Il gaslighting e l’arte della manipolazione dell’italiano

Lo scorso 12 maggio il gregge dei giornalisti ha colpito ancora. Tutti compatti – dalle testate locali a quelle nazionali, sia conservatrici sia progressiste – hanno dato vita a un nuovo momentaneo picco di stereotipia destinato a diffondere l’ennesimo anglicismo. Parola d’ordine: gaslighting!

Il termine è sempre stato di bassa frequenza sui giornali, circolava prevalentemente negli ambienti degli psicanalisti, ma all’improvviso la stampa deve aver pensato bene che è arrivato il momento di rompere gli argini e di procedere con lo tsunami anglicus.

Il Corriere ha persino utilizzato la locandina del film (in lingua originale) per far arrivare il messaggio e per educare il lettore al nuovo termine anche emotivamente.

Che cosa sarebbe il gaslighting

Letteralmente significa solo “illuminazione a gas”, nessun neologismo tecnico, dunque, è solo un’espressione metaforica che deriva dal titolo di un vecchio film, Gaslight (George Cukor, 1944, a sua volta un rifacimento che nasce da un pezzo teatrale del 1938 di Patrick Hamilton). A quei tempi non eravamo ancora stati colonizzati dalle pressioni di Hollywood che impongono in tutto il pianeta i titoli originali, e in Italia è noto come Angoscia.
Si tratta di un bellissimo film che ha valso un Oscar a Ingrid Bergman, la protagonista vittima delle manipolazioni psicologiche del marito che la isola in casa e approfitta di un suo stato di debolezza nel tentativo di farla impazzire, distorcendone i ricordi e la percezione in modo sistematico fino a farla dubitare di sé.
L’episodio simbolo è appunto quello delle lanterne a gas. L’uomo ne affievolisce di nascosto l’intensità, facendo credere alla moglie che quella mancanza di luce sia solo nella sua testa, in un’alterazione della realtà fatta di negazioni dell’evidenza che la inducono a concludere di essere in preda a uno stato allucinatorio privo di riscontri oggettivi.
Stando alla Treccani, negli Stati Uniti, il termine gaslighting si è cominciato a diffondere con questo significato di plagio psicologico a partire dagli anni Settanta, quando il noto criminale Charles Manson penetrava nelle case vuote spostando le cose senza rubare nulla, per generare nelle vittime lo sgomento e l’angoscia. Ma è solo nel 2012 che la parola si è diffusa in senso tecnico tra gli analisti, quando l’ordine degli psicologi l’ha inserita nelle linee guida per la valutazione dei danni psichici che questa violenza mentale comportava.

Il reato di manipolazione psicologica e plagio mentale: italiano, ciao ciao!

Nel nostro ordinamento giuridico la questione della punizione del plagio psicologico e della manipolazione mentale è problematica. Il Codice Penale prevedeva la reclusione da cinque a quindici anni per chi soggiogava una persona al proprio potere riducendola in un grave stato di soggezione (art. 603), ma nel 1981 la Corte Costituzionale ha dichiarato questo articolo illegittimo perché i suoi contorni non erano definibili in modo netto. Nel diritto penale, infatti, solo ciò che è specificato in modo chiaro e oggettivo, cioè “determinato” invece che soggetto a interpretazioni, può essere soggetto a norma incriminatrice. Esiste il reato di circonvenzione di incapace (art 643) che è punito con la reclusione da due a sei anni e con multa da euro 206 a euro 2.065, ma tutela i minori e chi si trova in uno stato di infermità o deficienza psichica e viene indotto a compiere qualcosa di dannoso per sé o per gli altri. È dunque un concetto più ampio e po’ diverso, e solo in parte sovrapponibile. Sulla questione del reato di manipolazione mentale o psicologica, come si dice in italiano, rimane perciò un vuoto legislativo che in più occasioni ha portato a dibattiti e proposte di legge per esempio davanti al fenomeno delle sette che condizionano le persone con tecniche collaudate.

Questo è il nostro quadro concettuale, e questo è il dibattito in corso da noi da svariati anni.
E allora da dove nasce che una testata come QuiComo parli di “denuncia per gaslighting” invece che di maltrattamenti, lesioni e gli altri capi d’accusa possibili in Italia?

Le tecniche di plagio dell’italiano e il reato di manipolazione della lingua

Si tratta del solito meccanismo di riconcettualizzazione alimentato dai tecnici “non-è-propristi”.

