligenti sono venduti come keyless (che si appoggia a contactless, ticketless… e in generale all’italian-less).
Sull’altro versante, se il lavoro è work (work in progress, e-work, smart work e smart working, dove in inglese c’è ormai il lavoro e anche il lavorare), è chiaro che i lavoratori diventino worker ed e-worker – almeno fino a quando non verrà sdoganata la “s” del plurale che si trova sempre più di frequente (smart workers) – visto che le mansioni si esprimono sempre più spesso solo in inglese, e tra navigator e train manager, nascono così i sindacati dei rider(s) o dei pet sitter.

Dal Corriere.it del 16/2/21

L’aziendalese è ormai diventato itanglese e dunque nell’epoca delle riforme del lavoro chiamate jobs act (più digeribile di “abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori”), i vecchi centri per l’impiego si ribattezzano con job center, senza una reale ristrutturazione, mentre i lavoretti sfigati di precari che rappresentano i nuovi poveri sempre più dilaganti sono dei graziosi minijob, su cui si basa la gig economy, edulcorazione di economia selvaggia dello sfruttamento senza diritti. Il vezzo di esprimere l’economia in inglese ha avuto inizio alla fine degli anni Novanta con la bolla speculativa chiamata new economy. Ma allora come chiamare l’economia normale? Semplice: old economy. E in che altro modo, se no? E se ciò che è ecologico diventa green, l’economia verde diventa green economy, che si abbina molto bene anche alla blue economy, un accostamento per tutte le stagioni, dove anche i colori come il blu (adattamento del francese bleu) si anglicizzano sul red carpet della moda e tra total black e total white si procede verso tutte le sfumature di gray.

La grammatica dell’itanglese

Qui a essere prese in prestito non sono più le singole parole, ma sequenze logico-lessicali di ben altra portata, che possiedono le loro radici; vengono trapiantate porzioni di dna linguistico, che si innestano e moltiplicano come la gramigna in una versione transgenica e si ibridano con il nostro vocabolario storico tra parole e locuzioni realmente importate dall’inglese e quelle che prendono vita in modo autonomo, per le diverse forme o per i diversi significati rispetto all’originale.

Nella scorsa puntata di Piazza Pulita (condotta da Corrado Formigli su La7) un giornalista ha fatto un servizio su quello che si potrebbe definire “il dramma delle fake mask”, così ha detto, cioè vendute come certificate anche se non lo sono affatto. Queste mascherine non omologate, cioè false, contraffatte, taroccate sono state introdotte con un concetto in inglese. C’est plus facilesorry… è più easy! E non è il primo giornalista ad avere usato questa espressione, in una tendenza a usare i concetti-chiave in inglese, porli al vertice di una gerarchia linguistica e farli diventare una categoria, mentre all’italiano – lingua di rango inferiore – si ricorre solo all’interno degli articoli.

Dopo i fake e le fake news, vuoi vedere che presto nascerà la regola di fake + qualunque cosa in inglese?
I falsi positivi dei tamponi potremmo definirli fake positive, i falsi invalidi potrebbero diventare fake disabled(s), i soldi falsi fake cash, visto il successo di cash, del cashback istituzionale e del cashless, in una distruzione dell’italiano sempre più sistematica che ci sta portando verso il fake italian mescolato al fake english.

Questi “prestiti” dall’angloamericano non si riescono più a restituire, e soprattutto non sono come quelli che provengono dalle altre lingue: non sono statici, portano a un’ibridazione virale, si allargano nel nostro lessico e sono destinati a soffocarlo e a prendere il sopravvento.

Siamo appena agli inizi d’un processo di scadimento e frantumazione della lingua: solo crepe nei muri e qualche pavimento sconnesso. Ma bisogna intervenire, e bisogna farlo sia individualmente, sia nella scuola, sia attraverso i mezzi d’informazione e gli organi ufficiali”, scriveva nel 1987 Arrigo Castellani nel suo “Morbus Anglicus” (p. 153).

Purtroppo, da allora, gli interventi della scuola, dei mezzi di informazione e delle istituzioni sono andati nella direzione contraria, tutti hanno scelto di passare all’itanglese, invece di tutelare l’italiano. E il processo di frantumazione – il restyling della nostra lingua – ha oggi una dimensione tale per cui in molti ambiti le pareti sono crollate e nei prossimi decenni crolleranno anche i muri portanti e i soffitti. L’itanglese è ormai una lingua, e sta sviluppando le sue prime regole.

La parole di Draghi sono arrivate in modo inaspettato e sono importanti. La speranza è che non siano uno sprazzo, ma un segnale di cambiamento prossimo venturo.

