Politecnico di Milano: la nuova sentenza che apre all’inglese nell’università

La notizia è di pochi giorni fa. Sulla possibilità di insegnamento in lingua inglese al Politecnico di Milano, una nuova sentenza del Consiglio di Stato ha ribaltato completamente quella del 19 gennaio 2018 che sanciva il primato della lingua italiana all’università, secondo quanto espresso nel 2017 dalla Corte Costituzionale.
La novità è che si può insegnare prevalentemente in inglese. In questo modo, di fatto, si spalancano le porte ai corsi universitari in lingua inglese non solo al Politecnico, ma anche in tutti quegli atenei che si potranno appoggiare a questo precedente per emulare la strategia milanese.

La sintesi di una complicata vicenda che risale al 2012

marco cerase in italiano pleaseLe vicende giudiziarie sulla questione sono lunghe e complicate, ma per ripercorrerle in modo agile e molto comprensibile segnalo il libro chiaro e piacevole di Marco Cerase: In italiano please! Istigazione all’uso della nostra lingua all’università (Armando editore, Roma 2019).

Sintetizzo la storia infinita che Cerase ha delineato con obiettività e precisione nelle tappe tra tribunali di giustizia e aule parlamentari.

Bisogna risalire al 2012, quando Giovanni Azzone, allora Rettore del Politecnico di Milano, decise di rendere obbligatorio l’insegnamento solamente in lingua inglese nei corsi magistrali e dottorali a partire dall’anno accademico 2013-2014, estromettendo così la lingua italiana dalla formazione superiore di ingegneri e architetti.
La decisione sollevò l’indignazione di molte persone e un gruppo di docenti cercò inutilmente di convincere l’ateneo a cambiar rotta. Bisogna precisare che il motivo del contendere non era l’estromissione dei corsi in lingua inglese (come spesso si è detto erroneamente). Questi insegnamenti già esistevano e nessuno ne aveva chiesto la soppressione. Il punto era un altro: non estromettere l’italiano passando all’insegnamento nella sola lingua inglese.

Davanti all’irremovibilità del Politecnico, moltissimi docenti firmarono un appello al presidente della Repubblica Sergio Mattarella. A nulla valsero il polverone mediatico e le prese di posizione dell’Accademia della Crusca (cfr. N. Maraschio e D. De Martino, Fuori l’italiano dall’università? Inglese, internazionalizzazione, politica linguistica, Laterza, Bari-Roma 2012). Così, grazie all’iniziativa di Maria Agostina Cabiddu – docente di Istituzioni di diritto pubblico che per la sua battaglia ha da poco ricevuto il premio della Crusca “Benemeriti della lingua italiana” – il gruppo di professori si è rivolto al Tar della Lombardia che ha dato loro ragione sancendo che la lingua italiana dovesse mantenere il “primato in ogni settore dello Stato” e che la decisione era illegittima.

Ma il Politecnico e – si badi bene! – il nostro Ministero dell’Istruzione e dell’Università (il Miur), invece di accettare questo giudizio, hanno impugnato la sentenza del Tar presso il Consiglio di Stato che ha a sua volta sollevato dei problemi sull’illegittimità costituzionale di una norma su cui l’appello del Miur si fondava.

Nel 2017 è così arrivata una sentenza della Corte Costituzionale (21 febbraio 2017 – 24 febbraio 2017, n. 42) che ha ritenuto “non condivisibili” tutte le considerazioni del Tar Lombardia, e pur riconoscendo la “primazia” della lingua italiana (tutelata anche dall’art. 9 Cost.) ha ammesso la possibilità di erogare insegnamenti anche in lingua straniera, specificano però che

“gli atenei debbono farvi ricorso secondo ragionevolezza, proporzionalità e adeguatezza, così da garantire pur sempre una complessiva offerta formativa che sia rispettosa del primato della lingua italiana, così come del principio d’eguaglianza, del diritto all’istruzione e della libertà d’insegnamento.”

Chiarito questo punto fondamentale (il primato dell’italiano e l’erogazione dei corsi in lingua straniera secondo il principio di ragionevolezza e proporzionalità), finalmente il consiglio di Stato ha potuto emettere la sentenza finale del 2018 dichiarando che non è possibile l’insegnamento solo in lingua inglese e che, benché gli atenei possano erogare corsi anche in lingua inglese, l’italiano non può essere relegato in “una posizione marginale e subordinata” e il suo primato deve essere riconosciuto.

