Il gaslighting e l’arte della manipolazione dell’italiano

Lo scorso 12 maggio il gregge dei giornalisti ha colpito ancora. Tutti compatti – dalle testate locali a quelle nazionali, sia conservatrici sia progressiste – hanno dato vita a un nuovo momentaneo picco di stereotipia destinato a diffondere l’ennesimo anglicismo. Parola d’ordine: gaslighting!

Il termine è sempre stato di bassa frequenza sui giornali, circolava prevalentemente negli ambienti degli psicanalisti, ma all’improvviso la stampa deve aver pensato bene che è arrivato il momento di rompere gli argini e di procedere con lo tsunami anglicus.

Il Corriere ha persino utilizzato la locandina del film (in lingua originale) per far arrivare il messaggio e per educare il lettore al nuovo termine anche emotivamente.

Che cosa sarebbe il gaslighting

Letteralmente significa solo “illuminazione a gas”, nessun neologismo tecnico, dunque, è solo un’espressione metaforica che deriva dal titolo di un vecchio film, Gaslight (George Cukor, 1944, a sua volta un rifacimento che nasce da un pezzo teatrale del 1938 di Patrick Hamilton). A quei tempi non eravamo ancora stati colonizzati dalle pressioni di Hollywood che impongono in tutto il pianeta i titoli originali, e in Italia è noto come Angoscia.
Si tratta di un bellissimo film che ha valso un Oscar a Ingrid Bergman, la protagonista vittima delle manipolazioni psicologiche del marito che la isola in casa e approfitta di un suo stato di debolezza nel tentativo di farla impazzire, distorcendone i ricordi e la percezione in modo sistematico fino a farla dubitare di sé.
L’episodio simbolo è appunto quello delle lanterne a gas. L’uomo ne affievolisce di nascosto l’intensità, facendo credere alla moglie che quella mancanza di luce sia solo nella sua testa, in un’alterazione della realtà fatta di negazioni dell’evidenza che la inducono a concludere di essere in preda a uno stato allucinatorio privo di riscontri oggettivi.
Stando alla Treccani, negli Stati Uniti, il termine gaslighting si è cominciato a diffondere con questo significato di plagio psicologico a partire dagli anni Settanta, quando il noto criminale Charles Manson penetrava nelle case vuote spostando le cose senza rubare nulla, per generare nelle vittime lo sgomento e l’angoscia. Ma è solo nel 2012 che la parola si è diffusa in senso tecnico tra gli analisti, quando l’ordine degli psicologi l’ha inserita nelle linee guida per la valutazione dei danni psichici che questa violenza mentale comportava.

Il reato di manipolazione psicologica e plagio mentale: italiano, ciao ciao!

Nel nostro ordinamento giuridico la questione della punizione del plagio psicologico e della manipolazione mentale è problematica. Il Codice Penale prevedeva la reclusione da cinque a quindici anni per chi soggiogava una persona al proprio potere riducendola in un grave stato di soggezione (art. 603), ma nel 1981 la Corte Costituzionale ha dichiarato questo articolo illegittimo perché i suoi contorni non erano definibili in modo netto. Nel diritto penale, infatti, solo ciò che è specificato in modo chiaro e oggettivo, cioè “determinato” invece che soggetto a interpretazioni, può essere soggetto a norma incriminatrice. Esiste il reato di circonvenzione di incapace (art 643) che è punito con la reclusione da due a sei anni e con multa da euro 206 a euro 2.065, ma tutela i minori e chi si trova in uno stato di infermità o deficienza psichica e viene indotto a compiere qualcosa di dannoso per sé o per gli altri. È dunque un concetto più ampio e po’ diverso, e solo in parte sovrapponibile. Sulla questione del reato di manipolazione mentale o psicologica, come si dice in italiano, rimane perciò un vuoto legislativo che in più occasioni ha portato a dibattiti e proposte di legge per esempio davanti al fenomeno delle sette che condizionano le persone con tecniche collaudate.

Questo è il nostro quadro concettuale, e questo è il dibattito in corso da noi da svariati anni.
E allora da dove nasce che una testata come QuiComo parli di “denuncia per gaslighting” invece che di maltrattamenti, lesioni e gli altri capi d’accusa possibili in Italia?