Il caso “shopper” e i buchi dei dizionari

Ero lì che ciondolavo con uno dei mie giochini preferiti, Ngram (ognuno si diverte come può), e mi son trovato davanti all’impennata del termine shopper, che dal 2000 ha praticamente quadruplicato la sua frequenza e sale inesorabilmente.

shopper_Ngram
La frequenza di “shopper” nel corpus dei libri italiani, periodo di riferimento: 1960-2008.

Mi è venuto in mente Arrigo Castellani, che nel suo “Morbus anglicus” del 1987 scriveva:

“Tutti oggi dicono sacchetti (del supermercato); ma negli scontrini c’è scritto shoppers, e i produttori vogliono che s’usi quella parola, che gli pare più prestigiosa.”

[Arrigo Castellani (1987), “Morbus anglicus”, p. 152, in Studi linguistici italiani, n. 13, Salerno Editrice, Roma, pp. 137-153.]

Quindi adesso si dice così? Ho pensato. Possibile che quando vado al supermercato sento dire sacchetto, busta, persino sportina, ma non mi è mai capitato di sentire chiedere uno shopper? Devo essere sempre più antico, ho concluso. E allora sono andato a controllare sui dizionari se questa parola avesse assunto altri significati. Ma niente:

per il Devoto Oli 2017 è solo un “sacchetto di carta o plastica con manici, distribuito ai clienti di negozi o grandi magazzini per il trasporto di oggetti acquistati al minuto”; per lo Zingarelli 2017 anche: “sacchetto con manici, di plastica o di carta, fornito ai clienti da negozi o grandi magazzini per il trasporto della merce acquistata”; come per il Nuovo De Mauro (“sacchetto di carta o di plastica per la spesa , in cui di solito sono impressi marchi , messaggi pubblicitari e sim.”), per il Gabrielli (“sacchetto di plastica o di carta dotato di manici, usato per trasportare la merce acquistata”) e per il vocabolario Treccani (“capiente sacchetto di plastica o di carta resistente [detto anche shopping bag «borsa per gli acquisti»], fornito di manici e spesso con scritte pubblicitarie, che i negozî e i grandi magazzini forniscono ai clienti per il trasporto della merce acquistata”). Shopper non è invece presente tra gli innumerevoli neologismi Treccani, come non è presente sul Sabatini Coletti disponibile in rete.

Qualche giorno dopo, facendo la spesa chiedo alla cassiera uno “shopper” e mi guarda storto. Poi parlo con un’amica che redige un noto sito di moda (ma che si inalbera quando dico così invece di fashion blogger) e mi spiega che più che i volgari sacchetti della spesa gli shopper sono sacchetti lussuosi e prestigiosi, o firmati (per dirlo con parole mie traducendo dall’itanglese la sua riposta), come si evince facilmente anche da uno sguardo alle immagini di Google.

shopper
Le prime immagini mostrate dalla ricerca su Google.

Infine cerco in rete, e mi rendo conto che da più di quindici anni la parola ha acquistato un nuovo significato, e viene usata come sinonimo di “acquirente”, come in inglese (l’etimo dello Zingarelli 2017: “vc. ingl., dove ha, però, il sign. di ‘acquirente, chi va a comperare [to shop]”). E infatti si trovano trattati sullo “shopper marketing” che investe sul punto vendita per trasformare i passanti in acquirenti, oppure si parla di “personal shopper”, cioè consulenti per gli acquisti, che hanno dato vita persino al titolo di un film (Olivier Assayas, 2016), e non c’è quasi nessuno, in rete, che usi shopper nel significato di sacchetto, a parte le aziende che li producono e li pubblicizzano a questo modo.

In effetti, sul Devoto Oli 2017 sono state inserite anche le voci “serial shopper” (“frequentatore instancabile di negozi alla moda” rifatto scherzosamente sul modello di serial killer) e “personal shopper” (“consulente personale per gli acquisti”, composto di personal [= personale] e shopper [= acquirente]). In altre parole si sono aggiunte alcune nuove locuzioni dove è presente il nuovo significato, ma nessun dizionario, sino a oggi, si è preso la briga di andare a ritoccare la voce madre.

La gente non si basa sui dizionari nel parlare, se ne frega e parla come vuole, o forse sarebbe meglio dire: ripete quello che sente in giro e si adegua. Dunque non resta che prenderne atto e, visto che è l’uso che fa la lingua, lancio il mio appello a tutti i dizionari italiani: aggiornate il vostro lemma che è fermo agli anni Ottanta!

PS
Per la cronaca, il Devoto Oli 2017 riporta le seguenti parole con la radice shop:

coffe shop, duty-free shop, e-shopping, free shop, gift shop, personal shopper, serial shopper, sex shop, shopaholic, shopper, shopping, shopping center, shoppingmania, windows shopping, workshop.

Ma sono ancora poche, in rete ne circolano ben di più.