La storia sembrava finita bene… ma nonostante questa pronuncia, il Politecnico ha continuato a erogare corsi principalmente in lingua inglese. Perciò, i docenti guidati da Maria Agostina Cabiddu hanno promosso “giudizio di ottemperanza” visto che l’ateneo non aveva adempiuto a quanto indicato nella sentenza.

L’ultimo atto: la sentenza dell’11 novembre 2019

L’ultimo atto di questa battaglia che va avanti da 7 anni è arrivato qualche giorno fa: in data 11 novembre 2019, il Consiglio di Stato ha rigettato il ricorso ribaltando ciò che aveva affermato nella sentenza del 2018. Anche se è risultato “che su un totale di 40 corsi di laurea magistrale 27 sono in inglese, 4 sono in italiano e 9 sono in italiano e in inglese” e anche se “risulta che su un totale di 1.452 insegnamenti, 1.046 sono in inglese, 400 in italiano e 6 sono duplicati in italiano e in inglese” l’ultima sentenza ha dichiarato che il Politecnico non ha violato le prescrizioni di quella del 2018:

In particolare, risulta un numero adeguato di corsi di lingua italiana che consente di ritenere che sia stata effettuata una scelta amministrativa che rappresenta l’esito di un proporzionato bilanciamento di interessi, di rilevanza costituzionale, sottesi alle esigenze di internalizzazione dell’offerta formativa e a quelle di dare la giusta rilevanza alla lingua italiana.

Cerase Cabiddu Cattolica quale lingua per università 2019
L’incontro “Quante lingue per il futuro del Paese?” del 15 novembre (da sinistra: Stucchi, Cabiddu, Balzano, Cerase).

La notizia di questo ultimo verdetto è stata data venerdì scorso da Maria Agostina Cabiddu all’incontro “Quante lingue per il futuro del Paese?” che si è tenuto a Milano (presso l’università Cattolica, all’interno della manifestazione Bookcity) in cui Marco Cerase presentava il proprio libro. La professoressa ha anche mostrato non solo come la sproporzione tra i corsi in inglese e in italiano è evidente, ma anche che, andando a vedere i corsi coinvolti, è palese che tutti i corsi fondamentali sono in inglese, mentre nella nostra lingua risultano essere quelli opzionali e meno importanti.

Quello che è accaduto è molto semplice: anche se non è possibile passare esclusivamente e “per intero” all’insegnamento in inglese (i corsi non possono essere “solo” in inglese, ma devono essere “anche” in italiano), nella pratica basta erogare pochi corsi in italiano, magari quelli di minore rilevanza, per essere formalmente a posto.

Oltre a ribaltare ciò che aveva affermato l’anno scorso, con questo ultimo atto il Consiglio di Stato ha completamente disatteso ciò che aveva affermato la Corte Costituzionale, visto che questi numeri sul rapporto inglese/italiano non sono compatibili né con il “primato” della lingua italiana, né con il principio di “ragionevolezza, proporzionalità e adeguatezza” con cui dovrebbero essere distribuiti i corsi.

Purtroppo, in quest’ultima interpretazione del Consiglio di Stato, visto che il “principio di ragionevolezza” nella distribuzione dei corsi è soggettivo e lasciato alla discrezione degli atenei, il Politecnico è legittimato nella sua prassi anglomane e italianicida. Una politica che discrimina la nostra lingua, oltre gli studenti che non padroneggiano l’inglese e che si trovano dinnanzi a barriere che li escludono e impediscono loro l’accesso al diritto allo studio nella propria lingua madre.

Gli effetti distruttivi del globalese

La sentenza di pochi giorni fa apre la strada al passaggio all’insegnamento in inglese non solo al Politecnico, ma anche nelle numerose altre università che guardano proprio al modello di insegnamento di questo ateneo. È vero che una sentenza del genere non “fa legge”, è limitata al caso contingente, e dunque in caso di emulazione da parte di altri atenei è perfettamente legittimo ricorrere e attendere caso per caso le interpretazioni dei ricorsi, ma è anche vero che crea un precedente pesante.

