La legge per l’italiano è stata assegnata anche alla Camera

Il 20 aprile, la nostra proposta di legge per l’italiano è stata finalmente assegnata anche alla Camera (n. 727, VII Commissione cultura). Il 14 marzo era già stata assegnata al Senato (n. 795, VII Commissione permanente, Istruzione, beni culturali).

A questo punto ha inizio la fase 2: individuare qualche parlamentare sensibile alla questione e convincerlo a chiedere di inserirla nell’ordine del giorno perché sia discussa, altrimenti rimarrà chiusa nei cassetti e sepolta tra i faldoni che mai nessuno leggerà.

I primi contatti con qualche senatore sono già avvenuti, anche se non è facile ottenere risultati. C’è chi sembra completamente indifferente alla questione, chi ha speso qualche buona parola per la lodevole iniziativa ma ha replicato che “però è difficile coinvolgere su questo tema…” e non “è il momento adatto…”, e chi a risposto che ne avrebbe parlato con altri per farci sapere.
Adesso che possiamo rivolgerci anche ai parlamentari della Camera ci sono più possibilità di essere ascoltati e continueremo nella nostra opera di individuazione tempestando di richieste di contatto entrambi i rami del Parlamento.

Per farci ascoltare sarà strategico sia il numero dei firmatari che appoggiano la proposta sia la rassegna stampa che riusciremo a ottenere.

Per questo stiamo lavorando alla campagna “convinci un parlamentare a discutere la nostra proposta di legge”, e per diffondere l’esistenza dell’iniziativa ho preparato anche un video nella speranza sia condiviso dal maggior numero di persone possibile.

Intanto, nel giro di un mese, i 7 firmatari della petizione sono centuplicati, e le adesioni in Rete sono al momento più di 700. Inoltre, qualcosa si muove anche sul panorama mediatico, dopo l’articolo su Oggi, è uscito un pezzo sul portale Italiani.it e oggi parlerò dell’iniziativa nella trasmissione Salvalingua di RadioRadio.

Nel frattempo, voglio chiarire un po’ di luoghi comuni che accompagnano le reazioni alla nostra proposta, spesso percepita attraverso preconcetti che ne distorcono gli intenti e le motivazioni.

Non è la solita battaglia purista

Il purismo non c’entra proprio nulla, è una questione di ecologia linguistica. Il problema degli anglicismi non è quello di bandire le parole straniere per principio, ma è nella sproporzione rappresentata dal numero degli anglicismi e dalla loro frequenza d’uso. Nel 1990 il Devoto Oli registrava 1.700 anglicismi, oggi sono 4.000. Nel 1995 lo Zingarelli ne annoverava 1.800 e oggi 3.000. Ciò significa che nell’arco di una sola generazione abbiamo importato ben più di un migliaio di neologismi in inglese crudo, parole che violano le regole della nostra pronuncia storica e della nostra ortografia e che stanno snaturando il nostro parlare rendendolo una lingua lessicalmente creolizzata. Se il 50% dei neologismi del nuovo Millennio è in inglese è perché il nostro idioma non evolve più attraverso le sue regole endogene e importa tutto ciò che è nuovo da fuori e in una sola lingua: l’inglese. Auspicare la coniazione di parole nuove è tutto il contrario del purismo, storicamente ostile ai neologismi almeno quanto ai forestierismi. A volere ingessare le parole italiane nel loro uso storico, e a farle morire, sono oggi gli anglopuristi che preferiscono importare dall’inglese anziché inventarne di nuove o allargare il significato di quelle già esistenti.
Gli anglomani sostengono che usare l’italiano sarebbe ridicolo, disdegnano ogni soluzione creativa basata sulla nostra lingua, e così nascono i cargiver invece degli assistenti familiari e dei badanti con una nuova accezione, mentre i “non-è-propisti” sbandierano che lo smartworking non sarebbe proprio come il telelavoro, il lockdown non sarebbe proprio come il confinamento che usano invece in Francia e in Spagna, e così via.

E allora chi è più purista? Chi vuole coniare nuove parole o chi vuole relegare l’italiano alla lingua dei morti e non farlo evolvere perché ciò che è nuovo si esprime in inglese?