Le tecniche di plagio dell’italiano e il reato di manipolazione della lingua

Si tratta del solito meccanismo di riconcettualizzazione alimentato dai tecnici “non-è-propristi”.

Al vertice c’è il globalese, l’inglese internazionale che punta a essere legittimato come la lingua unica della scienza, della formazione, del lavoro e di sempre più ambiti. Ma formarsi e studiare in inglese non è un particolare neutrale e innocente, induce a pensare in inglese; non si è rivelato un processo aggiuntivo, ma sottrattivo: porta a un bilinguismo squilibrato che in buona sostanza fa regredire le lingue locali sia dal punto di vista dell’elaborazione dei concetti e dei pensieri complessi, sia dal punto di vista lessicale. Le parole inglesi in questi casi non sono affatto un arricchimento, che qualcuno chiama “doni”, si trasfomano al contrario in “prestiti sterminatori” che fanno piazza pulita delle parole italiane e costituiscono un depauperamento linguistico e concettuale.
Quando l’Oms, che pensa e parla inglese, introduce nella lista delle malattie riconosciute il burnout, favorisce l’inglese al posto della sindrome dell’esaurimento professionale, così come quando la pratica indiana della piena consapevolezza viene ridefinita in inglese attraverso la mindfulness in italiano c’è solo quest’ultima, visto che non abbiamo una Reale Accademia di Medicina come quella spagnola, né banche dati terminologiche che, come quelle francesi, fissano e istituzionalizzano le alternative locali di piena coscienza (ne avevo già parlato qui). Noi abbiamo solo una classe dirigente anglomane che ripete a pappagallo in inglese tutto ciò che arriva in questa lingua e cultura considerata superiore.
Basta leggere qualche articolo in Rete degli psicanalisti italiani che parlano di gaslighting per rendersi conto che stanno introducendo un concetto in inglese attribuendogli un significato tecnico e peculiare che non riconoscono alla nostra lingua, e non perché non lo possiede, ma perché viene da loro negato con tecniche appunto di gaslighting, e cioè di manipolazione della realtà, di annullamento psicologico, di rimozione dei significati, di sostituzioni e distorsioni che portano a concludere che la parola inglese “non è proprio come le nostre”, e dunque è “necessaria”.
Questo subdolo metodo di condizionamento linguistico si basa su tecniche ben precise.

Il primo assunto è di considerare una parola italiana solo nel suo significato storico, e non come qualcosa di elastico che può ampliare i suoi significati, visto che il lessico delle lingue vive si evolve insieme al mondo. Questo atteggiamento, che ho chiamato “anglopurismo”, prevede che, se non esiste già una parola, ciò che è nuovo si debba esprimere in inglese. È una sorta di “purismo” rivolto contro le neologie a base italiana che cristallizza il nostro lessico solo al passato. Ma se i significati sono solo quelli di un volta e non si possono estendere, una lingua non si può evolvere, e finisce con il morire. Invece, se prima della pandemia “tamponare” indicava un incidente stradale, oggi si usa anche per il fare i tamponi clinici, così come dopo l’avvento di Internet “navigare” significa andare in Rete oltre che solcare i mari. Se davanti all’inglese neghiamo alle nostre parole questa possibilità di risemantizzazione, per cui badante non può diventare caregiver, autoscatto non è come selfie… succede ciò che è successo a calcolatore: la nostra parola autoctona è stata relegata al vecchio e alle macchine di una volta, mentre i nuovi dispositivi sono solo i computer. Il che non si è verificato in inglese, francese, tedesco… dove gli equivalenti si sono ampliati per indicare anche i modelli portatili e di ultima generazione senza alcun bisogno di usare nuove parole.

Il secondo passo è quello di concentrarsi sulle diverse sfumature che l’inglese veicolerebbe, per differenziarlo dalle nostre parole e dai nostri significati. La tesi è sempre la stessa: l’italiano non avrebbe parole altrettanto precise o capaci di rendere tutte le sfumature che vengono attribuite all’anglicismo. E così si afferma che il gaslighting non è proprio come il plagio psicologico o la manipolazione mentale, sarebbe qualcosa di più specifico: una “forma” di manipolazione che implicherebbe la negazione della realtà o di aver fatto e detto delle cose con lo scopo di minare la percezione della vittima e soggiogarla.