Al vertice c’è il globalese, l’inglese internazionale che punta a essere legittimato come la lingua unica della scienza, della formazione, del lavoro e di sempre più ambiti. Ma formarsi e studiare in inglese non è un particolare neutrale e innocente, induce a pensare in inglese; non si è rivelato un processo aggiuntivo, ma sottrattivo: porta a un bilinguismo squilibrato che in buona sostanza fa regredire le lingue locali sia dal punto di vista dell’elaborazione dei concetti e dei pensieri complessi, sia dal punto di vista lessicale. Le parole inglesi in questi casi non sono affatto un arricchimento, che qualcuno chiama “doni”, si trasfomano al contrario in “prestiti sterminatori” che fanno piazza pulita delle parole italiane e costituiscono un depauperamento linguistico e concettuale.
Quando l’Oms, che pensa e parla inglese, introduce nella lista delle malattie riconosciute il burnout, favorisce l’inglese al posto della sindrome dell’esaurimento professionale, così come quando la pratica indiana della piena consapevolezza viene ridefinita in inglese attraverso la mindfulness in italiano c’è solo quest’ultima, visto che non abbiamo una Reale Accademia di Medicina come quella spagnola, né banche dati terminologiche che, come quelle francesi, fissano e istituzionalizzano le alternative locali di piena coscienza (ne avevo già parlato qui). Noi abbiamo solo una classe dirigente anglomane che ripete a pappagallo in inglese tutto ciò che arriva in questa lingua e cultura considerata superiore.
Basta leggere qualche articolo in Rete degli psicanalisti italiani che parlano di gaslighting per rendersi conto che stanno introducendo un concetto in inglese attribuendogli un significato tecnico e peculiare che non riconoscono alla nostra lingua, e non perché non lo possiede, ma perché viene da loro negato con tecniche appunto di gaslighting, e cioè di manipolazione della realtà, di annullamento psicologico, di rimozione dei significati, di sostituzioni e distorsioni che portano a concludere che la parola inglese “non è proprio come le nostre”, e dunque è “necessaria”.
Questo subdolo metodo di condizionamento linguistico si basa su tecniche ben precise.

Il primo assunto è di considerare una parola italiana solo nel suo significato storico, e non come qualcosa di elastico che può ampliare i suoi significati, visto che il lessico delle lingue vive si evolve insieme al mondo. Questo atteggiamento, che ho chiamato “anglopurismo”, prevede che, se non esiste già una parola, ciò che è nuovo si debba esprimere in inglese. È una sorta di “purismo” rivolto contro le neologie a base italiana che cristallizza il nostro lessico solo al passato. Ma se i significati sono solo quelli di un volta e non si possono estendere, una lingua non si può evolvere, e finisce con il morire. Invece, se prima della pandemia “tamponare” indicava un incidente stradale, oggi si usa anche per il fare i tamponi clinici, così come dopo l’avvento di Internet “navigare” significa andare in Rete oltre che solcare i mari. Se davanti all’inglese neghiamo alle nostre parole questa possibilità di risemantizzazione, per cui badante non può diventare caregiver, autoscatto non è come selfie… succede ciò che è successo a calcolatore: la nostra parola autoctona è stata relegata al vecchio e alle macchine di una volta, mentre i nuovi dispositivi sono solo i computer. Il che non si è verificato in inglese, francese, tedesco… dove gli equivalenti si sono ampliati per indicare anche i modelli portatili e di ultima generazione senza alcun bisogno di usare nuove parole.

Il secondo passo è quello di concentrarsi sulle diverse sfumature che l’inglese veicolerebbe, per differenziarlo dalle nostre parole e dai nostri significati. La tesi è sempre la stessa: l’italiano non avrebbe parole altrettanto precise o capaci di rendere tutte le sfumature che vengono attribuite all’anglicismo. E così si afferma che il gaslighting non è proprio come il plagio psicologico o la manipolazione mentale, sarebbe qualcosa di più specifico: una “forma” di manipolazione che implicherebbe la negazione della realtà o di aver fatto e detto delle cose con lo scopo di minare la percezione della vittima e soggiogarla.

Se la manipolazione psicologica dovrebbe essere un reato, anche la manipolazione psicologica dell’italiano dovrebbe essere trattata alla stessa stregua.
Anche perché, se proprio non si vuole allargare il significato delle nostre parole in senso moderno o nuovo, non dovremmo dimenticare le altre strategie che le lingue vive possiedono per evolversi, oltre a importare dall’inglese, e cioè adattare, tradurre o inventare parole nuove. Anche la rimozione di queste possibilità storiche fa parte dell’attuale gaslighting linguistico.

Fare dell’anglosfera il solo modello culturale universalizzante

Affermare che il gaslighting è una tecnica di distorsione della realtà che si differenzia dal plagio o dalla manipolazione è una definizione che viene inventata, introdotta e imposta, è un battezzare e un riconcettualizzare qualcosa che già abbiamo attraverso l’inglese.

Nei titoli di giornale, però, gaslighting non viene affatto usato in questo supposto senso differente (che la metafora inglese non possiede), e si legge: “Finti furti, dispetti e maltrattamenti fino a fare impazzire la compagna” (QuiComo); “Furti simulati e gomma bucata, una trappola psicologica” (Corriere); “Violenze psicologiche sulla compagna con finti furti e vandalismi” (La Repubblica)… Ma tutto ciò è affiancato alla parola gaslighting, per educarci a usarla al posto di manipolazione mentale o plagio psicologico, facendo credere che esista addirittura un (inesistente) “reato di gaslighting“. E inducendo a pensare che tutto ciò sia qualcosa di “nuovo” che proviene dalle sublimi analisi dell’anglosfera (dunque si esprime nella loro lingua), quando un decennio prima prima che gli psicologici d’oltreoceano istituzionalizzassero questo fenomeno, Amélie Poulin (ne Il favoloso mondo di Amelie, J.P. Jeunet 2001) faceva le stesse cose (con un diverso intento): rovesciava le maniglie delle porte o scambiava i tubetti di creme e dentifrici alla sua vittima che voleva allo stesso tempo punire ed educare. Ma forse anche rubare i nanetti da giardino sarà presto etichettato dai giornali come gaslighting.