Non è una battaglia di retroguardia che si scontra con la modernità e l’internazionalismo

Credere che essere internazionali coincida con il parlare l’inglese è una presa di posizione da respingere. Il progetto di portare tutti i Paesi sulla via del bilinguismo a base inglese – la lingua madre dei popoli dominanti – ha origini colonialistiche, non ci conviene e soprattutto non è un dato di fatto né un progetto realizzato, come gli anglomani vogliono fare credere. Accanto all’idolatria dell’inglese come lingua internazionale della globalizzazione, c’è un’altra filosofia da contrapporre, che vede nel plurilinguismo un valore e una ricchezza da tutelare e promuovere. La lingua dell’Europa non è l’inglese, ma come diceva Umberto Eco è la traduzione, e dopo l’uscita del Regno Unito dalla Ue, questo principio dovrebbe essere difeso energicamente. Decisioni come quelle di inserire l’obbligo dell’inglese nei concorsi per la pubblica amministrazione (riforma Madia) o nella presentazione dei Prin (Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale) violano i principi affermati dalla Corte di giustizia dell’Unione europea (comunicato stampa n. 40/19, 26 marzo 2019) secondo la quale “le disparità di trattamento fondate sulla lingua non sono, in linea di principio, ammesse”, a meno che non esistano “reali esigenze del servizio”, ma in questi casi devono essere motivate “alla luce di criteri chiari, oggettivi e prevedibili”.

In sintesi non siamo retrogradi, abbiamo invece un’altra idea di cosa significhi essere internazionali, e crediamo sia auspicabile fare come fanno in Svizzera, dove il plurilinguismo è un modello che potrebbe essere d’esempio anche all’Europa, oppure come avviene in Francia e in Spagna, dove l’abuso dell’inglese e il suo mischione con la lingua locale non è considerato “internazionale”.

E allora chi è più internazionalista? Chi guarda a ciò che avviene negli altri Paesi a noi vicini e alle lingue sorelle, o chi ha in testa solo l’egemonia dell’inglese?

Non c’è alcun legame con le nostalgiche guerre ai barbarismi

La tutela e la promozione della lingua italiana non sono né di destra né di sinistra, perché la lingua è di tutti ed è un patrimonio culturale che ci accomuna. È triste che molti politici non lo capiscano, e le critiche che sono arrivate da una certa parte della sinistra sono ridicole. Proprio a sinistra dovrebbero capire che l’inglese è accessibile solo ai ceti alti, al contrario dell’italiano patrimonio di tutti, e usare anglicismi poco trasparenti, rendere l’inglese una seconda lingua obbligatoria o farne la lingua della formazione è un disegno che crea fratture e disuguaglianze sociali, e che sta portando a una “diglossia neo-medievale” che esclude molti cittadini.

Non comprendere questo fatto e lasciare la tutela della lingua alla destra è una posizione miope e per loro controproducente. Ma fuori da ogni ideologia e ogni partito, tutti i politici dovrebbero riflettere sul fatto che nel nostro Paese non esiste alcuna politica linguistica. Esistono leggi contro la contraffazione dei nostri prodotti o che tutelano il nostro patrimonio paesaggistico, artistico e culturale, ma sembra che quello linguistico non faccia parte della nostra cultura; e così capita che il progetto di un portale per “celebrare e raccontare il patrimonio culturale italiano in tutte le sue forme e offrirlo al pubblico di tutto il mondo” lo si chiami in inglese, ITsART! Non intervenire sulla lingua, come si interviene sugli altri aspetti che contraddistinguono il nostro Paese, significa lasciarla morire. Il fatto che l’unico esempio di politica linguistica italiana risalga al fascismo non significa che sia quella la via da riproporre! Basta guardare a cosa accade in Francia, in Spagna o in Svizzera dove la promozione della lingua non ha niente a che vedere con il passato del nostro ventennio. Tutelare l’italiano sempre più schiacciato dall’inglese globale, semmai, dovrebbe essere accostato alla Resistenza!

E allora chi è più nostalgico? Chi non sa vedere altro che la politica linguistica del fascismo o chi ha capito che la politica linguistica è un’altra cosa?