Se la manipolazione psicologica dovrebbe essere un reato, anche la manipolazione psicologica dell’italiano dovrebbe essere trattata alla stessa stregua.
Anche perché, se proprio non si vuole allargare il significato delle nostre parole in senso moderno o nuovo, non dovremmo dimenticare le altre strategie che le lingue vive possiedono per evolversi, oltre a importare dall’inglese, e cioè adattare, tradurre o inventare parole nuove. Anche la rimozione di queste possibilità storiche fa parte dell’attuale gaslighting linguistico.

Fare dell’anglosfera il solo modello culturale universalizzante

Affermare che il gaslighting è una tecnica di distorsione della realtà che si differenzia dal plagio o dalla manipolazione è una definizione che viene inventata, introdotta e imposta, è un battezzare e un riconcettualizzare qualcosa che già abbiamo attraverso l’inglese.

Nei titoli di giornale, però, gaslighting non viene affatto usato in questo supposto senso differente (che la metafora inglese non possiede), e si legge: “Finti furti, dispetti e maltrattamenti fino a fare impazzire la compagna” (QuiComo); “Furti simulati e gomma bucata, una trappola psicologica” (Corriere); “Violenze psicologiche sulla compagna con finti furti e vandalismi” (La Repubblica)… Ma tutto ciò è affiancato alla parola gaslighting, per educarci a usarla al posto di manipolazione mentale o plagio psicologico, facendo credere che esista addirittura un (inesistente) “reato di gaslighting“. E inducendo a pensare che tutto ciò sia qualcosa di “nuovo” che proviene dalle sublimi analisi dell’anglosfera (dunque si esprime nella loro lingua), quando un decennio prima prima che gli psicologici d’oltreoceano istituzionalizzassero questo fenomeno, Amélie Poulin (ne Il favoloso mondo di Amelie, J.P. Jeunet 2001) faceva le stesse cose (con un diverso intento): rovesciava le maniglie delle porte o scambiava i tubetti di creme e dentifrici alla sua vittima che voleva allo stesso tempo punire ed educare. Ma forse anche rubare i nanetti da giardino sarà presto etichettato dai giornali come gaslighting.

Dietro l’inglese planetario non c’è solo l’aspetto linguistico, il progetto del globalese è funzionale anche a rendere tutta la letteratura e la cultura in lingua inglese un capitale condiviso dall’umanità che diviene in questo modo il principale punto di riferimento a cui guardare, come se ogni altra cultura non esistesse o non fosse altrettanto importante. Ed ecco che da un film di Hollywood si estrapola una metafora da esportare in tutto il mondo, come se quella pellicola fosse un bene comune dell’umanità, e non un prodotto culturale di un Paese e di una cultura come tutte le altre. Come se il pianeta intero dovesse conoscere il particolare delle lanterne a gas di una trama utilizzata istintivamente dagli psicologi statunitensi solo perché fa parte della loro cultura.

Il gaslighting in Francia e Spagna

Sulla Wikipedia in italiano la voce gasligthing riporta l’alternativa “manipolazione psicologica maligna”, ma su quella in spagnolo si viene indirizzati alla voce “luz de gas“, perché gli spagnoli hanno fatto la cosa più semplice che si possa fare: invece di importare una metafora direttamente in inglese – pensate un po’! – l’hanno tradotta e dicono “luce del gas” come nella lingua originale (incredibile!). Alla voce “luce” del Dizionario della Reale Accademia Spagnola si legge: “Gettare luce del gas su qualcuno (hacer luz de gas a alguien) significa cercare di fargli dubitare della sua ragione o del suo giudizio con uno sforzo prolungato per screditare le sue percezioni e i suoi ricordi.”

E su un giornale come El País si trovano articoli che usano questa espressione normalmente!

Nel dizionario della lingua francese del Quebec, invece, usano l’espressione “deviazione cognitiva” (détournement cognitif) e dunque hanno impiegato risorse francesi già esistenti per formulare in modo ben più comprensibile lo stesso concetto che i nostri giornali vogliono diffondere in inglese, buttando alle ortiche le espressioni che abbiamo sempre utilizzato. Perché la nostra classe dirigente e i nostri intellettuali sono piccoli uomini (e piccole donne, per carità!) che si limitano a ripetere in modo acritico, come scolaretti, il pensiero dell’anglosfera nella stessa lingua, con la stessa terminologia, incapaci non solo di tradurre una metafora, ma più in generale di elaborare una propria visione del mondo e una propria cultura a livello sia concettuale sia linguistico.