Dietro l’inglese planetario non c’è solo l’aspetto linguistico, il progetto del globalese è funzionale anche a rendere tutta la letteratura e la cultura in lingua inglese un capitale condiviso dall’umanità che diviene in questo modo il principale punto di riferimento a cui guardare, come se ogni altra cultura non esistesse o non fosse altrettanto importante. Ed ecco che da un film di Hollywood si estrapola una metafora da esportare in tutto il mondo, come se quella pellicola fosse un bene comune dell’umanità, e non un prodotto culturale di un Paese e di una cultura come tutte le altre. Come se il pianeta intero dovesse conoscere il particolare delle lanterne a gas di una trama utilizzata istintivamente dagli psicologi statunitensi solo perché fa parte della loro cultura.

Il gaslighting in Francia e Spagna

Sulla Wikipedia in italiano la voce gasligthing riporta l’alternativa “manipolazione psicologica maligna”, ma su quella in spagnolo si viene indirizzati alla voce “luz de gas“, perché gli spagnoli hanno fatto la cosa più semplice che si possa fare: invece di importare una metafora direttamente in inglese – pensate un po’! – l’hanno tradotta e dicono “luce del gas” come nella lingua originale (incredibile!). Alla voce “luce” del Dizionario della Reale Accademia Spagnola si legge: “Gettare luce del gas su qualcuno (hacer luz de gas a alguien) significa cercare di fargli dubitare della sua ragione o del suo giudizio con uno sforzo prolungato per screditare le sue percezioni e i suoi ricordi.”

E su un giornale come El País si trovano articoli che usano questa espressione normalmente!

Nel dizionario della lingua francese del Quebec, invece, usano l’espressione “deviazione cognitiva” (détournement cognitif) e dunque hanno impiegato risorse francesi già esistenti per formulare in modo ben più comprensibile lo stesso concetto che i nostri giornali vogliono diffondere in inglese, buttando alle ortiche le espressioni che abbiamo sempre utilizzato. Perché la nostra classe dirigente e i nostri intellettuali sono piccoli uomini (e piccole donne, per carità!) che si limitano a ripetere in modo acritico, come scolaretti, il pensiero dell’anglosfera nella stessa lingua, con la stessa terminologia, incapaci non solo di tradurre una metafora, ma più in generale di elaborare una propria visione del mondo e una propria cultura a livello sia concettuale sia linguistico.

Una previsione

Ho già parlato più volte dei picchi di stereotipia giornalistici che ci hanno imposto la lingua del lockdown, del green pass e delle fake news. Di solito sono caratterizzati da cicli che per un certo periodo martellano in modo ossessivo con una stessa parola fino a quando cessa di essere l’argomento in primo piano. Il risultato sulle frequenze, quando si tratta di anglicismi, è che dopo un primo picco si abbassano, ma rimangono mediamente più alte di prima: è la prima fase in cui una parola inglese è così introdotta, magari con le virgolette e le spiegazioni.
A distanza anche di anni arriva spesso un altro picco e questa volta la parola già introdotta perde le virgolette o non è più affiancata dalle spiegazioni, si dà per scontata. E in questo modo la frequenza sale ulteriormente e si radica.

Gaslighting si sta facendo strada da anni, e ha tutte le caratteristiche per affermarsi (lo tenevo d’occhio da tempo, ma ora l’ho dovuto per forza aggiungere sul Dizionario AAA).

Con il nuovo picco mediatico del 2022 il dibattito già esistente sull’introduzione del reato di manipolazione psicologica rischia di trasformarsi presto in una legge sul gaslighting, magari sull’onda di qualche campagna internazionale legata ai diritti delle donne che ne può orientare il significato su alcuni aspetti più ristretti.
Dal linguaggio mediatico l’anglicismo rischia di finire in quello politico e delle sentenze, come è già avvenuto nel caso dello stalking (persecuzione), del mobbing (le vessazioni che sono un itanglismo non in uso in inglese) del bossing (vessazioni dei superiori) o dello straining (soprusi).

Se dall’espressione iniziale del film Gaslight si è passati alla desinenza in -ing che porta dalla lanterna a gas all’attività di fare luce, si affermerà anche il gaslighter, di cui si intravedono le prime occorrenze, invece di manipolatore, così come si parla ormai di stalker, al posto di persecutore.

Non ho la sfera di cristallo, ma accetto scommesse sul fatto che la luce di questo tipo di lampade finirà, come al solito, per oscurare l’italiano.

Troppo sesso siamo inglesi

madonna italians do it betterEra il 1973 quando uscì il film Niente sesso siamo inglesi (Cliff Owen) che evocava il luogo comune della freddezza anglosassone, ed era il 1986 quando Madonna indossò la celebre maglietta con la scritta Italians do it better (gli italiani lo fanno meglio) nel video di “Papa dont’ preach”. Un altro stereotipo che affonda le sue radici nel mito di Casanova o di Rodolfo Valentino, ma anche di Don Giovanni, per passare dall’Italia al fascino latino che dagli anni Sessanta si può dire anche in inglese, latin lover.

Che lo facciano meglio o peggio non si sa, ma sta di fatto che nel nuovo Millennio il sesso degli italiani è diventato sempre più angloamericano, almeno nella sua terminologia. Accanto agli anglicismi classici, come sex symbol o striptease decurtato all’italiana in strip, nell’era della Rete il sesso è sempre più sex.

Perché sforzarsi di dire sensuale, attraente, seducente, eccitante, e a seconda dei contesti erotico, conturbante, affascinante, irresistibile, avvenente, procace… quando abbiamo un anglicismo stereotipato che va bene per tutto come sexy?