Non vogliamo fare alcuna “crociata”

Le crociate non ci piacciono, e la tutela dell’italiano non c’entra nulla con le crociate. La nostra lingua è minacciata dall’invasione degli anglicismi che in parte sono il risultato dell’espansione delle multinazionali americane che esportano la loro tecnologia, le loro merci, la loro cultura e insieme a queste anche il loro lessico e la loro lingua madre che si vuol far diventare la lingua internazionale.
Purtroppo la nostra classe dirigente sembra colonizzata, e ha in testa solo l’inglese e ciò che arriva dagli Stati Uniti, con la conseguenza che l’espansione della newlingua delle multinazionali è agevolata dall’interno, da una schiera di persone – dai politici ai giornalisti – che abusa degli anglicismi e in questo modo li fissa nell’uso (cashback, jobs act, covid free) facendoli apparire più solenni persino quando sono solo pseudoinglesi.

E allora chi sono i crociati? Coloro che vogliono tutelare e promuovere l’italiano e il plurilinguismo o coloro che vogliono imporre a tutti la lingua e i termini dei Paesi dominanti?

Non ci ispiriamo alle proposte di Fratelli d’Italia

Il 25 marzo, in occasione del Dantedì, qualche onorevole come Fabio Rampelli e Giorgia Meloni ha rispolverato una vecchia proposta di legge che di tanto in tanto ripropongono.

La nostra proposta è stata inoltrata il 22 marzo, ma da questo sito promuovo da anni le stesse richieste, che l’anno scorso sono state abbozzate in una petizione al presidente della Repubblica Mattarella.
La proposta di legge di Fratelli d’Italia, già presentata in una variante del 2018, conteneva alcune frasi copiaincollate da questo sito (lo avevo già scritto e spiegato a suo tempo), dunque non siamo noi a ispirarci a questo tipo di proposte, che sono tra l’altro profondamente diverse dalle nostre, nelle soluzioni prospettate e nei principi di partenza.

La legge di Fratelli d’Italia è incentrata soprattutto su una riforma costituzionale e su un generico appello alla legge Toubon che ne ammira gli aspetti proibitivi. Gli unici punti di contatto con la nostra proposta sono nell’evitare l’inglese nel linguaggio istituzionale e nella richiesta di inserire l’italiano nell’articolo 12 della Costituzione (quello che fissa i colori della bandiera). Questa seconda richiesta, però, ha per noi un valore simbolico più che pratico, in quanto la Corte Costituzionale ha già più volte sancito che l’italiano è la nostra lingua. Dunque, al centro delle nostre proposte ci sono altre cose, e le 11 richieste avanzate sono molto più concrete, incentrate sulla promozione e il convincimento attraverso campagne mediatiche e soprattutto legate al tema del plurilinguismo. Fratelli d’Italia, al contrario, auspica e promuove “la creazione di una generazione pienamente bilingue, con la perfetta padronanza della lingua inglese”, e non vedo una convergenza sulle nostre richieste che riguardano i Prin, la legge Madia. la dfesa dell’italiano come lingua della formazione o la sua tutela in Europa per fare in modo che ritorni a essere lingua di lavoro.

Per firmare e appoggiare la legge schiaccia l’immagine!

Fatta chiarezza su questi aspetti, non mi resta che ribadire che la nostra proposta di legge viene “dal basso” ed è assolutamente slegata da ogni ideologia di partito, dalla sinistra alla destra.

I tentativi di coinvolgere i parlamentari che seguiranno saranno rivolti ai responsabili della cultura (e non solo a loro) di ogni schieramento, per tentare di dare vita a una corrente per l’italiano il più possibile trasversale.

Utopistico?

Certamente. Ma bisogna almeno provarci, ed è sempre meglio che lamentarsi e non fare nulla.