Una previsione

Ho già parlato più volte dei picchi di stereotipia giornalistici che ci hanno imposto la lingua del lockdown, del green pass e delle fake news. Di solito sono caratterizzati da cicli che per un certo periodo martellano in modo ossessivo con una stessa parola fino a quando cessa di essere l’argomento in primo piano. Il risultato sulle frequenze, quando si tratta di anglicismi, è che dopo un primo picco si abbassano, ma rimangono mediamente più alte di prima: è la prima fase in cui una parola inglese è così introdotta, magari con le virgolette e le spiegazioni.
A distanza anche di anni arriva spesso un altro picco e questa volta la parola già introdotta perde le virgolette o non è più affiancata dalle spiegazioni, si dà per scontata. E in questo modo la frequenza sale ulteriormente e si radica.

Gaslighting si sta facendo strada da anni, e ha tutte le caratteristiche per affermarsi (lo tenevo d’occhio da tempo, ma ora l’ho dovuto per forza aggiungere sul Dizionario AAA).

Con il nuovo picco mediatico del 2022 il dibattito già esistente sull’introduzione del reato di manipolazione psicologica rischia di trasformarsi presto in una legge sul gaslighting, magari sull’onda di qualche campagna internazionale legata ai diritti delle donne che ne può orientare il significato su alcuni aspetti più ristretti.
Dal linguaggio mediatico l’anglicismo rischia di finire in quello politico e delle sentenze, come è già avvenuto nel caso dello stalking (persecuzione), del mobbing (le vessazioni che sono un itanglismo non in uso in inglese) del bossing (vessazioni dei superiori) o dello straining (soprusi).

Se dall’espressione iniziale del film Gaslight si è passati alla desinenza in -ing che porta dalla lanterna a gas all’attività di fare luce, si affermerà anche il gaslighter, di cui si intravedono le prime occorrenze, invece di manipolatore, così come si parla ormai di stalker, al posto di persecutore.

Non ho la sfera di cristallo, ma accetto scommesse sul fatto che la luce di questo tipo di lampade finirà, come al solito, per oscurare l’italiano.

Dall’italiano all’inglese: il collasso della lingua del lavoro

Alla vigilia del Primo maggio, Massimo Gramellini, nella sua rubrica “Buonasera” su Rai 3, ha ripreso il caso della dipendente di Amazon che era stata licenziata per essersi soffermata troppo a lungo in bagno, una decisione che ha fatto notizia e che l’Ispettorato del lavoro ha poi annullato. L’editorialista del Corriere ha deprecato duramente il modello anglosassone che sta sottoponendo i lavoratori al controllo degli algoritmi con modalità disumane che ricordano quelle di Tempi Moderni di Charlie Chaplin, e sono concettualmente molto più vicine alle tanto biasimate condizioni di lavoro dei cinesi, che non alle nostre. E ha concluso il suo pezzo con un appello per tornare a un modello di lavoro europeo basato sullo stato sociale, una bella espressione italiana che non vale la pena di sostituire con welfare, per molte ragioni che, più che con la lingua, hanno a che fare con una diversa concezione del mondo che stiamo smarrendo nella nostra americanizzazione sociale e politica.

Quello su cui dovremmo riflettere è che il problema degli anglicismi e dell‘itanglese è solo l’effetto collaterale di questo processo, che fuori dal lavoro è sempre più pervasivo in ogni ambito, dalla sanità all’istruzione, dalla politica ai fenomeni di costume più marginali.

Le mansioni di lavoro in inglese

Gramellini ha raccontato che Elisa è stata assunta con la mansione di “associated”, una parola che definisce gli addetti di base senza mansioni specifiche, che si potrebbe tradurre con “l’ultima ruota del carro”, dietro l’edulcorazione di questi anglicismi. Ogni mattina, appena entra nel magazzino mostra il suo “QR code” – naturalmente pronunciato in inglese visto che “codice Qr” non fa parte dell’italiano – con cui il sistema traccia i ritmi della sua attività che, come tutto il resto, ha un nome in inglese ed è definita “outbound”. Consiste nel sistemare dentro i pacchi gli oggetti che un altro “associated” le porge dalla fessura della gabbia in cui è rinchiusa. Se si guardano le mansioni e i nomi delle figure professionali di Amazon sono tutti di questo tipo; ci sono gli addetti al “picking”, cioè i “picker” incaricati di prelevare e raggruppare i prodotti che formano l’ordine, o gli “stower” che recuperano la merce per riporla in una cella della torre e così via.