Con che frequenza un italiano medio usa attivamente una parola come playboy? Per esprimere questo concetto circolano anche espressioni francesi come tombeur de femmes o varianti da mantenuto come gigolo, ma quest’ultima ha  aumentato incredibilmente la sua frequenza solo dopo il 1980, perché è stata resa popolare dal film American Gigolo (Paul Schrader). E parole come donnaiolo, conquistatore, amatore, sciupafemmine, casanova, dongiovanni, farfallone (“Non più andrai, farfallone amoroso”, per citare Mozart), si sentono sempre meno, mentre rubacuori è stato rispolverato dai giornali solo con il caso di “Ruby rubacuori” (per assonanza con il nome) a proposito del noto scandalo sessuale, che sulla stampa si dice perlopiù sexgate. Sui giornali è aumentata moltissimo l’occorrenza di escort (lett. accompagnatore). Un tempo indicava chi (uomo o  donna) accompagnava dietro compenso qualcuno in occasioni mondane o in viaggi (escort turistico), ma dagli anni Duemila la parola ha un’accezione quasi esclusivamente femminile, accompagnatrice, diventata un sinonimo eufemistico di prostituta di lusso, che oltre al ruolo di accompagnatrice è disponibile anche a prestazioni sessuali. Escort ci appare più gentile, più raffinato o meno volgare dei corrispettivi italiani, forse meno ipocriti. Così come il petting (da to pet = accarezzare) suona meno triviale di limonare o pomiciare e più tecnico per indicare l’accarezzarsi, il reciproco toccamento, palpeggiamento, l’insieme delle pratiche erotiche che non si spingono sino a un rapporto sessuale completo, un sesso senza penetrazione che in italiano si può dire di volta in volta i preliminari o lo scambiarsi effusioni, coccole, amoreggiare, baciarsi, strusciarsi, masturbarsi e via dicendo a seconda di quanto sia spinto.

playboy dongiovanni farfallone donnaiolo
Le occorrenze di playboy, dongiovanni, rubacuori, sciupafemmine, farfallone e casanova nelle statistiche di Google Viewer (periodo 1900-2008).

Per essere politicamente corretti (ma politically correct fa tutto un altro effetto, naturalmente) oggi si dice sempre meno omosessuale, o lesbica riferito alle donne (parole prive di qualunque connotazione negativa), e si preferisce gay (lett. gaio), che poi si ritrova in espressioni come gay pride, letteralmente l’orgoglio (di essere) omosessuale, quindi anche la rivendicazione dei diritti degli omosessuali, e come decurtazione di gay pride parade diventa persino una manifestazione (per i diritti) degli omosessuali, anche se in inglese non sarebbe possibile omettere parade, la manifestazione.
Ricorriamo spesso all’inglese snaturandolo in modo ridicolo. Come nel caso di lapdance (lap = grembo e dance =danza) che in italiano è un’esibizione (o danza) erotica alla pertica, uno spettacolo (o balletto) erotico al palo, ma è un’accezione che non corrisponde all’inglese: propriamente la lap dance è uno spettacolo erotico in cui le ballerine si siedono sugli spettatori, strusciando il grembo (lap, lo stesso di laptop, il portatile in cima al grembo) e intrattenendo contatti fisici, mentre la danza alla pertica si chiama pole dance, e non ha un significato necessariamente erotico, può essere anche un’esibizione di ginnastica o di danza acrobatica.


Dal porno in americano all’italiano

Visto che dirlo inglese equivale a essere moderni, un malato di sesso, ipersessuale, erotomane, sesso-dipendente è un sex addict; un negozio di erotismo è un sexy shop (ma in inglese si dice sex shop) o un pornoshop; un film erotico, a luci rosse, spinto, pornografico o porcellone è un film hot o hard (o hard-core, distinto dai meno espliciti soft-core e pornosoft), ma si parla anche di blue movie e di altre categorie più dettagliate come gli snuff movie (per indicare i film basati sulle torture a sfondo sessuale). Un fallo finto è un dildo (se non altro è un anglicismo “invisibile” che si scrive e legge come è scritto anche se al plurale rimane invariato), che rientra nella categoria dei sex toy (giocattoli sessuali), e si intreccia con l’espressione toy boy (uomo oggetto, uomo giocattolo) che di solito sono attraenti ragazzoni con cui si trastullano le cougar (lett. coguaro, puma) cioè le donne mature “predatrici” che gergalmente si possono indicare anche con tigri o panterone. E poi ci sono le milf, spesso adattate con l’accrescitivo milfone, un acronimo che letteralmente significa Mother I’d Like to Fuck (mamma che mi piacerebbe scopare), ormai di uso comune: si trova anche sui giornali con il significato edulcorato di donna matura piacente, dunque una splendida quarantenne o cinquantenne, una bella mamma o signora, una bellezza matura. Soltanto nel 1999, nella traduzione italiana del film American pie (Paul e Chris Weitz), la parola era stata resa con “MIMF”, Mamma che Io Mi Farei, visto che l’espressione era ancora sconosciuta.
Una donna grassa, obesa, cicciona o sovrappeso come quelle dipinte da Botero è invece edulcorata in donna curvy, cioè dalle forme piene o abbondanti, rotonda o rotondetta, florida, prosperosa, giunonica, tutta curve, curvilinea, maggiorata. Quanti sinonimi inutili davanti alla bellezza di simili parole inglesi… E se proprio si vuole spezzare la monosemia si può anche dire BBW, come si trova sui siti porno, acronimo di Big Beautiful Woman, cioè bella donna grossa, donnona, rotonda o abbondante.