Politecnico di Milano: la nuova sentenza che apre all’inglese nell’università

La notizia è di pochi giorni fa. Sulla possibilità di insegnamento in lingua inglese al Politecnico di Milano, una nuova sentenza del Consiglio di Stato ha ribaltato completamente quella del 19 gennaio 2018 che sanciva il primato della lingua italiana all’università, secondo quanto espresso nel 2017 dalla Corte Costituzionale.
La novità è che si può insegnare prevalentemente in inglese. In questo modo, di fatto, si spalancano le porte ai corsi universitari in lingua inglese non solo al Politecnico, ma anche in tutti quegli atenei che si potranno appoggiare a questo precedente per emulare la strategia milanese.

La sintesi di una complicata vicenda che risale al 2012

marco cerase in italiano pleaseLe vicende giudiziarie sulla questione sono lunghe e complicate, ma per ripercorrerle in modo agile e molto comprensibile segnalo il libro chiaro e piacevole di Marco Cerase: In italiano please! Istigazione all’uso della nostra lingua all’università (Armando editore, Roma 2019).

Sintetizzo la storia infinita che Cerase ha delineato con obiettività e precisione nelle tappe tra tribunali di giustizia e aule parlamentari.

Bisogna risalire al 2012, quando Giovanni Azzone, allora Rettore del Politecnico di Milano, decise di rendere obbligatorio l’insegnamento solamente in lingua inglese nei corsi magistrali e dottorali a partire dall’anno accademico 2013-2014, estromettendo così la lingua italiana dalla formazione superiore di ingegneri e architetti.
La decisione sollevò l’indignazione di molte persone e un gruppo di docenti cercò inutilmente di convincere l’ateneo a cambiar rotta. Bisogna precisare che il motivo del contendere non era l’estromissione dei corsi in lingua inglese (come spesso si è detto erroneamente). Questi insegnamenti già esistevano e nessuno ne aveva chiesto la soppressione. Il punto era un altro: non estromettere l’italiano passando all’insegnamento nella sola lingua inglese.

Davanti all’irremovibilità del Politecnico, moltissimi docenti firmarono un appello al presidente della Repubblica Sergio Mattarella. A nulla valsero il polverone mediatico e le prese di posizione dell’Accademia della Crusca (cfr. N. Maraschio e D. De Martino, Fuori l’italiano dall’università? Inglese, internazionalizzazione, politica linguistica, Laterza, Bari-Roma 2012). Così, grazie all’iniziativa di Maria Agostina Cabiddu – docente di Istituzioni di diritto pubblico che per la sua battaglia ha da poco ricevuto il premio della Crusca “Benemeriti della lingua italiana” – il gruppo di professori si è rivolto al Tar della Lombardia che ha dato loro ragione sancendo che la lingua italiana dovesse mantenere il “primato in ogni settore dello Stato” e che la decisione era illegittima.

Ma il Politecnico e – si badi bene! – il nostro Ministero dell’Istruzione e dell’Università (il Miur), invece di accettare questo giudizio, hanno impugnato la sentenza del Tar presso il Consiglio di Stato che ha a sua volta sollevato dei problemi sull’illegittimità costituzionale di una norma su cui l’appello del Miur si fondava.

Nel 2017 è così arrivata una sentenza della Corte Costituzionale (21 febbraio 2017 – 24 febbraio 2017, n. 42) che ha ritenuto “non condivisibili” tutte le considerazioni del Tar Lombardia, e pur riconoscendo la “primazia” della lingua italiana (tutelata anche dall’art. 9 Cost.) ha ammesso la possibilità di erogare insegnamenti anche in lingua straniera, specificano però che

“gli atenei debbono farvi ricorso secondo ragionevolezza, proporzionalità e adeguatezza, così da garantire pur sempre una complessiva offerta formativa che sia rispettosa del primato della lingua italiana, così come del principio d’eguaglianza, del diritto all’istruzione e della libertà d’insegnamento.”

Chiarito questo punto fondamentale (il primato dell’italiano e l’erogazione dei corsi in lingua straniera secondo il principio di ragionevolezza e proporzionalità), finalmente il consiglio di Stato ha potuto emettere la sentenza finale del 2018 dichiarando che non è possibile l’insegnamento solo in lingua inglese e che, benché gli atenei possano erogare corsi anche in lingua inglese, l’italiano non può essere relegato in “una posizione marginale e subordinata” e il suo primato deve essere riconosciuto.