Elisa ha un minuto per eseguire la sua confezione, in modo da sfornare 60 pacchi all’ora. Se va in bagno lo deve comunicare al responsabile perché sia sostituita e la catena di imballaggio non si interrompa. Se durante l’arco della giornata questo ritmo rallenta, si avvicina immediatamente un “instructor”, le cui mansioni evocano forse a qualcuno quelle della parola tedesca “kapò”, che le impartisce un breve “coatching” motivazionale per fare in modo che si dia una svegliata.

In questo scenario d’altri tempi che sta tornando a essere la norma di molte realtà lavorative, dai “call center” ai “rider” del mondo del “delivery”, anche l’imposizione della nomenclatura in inglese fa parte dell’alienazione e del controllo che viene introdotto. Le multinazionali che si espandono lo fanno esportando e imponendo la propria lingua, insieme alle proprie pratiche, in una distruzione totale delle nostre radici. E ciò avviene a ogni livello della catena, dai subalterni più infimi ai più alti dirigenti, i “top manager” che ostentano l’itanglese con fierezza e come fosse il necessario linguaggio di settore che il mondo del lavoro allo stesso tempo richiede e impone.

Passando alle mansioni contrattuali di un’altra simpatica multinazionale, per comprendere cosa sta accadendo basta scorrere quelle di MacDonald’s che nelle sue succursali italiane esporta figure come i crew (ma anche i crew-delivery o i crew-trainer) o i guest experience leader e swing assistant (anche detti training manager).

Questi sono solo due esempi di “normalità”, perché il mondo del lavoro è ormai tutto così. E nel caso delle multinazionali l’itanglese non riguarda più la comunicazione e le scelte sociolinguistiche che entrano in gioco nel parlare, è entrato ufficialmente e istituzionalmente nella contrattualistica.

Negli anni Novanta un giurista del calibro di Francesco Galgano aveva analizzato il radicarsi di parole come “leasing” o “franchising” nella giurisprudenza, mostrando che si affermano in tutto il mondo per precise disposizioni delle case madri statunitensi che impongono alle filiali la propria terminologia. Queste tassative raccomandazioni di non tradurre e adattare il meno possibile i concetti del proprio diritto in quelli delle lingue locali serve a mantenere la loro uniformità internazionale e le protegge da ogni possibile conflitto con gli ordinamenti giuridici dei singoli Paesi. (Francesco Galgano, “Le fonti del diritto nella società post-industriale”, in Sociologia del Diritto, Rivista quadrimestrale fondata da Renato Treves, 1990, p. 153). Questa volontà è in linea con quella più generale con cui gli Stati Uniti tentano in ogni modo di estendere la validità delle proprie leggi anche al di fuori dei propri confini nazionali in altri ambiti. Certe conseguenze politiche o militari sono sotto gli occhi di tutti, quelle linguistiche portano a far sì che “leasing” abbia la meglio per esempio sul nostro concetto di “locazione finanziaria”, e poi esca dal suo ambito grazie allo stesso linguaggio usato dal braccio armato delle multinazionali: la pubblicità – anzi l’advertising – che estende l’inglese planetario al linguaggio comune. Dunque ci offrono le automobili in “leasing” e ci invitano ad aprire la nostra attività in “franchising” con loro, portando alla regressione di un’espressione come “catena di negozi”.

Nel 2014, Alessandro Gilioli (“Anglicismi nel linguaggio giuridico italiano: il caso leasing”, Italogramma, vol. 7, 2014, p. 3) ha notato che questo meccanismo di propagazione si ritrova uguale in una miriade di altre espressioni, come joint venture, merchandising, authority, buyer, consumer, delivery, welfare state

Da allora la situazione si è ulteriormente allargata e sta diventando sempre più profonda: questo meccanismo non solo causa l’itanglese, ma finisce per mettere a rischio la lingua italiana in modo ben più grave, perché la nuova frontiera di questa espansione mira a cancellare totalmente l’italiano dalla contrattualistica per sostituirlo con il solo inglese.