Molti di questi anglicismi arrivano dal gergo del porno americano e si diffondono in italiano non certo per mancanza di alternative, come nel caso di blowjob per indicare la fellazione, in latino fellatio, e volgarmente pompino, pompa, bocchino, soffocone… I rapporti anali diventano inscrivibili nel genere anal (per risparmiare una e finale) come cantava Elio delle Storie tese: “Pratico l’anal e l’arte del bondaggio, come si vede nel mio cortometraggio” (“Cartoni animati giapponesi”, 1992). Il bondaggio è però più spesso definito bondage, e nelle pratiche legate al sado-maso si parla di master (cioè padrone) o di mistress (padrona), mentre passando dal gioco di chi domina e detta le regole della sottomissione al ruolo di chi ama sottomettersi ci sono gli slave, cioè gli schiavi, ma in queste pratiche sessuali è sempre bene concordare una safeword, cioè una parola di salvezza, una parola d’ordine che in caso di eccessi metta fine al gioco.

Betty Page, sculacciata sado maso

Perché dobbiamo ripetere questa terminologia americana? Anche nel sesso dovremmo imparare da loro?
Il motivo fondamentale è sempre lo stesso, come accade nell’informatica: ripetiamo ciò che leggiamo e non ci sforziamo di tradurlo. Leggiamo dowload e diciamo downloadare invece di scaricare… Leggiamo anal e lo ripetiamo così.

Altre volte, invece, sembra che ci manchino le parole, e ricorriamo all’inglese perché non le vogliamo tradurre, inventare o riconiare. Con l’avvento della Rete i siti pornografici si sono moltiplicati e soprattutto si sono strutturati in categorie sempre più specializzate, che fino al secolo scorso erano inimmaginabili oppure non avevamo l’esigenza di etichettarle con una parola, ma oggi sì, evidentemente. I generi e i sottogeneri delle perversioni e delle bizzarrie sessuali sono infiniti, basta navigare su un sito porno per scoprirne a bizzeffe, e poiché sembra che ci manchino le parole, non resta che ripeterli e importarli in inglese. E allora le sculacciate si indicano con la pratica dello spanking, mentre nei negozi di oggettistica sessuale si possono comprare ammenicoli come gli strap-on, cioè le cinture falliche, anche se nessuno le chiama in italiano. In questo modo si diffonde il pissing, alternato all’italiano “pioggia dorata”, che corrisponde all’urofilia, oppure lo squirting traducibile come eiaculazione femminile (o “leggenda metropolitana”, a seconda dei punti di vista), che trova adattamenti gergali nel verbo “squirtare”.

In inglese nasce e si diffonde una terminologia per descrivere nuovi fenomeni come il sexting (sex = sesso + texting = invio di un testo) cioè la pratica di inviare messaggi, autoscatti o filmati erotici attraverso i dispositivi mobili, in altre parole lo scambio di messaggi erotici (a luci rosse, porno), l’invio di foto bollenti o della corrispondenza/messaggistica erotica tra amanti. Queste cose sono pericolose quando il gioco è tra sconosciuti incontrati virtualmente, nella pratica del cybersex, o sesso virtuale, e quindi si rischia di incorrere in episodi di sextortion (sex + extortion = estorsione) che in italiano si può dire ricatto o estorsione sessuale. Quando invece una relazione finisce, il rischio si chiama revenge porn, letteralmente una pornovendetta in cui si pubblicano in Rete foto o video intimi degli ex-amanti, anche se le vittime di questo “sputtanamento” che è un vero e proprio reato, sono soprattutto le donne, con conseguenze sociali spesso tragiche. Davanti a questi nuovi fenomeni di costume noi ripetiamo l’inglese, senza porci il problema di tradurre, adattare, usare o recuperare le nostre parole. Ciò che è nuovo si dice in inglese. Punto.

Purtroppo questa strategia non rimane confinata nel gergo e nelle stravaganze del porno, sempre più spesso questi anglicismi finiscono per travasarsi nel linguaggio giornalistico o comune, magari con allargamenti di significato o estensioni metaforiche. La scusa per ricorrere all’inglese, lingua sintetica e pragmatica, è quasi sempre la stessa: ci manca la parola italiana. Magari non il concetto, ma la parola.

Laura Antonelli Malizia

Spesso quando in una lingua manca una parola è perché non si è mai sentita l’esigenza di coniarla. Chi non ricorda la scena di Malizia (Salvatore Samperi 1973) in cui Laura Antonelli saliva sulla scala della biblioteca in minigonna facendo impazzire il quattordicenne Nino (Alessandro Momo) che la sbirciava da sotto? Noi all’epoca non lo sapevamo, popolo di arretrati, ma questa scena entrata nell’immaginario collettivo cinematografico non era altro che un upskirt! Meno male che oggi abbiamo una parola per indicare tutto questo.

Upskirt (lett. sotto la gonna) nel gergo del porno indica una ripresa o una fotografia che ritrae le gambe e l’intimo di una donna dal basso, dunque uno scatto sotto la gonna. Può essere consenziente, anche se per lo più si tratta di scatti rubati che con l’avvento dei dispositivi mobili sono diventati un fenomeno inquadrabile nella molestia sessuale (es. dai giornali: “Upskirt al supermercato, arrestato 55enne che filmava sotto le gonne delle donne”).