La storia sembrava finita bene… ma nonostante questa pronuncia, il Politecnico ha continuato a erogare corsi principalmente in lingua inglese. Perciò, i docenti guidati da Maria Agostina Cabiddu hanno promosso “giudizio di ottemperanza” visto che l’ateneo non aveva adempiuto a quanto indicato nella sentenza.

L’ultimo atto: la sentenza dell’11 novembre 2019

L’ultimo atto di questa battaglia che va avanti da 7 anni è arrivato qualche giorno fa: in data 11 novembre 2019, il Consiglio di Stato ha rigettato il ricorso ribaltando ciò che aveva affermato nella sentenza del 2018. Anche se è risultato “che su un totale di 40 corsi di laurea magistrale 27 sono in inglese, 4 sono in italiano e 9 sono in italiano e in inglese” e anche se “risulta che su un totale di 1.452 insegnamenti, 1.046 sono in inglese, 400 in italiano e 6 sono duplicati in italiano e in inglese” l’ultima sentenza ha dichiarato che il Politecnico non ha violato le prescrizioni di quella del 2018:

In particolare, risulta un numero adeguato di corsi di lingua italiana che consente di ritenere che sia stata effettuata una scelta amministrativa che rappresenta l’esito di un proporzionato bilanciamento di interessi, di rilevanza costituzionale, sottesi alle esigenze di internalizzazione dell’offerta formativa e a quelle di dare la giusta rilevanza alla lingua italiana.

Cerase Cabiddu Cattolica quale lingua per università 2019
L’incontro “Quante lingue per il futuro del Paese?” del 15 novembre (da sinistra: Stucchi, Cabiddu, Balzano, Cerase).

La notizia di questo ultimo verdetto è stata data venerdì scorso da Maria Agostina Cabiddu all’incontro “Quante lingue per il futuro del Paese?” che si è tenuto a Milano (presso l’università Cattolica, all’interno della manifestazione Bookcity) in cui Marco Cerase presentava il proprio libro. La professoressa ha anche mostrato non solo come la sproporzione tra i corsi in inglese e in italiano è evidente, ma anche che, andando a vedere i corsi coinvolti, è palese che tutti i corsi fondamentali sono in inglese, mentre nella nostra lingua risultano essere quelli opzionali e meno importanti.

Quello che è accaduto è molto semplice: anche se non è possibile passare esclusivamente e “per intero” all’insegnamento in inglese (i corsi non possono essere “solo” in inglese, ma devono essere “anche” in italiano), nella pratica basta erogare pochi corsi in italiano, magari quelli di minore rilevanza, per essere formalmente a posto.

Oltre a ribaltare ciò che aveva affermato l’anno scorso, con questo ultimo atto il Consiglio di Stato ha completamente disatteso ciò che aveva affermato la Corte Costituzionale, visto che questi numeri sul rapporto inglese/italiano non sono compatibili né con il “primato” della lingua italiana, né con il principio di “ragionevolezza, proporzionalità e adeguatezza” con cui dovrebbero essere distribuiti i corsi.

Purtroppo, in quest’ultima interpretazione del Consiglio di Stato, visto che il “principio di ragionevolezza” nella distribuzione dei corsi è soggettivo e lasciato alla discrezione degli atenei, il Politecnico è legittimato nella sua prassi anglomane e italianicida. Una politica che discrimina la nostra lingua, oltre gli studenti che non padroneggiano l’inglese e che si trovano dinnanzi a barriere che li escludono e impediscono loro l’accesso al diritto allo studio nella propria lingua madre.

Gli effetti distruttivi del globalese

La sentenza di pochi giorni fa apre la strada al passaggio all’insegnamento in inglese non solo al Politecnico, ma anche nelle numerose altre università che guardano proprio al modello di insegnamento di questo ateneo. È vero che una sentenza del genere non “fa legge”, è limitata al caso contingente, e dunque in caso di emulazione da parte di altri atenei è perfettamente legittimo ricorrere e attendere caso per caso le interpretazioni dei ricorsi, ma è anche vero che crea un precedente pesante.