I contratti di lavoro in inglese e altri pericolosi precedenti

Giorgio Cantoni, il fondatore di Italofonia, è un dipendente di una multinazionale statunitense che conosce bene queste realtà e in un articolo sul sito Campagna per salvare l’italiano ha denunciato questa nuova invadenza dell’inglese che si allarga uscendo dalla nomenclatura delle figure professionali, delle cariche, delle funzioni e delle procedure produttive per coinvolgere anche i contratti:

Diverse aziende, spesso succursali italiane di multinazionali statunitensi, hanno preso l’abitudine di stilare i contratti di lavoro dei propri dipendenti italiani assunti per operare sul mercato italiano, esclusivamente in inglese. Naturalmente un inglese giuridico-legale, dalla cui comprensione dipendono però le vostre mansioni, le regole da rispettare, le clausole che comportano penali, l’inquadramento, la retribuzioni e altri aspetti cruciali. Ma nulla a quanto pare obbliga l’azienda a fornirvi una copia nella vostra lingua, anche se siete assunti nel vostro Paese e qui eserciterete i vostri compiti.”

In Francia una cosa del genere non sarebbe legale, perché ogni azienda che si stabilisce nel territorio francese è obbligata a tradurre tutti i contratti e i documenti, incluso il logiciel, cioè i programmi informatici che loro non chiamano affatto software, e chi non si è adeguato ha ricevuto salate sanzioni.

In qualunque Paese civile, sovrano e non colonizzato, dovrebbe essere così. La nostra classe politica dovrebbe impedire queste cose, se non fossimo una sorta di “Bieloamerica” incapace di distaccarci dalla voce del padrone sotto ogni aspetto. Perché queste prassi costituiscono dei pericolosissimi precedenti, e loro conseguenze portano anche a sovrapposizioni e aree grigie altrettanto pericolose.

Su alcuni luoghi di lavoro – continua Giorgio Cantoni – la maggior parte dei corsi sulla sicurezza vengono erogati in inglese, magari perché il materiale è prodotto in una sede centrale negli Stati Uniti o a Londra, e per l’azienda è più pratico non creare versioni in altre lingue. Il massimo che lo Stato italiano potrebbe richiedere loro è di farvi firmare un modulo in cui dichiarate di aver compreso tutti i contenuti somministrati in inglese e di non aver bisogno di una traduzione in lingua italiana. E vorrei vedere quale dipendente avrebbe il coraggio di non firmarlo, anche se non avesse capito nulla.

La mancata comprensione delle norme di sicurezza mette a rischio la salute dei lavoratori, e può contribuire all’aumento delle morti bianche. Intanto, sul piano linguistico della morte dell’italiano, poiché l’inglese è ormai diventato un obbligo nel mondo del lavoro, sancito dalla Riforma Madia, per esempio, come requisito per l’assunzione nella pubblica amministrazione italiana, lo scenario del futuro potrebbe essere anche peggiore, a proposito di questo genere di multinazionali.

Giorgio Cantoni riferisce di un caso che ha potuto esperire di persona: un’azienda “dove il datore di lavoro obbliga il personale, per la maggioranza italiano, a comunicare sempre in inglese, in ufficio, durante l’orario di lavoro. Solo le pause sono escluse… così invece che fumare di nascosto nei bagni o alla finestra, qualcuno sfrutterà i minuti di pausa per fare una cosa ancora più proibita: parlare nella propria lingua!”

L’emulazione tutta interna della colonia Italia

La cosa allucinante è che questo disegno suicida non è determinato solo dall’espansione delle multinazionali, che perseguono i propri interessi, ma è emulato sempre più anche dalle realtà italiane. Quando l’inglese diventa la lingua superiore, e quando l’italiano non sa più esprimere il contemporaneo se non attraverso gli anglicismi che vengono introdotti da una classe dirigente in preda a un complesso di inferiorità che la rende ormai incapace di usare la propria lingua, la conseguenza è che gli addetti ai lavori si rivolgano a questo modo – il solo che ormai concepiscono e conoscono – anche ai cittadini.
E così Italo ha introdotto a figura del “train manger” al posto del “capotreno” non solo nella comunicazione ai passeggeri, ma anche nei contratti di lavoro, mentre in un’accademia dove mi capita di insegnare la comunicazione ufficiale mi invita a partecipare alle riunioni di “faculty” invece che di “facoltà” e si stupisce delle mie rimostranze di cui non comprende nemmeno il senso. Oppure il comune di Roma, nella sezione #RomaInnovation del suo sito istituzionale, lancia la piattaforma Citizen Wallet – l’altra “faccia della medaglia del piano Roma Smart City” – attraverso il servizio “tap&go di Atac” per incentivare “i comportamenti virtuosi messi in atto dai city user” per il miglioramento della sostenibilità ambientale e per la distruzione della sostenibilità della nostra lingua. Infatti la Casa Digitale del Cittadino che eroga il “borsellino elettronico (wallet)” è denominata “My Rhome” (grazie ad Alberto Bertelli per la segnalazione).