Ha dunque vinto la logica che aleggia in molti Paesi e che vuole condurre tutto il mondo verso un bilinguismo dove gli idiomi locali sono visti come un accidente davanti all’imposizione dell’inglese globale. Il linguista tedesco Jürgen Trabant lo chiama “globalese” e spiega che è tutto il contrario del pluralismo linguistico. Secondo lo studioso, la strategia del globish sta portando a una moderna “diglossia neomedievale” che erge barriere sociali nei singoli Stati, dove si crea una frattura linguistica e culturale tra chi parla l’inglese e no, tra le classi sociali alte e quelle basse. Tutto ciò porta alla dialettizzazione delle lingue locali, perché identifica l’essere internazionali solo con il parlare in inglese, come se questa fosse la sola e unica lingua importante, da esportare in modo colonialistico in tutto il globo. Eppure, proprio nei Paesi dove il progetto del globalese si è quasi compiuto, come l’Olanda, ma anche altri del Nord Europa, si sta cominciando a riflettere con preoccupazione sulle conseguenze negative che ha sulle lingue locali. L’inglese come lingua dell’università o della scienza non si è rivelato un processo “aggiuntivo”, una risorsa in più che si affianca alla cultura nativa, bensì un processo sottrattivo che ha fatto retrocedere la lingua nazionale e ha portato alla regressione del lessico nativo. E proprio mentre in questi Paesi si dibatte sulle conseguenze dannose di questa prassi, da noi, invece, si accelera per andare in questa direzione distruttiva.

Opporsi all’inglese come la lingua prevalente dell’università e dell’insegnamento non significa volere ostacolare il “progresso” né opporsi a “essere internazionali”. In gioco c’è una diversa concezione del progresso e dell’internazionalismo, perché il pluralismo linguistico è un valore, e non coincide con essere colonizzati dalla sola lingua inglese. Le lingue, tutte le lingue, sono una ricchezza, non un ostacolo all’imposizione del globalese. Ma i corsi del Politecnico non sono in “lingua straniera”, dietro questa espressione si cela la scelta di passare a una sola lingua, l’inglese, non certo francese, spagnola o tedesca. In questa prospettiva, essere internazionali significa perciò aderire alla dittatura del monolinguismo globale. Il linguaggio è visto solo come un fatto pragmatico e comunicativo, e si ignora il valore formativo che contribuisce a costituire il nostro modo di pensare, la nostra cultura e la nostra identità. Non si può confondere la lingua dell’insegnamento e della didattica con quella della scienza, sono due cose diverse. Ma anche ritenere che la lingua della scienza debba essere solo l’inglese è un fatto su cui si dovrebbe maggiormente riflettere, perché non è così ovunque, e perché, come denuncia la scienziata Maria Luisa Villa (L’inglese non basta, Bruno Mondadori, 2013), porta alla perdita di poter fare divulgazione in italiano e “mutila” la nostra lingua togliendole la possibilità di esprimere la scienza. Un fatto che secondo linguisti come Luca Serianni o Gian Carlo Beccaria renderebbe l’italiano un dialetto:

“Una lingua che rinunciasse a esprimersi in aree culturalmente centrali, come la scienza e la tecnologia, sarebbe destinata a diventare nell’arco di pochi anni un rispettabilissimo dialetto: adatto alla comunicazione quotidiana e alla poesia, ma inadeguato a cimentarsi con la complessità del presente e con l’astrazione propria dei processi intellettuali”.

[Luca Serianni, “Conclusioni e prospettive per una neologia consapevole”, Firenze, Società Dante Alighieri, durante il convegno del 25 febbraio 2015].

“Se puntiamo su una lingua diversa dalla materna come lingua delle tecnoscienze, assisteremo a un nostro rapido declino come società colta. L’italiano, decapitato di una sua grossa parte, decadrà sempre più a lingua familiare, affettiva, dialettale, straordinariamente adatta magari per scrivere poesia ma incapace di parlare ai non specialisti di economia o di architettura o di medicina”.

[Gian Luigi Beccaria, Andrea Graziosi, Lingua madre. Italiano e inglese nel mondo globale, Bologna, Il Mulino, 2015, p. 116].