Ha dunque vinto la logica che aleggia in molti Paesi e che vuole condurre tutto il mondo verso un bilinguismo dove gli idiomi locali sono visti come un accidente davanti all’imposizione dell’inglese globale. Il linguista tedesco Jürgen Trabant lo chiama “globalese” e spiega che è tutto il contrario del pluralismo linguistico. Secondo lo studioso, la strategia del globish sta portando a una moderna “diglossia neomedievale” che erge barriere sociali nei singoli Stati, dove si crea una frattura linguistica e culturale tra chi parla l’inglese e no, tra le classi sociali alte e quelle basse. Tutto ciò porta alla dialettizzazione delle lingue locali, perché identifica l’essere internazionali solo con il parlare in inglese, come se questa fosse la sola e unica lingua importante, da esportare in modo colonialistico in tutto il globo. Eppure, proprio nei Paesi dove il progetto del globalese si è quasi compiuto, come l’Olanda, ma anche altri del Nord Europa, si sta cominciando a riflettere con preoccupazione sulle conseguenze negative che ha sulle lingue locali. L’inglese come lingua dell’università o della scienza non si è rivelato un processo “aggiuntivo”, una risorsa in più che si affianca alla cultura nativa, bensì un processo sottrattivo che ha fatto retrocedere la lingua nazionale e ha portato alla regressione del lessico nativo. E proprio mentre in questi Paesi si dibatte sulle conseguenze dannose di questa prassi, da noi, invece, si accelera per andare in questa direzione distruttiva.

Opporsi all’inglese come la lingua prevalente dell’università e dell’insegnamento non significa volere ostacolare il “progresso” né opporsi a “essere internazionali”. In gioco c’è una diversa concezione del progresso e dell’internazionalismo, perché il pluralismo linguistico è un valore, e non coincide con essere colonizzati dalla sola lingua inglese. Le lingue, tutte le lingue, sono una ricchezza, non un ostacolo all’imposizione del globalese. Ma i corsi del Politecnico non sono in “lingua straniera”, dietro questa espressione si cela la scelta di passare a una sola lingua, l’inglese, non certo francese, spagnola o tedesca. In questa prospettiva, essere internazionali significa perciò aderire alla dittatura del monolinguismo globale. Il linguaggio è visto solo come un fatto pragmatico e comunicativo, e si ignora il valore formativo che contribuisce a costituire il nostro modo di pensare, la nostra cultura e la nostra identità. Non si può confondere la lingua dell’insegnamento e della didattica con quella della scienza, sono due cose diverse. Ma anche ritenere che la lingua della scienza debba essere solo l’inglese è un fatto su cui si dovrebbe maggiormente riflettere, perché non è così ovunque, e perché, come denuncia la scienziata Maria Luisa Villa (L’inglese non basta, Bruno Mondadori, 2013), porta alla perdita di poter fare divulgazione in italiano e “mutila” la nostra lingua togliendole la possibilità di esprimere la scienza. Un fatto che secondo linguisti come Luca Serianni o Gian Carlo Beccaria renderebbe l’italiano un dialetto:

“Una lingua che rinunciasse a esprimersi in aree culturalmente centrali, come la scienza e la tecnologia, sarebbe destinata a diventare nell’arco di pochi anni un rispettabilissimo dialetto: adatto alla comunicazione quotidiana e alla poesia, ma inadeguato a cimentarsi con la complessità del presente e con l’astrazione propria dei processi intellettuali”.

[Luca Serianni, “Conclusioni e prospettive per una neologia consapevole”, Firenze, Società Dante Alighieri, durante il convegno del 25 febbraio 2015].

“Se puntiamo su una lingua diversa dalla materna come lingua delle tecnoscienze, assisteremo a un nostro rapido declino come società colta. L’italiano, decapitato di una sua grossa parte, decadrà sempre più a lingua familiare, affettiva, dialettale, straordinariamente adatta magari per scrivere poesia ma incapace di parlare ai non specialisti di economia o di architettura o di medicina”.

[Gian Luigi Beccaria, Andrea Graziosi, Lingua madre. Italiano e inglese nel mondo globale, Bologna, Il Mulino, 2015, p. 116].