Tutto ciò sta portando al collasso dell’italiano, e non solo nel mondo del lavoro.

Il collasso di ambito

Il “collasso di ambito” è un concetto di cui ha parlato il linguista australiano Joe Lo Bianco, dell’Università di Melbourne, che chiama così il caso in cui una lingua cessa di adattarsi ai cambiamenti in un determinato ambito fino a perdere la capacità di esprimerlo in modo efficace. Ciò è avvenuto per esempio nella lingua svedese quando negli anni Novanta hanno deciso di erogare la formazione universitaria solo in inglese. Il risultato è stato “l’allarme pubblico e l’agitazione per rafforzare la posizione e la sicurezza dello svedese come lingua nazionale con l’intera gamma di usi sociali e intellettuali” (Joe Lo Bianco, “Language, Place and Learning”, PASCAL International Observatory, 2007).

Mentre in Svezia ci hanno ripensato ritenendo questa scelta dannosa (lo stesso danno denunciato in Olanda da Annette De Groot che ha spiegato il concetto del “bilinguismo squilibrato” e dell’inglese sottrattivo), in Italia abbiamo da poco deciso di perseguire questa strada suicida con l’anglificazione dell’università e più in generale della formazione, che prepara le nuove generazioni al futuro mondo del lavoro fatto di inglese e di itanglese in un abbandono dell’italiano che lo renderà sempre più simile a un dialetto. Così il cerchio si chiude.

PS: scopri le tre piccole differenze

Chi mette in discussione l’itanglese e chi non pensa che siamo in presenza di un collasso di ambito (ma anche chi abitualmente fa acquisti su Amazon) farebbe bene a guardare questo sito che riporta le offerte di lavoro di Amazon.
Per facilitare la lettura le copio-incollo per intero di seguito (le mansioni espresse in italiano sono 3, chi riuscirà a trovarle?).

OFFERTE DI LAVORO A MILANO
Associate Account Manager Amazon Business;
Sr. Customer Experience manager, Last Mile Delivery Experience;
Sr Agency Partnerships Manager;
DevOps Architect, Global Financial Services, Professional Services;
Sr. Strategic Vendor Manager, Last Mile GFP Europe;
Senior Vendor Manager – Amazon Fresh;
Sr. Program Manager, Trustworthy Shopping Experience;
Technical Program Manager II, EUCF ACES EThOS;
Fashion Deals Ops Specialist, 3P SL Promotions;
Senior Engagement Manager, Professional Services;
Regulatory Counsel, WW Ops , EU Ops Legal;
Associate Account Manager Amazon Business;
Senior Team Lead, Amazon Vendor Services, Fashion;
Sales Account Manager;
Global Category Manager – Category Sourcing Manager;
Manager, EU DSP Planning;
Telco Principal Solutions Architect;
Business Analyst;
Employee Relations Manager;
Onboarding Recruitment Coordinator, Student Programs;
Sr. Vendor Manager Furniture;
Creative Agency Strategist, Campaign & Creative Management;
Front End Engineer, AWS Resource Management;
Senior Front End Engineer, AWS Resource Management;
Marketing Program Manager;
Software Development Engineer, Robotics Advanced Technology Europe;
HR Business Partner;
Senior HR Business Partner;
Program Manager, Amazon Fresh;
Enterprise Account Manager SME, Enterprise;
Head of Vertical Sales;
Sr. Product Manager Heavy & Bulky Italy and Spain;
Applied Scientist, Network Process Optimization;
Performance Engineering Mgr., Innovation & Design Eng.;
Network Business and Vendor Developer;
Sr. Marketing Manager Italy, Amazon Ads, Amazon Ads;
Real Estate Asset Manager – Italy;
Sr Program Manager, Selection, Amazon Fresh & 3P Grocery Delivery;
Customer Delivery Architect, Global Financial Services;
Telco Principal Solutions Architect;
Partner Technical Trainer, Partner Training;
Snr Product Marketing Manager, F3 Central Marketing;
Italy Sales Leader, Microsoft Platform, Microsoft Sales Specialist, WWSO;
Design Technologist;
Principal Product Manager EU Vendor’s Experience;
Data Center Security Manager;
HR Regional Partner;
Italy Content Analysis Senior Manager, Amazon Studios Local Originals;
Senior Program Manager, Acquisition;
Business Intelligence Engineer;
Data Scientist Intern;
Marketing Manager;
Account Executive;
Customer Delivery Architecy, Professional Services;
Senior Program Manager, Fulfillment Acceleration, EU DF;
Product Support Engineer, Emerging Tech Services;
Sr Software Development Engineer, Amazon Books;
Internal Recruiter.