Sharon Stone accavala le gambe in basic instinctL’anglicismo indica anche le “scosciate” involontarie riprese per esempio durante gli eventi pubblici o le trasmissioni televisive, come una donna che accavalla le gambe mostrando l’intimo (nel caso di Basic Instinct, del 1992, Sharon Stone non lo indossava, e la scosciata non era affatto involontaria). Queste scosciate (parola italiana che risale all’Ottocento) sono dette in inglese anche sui giornali: “Upskirt. Le giornaliste del TG5 restano in mutande sotto la scrivania”;  “Kylie Minogue, upskirt involontario sul palco durante il live a Cannes”; “Gli incidenti sexy delle dive, ecco i fuori di seno e gli upskirt più imbarazzanti”…

Adesso che ci penso non abbiamo una parola nemmeno per indicare il fenomeno di un seno che fuoriesce involontariamente o meno dalla scollatura di una donna. L’italiano è lingua povera, è sempre più evidente, e soprattutto incapace di evolvere autonomamente con propri neologismi davanti all’emergere di queste “nuove” esigenze. Per fortuna abbiamo gli anglicismi che sopperiscono alle nostre lacune.

Mi viene in mente una vecchia canzone in milanese di Nanni Svampa, che aveva a sua volta tradotto un testo di Brassens (“Brave Margot”), “La Rita de l’Ortiga”. Raccontava di una ragazza con la camicetta scollata che quando si chinava per versare il latte al gattino dava spettacolo, e tutti gli uomini le sbirciavano nella scollatura. Lei, inconsapevole, credendo che ammirassero la sua bestiola sorrideva e cantava allegramente…

Quanti giri di parole inutili in questi testi! Forse un anglicismo presto ci salverà anche da questa grave mancanza di poterlo esprimere con un solo termine, chissà…

Cinema e anglicizzazione

La macchina dei sogni, il cinema, ha da sempre esercitato un fascino enorme sulle masse, e quello di Hollywood (da cui l’aggettivo hollywoodiano) ha contribuito sin dagli albori a portare in Italia parole inglesi come star (stella, divo), star system (il mondo del cinema), major (i colossi del cinema contrapposti alle minor, le piccole case di produzione specializzate in b-movie), cast (gli attori, da cui casting, cioè scritturazione, audizione, provini).
E poi gli oscar, i drive-in, le pellicole di cowboy, i western (ma spesso erano solo degli spaghetti western come i film di Sergio Leone), gli stuntman (cascatori o controfigure, acrobatiche se si vuole), i colossal, il flashback… i film!

cinema

Film è una parola ormai assimilata e quasi insostituibile che passa inosservata, ma si tratta di un anglicismo (anche se non viola le regole ortografiche e di pronuncia dell’italiano) che significa semplicemente pellicola. Inizialmente era infatti riportato al femminile, per analogia con pellicola:

“Domatore ferito da una tigre durante una ‘film’ cinematografica” si può leggere su un articolo de La Stampa del 1911, che poi precisa: “Al momento in cui la film aveva cominciato a svolgersi (…) la belva (…) si slanciò sul disgraziato domatore” (La Stampa, venerdì 17 febbraio 1911, p. 4).

E ancora nel 1926, sullo stesso giornale si legge: “‘Maciste all’inferno’ è una bella film d’arte” (La Stampa, giovedì 15 aprile 1926, p. 6), mentre bisogna aspettare i decenni tra il 1930 e il 1940 perché il maschile prenda il sopravvento.

Oggi accanto a film sta prendendo piede anche movie (questo sì un “corpo estraneo” che viola le regole dell’italiano nella grafia e nella pronuncia) che circola in moltissime locuzioni: dopo cult movie (film di culto), è arrivato l’home movie (il mercato domestico, detto anche home video), oltre a instant film si dice anche instant movie, e un film incentrato sul viaggio è un road movie.

 

I generi cinematografici in inglese

Nel Nuovo millennio l’anglicizzazione nel settore cinematografico ci sta veramente sfuggendo di mano.

Dopo alcune categorie storiche come musical o thriller, negli ultimi tempi i generi cinematografici sono sempre più in inglese. Un film d’azione è un action movie, il fantastico è fantasy, l’orrore horror, la fantascienza science fiction, lo spionaggio spy-story, un dramma è chiamato drama, una commedia nera black comedy e il mistero diventa mistery. Un film biografico è chiamato biopic, un film giudiziario legal, un poliziesco è una detective story, un film porno è detto anche blue movie.

Le parole italiane per i generi classici regrediscono di fronte all’avanzata dell’inglese, e nuovi generi si impongono direttamente senza quasi alternative italiane come pulp o splatter, mentre una pellicola pornografica che ritrae torture, omicidi a sfondo sessuale e altre nefandezze si chiama snuff movie, che suona innocente ed edulcorativo. In italiano manca una parola per indicarlo, e qualche linguistica ammuffito lo potrebbe chiamare un prestito di necessità, anche se forse non c’è assolutamente bisogno di creare una parola precisa per ogni cosa, soprattutto per quelle di cui non se ne sente l’esigenza.

In questo delirio di dare un nome alle cose in modo sempre più chirurgico, e spesso inutile, una parola come documentario sembra ormai obsoleta. Di che cosa si sta parlando? Un po’ di precisione, che diamine! Perché nel cinema dei sotto-sotto-generi un docufilm può essere un docudrama o una docufiction (visto il radicamento di fiction invece di finzione anche in tv, per indicare quelli che un tempo erano gli sceneggiati) in un moltiplicarsi di sottili differenze davvero impalpabili. In televisione passano i docu-reality (e non gli sceneggiati), mentre un mockumentary (mock = falso + documentary = documentario) fa più figo di pseudo-documentario (o documentario ucronico, distopico).