 

Università, Europa e itanglese: i tre fronti in cui occorre intervenire

Ci troviamo davanti a un bivio, se non interveniamo subito il nostro patrimonio linguistico andrà in malora. Occorre una svolta ed è ora di prendere posizione e di schierarsi.

I fronti dove l’italiano andrebbe tutelato, perché è a rischio e regredisce, sono almeno tre, e sono tra loro fortemente connessi.
Davanti alla strada intrapresa dal Politecnico di Milano è necessario reagire e difendere l’italiano come lingua dell’università, pretendendo che mantenga il primato che gli ha riconosciuto la Corte Costituzionale. Allo stesso modo dovremmo tutelare la nostra lingua all’interno dell’Europa, visto che sta regredendo anche lì e non è più lingua del lavoro, schiacciata dall’inglese; il che ha delle ricadute pratiche anche nella vita di tutti noi cittadini se per partecipare ai bandi di concorso dobbiamo usare l’inglese persino per il finanziamento dei progetti universitari e di ricerca di interesse nazionale (PRIN). Il terzo fronte è quello che denuncio da anni: la distruzione dell’italiano dall’interno che ci sta portando all’itanglese. È inammissibile che il linguaggio delle istituzioni, della politica, delle leggi e della scuola sia sempre più infarcito di anglicismi.

Questi tre fronti sono strategici. Ma è possibile che siano presidiati solo dalle iniziative dei privati, da persone come Maria Agostina Cabiddu, Annamaria Testa o Giorgio Pagano con la sua petizione per l’italiano come lingua del lavoro in Europa? La politica dov’è? Che cosa fa?
Sta dalla parte dei nemici dell’italiano, a quanto pare. Perché non fare nulla e comportarsi da ignavi significa lasciare che tutto vada a rotoli. Non prendere posizione equivale ad affossare l’italiano.

Occorrerebbe che il nostro Paese cominciasse a fare ciò che in altri Paesi, come la Francia, la Spagna o la Svizzera, è normale: riflettere su cosa sta accadendo e varare una politica linguistica. Mentre in Francia nella Costituzione c’è scritto che il francese è la loro lingua, nella nostra si parla solo di tutela della minoranze linguistiche, e solo interpretando questo passo si ricava, per estensione, che dunque la lingua ufficiale dovrebbe essere l’italiano. La Crusca ha proposto almeno due volte che nell’articolo 12, accanto alla specificazione dei colori della nostra bandiera si aggiungesse che la lingua è l’italiano. Ma tutto è caduto nel vuoto. In Francia a nessun politico verrebbe in mente di introdurre anglicismi nel linguaggio istituzionale e politico (e in ogni caso sarebbe vietato). Da noi i politici, invece di promuovere la nostra lingua, introducono le tax alposto delle tasse, gli act invece delle leggi, e tra provvedimenti per la green economy e navigator l’itanglese è ormai la lingua delle istituzioni, del lavoro (Italo ha da poco introdotto la figura del train manager al posto del capostazione, nella comunicazione ai passeggeri e nei contratti di assunzione), del Miur…

Nel mondo ispanico esistono una ventina di accademie, coordinate tra loro per difendere e promuovere l’unitarietà di una lingua parlata in altrettanti Paesi; in Svizzera si sono stanziati ingenti somme di denaro per promuovere l’italiano che nel modello plurilinguistico (un bell’esempio davanti a chi vede la dittatura dell’inglese globale come l’unica soluzione possibile) è schiacciato dal francese e dal tedesco.

Nel nostro Paese si promuove la sottomissione all’inglese e si uccide l’italiano. Ci vergogniamo della nostra lingua, invece che salvaguardarla, e la mettiamo da parte perché vogliamo fare gli americani. E pensare che all’estero è così amata che, tutelandola, potremmo trasformarla in una potente risorsa anche economica, come lo è la nostra arte, la nostra natura o la nostra gastronomia.

Senza una politica linguistica, se continueremo a considerare l’inglese come superiore, se non tuteleremo e promuoveremo la nostra lingua, finiremo come gli Etruschi, che si sono sottomessi alla romanità fino a esserne inglobati e a scomparire nel suicidio della propria cultura.