OFFERTE DI LAVORO A ROMA
Territory Account Manager – Public Sector;
Senior Front End Engineer, AWS Resource Management;
AWS Recruiter;
Audit, Risk and Compliance Manager;
Transportation Audit, Risk and Compliance Manager;
AWS – Lead Development Representative Italy;
Security Tooling Engineer;
Senior Penetration Testing Engineer, Security Verification and Validation Team;
Penetration Testing Engineer.

ALTRE SEDI
Senior Software Development Engineer, Redshift Berlin – Cagliari;
Costumer Service Delivery Station Liaison (DSL) – Alessandria;
Graduate Area manager – Passo Corese (RIETI);
Site Controller, Customer Fulfillment Finance – Agognate (Novara);
HR Business Partner – Torrazza Piemonte (Torino);
HR Assistant – Palermo;
Inventory Control and Quality Assurance Escalation specialist – Colleferro (Roma);
Specialista Sicurezza sul Lavoro – Cividate al Piano (Bergamo), Rovigo, San Salvo (Chieti);
Reliability Maintenance Engineering Area Manager – Calenzano (Firenze);
Health and Safety Manager – Passo Corese (Rieti);
Team Lead Operations – Trento;
Software Developer Engineer, Alexa AI Natural Understanding – Torino;
Senior Program Manager – Security and Loss Prevention, EMEA Surface Transportation
Programs Implementation – Castel San Giovanni (Piacenza);
Receptionist (L.68/99) – Cividate al Piano (Bergamo);
Reliability Maintenance Engineering Planner – Cividate al Piano (Bergamo);
Specialista Sicurezza sul Lavoro, EU Sort WHS – Casirate d’Adda (Bergamo);
Travel Coordinator, Launch Support Team – Casirate d’Adda (Bergamo);
Loss Prevention Specialist – Passo Corese (Rieti), Agognate (Novara);
Supervisore Squadra di Manutenzione – Colleferro (Roma);
3PL Area Manager, 3PL team – Soccorso (Perugia), Genova, Bitonto (Bari);
Receptionist – Colleferro (Roma);
Italian Data Linguist – Torino;
Software Development Engineer, Elastic Graphics – Asti, Cagliari;
Senior HR Business Partner – Calenzano (Firenze), Padova, Bologna, Venezia, San Giovanni Teatino (Chieti);
Regional Program Manager, Community Operations – Firenze, Grugliasco (Torino);
Regional Specialist, Community Operations – Udine;
HR Business Partner – Castel San Giovanni (Piacenza);
Senior HR Manager Warehousing – Cividate al Piano (Bergamo);
ICQA Escalation specialist – San Salvo (Chieti);
HR Associate Partner – Torrazza Piemonte (Torino);
Air Gateway Manager, Air Ground OPS – Castel San Giovanni (Piacenza);
Senior HR Business Partner – Spilamberto (Modena);
Graduate HR Partner – Torrazza Piemonte (Torino);
Manutentore industriale – Cividate al Piano (Bergamo);
Shift Manager AMZL, Amazon Logistics – Pisa;
ICQA Data Analyst – San Salvo (Chieti);
Trainer – Cividate al Piano (Bergamo);
Ops Lead – Spilamberto (Modena).