 

Università, Europa e itanglese: i tre fronti in cui occorre intervenire

Ci troviamo davanti a un bivio, se non interveniamo subito il nostro patrimonio linguistico andrà in malora. Occorre una svolta ed è ora di prendere posizione e di schierarsi.

I fronti dove l’italiano andrebbe tutelato, perché è a rischio e regredisce, sono almeno tre, e sono tra loro fortemente connessi.
Davanti alla strada intrapresa dal Politecnico di Milano è necessario reagire e difendere l’italiano come lingua dell’università, pretendendo che mantenga il primato che gli ha riconosciuto la Corte Costituzionale. Allo stesso modo dovremmo tutelare la nostra lingua all’interno dell’Europa, visto che sta regredendo anche lì e non è più lingua del lavoro, schiacciata dall’inglese; il che ha delle ricadute pratiche anche nella vita di tutti noi cittadini se per partecipare ai bandi di concorso dobbiamo usare l’inglese persino per il finanziamento dei progetti universitari e di ricerca di interesse nazionale (PRIN). Il terzo fronte è quello che denuncio da anni: la distruzione dell’italiano dall’interno che ci sta portando all’itanglese. È inammissibile che il linguaggio delle istituzioni, della politica, delle leggi e della scuola sia sempre più infarcito di anglicismi.

Questi tre fronti sono strategici. Ma è possibile che siano presidiati solo dalle iniziative dei privati, da persone come Maria Agostina Cabiddu, Annamaria Testa o Giorgio Pagano con la sua petizione per l’italiano come lingua del lavoro in Europa? La politica dov’è? Che cosa fa?
Sta dalla parte dei nemici dell’italiano, a quanto pare. Perché non fare nulla e comportarsi da ignavi significa lasciare che tutto vada a rotoli. Non prendere posizione equivale ad affossare l’italiano.

Occorrerebbe che il nostro Paese cominciasse a fare ciò che in altri Paesi, come la Francia, la Spagna o la Svizzera, è normale: riflettere su cosa sta accadendo e varare una politica linguistica. Mentre in Francia nella Costituzione c’è scritto che il francese è la loro lingua, nella nostra si parla solo di tutela della minoranze linguistiche, e solo interpretando questo passo si ricava, per estensione, che dunque la lingua ufficiale dovrebbe essere l’italiano. La Crusca ha proposto almeno due volte che nell’articolo 12, accanto alla specificazione dei colori della nostra bandiera si aggiungesse che la lingua è l’italiano. Ma tutto è caduto nel vuoto. In Francia a nessun politico verrebbe in mente di introdurre anglicismi nel linguaggio istituzionale e politico (e in ogni caso sarebbe vietato). Da noi i politici, invece di promuovere la nostra lingua, introducono le tax alposto delle tasse, gli act invece delle leggi, e tra provvedimenti per la green economy e navigator l’itanglese è ormai la lingua delle istituzioni, del lavoro (Italo ha da poco introdotto la figura del train manager al posto del capostazione, nella comunicazione ai passeggeri e nei contratti di assunzione), del Miur…

Nel mondo ispanico esistono una ventina di accademie, coordinate tra loro per difendere e promuovere l’unitarietà di una lingua parlata in altrettanti Paesi; in Svizzera si sono stanziati ingenti somme di denaro per promuovere l’italiano che nel modello plurilinguistico (un bell’esempio davanti a chi vede la dittatura dell’inglese globale come l’unica soluzione possibile) è schiacciato dal francese e dal tedesco.

Nel nostro Paese si promuove la sottomissione all’inglese e si uccide l’italiano. Ci vergogniamo della nostra lingua, invece che salvaguardarla, e la mettiamo da parte perché vogliamo fare gli americani. E pensare che all’estero è così amata che, tutelandola, potremmo trasformarla in una potente risorsa anche economica, come lo è la nostra arte, la nostra natura o la nostra gastronomia.

Senza una politica linguistica, se continueremo a considerare l’inglese come superiore, se non tuteleremo e promuoveremo la nostra lingua, finiremo come gli Etruschi, che si sono sottomessi alla romanità fino a esserne inglobati e a scomparire nel suicidio della propria cultura.