In questa follia, va detto che Hollywood ha da tempo spostato gli investimenti produttivi dal cinema alle serie (fino a quando non diremo tutti serial) e nel vuoto artistico e di idee le produzioni hollywoodiane non fanno altro che sfornare trasposizioni di fumetti dette live action (come spiderman, che una volta si chiamava uomo ragno), e rifacimenti chiamati remake. Ma remake è ancora troppo vago, bisogna essere più precisi per dare un nome (inglese) a tutto questo po’ po’ di grandi opere d’arte! Di quale rifacimento si parla? Un conto è rifare ogni dieci anni con effetti speciali sempre più spettacolari un film come King Kong, ma poi ci c’è il sequel, in italiano un seguito, continuazione o prosecuzione di un film di successo, che è importante distinguere da un prequel che non è altro che l’antefatto di una storia che viene ripresa, il come è cominciata. E poi c’è il newquel (ma è uno pseudoanglicismo) per indicare non proprio un rifacimento, ma una storia che si riallaccia a trame precedenti sviluppate in altri modi, senza essere una continuazione né un antefatto (che distinzione importante!), dunque una variazione sul tema, mentre il rilancio di un vecchio film che però prevede un cambiamento della trama (dunque una rivisitazione o una rielaborazione) si chiama reboot. Se invece la storia riprende e sviluppa le vicende o un personaggio preso in prestito da un altro film, cioè se è una costola, una ramificazione o un’opera figlia, derivata da un’altra trama è meglio chiamarlo spin-off (“Mork e Mindy era uno spin off di Happy Days: l’alieno Mork compare per la prima volta accanto a Fonzie in un episodio della quinta serie”).

Parole come location, che inizialmente designavano il luogo scelto per l’ambientazione di una ripresa cinematografica, quindi la scena, lo sfondo, l’ambientazione (scelta o ricostruita) hanno valicato l’ambito cinematografico per designare in modo più esteso un luogo qualsiasi, dunque un ambiente, un posto, una sede, un’ubicazione, una collocazione, una zona, un’area dove ambientare qualunque cosa, per es. la location di un ristorante = la posizione. Parole come nomination, dalla cerimonia degli oscar passano in televisione per indicare la nomina dei concorrenti da eliminare dei reality.

Eppure luogo e nomina sono parole italiane equivalenti e ben più corte degli anglicismi, giusto per ricordare a tutti quelli che vanno dicendo che preferiamo l’inglese perché è più sintetico che non è certo questa la ragione della sua preferenza. La verità è che ci piace di più, ci suona maggiormente evocativo e preciso. Nomination, location… quanto ci piacciono i suoni in “escion” come la Svalutation di Adriano Celentano.

E così un’anteprima è un trailer, un film da botteghino o un campione di incassi è un blockbuster, una locandina animata è un motion poster, ed esistono ben più di cento anglicismi comuni che circolano nel linguaggio cinematografico di base, dalla A di action movie alla Z di zombi.

 

I titoli non tradotti

Un altro fattore sfavorevole per la lingua italiana è la scelta del mercato cinematografico di non tradurre più i titoli dei film che circolano ormai solo in inglese, talvolta affiancati da una traduzione italiana che solo raramente precede il titolo originale, il più delle volte lo segue, sempre che ci sia.

Ed ecco l’imperialismo linguistico americano, l’altra faccia dell’impero economico delle multinazionali, che si impone alla faccia della comprensione e forse del gradimento degli spettatori.

“Vogliamo fare una scommessa? – scriveva Tullio Kezich già vent’anni fa – La settimana prossima mettetevi nell’atrio di un qualsiasi cinema dove proietteranno Out of Sight con George Clooney e chiedete alla gente in uscita che cosa vuol dire il titolo. Scommettiamo che la stragrande maggioranza degli interpellati dimostrerà di non saperlo e si rivelerà incapace di pronunciarlo?”

[Tullio Kezich, “Se ci invade l’italese”, Corriere della Sera, sabato 7 novembre 1998, p. 34].

 

Per quantificare questa tendenza ho provato a fare una ricerca sulle principali banche dati di cinema di tutte le pellicole che contenessero nel titolo la parola break, per sceglierne una tra le tante che si ricombinano in più di un derivato. Ho trovato così 35 film, usciti tra il 1935 e il 2011. Sino al 1976 (i primi 12 titoli) erano stati tutti tradotti. Poi, con il passare del tempo sempre meno: degli altri 23 ne sono stati tradotti solo 7; 12 sono rimasti inglese e 4 hanno mantenuto il doppio titolo, inglese e italiano. In 2 casi ci sono addirittura titoli in inglese per tradurre originali espressi in svedese e cinese!

Di seguito riporto una tabella tratta da Diciamolo in italiano (Hoepli 2017, p. 130-131) che mi pare significativa.

ANNO TITOLO ITALIANO TITOLO ORIGINALE REGIA/NAZIONALITÀ
1935 Quando si ama Break of hearts Philip Moeller, USA
1937 Pronto per due Breakfast for two Alfred Santell, USA
1938 Un colpo di vento Breaking the ice Edward Cline, USA
1938 Vogliamo la celebrità Break the News René Clair, UK
1950 Normandia Breakthrough Lewis Seiler, USA
1952 Il pugilatore di Sing Sing Breakdown Edmond Angelo, USA
1955 Interpol agente Z3 Break of the circle Val Guest, USA
1961 Colazione da Tiffany Breakfast at Tiffany’s Blake Edwards, USA
1975 10 secondi per fuggire Breakout Tom Gries, USA
1975 Io non credo a nessuno Breakheart pass Tom Gries, USA
1976 Al primo chiarore dell’alba Break of Day Ken Hannam, Australia
1976 Punto di rottura Breaking Point Bob Clark, Canada
1977 Breaker! Breaker! Breaker! Breaker! Don Hulette, USA
1979 All American Boys Breaking Away Peter Yates, USA
1979 Esecuzione di un eroe Breaker Morant Bruce Beresford, Australia
1980 Breaking Glass Breaking Glass Brian Gibson, USA
1984 Breakdance Breakin’ Joel Silberg, USA
1984 Breakin’ Electric Boogaloo Breakin’ 2: Electric Boogaloo Sam Firstenberg, USA
1984 Breakdance Test Breakdance Test Lech Kowalski, USA
1985 Breakfast Club The Breakfast Club John Hughes
1989 Ladro e gentiluomo Breaking In Bill Forsyth, USA
1991 Point Break – Punto di rottura Point Break Kathryn Bigelow, USA
1996 L’amore non è cieco Breaking Free David Mackay, USA
1996 Le onde del destino Breaking The Waves Lars von Trier, Danimarca
1996 Breakaway Breakaway Sean Dash, USA
1997 Breakdown – La trappola Breakdown Jonathan Mostow, USA
1997 Breaking up – Lasciarsi Breaking up Robert Greenwald, USA
1998 A tutto gas Breakout John Bradshaw, Canada
1999 La colazione dei campioni Breakfast of Champions Alan Rudolph, USA
1999 Breaking Out Vägen ut Daniel Lind Lagerlöf, Svezia
2004 Breaking News Daai Si Gin Johnnie To, Cina
2005 Breakfast on Pluto Breakfast on Pluto Neil Jordan, Irlanda
2006 Complicità e sospetti – Breaking and Entering Breaking and Entering Anthony Minghell, USA
2009 Breaking Upwards Breaking Upwards Daryl Wein, USA
2011 Succhiami Breaking Wind Craig Moss, USA

La comprensibilità o meno da parte della gente sembra passare in secondo piano. Evidentemente prevale la strategia del fascino dello straniero e l’importazione di una lingua da imporre ai consumatori a ogni costo, che lo gradiscano o meno, in una logica sempre più di mercato globale, perché nella comunicazione internazionale l’inglese non è semplicemente una serie di segni e di parole, ma soprattutto un simbolo culturale, e una strategia di espansione economica.

Cfr.: Jenny Cheshire e Lise-Marie Moser, “English as a Cultural Symbol: The Case of Advertisement in French-Speaking Switzerland” in Journal of Multilingual and Multcultural Development, Vol.15, 6.1994, pp. 451–469.

 

Dai titoli dei film alla lingua italiana

Queste strategie commerciali che rinunciano a tradurre i titoli dei film sono le stesse che nel mercato rinunciano a tradurre i nomi dei prodotti in vendita (dai cheeseburger agli skateboard) o che nell’informatica rinunciano a tradurre le interfacce (dai download agli snippet). E in questo modo dai titoli dei film alla lingua italiana il passo è breve. La contaminazione è facile e frequente.

Una delle più antiche è rappresentata da baby doll (lett. piccola bambola) il completo da notte femminile divenuto popolare attraverso l’omonimo film di Elia Kazan (1956).

Ma gli esempi più recenti sono davvero tanti.

♦ 1983: esce The day after (di N. Meyer), incentrato sulle conseguenze di un’esplosione nucleare. L’espressione si impone, e oggi per estensione indica il giorno dopo di un qualunque evento eclatante che comporta conseguenze e cambiamenti: il day after dell’11 settembre, dei mondiali di calcio, di un’elezione politica…

♦ 1984: arriva La rivincita dei nerds, una commedia diretta da Jeff Kanew incentrata sulle vicende di un gruppo di studenti americani emarginati dai propri coetanei liceali perché goffi, trasandati e impacciati con il gentil sesso. In italiano si chiamano secchioni, ma in pochi anni l’anglicismo si fonde con il linguaggio della Rete, e il secchione informatico oggi è solo nerd.

Nello stesso anno arrivano anche i Gremlins (di Joe Dante) e queste creature di fantasia delle fiabe e delle tradizioni popolari, cioè i folletti, creano una nuova, intraducibile epopea.

1985: è la volta di Top gun (di T. Scott) che diffonde l’espressione al punto che oggi indica un pilota di caccia.

1986: irrompe Highlander – L’ultimo immortale (di Russell Mulcahy) ed ecco che dalla traduzione letterale di scozzese (abitante delle Highlands, le regioni montuose della Scozia, cioè le Alte Terre) che designava anche un militare scozzese, in italiano highlander è ormai diventato sinonimo di immortale, indistruttibile, ineliminabile.

 

Mi sono dilungato forse troppo, ma l’anglicizzazione della lingua italiana non riguarda solo il cinema, intacca ogni settore. I più devastati sono quello informatico e quello aziendale. Ma non c’è settore che si salvi. E dai settori, inevitabilmente molti anglicismi straripano nel linguaggio comune. Con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti. A parte di chi continua a negare la questione soltanto perché non la studia.